Il ritorno del fantasma


Qualunque cosa succeda al secondo turno delle presidenziali francesi, il risultato di Marine Le Pen ha confermato il ritorno di quel tale fantasma, che pareva scomparso dall’orizzonte nell’ultimo ventennio e che ha iniziato ad aggirarsi di nuovo sulla scena politica europea e mondiale, seppure in forme e abiti affatto diversi dal passato.

L’idea che, distrutta l’URSS e il mondo del socialismo reale, il progresso avrebbe assunto un cammino lineare e inarrestabile, sostenuto dallo straordinario sviluppo delle tecnologie, si sta rivelando illusoria. La fede nella mondializzazione e nel libero mercato come attori di sviluppo positivo per tutti sta vacillando alla luce delle sempre più profonde e insostenibili diseguaglianze presenti nelle diverse società, anche in quello che veniva un tempo considerato il Primo Mondo.

In questi ultimi anni, i segnali di disagio sono stati molti, ma le forze politiche tradizionali non hanno saputo coglierli. In particolare, le sinistre, sposando acriticamente le dottrine tecnocratiche e mercatistiche per liberarsi dal sospetto di essere “rimaste indietro”, sul fronte di un socialismo divenuto, dagli anni ’90 in poi, parola addirittura impronunciabile, hanno reciso i legami con il loro elettorato di riferimento, scomparendo del tutto o diluendosi in grandi coalizioni di “responsabili”, in nome di una governabilità e di una accountability meramente finanziaria, preferita sistematicamente alla rappresentanza degli interessi.

Le crepe sul volto delle “magnifiche sorti e progressive” seguite alla Caduta del Muro sono ormai evidenti a tutti.

Il mancato dialogo tra vinti e vincitori all’indomani della fine della Guerra Fredda ha lasciato libero spazio agli spiriti vitali dell’economia, i quali hanno disegnato il nuovo mondo come un campo di forze liberamente e violentemente dispiegate, in cui era fatale che i deboli soccombessero e che la ricchezza si concentrasse nelle mani di pochi.

In buona sostanza, si è trattato dell’illusione che si potesse ormai fare a meno della politica, vecchio “arnese” otto-novecentesco, ultimo ostacolo al progresso a una dimensione, fatto di “risorse umane” e non più di persone.

Come non cogliere il filo conduttore che cuce assieme i diversi “disagi” nazionali? Si tratta di un filo che, per usare la “vecchia” terminologia, passa e ripassa da destra a sinistra e viceversa: da Farage in UK all’AFD tedesca, dagli olandesi di Wilders ai repubblicani di Trump, dal FN di Marine Le Pen a Podemos in Spagna, da Syriza in Grecia, da Melenchon in Francia al M5S in Italia.  Il filo non ha ancora trovato una sua precisa direzione, ma non per questo va derubricato a malattia esantematica passeggera, a una sorta di jacquerie planetaria che le forze “responsabili” sapranno domare.

Il voto francese ci dà indicazioni molto significative in questo senso.

Scomponendo il voto per provenienze sociali, per aree geografiche e per fasce d’età, si leggono con chiarezza i piani di faglia che attraversano la società francese – e non solo: i piccoli centri e le campagne vs i grandi centri urbani, la piccola borghesia impiegatizia, i pensionati impoveriti, gli operai precarizzati vs gli imprenditori, i manager e i professionisti, i giovani vs gli anziani. In buona sostanza, tentando una sintesi estrema, gli esclusi vs i garantiti.

Il declino della politica spiega bene questo clivage: vale forse la pena di ricordare che la politica nacque nel mondo antico proprio per dar voce agli esclusi e per proteggerli dai soprusi dei potenti (basta rileggere Esiodo e Solone per rendersene conto).

Leggendo i dati elettorali in questa chiave, non si può peraltro non osservare che Macron, pur essendo un brillante avatar in chiave renouveau della vecchia politica “debole”, (ministro dell’economia di Hollande, consulente della Banca Rothschild) ha compreso meglio di altri il momentum storico e ha saputo presentarsi come “nuovo” ai desiderosi di cambiamento e “rassicurante” a chi vuole conservare lo status quo. Il suo discorso, dopo l’esito del primo turno, è stato esemplare da questo punto di vista: non ha detto nulla e tutto e poi il contrario di tutto, con richiami alla “Patria” e ai “patrioti” e, contemporaneamente, esprimendo il sostegno alla mondializzazione, al libero scambio de-regolato, all’Europa brussellese attuale a trazione tedesca (significativi e quasi sfacciati gli endorsment di Merkel e Juncker).

Basterà questa riedizione della nostrana politica del “Ma anche” a convincere la metà e oltre dei francesi che ha votato contro l’attuale conduzione della politica nazionale ed europea, schierandosi con Marine Le Pen, Melenchon e altri candidati minori?

Il risultato ottenuto da Jean-Luc Melenchon è, per molti versi, ancor più sorprendente di quello di Macron: il quasi 20% ottenuto con una campagna elettorale “corta”, senza alcun appoggio dei media e con vaste aree di sovrapposizione con quella di Marine Le Pen, testimonia di quanto sarebbe ancora possibile fare “da sinistra” per riconquistare la rappresentanza perduta.

La sconfitta dei partiti che storicamente interpretavano politiche di destra e di sinistra non significa infatti che non esistano più politiche di destra e di sinistra riguardo, ad esempio, il ruolo dello Stato nel processo di redistribuzione della ricchezza globale prodotta che, nonostante la prolungata crisi, non è affatto diminuita.

Se i francesi, andando a votare al secondo turno che, per sua natura, ha una logica binaria, voteranno secondo questo schema polarizzato tra esclusi e garantiti, l’esito è tutt’altro che scontato.

Siamo comunque solo ai primi moti “rivoluzionari” che si stanno accendendo nelle società dell’ex Primo Mondo. Se non sarà questa volta, sic stantibus rebus (Europa egemonizzata dalla Germania, sottrazione di sovranità senza contropartite e senza controlli democratici, politiche di austerità e di fiscal compact), il disagio e la rabbia degli operai, dei piccoli ceti e, più in generale, della borghesia sull’orlo della proletarizzazione non potrà non crescere, con prospettive politiche niente affatto rassicuranti.

Proiettando infine in Italia i risultati elettorali francesi, non si può non pensare che Matteo Renzi si stia mangiando le mani per non aver fatto, all’indomani dell’ormai mitico 40% alle europee, come Macron un anno fa circa, cioè a dire abbandonare il “vecchio” partito che lo aveva sostenuto nella sua folgorante ascesa per realizzare il suo sogno di un Partito personale della Nazione. Che in buona sostanza è quello che sta facendo il giovane enarca, anche lui, come Renzi, mai eletto (finora).

Forse Renzi non ha avuto né il coraggio, né – soprattutto – un team all’altezza di quello di Macron, composto per lo più da giovani trentenni o poco più, informatici, ingegneri, esperti della comunicazione e della rete o enarchi come lui, a cui il leader – in modo non dissimile dal M5S italiano – ha commissionato una piattaforma politica a posteriori, redatta secondo le regole del marketing, mettendosi all’ascolto della società civile, usando i social e la rete, per comprenderne le (apparenti) esigenze.

Matteo si è dovuto invece accontentare di una truppa di giovani e meno giovani ambiziosi, molti dei quali senza eccessiva cultura, tutti fedeli al Capo (che, peraltro, non può vantare titoli ed esperienze professionali paragonabili a quelle di Macron) e ben consapevoli del fatto che dal Capo dipende la loro sopravvivenza politica e professionale.

Ora però è troppo tardi e il Nostro rischia di restare, anche se dovesse vincere le primarie, un’anatra zoppa.

 

Annunci

La vittoria latina di Tsipras, di Giuseppe Cappello


Pubblico qui un altro, acuto e appassionato articolo del Professore Giuseppe Cappello, con un mio breve commento, nella speranza che il dialogo si allarghi e con esso la riflessione degli Onesti su quanto ci sta accadendo intorno. Perché neanche gli Onesti hanno in tasca la Verità.

Credo che per intendere nel profondo la vittoria di Tsipras si debba pensare, più che a una vittoria politica in senso stretto, a una vittoria della geografia; o, se si vuole, con un termine che si usa oggi per una materia del liceo, a una vittoria della geostoria. Una vittoria cioè di quella Europa latina che si sta rivoltando alla pallida Europa protestante e calvinista che, pur con le sue buone ragioni originarie, ha fatto ormai del cosiddetto rigore un’ideologia; così come della produttività. Sia chiaro, il rigore e la produttività, in una sfida globale con dei giganti economico-finanziari quali la Cina, non sono elementi da sottovalutare e fa bene la Germania a tenere quell’Europa mascalzona latina dentro un orizzonte congruo alle sfide della contemporaneità. Sennonché l’Europa non è solo la Germania e forse è venuto il momento del contributo, nel segno della fondante “unità nella diversità”, di quell’Europa mascalzona latina che non ha mai risolto l’uomo nella produttività. Non per un fatto politico, ma ancora prima per questioni di ordine antropologico-geografiche; e, pensando a Montesquieu, potremmo dire finanche meteorologiche. Leggendo in questo senso si spiegano, credo, anche le parole di Tsipras che hanno fatto storcere il naso a tanti suoi accoliti italiani quando il leader di Syriza ha affermato, un paio di giorni fa, di non conoscere Renzi direttamente ma di avere con lui «una sintonia naturale». Un po’ di respiro per chi, come il sottoscritto, vive politicamente quasi in esilio, essendo di sinistra ed esprimendo un certo sostegno per l’operato di Matteo Renzi. L’esilio di chi, apolide di sinistra, guarda al futuro con una lezione chiara: quella del liberalsocialismo di Guido Calogero. Purtroppo, minoritaria ma non idonea alle sette, una lezione quasi sconosciuta; la lezione di un maestro che in fondo, nelle sue Lezioni di filosofia, ci dice chiaramente quale sia il probabile punto di contatto anche politico oltre che geostorico fra Tsipras, che si allea con la destra nazionalista dell’Anel (e comunque invocato come ‘Mitiko’), e Matteo Renzi alle prese con Berlusconi (ad ogni passo messo all’indice dagli stessi  del ‘Mitiko’). Scrive Calogero proprio della politica: «la politica autentica, esattamente come la morale autentica, non è mai né meretricia né ascetica; o se si vuole è ad un tempo tanto meretricia quanto ascetica, tanto piegata al lavoro sulle bassure della terra quanto intenta a farne sorgere piante che s’innalzino al cielo». Parole alte che, al di là dei protagonisti di questi giorni, iscrivono nel cielo della politica l’unica stella polare che riteniamo possa essere utile alla errabonda sinistra italiana: quella della sua rifondazione liberalsocialista (prospettiva che poi, in fondo, ha la sua radice profonda nella più intima essenza dell’Europa).

pubblicato su “La Repubblica” del 28/01/2015 e sul sito http://www.giuseppecappello.it

Caro Professore,

sempre intelligenti e capaci di far riflettere, le sue parole.  Anche me, che, condividendo col lei la condizione di “apolide di sinistra”, sono sempre più cupamente convinto di essere dentro una nuova  “Gaia Apocalisse”.

“Mascalzone latino” era il nome di una barca di successo. La nostra barca però, con il suo sovrabbondante equipaggio di “simpatici mascalzoni” mi pare abbia delle perfòrmances (come direbbe il buon Matteo) assai meno positive; soprattutto, non si riesce a vedere chi stia al timone.

“Pallida Europa protestante e calvinista” versus “abbronzata Europa modello ‘mia fazza mia razza’”? Sarà che sono di origini settentrionali, ma questa polarità non mi convince.

Le dico sinceramente che non vedo un futuro protratto né per Syriza, confederazione di movimenti più eterogenea di quanto oggi, nell’euforia della vittoria, si creda, né per il suo renzianissimo leader, che del Fiorentino ha la medesima celerità (bene) e la medesima sfrontatezza (meno bene: l’alleanza con il partitino di destra estrema è evidentemente ancora legata alla politique politicienne : a questo partito, non è un caso, è andata la difesa, con un bilancio di oltre il 3% del PIL e restato sostanzialmente immune dalla scure abbattutasi sul resto del comparto pubblico. Che vorrà dire?). A meno che, di Renzi, Tsipras non abbia anche la disinvoltura tattica e il senso dell’esercizio puro del potere: “Letta, stai sereno …” Ricorda?

Non credo alle sintonie naturali, ma alla lotta tra gruppi di potere, cui si è da tempo ridotta, senza residui ideali, la democrazia in Occidente. Così, il decrepito e corrottissimo sistema politico greco si è disintegrato e allora largo ai giovani, con tanto di camicia obamian-renziana, slogan, radiosi orizzonti e soli dell’avvenire. Sono i quarantenni che stanno sostituendo i sessantenni, “los colorados” che si stanno sostituendo ai “blancos”. Niente più. Gli spazi di manovra per un autentico cambiamento della politica globale, quasi inesistente dopo l’89 (1989), sono oggi pressoché nulli.

Tornando ai pallidi Tedeschi, non si tratta di fare del Rigore un’ideologia, ma dell’Onestà sì.

La povera Grecia, giugulata dal lupo teutonico, ha allegramente dilapidato nello scorso decennio decine di miliardi di euro guadagnati con la sua entrata nella zona della moneta unica; il fatto è che si tratta di un paese forse più corrotto del nostro, in cui si pagano ancor meno tasse che da noi, con una massa ingente di capitali riparati all’estero, che ha (aveva?) una percentuale di impiegati pubblici abnorme, per raggiungere la quale noi, che pure in questo settore non scherziamo, dovremmo assumere altri 3.000.000 (tre milioni) di persone, che ha truccato i bilanci per anni.

Se non si prende coscienza di questo punto di partenza, dubito si possa procedere oltre in modo efficace.  “Non si mette il vino nuovo nell’otre vecchio” dice il Vangelo.

Chiagn’ e fott’”, sembra essere il motto dei simpatici e abbronzati mascalzoni latini (o, per meglio, dire italo-greci, perché Spagna e Portogallo sono altra cosa: hanno posseduto imperi, sono stati per secoli “padroni” e non “un volgo disperso che nome non ha”. Vedremo come andrà con “Podemos”),  ma se non si ricostituisce la fiducia tra i diversi Stati europei, se non si smette di andare alla lavagna e di trascrivere su due colonne i buoni (quasi sempre a sud) e i cattivi (quasi sempre a nord), se non si procede ad asportare al più presto , da noi e in Grecia, il tessuto canceroso cresciuto tra politica, affari e criminalità organizzata,  il sogno di Spinelli evaporerà ben presto. E non sarà colpa della Germania.

Liberalsocialismo? Di Guido Calogero ho letto qualche suo scritto sulla scuola e sulla filosofia greca. Grandissimo e, ahinoi, inascoltato intellettuale. Le confesso che accostarlo, solo di sfuggita, a Matteo Renzi mi fa venire i brividi.

Vero, verissimo che la politica è l’arte dell’”onesta dissimulazione”, del compromesso, dell’alto che si mescola con il basso, ma mi pare sia sotto gli occhi di tutti che da anni si pratica solo il “lavoro sulle bassure”. Che ne dice del modo osceno con cui si stanno conducendo le operazioni per l’elezione del prossimo presidente della repubblica? Pranzi, cene, colazioni, incontri segreti, emissari, pellegrinaggi al Naz(z)areno. E il Parlamento Repubblicano, dov’è? Lo si teme a tal punto che bisogna approntare prima la mordacchia per metterlo a cuccia? Neanche le apparenze si salvano più.

Spero di poter leggere in qualche suo altro scritto dove Renzi e il suo seguito stiano invece  “facendo nascere piante che si innalzino al cielo”.

Perché, caro Professore, non mi auguro altro che di avere torto.

L’insostenibile filosofia tedesca dell’austerità


Pubblico qui di seguito un articolo del Prof. Ruggero Paladini, dell’Università “La Sapienza” di Roma, comparso sul numero di novembre della rivista “Insight” (www.insightweb.it) e, in calce, alcune domande  che rivolgo all’Autore:

Il rapporto al Congresso USA “on International Economic and Exchange Rate Policies”, ha detto ciò che la stragrande maggioranza degli economisti (escludendo i tedeschi) sostiene da tempo. Cioè che la politica economica tedesca determina una tendenza deflazionista a livello mondiale. L’alto surplus commerciale tedesco ha un effetto equivalente, negli altri paesi, ad una politica economica restrittiva. Figuriamoci poi quando la Germania ed altri alleati nordici impongono a tutti i paesi europei proprio una politica fiscale restrittiva, con il fiscal compact, l’obbligo di costituzionalizzare il pareggio di bilancio ecc…

La risposta ufficiale del governo tedesco è stata, più o meno, la seguente: cosa possiamo farci se le nostre imprese esportatrici sono così brave? Certo, nessuno mette in dubbio la tecnologia germanica, l’affidabilità dei prodotti, delle consegne e così via. Ma questa superiorità delle imprese tedesche è solo una parte della storia. Innanzitutto va ricordato una semplice ma fondamentale relazione di contabilità economica nazionale. Il risparmio di un paese è uguale ai suoi investimenti, al deficit di bilancio e all’attivo della bilancia commerciale. L’identità può essere espressa o nei valori assoluti o come quote sul PIL. Con i simboli ben noti della macroeconomia:
S = I + (G-T) + (X-M)

dove il risparmio interno (S) controbilancia gli investimenti (I), il deficit pubblico (le spese per servizi G meno le entrate al netto dei trasferimenti T) e il saldo commerciale (esportazioni X meno importazioni M). Nel caso della Germania, il grande surplus commerciale è a fronte di una domanda interna compressa. Se consideriamo la quota di risparmio come data, in quanto relativamente più stabile rispetto alle altre quote, è evidente che ad un maggior peso di una delle tre componenti deve corrispondere un peso minore delle altre due. Ciò è quello che si è verificato in Germania. Se guardiamo agli ultimi sei anni, cioè da quando è cominciata la crisi, di fronte ad una quota relativamente stabile, intorno al 17,5%, degli investimenti, il fenomeno è stato quello di un azzeramento del deficit ed un aumento del saldo commerciale, che ha superato anche i limiti del 6% stabiliti dalla procedura di Bruxelles sugli squilibri macroeconomici.

Semplificando, con pari investimenti e minor deficit, il risparmio ha finanziato surplus commerciale.
Ma, come ha ricordato più volte Krugman, la Germania non ha sempre avuto dei surplus delle partite correnti.  Li ha avuti durante gli anni ottanta, e di nuovo negli anni duemila. Ma negli anni novanta il saldo delle partite correnti era in passivo. E la ragione è molto semplice: l’unificazione tedesca, la quale determinò un forte aumento del deficit pubblico. Aggiungiamo anche la rivalutazione del marco (prima dell’euro), nei confronti di alcune valute, tra cui la lira. Con l’unificazione monetaria, non dovendo temere più le svalutazioni degli altri paesi dell’euro, il processo verso il pareggio di bilancio è l’altra faccia dell’imponente crescita del saldo commerciale tedesco.

Le politiche di austerità imposte da Berlino e Bruxelles si ispirano all’idea che tutta l’area euro possa seguire la strada della Germania. Così non è stato. Né l’Italia né tanto meno la Spagna hanno una industria manifatturiera come quella tedesca. E’ vero che le esportazioni sono cresciute nei due paesi, in particolare in Spagna, dove il costo del lavoro è diminuito con i licenziamenti e i tagli salariali. Ma dato il peso limitato dell’export italiano e spagnolo (sul 30%), rispetto a quello della Germania (più del 50%), l’aumento delle esportazioni non compensa il calo dei consumi, dovuto al diminuito potere d’acquisto dei lavoratori.

Di conseguenza la stretta fiscale ha sì fatto diminuire i deficit, ma ha causato una caduta del PIL; a sua volta questa ha fatto diminuire gli investimenti, particolarmente in Spagna (-36,9%, a causa della bolla immobiliare) ed in Italia (-14,6%, ma l’Italia partiva da un livello inferiore di un terzo a quello spagnolo). In entrambi i paesi, pur essendo diminuito il risparmio (minore S a causa di un minore PIL), una quota maggiore è andata a finanziare il miglioramento del saldo della bilancia commerciale.

Probabilmente anche Frau Merkel si rende conto che un avanzo commerciale del 7% attira l’ira non solo degli americani, ma anche degli altri paesi europei. Dovendo formare un governo di coalizione col la SPD, e non volendo cedere su eurobond, mutualizzazione dei debiti sovrani o altre forme di trasferimenti anti-ciclici tipiche di sistemi federali, dovrà accettare misure in termini di minimi salariali ed altre, che si traducono in un aumento del reddito disponibile. Di questo ne trarranno vantaggio gli altri paesi europei, in particolare quelli piccoli intorno alla Germania (Belgio, Olanda ecc..), ma l’effetto su Francia, Italia e Spagna sarà  limitato (più o meno un + 0,15% di PIL). Anche perché il fiscal compact vale anche per la Germania, la quale anzi ha introdotto in Costituzione un limite dello 0,35% di deficit, invece di quello di 0,5%.

Visto che Mario Draghi sembra deciso a seguire la linea espansiva della Federal Reserve, il nodo fondamentale riguarda appunto le regoli fiscali sull’equilibrio di bilancio e l’obbligo alla riduzione del debito. E’ chiaro che queste regole condannano gli altri paesi ad una semi-stagnazione. Non è vero che un bilancio in pareggio è un bilancio neutro. Se non vi fosse debito pubblico (o fosse trascurabile) questo sarebbe vero; anzi secondo il teorema di Haavelmo la spesa diretta per servizi o per investimenti del settore pubblico avrebbe un effetto più espansivo del prelievo fiscale.

Ma con un alto debito, e quindi un’alta spesa per interessi, ciò non è più vero. La spesa per interessi dà luogo ad un effetto moltiplicativo molto basso, vicino a zero. Pertanto un bilancio in pareggio determina un impulso restrittivo all’economia. Se l’economia crescesse ad un ritmo troppo elevato bisognerebbe avere un bilancio in pareggio o addirittura in attivo, ma la situazione in cui si troverà l’Europa nei prossimi anni è proprio l’opposto di una crescita eccessiva.

Ed ecco le mie domande:

Gentile Professore,

ho letto sul numero di novembre di “Insight” il suo bell’articolo sulla “questione tedesca e l’Europa” (ci risiamo! E’ evidente che nulla e nessuno potrà togliere alla Germania il ruolo egemone che la geografia e la storia le hanno assegnato, bona pace della Francia). La sua argomentazione è talmente chiara e ineccepibile che mi chiedo e le chiedo:

–        Quali sono le ragioni che inducono la Germania di Frau  Merkel a mantenere questa politica economica (non penso che l’inserimento al governo della SPD possa mutare radicalmente questa Neigung)?

–        Perché escludere che il nostro sistema produttivo (secondo in Europa, almeno fino a non molto tempo fa, solo alla Germania), con opportune e urgenti misure politiche possa tenere il passo tedesco nell’export?

–        Non crede che ad alimentare la diffidenza dei tedeschi siano gli scarsi segnali di resipiscenza dimostrati dall’Italia in relazione ad una vision politica restata conservatrice (nessuna lotta seria agli sprechi, alla corruzione, all’evasione fiscale, agli esorbitanti costi dell’amministrazione statale, centrale e periferica, largamente “spartita” con criteri consociativi)?

–        Non crede che pesi il confronto con le scelte dolorose compiute da Schroeder tra il 2002 e il 2005 (piano Harz), scelte che l’Italia non ha mai fatto, arroccandosi piuttosto in difesa dei privilegi delle tante, potenti corporazioni che la governano?

–        Se la montagna della crisi partorisce il topolino della legge di stabilità attualmente all’esame del Parlamento, ci si può forse stupire se la Germania ha paura di mettere a repentaglio il risultato di tanti sacrifici, di tanti radicali cambiamenti compiuti, cambiamenti che hanno mutato nel profondo il profilo sociale e produttivo del paese, per riaccendere spirali inflazionistiche che andranno, in un panorama politico sostanzialmente immutato, ad alimentare nuovamente sprechi, malgoverno, un sistema di partiti abnorme, disfunzionante e di un livello culturale mediamente indecente?

Da non esperto sicuramente sbaglio e vorrei che lei mi correggesse: personalmente spero che la Germania tenga ancora fermo il timone della nave europea su una politica di rigore di bilancio, anche se questa rotta ci sta giugulando. Noi non ci meritiamo Keynes, che operava su un sostrato etico per noi oggi inimmaginabile, ma la prassi di quegli antichi medici, i quali, davanti all’incalzare del morbo, non potevano far altro che “salassare et purgare”.

Nell’attesa di leggerla ancora, la ringrazio molto per il suo per me utilissimo contributo.

Cordiali saluti.