Europa e sovranità nazionali


Alla vigilia di un delicato passaggio della storia spagnola ed europea, riporto qui i contenuti principali di un articolo di Robert Tombs, professore di storia a Cambridge, apparso su” The Financial Times” nel luglio scorso e segnalatomi dall’amico Antonio Lettieri, dal titolo “La sovranità ha ancora un senso, pur se in un mondo globalizzato”.

“La sovranità nazionale è stata da tempo consegnata alla pattumiera della storia”. Così esordisce Tombs, richiamando poi quanto detto dal britannico Joseph Chamberlain, segretario di stato alle colonie, nel 1902: “Questa è l’epoca dei grandi Imperi e non dei piccoli Stati”.

Adesso però quegli Imperi sono tramontati, mentre i piccoli Stati sono rimasti. Eppure esistono ancora degli ostinati seguaci del pensiero di Chamberlain, che, in età matura, si sono poi fatti sostenitori del federalismo europeo.

L’esistenza dei piccoli Stati nazionali, prosegue Tombs, è addirittura scandalosa per tutti coloro i quali pensano in termini di razionalità, ordine e potere, piuttosto che in termini di disordine democratico; costoro includono diplomatici, amministratori pubblici, economisti ed esponenti del mondo accademico, di destra e di sinistra, tutti d’accordo nell’attribuire all’idea di sovranità le colpe dello scoppio dei conflitti mondiali. Solo i sistemi sovranazionali sono invece in grado di mantenere la pace.

La realtà delle cose si presenta però in modo diverso. Sia la prima che la seconda guerra mondiale (in realtà si è trattato di un unico conflitto, separato da un breve intervallo di pace relativa, la seconda guerra europea dei Trent’anni, dal 1914 al 1945) sono state accese da dinamiche interne agli imperi autoritari e non dal nazionalismo dei popoli: “la guerra è sempre stata impopolare, anche nel Reich hitleriano”, afferma Tombs.

I tentativi utopistici di creare un ordine mondiale sovranazionale hanno portato a ben scarsi risultati. Eppure questa visione è dura a morire. Ad esempio, i difensori dell’UE insistono nel dire che essa ha mantenuto la pace e che, se essa si dissolvesse, l’intero continente sarebbe sommerso da una tempesta nazionalista analoga a quella degli anni ’30. In effetti, afferma Tombs, “l’Unione Europea è il frutto, non il seme della pace, venutasi a creare per merito delle nazioni democratiche vittoriose, che hanno schiacciato il nazismo e costituito la NATO.”

“Gli schemi imperialisti e federalisti hanno dovuto fare i conti con la sovranità nazionale e la democrazia, che sono le due facce della stessa medaglia politica”. Chamberlain riteneva che il popolo avrebbe vissuto in condizioni migliori in un sistema politico sovranazionale, guidato da un élite disinteressata e mossa da nobili sentimenti. La realtà della gran parte del mondo lo ha da tempo smentito.

È certo possibile affermare che l’impero britannico abbia creato il mondo moderno così come lo conosciamo, ma è altrettanto vero che i popoli al suo interno se ne sono allontanati non appena hanno potuto. Il risultato politico di maggior rilevanza della UE è stato quello di persuadere la maggioranza degli europei, anche quelli che avevano combattuto per la propria sovranità nazionale, che questa sovranità non aveva più valore, “che era una mera illusione, che poteva essere messa in comune in tutta sicurezza all’interno della UE e che qualunque tentativo di esercitarla come singolo Stato avrebbe condotto al disastro.”

L’anno scorso, il popolo britannico ha deciso di correre il rischio, seppure con una maggioranza non molto ampia.

Da questa decisione di esercitare di nuovo la propria sovranità nazionale sono scaturiti diversi problemi: quali i modi e quali gli attori del processo? Da un lato i nazionalisti scozzesi rivendicano a loro volta i propri diritti sovrani, dall’altro gli oppositori del Brexit vorrebbero una sovranità fortemente centrata sul Parlamento, mentre i fautori del Brexit considerano invece il voto popolare diretto come la più compiuta espressione della sovranità. Difficile districarsi tra queste interpretazioni così divaricate, ma “è probabile che la maggioranza di noi consideri che il cuore della sovranità si trovi nel consenso diretto del popolo.”

Siamo di fronte al risorgere di un mito politico ormai fuori del tempo? Quante volte ci è stato detto che nel mondo globalizzato di oggi il concetto di sovranità nazionale non ha più alcun senso, così come irrilevanti appaiono i confini nazionali, mentre il potere sta scivolando verso organismi internazionali e non più centrati sullo Stato. “Si tratta sicuramente di un dogma ideologico più che di un’osservazione spassionata.” Il numero di Stati in grado di esercitare il proprio potere anche sulle forze economiche di maggior peso è ancora grande, sicuramente più grande di quanto non fosse in passato.

In molti Paesi il bilancio statale vale quasi la metà del PIL e il Quantitive Easing ha dimostrato l’importanza che riveste la sovranità monetaria. I piccoli Stati fioriscono, mentre sono i maggiori protagonisti della scena mondiale a trovarsi in gravi difficoltà. “Anche in base alle stime più basse, i poteri rimasti agli Stati nazionali rivestono un’enorme importanza. Si afferma che la UE ha risolto i problemi delle singole sovranità e dei poteri nazionali, mettendo in comune le prime per far aumentare i secondi. Tuttavia la soluzione non funziona, come è del tutto evidente.”

Sono molti i Paesi membri della UE, soprattutto quelli dell’Europa meridionale, Grecia, Spagna e Italia, per i quali l’aver messo in comune la sovranità nazionale ha significato conseguenze devastanti in ambito sociale, economico e politico.

“Alla stregua di un ‘buco nero’, l’UE succhia sovranità dai suoi Stati membri, ma la messa in comune di tali sovranità sembra scorrere via, senza lasciare alcun effetto. Se è la sovranità a conferire il diritto riconosciuto a prendere una decisione finale, chi è che nella UE esercita tale diritto?”

Tombs cita poi Thomas Hobbes: “L’esercizio della autorità sovrana non è così penoso quanto lo è la sua mancanza.” Nulla di quello che sta facendo l’Europa è tanto dannoso quanto le azioni che dovrebbe intraprendere e che non intraprende. Non riesce a risolvere i problemi legati all’introduzione dell’Euro, non riesce a controllare i movimenti, né a governare una collocazione equilibrata delle popolazioni che provengono da oltre i suoi confini o che si trovano al suo interno.

“Dell’impero britannico si diceva che fosse ‘un brontosauro con un immenso corpo vulnerabile e un sistema nervoso centrale non in grado di proteggerlo, dirigerlo e controllarlo’. Lo stesso dicasi della UE, la cui debolezza è suscettibile di provocare la sua distruzione. Il vecchio impero austro-ungarico poteva solo sperare di mantenere i suoi popoli in una condizione di accettabile insoddisfazione. Vale lo stesso per la UE di oggi?”

Tombs si augura che il parallelismo si fermi qui. È sperabile che entro pochi anni le élite europee si accorgano che il federalismo rappresenta un vicolo cieco e che la speranza migliore per il nostro Continente è riposta in un’associazione democratica di nazioni sovrane, tenuta assieme non da “direttive” (come quelle emanate dal cervello brussellese del brontosauro), ma da politiche di solidarietà e di buon vicinato.

But don’t hold your breath”, conclude amaramente l’Autore.

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La Guerra Fredda è stata una guerra


Da che mondo è mondo, ogni guerra si conclude con un trattato di pace e una conferenza regolativa della nuova realtà post conflitto: dalla pace di Vestfalia dopo la Guerra dei 30 anni, al Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone, a Versailles, Saint Germain, Trianon dopo la I Guerra Mondiale, a Yalta, Potsdam, Teheran dopo la II.

Nessuno invece si è preoccupato, all’indomani dell’89 e della fine della Guerra Fredda, di convocare una conferenza di pace tra vincitori e vinti, ma si è lasciato libero campo al dispiegarsi delle forze generatesi dopo la dissoluzione del blocco sovietico. Tali forze, sfuggite al controllo di una debolissima politica globale, hanno acceso scontri e guerre che potrebbero essere definite “glocali” e che in questo ultimo quasi trentennio hanno provocato stragi inaudite e sconvolgimenti profondi in tante zone del mondo.

L’Europa si è solo apparentemente salvata dalle carneficine avvenute in Africa, nel Medioriente e in Asia, con i loro milioni di morti. Non dobbiamo dimenticare infatti che, agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, la guerra in Bosnia e in Serbia ha causato oltre 200.000  vittime e che resta ancora acceso un sanguinoso conflitto in Ucraina. Per non parlare di quanto è successo e sta ancora succedendo sulla frontiera sud-orientale europea del Caucaso.

Né va trascurato il fatto che proprio dalla conclusione della Guerra Fredda è stato innescato il processo di profonda crisi e di incombente disgregazione in cui si trova oggi l’UE (non l’Europa!), nata in un mondo che non c’è più e che fa finta di non accorgersene.

Con la caduta del Muro di Berlino è terminato dunque un vero e proprio conflitto mondiale, durato oltre quarant’anni, che ha visto vincitori e vinti e, come è successo dopo i due conflitti mondiali guerreggiati, la scomparsa di un impero. La dissoluzione dell’URSS è nei fatti equiparabile a quella dell’impero russo nel 1917, degli imperi austro-ungarico e ottomano dopo il 1918 e a quella degli imperi coloniali britannico e francese dopo il 1945.[1]

La fine dell’Unione Sovietica e della divisione in due (tre) blocchi del globo, successiva al 1989 è stata invece derubricata da evento politico epocale a vittoria finale del Bene sul Male, della Libertà sulla Tirannide, del Progresso Globale e del Libero Mercato su ogni residuo concetto di socialismo, secondo un’impostazione moralistica cara al Pensiero Unico dominante dell’unica potenza egemone rimasta, gli USA.

Si è agito, in buona sostanza, in spirito di continuità con il tribunale di Norimberga, con cui si tentò di liquidare in termini etici una gigantesca, tragica questione politica. L’evidente assenza di un’efficace analisi “scientifica” degli accadimenti e di un disegno di prospettive per il futuro è drammaticamente davanti agli occhi di tutti. Tanto che su questo terreno si sono sviluppate con un certo successo teorie strampalate, come quella della “fine della Storia”.

Ha dunque trionfato la falsa coscienza, l’uso comune e acritico di concetti astratti, quali quello di “globalizzazione”, spacciato per nuovo e, soprattutto, considerato come irreversibile, laddove la Storia ci dovrebbe insegnare che non c’è nulla di irreversibile nelle vicende dell’uomo su questa Terra. Si è detto infatti che la globalizzazione in quanto tale è permanente e benefica, poiché ha consentito il progresso di vaste masse di persone su tutti i continenti, ha liberato energie individuali prima compresse, sta realizzando l’ideale illuministico dell’Uomo Cittadino del Mondo.

Non è chi non veda in ciò la trama di una nuova ideologia. La globalizzazione così come la stiamo conoscendo ed esperendo ha assunto nei fatti connotati politici ed economici ben precisi, che hanno consolidato, ampliato e aggravato enormi diseguaglianze. Secondo l’agenzia britannica OXFAM, i 62 miliardari più ricchi sono giunti a possedere una ricchezza pari a quella della metà più povera del mondo.[2] Quando dunque si parla di crescita in termini assoluti, essa è frutto di un calcolo medio tipico del trilussiano pollo.[3]

Un mondo privo di governo, lasciato in balia degli spiriti vitali senza freni del capitalismo finanziario internazionale, è destinato a vedere il ripetersi di incendi, anche molto distruttivi.

Nessun Metternich, nessun Wilson all’orizzonte, nessun tavolo attorno a cui sedersi in conferenza per tentare di prospettare nuovi equilibri. L’ONU è da tempo un mero simulacro autoreferenziale e costantemente disatteso, che esiste solo per alimentare i suoi costosissimi apparati (si è detto che circa il 70% delle risorse destinate a realizzare i suoi scopi istituzionali serve a stipendiare i funzionari e i dirigenti delle Nazioni Unite).

La globalizzazione mercatista alimenta il sentimento di profonda ingiustizia che milioni di uomini provano oggi, anche nelle aree più ricche della Terra. Ingiustizie e diseguaglianze, comunicate anch’esse capillarmente e globalmente dai media, non potranno a loro volta non alimentare frustrazione e rabbia, fino a giungere a un punto di non ritorno.

E’ già successo, circa cento anni fa, nel cuore dell’Europa uscita distrutta dalla Grande Guerra e divorata dalla speculazione finanziaria, quando la debolezza delle élites politiche non riuscì più a interpretare i bisogni dei cittadini, trattando nel contempo i sommovimenti sociali cui assistevano come crisi febbrili passeggere. Si potrebbe fare un’antologia di tali “sviste”: da chi definiva sprezzantemente Adolf Hitler un “imbianchino” a quell’ uomo politico austriaco, che, interrogato sulla possibilità dello scoppio di una rivoluzione in Russia alla metà degli anni ’10 rispose: “Chi dovrebbe farla, la Rivoluzione, per caso quel tale Trotskij seduto a un tavolo del Café Central?”[4]

La miopia, quel disturbo della vista per cui non si riesce a cogliere le prospettive a più lungo raggio e si preferisce perciò accontentarsi di quanto abbiamo immediatamente davanti alla punta del nostro naso, è il rischio maggiore che stiamo tutti correndo.

C’è estremo bisogno, prima che sia troppo tardi, che la bistrattatissima Politica, intesa in senso ciceroniano come l’attività in cui più di ogni altra “la virtù degli uomini si avvicina alla funzione somma degli dei”, torni a dialogare con gli interessi delle comunità, a temperare gli eccessi, a leggere nel presente il futuro delle nuove generazioni.

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[1] L’altro grande “impero”, il Reich tedesco, rappresenta un caso particolare, in quanto manca di un tratto caratteristico del dominio imperiale, quello di raggruppare sotto un unico scettro non solo regni diversi, ma anche nazioni e culture diverse. Non è un caso se, proprio a Versailles, all’atto della proclamazione di Guglielmo a “Kaiser” si discusse non poco sulla formula “Kaiser di Germania” o “Kaiser tedesco”. Del resto lo stesso Guglielmo I reputava di maggior valore il titolo di “re di Prussia”.

[2] http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2016/01/Rapporto-Oxfam-Gennaio-2016_-Un-Economia-per-lunopercento.pdf

[3] Trilussa, La Statistica.

[4] Le parole con cui Karl Kraus apre il libro “La terza notte di Walpurga” del 1933, sono molto significative: «Su Hitler non mi viene in mente niente». È sicuramente una battuta feroce e ben mirata, che, se da un lato ridimensiona la statura politica del dittatore tedesco, dall’altro dimostra una certa sottovalutazione dell’incombente pericolo sistemico rappresentato in Europa dal nazionalsocialismo in ascesa

Offerta formativa: e la domanda?


Da anni ormai al centro della scuola si pone l’“Offerta Formativa”, organizzata dai singoli istituti autonomi nei POF (Piani dell’Offerta Formativa) prima e nei PTOF (Piani triennali dell’Offerta Formativa) della “Buona Scuola” poi.

L’uso di vocaboli e concetti tratti dal lessico contabile ed economico è penetrato in profondità nel linguaggio scolastico degli ultimi due decenni ed è venuto ad assumere, nel tempo, un significato “strategico” non sempre consapevolmente meditato: parlare di crediti, debiti, Portfolio, “premi di produzione”, valutazione delle performances, bilancio delle competenze e così via seguitando non è mera nomenclatura, ma sostanza di una nuova identità.[1]

Anche accettando una tale impostazione mercantilistica, che riflette gli esiti dell’attuale pensiero egemonico globale, per cui ogni scelta “politica” gravita, su scala planetaria, attorno a meccanismi di produzione del profitto, colpisce il fatto che ad una “offerta formativa” formalizzata, articolata e ricca, non corrisponda una “domanda formativa” altrettanto qualificata. Esiste da qualche parte un “Piano della domanda formativa”? Chi è il compratore sul mercato della formazione e cosa chiede? Siamo certi che, in quanto singolo, egli possieda tutte le informazioni che lo mettano in grado di incontrare l’offerta in un punto che lo possa davvero soddisfare in quanto cittadino e membro di una comunità?

Questo evidente squilibrio nella logica del supposto “mercato educativo” è effetto di un processo di graduale affievolimento della Politica, intesa come attività regolatrice e partecipata delle attività umane volta al bene comune, e dell’irresistibile dispiegamento degli “spiriti animali” di keynesiana memoria, i quali stanno alla base della nuova ideologia del XXI secolo, quella della globalizzazione, che celebra il trionfo delle libertà individuali e la sconfitta  dei totalitarismi novecenteschi, forieri di terribili guerre e immense devastazioni.

Nel venticinquennio trascorso dalla caduta del Muro di Berlino, i morti e le devastazioni non sono certo mancate; la tremenda contabilità dei conflitti (guerra civile jugoslava, Afghanistan, Twin Towers, Iraq, Siria, i vari mattatoi africani, dall’Eritrea, alla Somalia, al Sud Sudan) ci dice in verità che le vittime sono state in numero maggiore di quanto non era mai accaduto nel quarantennio circa della cosiddetta “guerra fredda”. Ciò nonostante, in quella affermazione si coglie un elemento di verità: le ideologie del secolo scorso, intese come diverse e confliggenti visioni del mondo e del futuro, sembrano davvero scomparse, mentre i soggetti collettivi definiti dalle loro tradizioni e dalla loro storia si sono trasformati in mere sommatorie di individui, “liberi” di agire su orizzonti globali resi uniformi dalle regole del mercato. A ciascuno si “offre” così una prospettiva di onnipotenza, l’abbattimento di ogni confine, mentre si tende ad attribuire le eventuali sconfitte alle sole insufficienze dei singoli, non abbastanza forti, competenti e determinati a raggiungere gli obiettivi.

Questo sradicamento del singolo dalla sua Polis, considerata come un ostacolo alla realizzazione dei propri desideri e delle proprie aspirazioni, pone altresì con forza il tema della sovranità. È evidente infatti che la sovranità resta un elemento ineludibile dei processi di governo. Solo che, per dirla in inglese, la governance ha preso il sopravvento sul government, che ha cambiato residenza: dai parlamenti, che, non solo in Italia, hanno perduto dappertutto centralità e importanza, dalle istituzioni di governo, sempre meno emanazione del volere democratico dei cittadini, sempre meno autonome e capaci di sviluppare politiche nazionali, esso si è trasferito nelle sedi delle multinazionali, delle banche globalizzate e di organismi internazionali che, nati con compiti di regolazione e riequilibrio, sono diventati veri e propri organi di governo dell’economia mondiale (FMI, Banca Mondiale). Così, allo stato attuale, la dialettica tra le ragioni dell’economia e quelle della politica pare essersi spenta, in un mondo che, nel giro di pochi anni, è diventato tutto occidentale.[2]

Tornando alla scuola e alla sua “offerta formativa”, è evidente che essa asseconda questa ideologia della globalizzazione: la riuscita o meno del percorso educativo sembra dipendere esclusivamente da quanto il singolo ha saputo mettere nel suo “Portfolio” di competenze, da quante gare ha saputo vincere, da quanto si è dimostrato più forte e deciso rispetto agli altri “concorrenti”. In questa sorta di “Far West globalizzato”, che trova spesso il suo focus nella “customer satisfaction”, nel teaching for testing, nell’abbandono di ogni richiesta progettuale da parte dell’istituzione, quest’ultima si trasforma in mera cassa di risonanza di tendenze, cangianti e mutevoli (le mode culturali) e non strumento di autentica emancipazione e di educazione critica del cittadino.

Occorre perciò introdurre urgenti e decisive correzioni, poiché è evidente che la postulata assoluta libertà dell’individuo è una questione di “falsa coscienza”, che cela un più profondo e non democratico asservimento a poteri incontrollati e incontrollabili; come pure l’idea che, combattendo con un arsenale appropriato, costruito accedendo a un’offerta formativa molto ricca, l’individuo possa sempre farcela, a dispetto delle circostanze in cui opera.[3]

L’economia pianificata, si sa, è stata spazzata via da sciagurate esperienze, ma come si suole dire con abusata metafora, si ha l’impressione che, assieme all’acqua indubitabilmente sporca, si sia gettato via anche il bambino. E il bambino è, sempre metaforicamente, l’immagine che il Paese vuole dare di sé ai propri figli, che non può non avere una fisionomia, non può essere solo un grumo di interessi particolari che trova composizioni provvisorie e comunque sempre dominate da logiche anarcoidi, che con la Polis hanno poco a che fare.

È di oggi il dato della emigrazione di giovani italiani con livello di formazione medio-alto: oltre 100.000 nel solo 2015. Si tratta di una notizia che non desterebbe in sé preoccupazione, se ci fosse a fare da contrappeso un’immigrazione altrettanto sostanziosa di giovani cervelli stranieri nel nostro Paese. Ma così non è. Tale asimmetria è l’esito evidente di una domanda di lavoro (“domanda formativa”) sempre più quantitativamente insufficiente e qualitativamente carente, della mancanza di una visione progettuale del nostri bisogni, che colleghi un’offerta ricca e qualificata come è quella del sistema educativo italiano alle esigenze presenti e future e al ruolo che vogliamo assegnare al nostro Paese.[4]

Un recupero della progettualità sul lato della domanda, ovvero sul lato dei soggetti sociali e politici, capaci di individuare priorità e gerarchie di valori, contribuirebbe a riequilibrare il sistema, oggi sottoposto a oscillazioni imprevedibili, che preludono, anche nella scuola, ad un aumento della dissipazione e della frustrazione collettiva.

 

[1] Senza parlare poi della logica della competizione (concorrenza tra istituti), realizzata attraverso un numero sempre crescente di concorsi, premi, classifiche. Vedi in questo blog “Gareggio dunque sono” del 20 marzo 2016 e su “Education 2.0” http://www.educationduepuntozero.it/professione-docente/03-40213858199.shtml.

[2] Sapreste distinguere una metropoli cinese o indonesiana o africana da una metropoli europea o nordamericana? Che cosa sono le immense conurbazioni sorte nei deserti della Penisola Arabica se non riflessi urbanistici di un’unica idea di città, di abitare e di produrre?

[3] SOLONE, Elegia del Buon governo, fr. 4: “Così, il male pubblico giunge nella dimora di ciascuno/e la porta del cortile non riesce a trattenerlo/oltre l’alto muro salta, e ti trova comunque/anche se ti sei rifugiato nella parte più interna della casa.”

[4] Vedi, ad esempio, per un lettura analitica dei dati: http://www.corriere.it/economia/16_marzo_20/piu-partenze-che-arrivi-l-italia-a-sorpresa-paese-emigrati-0c9186a6-eee1-11e5-a851-4eb96ea5fe45.shtml e http://www.retisolidali.it/italiani-emigrati-piu-degli-immigrati-stranieri