“La rabbia e l’algoritmo”. Considerazioni su un articolo di Giuliano da Empoli.


In un interessante e per molti versi suggestivo articolo di Giuliano da Empoli, segnalatomi dall’amico Carlo Batini e di cui consiglio la lettura (“La rabbia e l’algoritmo”, www.voltaitalia.org), si compie – finalmente – un’analisi intelligente del fenomeno politico “M5S”: “Il punto è che è arrivato il momento di prendere sul serio il Movimento 5 Stelle”, visto che “il M5S è parte di un movimento globale che sta cambiando il volto delle democrazie liberali dell’occidente”.

Nel prosieguo del suo discorso, da Empoli introduce una categoria interpretativa tratta da un libro di Peter Sloterdijk (Zorn und Zeit, Frankfurt, 2006), la rabbia, che, a partire dalla prima parola dell’Iliade omerica, avrebbe determinato la storia dell’Occidente.

Citando Sloterdijk, si parla di “banche della collera” riferendosi alla Chiesa e ai partiti della sinistra. Tali banche “trasformavano i perdenti in militanti e offrivano uno sbocco politico alla loro rabbia.” Con il fallimento di queste due banche, “nessuno gestisce più la collera accumulata negli uomini”. La Chiesa secolarizzata parla infatti sempre meno di riscatto nell’Aldilà per i derelitti dell’Aldiquà, mentre i partiti di sinistra “sono venuti a patti con i principi della democrazia liberale e le regole del mercato” (vedi il blairismo).

L’originalità del M5S, che resterebbe comunque tutto interno alla galassia neo-nazionalista e populista, starebbe proprio nell’aver portato a sintesi originale ed efficace la rabbia, impersonata dalla fisicità strabordante di un comico, Beppe Grillo, e l’algida potenza dell’algoritmo, rappresentata dalla Casaleggio & Associati: “La forza e la resilienza del M5S, provengono dunque da questa combinazione: il populismo tradizionale che si sposa con l’algoritmo e partorisce una vera e propria macchina da guerra, per nulla gioiosa, ma tremendamente efficace.”

Il M5S avrebbe due caratteristiche specifiche: una “vocazione totalitaria” e un funzionamento analogo al Page Rank di Google. La prima si manifesterebbe come rifiuto di allearsi con qualsivoglia partito, avendo l’ambizione di rappresentare “non una parte, ma la totalità del popolo”; la seconda si rifletterebbe nell’assenza di un programma politico preciso, sostituito da un algoritmo che ne elabora di volta in volta uno, assumendo contenuti e temi che piacciono di più alla maggioranza degli internauti: “la macchina del Movimento è la traduzione politica di Google.

Nel cogliere la radicalità della sfida che il M5S porta ai tradizionali modi di fare politica, sottolineando peraltro il fatto che lo stesso “è riuscito a conquistare una larghissima quota di giovani”, Da Empoli si rivolge al PD e individua, nella sua azione di contrasto al M5S, tre possibili tentazioni, tutte e tre insufficienti: la tentazione giacobina, la tentazione elitaria, la tentazione dorotea.

La prima ha il difetto di affrontare l’avversario sul suo stesso terreno, quello dell’opposizione dura e pura, dove un partito a vocazione governativa si muove assai male; la seconda vorrebbe “accendere i riflettori” della Ragione sulle contraddizioni e sulle opacità dell’M5S, ma non fa i conti con il fatto che ciò che conta è la narrazione, ovvero il messaggio di insieme, anche se contiene falsità e deformazioni, purché corrisponda alle esperienze e alle sensazioni “vere” di chi lo ascolta , laddove “la  visione complessiva dei governanti e dei partiti tradizionali [continua] ad essere percepita come poco pertinente rispetto alla realtà.”

La terza è quella di costruire una fortezza che accolga tutti i fautori della vecchia politica minacciata (le Grandi Coalizioni, tanto diffuse in tutta Europa), per tentare di arginare la rabbia dei nuovi barbari.

Nella parte conclusiva del suo saggio, da Empoli interpreta in questa chiave anche la prima fase del governo Renzi, che ha dimostrato di saper rispondere alla rabbia, facendo proprio l’attacco all’ establishment tradotto con la formula che il linguaggio corrente definirebbe “populista”. Una posizione critica spregiudicata che si sarebbe definita alla fine degli anni Novanta “oltre la destra e la sinistra”. Poi tutto è precipitato: “In seguito, la capacità del governo Renzi di dare uno sbocco politico alla rabbia è andata riducendosi, fino alla sconfitta del referendum.” Se il giudizio è, come sembra, corretto, se ne deve dedurre che l’assunzione della rabbia era un escamotage e l’implicita promessa di attaccarne le ragioni una promessa inconsistente.

 Emerge con chiarezza il forte timore dell’inadeguatezza del PD, considerato il perno inamovibile della politica italiana, di fronte al pericoloso nulla dei grillini: “Il M5S è pura quantità” e ancora “Il mondo dei grillini è il futuro orwelliano delle cellule di Matrix. La loro classe dirigente è mediocre.” Dunque, una sentenza inappellabile.

La soluzione? Che il PD, l’unico che, evidentemente, può farlo, diventi “il partito della qualità”, da contrapporre alla “quantità” grillina.

Produrre qualità nella politica significa “distinguere tra progresso e innovazione”, rimettere politicamente mano a questioni fondamentali quali “La qualità della vita, la qualità delle relazioni umane, la qualità del futuro che stiamo costruendo per i nostri figli.”

Aver trascurato questa differenza ha significato accendere focolai di rabbia tra chi ha vissuto la globalizzazione dell’economia, l’integrazione europea, l’immigrazione di massa come fenomeni dolorosi e distruttivi, come pure l’aver considerato come ineluttabili e irreversibili taluni “traguardi” raggiunti (l’Unione Europea, la moneta unica, l’abbandono del protezionismo, la chiusura delle frontiere, la radicale cancellazione del concetto di sovranità): “Smettiamo di dire che non si può fare e cerchiamo di dimostrare che non è una buona idea farlo. Meglio ancora, spieghiamo qual è la nostra alternativa.”

Perché, alla fine, un merito ai “populismi” in ascesa in tutto il mondo, glielo si attribuisce, quello di aver (ri)aperto i cancelli della rabbia e di aver rimesso al centro la necessità di una risposta politica “di qualità” a quella rabbia.

Un articolo, come ho detto all’inizio, senza dubbio intelligente. Mi permetto di fare solo alcune osservazioni, non marginali:

  1. – Il concetto di “rabbia” come categoria che viaggia indisturbata nella storia e che, come un fiume carsico, riemerge laddove eventi esterni lo consentono, mi pare suggestiva, ma debole sul piano interpretativo. In questo senso si tratta di una semplificazione estrema delle vicissitudini umane, lette all’interno di una eterna, illuministica polarità bene-male, luce-tenebre, dove la rabbia è sempre la Negation, contrapposta alla Position della Ragione. C’è invece rabbia e rabbia: quella del nobile Achille, quella del Quarto Stato e quella più recente delle banlieues parigine e dei ceti medi e operai della Rust Belt americana, impoveriti da processi di globalizzazione incontrollata. E ciascuna merita una risposta sua propria. Se non se ne intravvede l’origine negli squilibri, comunque percepiti, nei rapporti sociali, una sorta di psicoterapia collettiva prende il posto della ricerca di una soluzione politica, vale a dire storicamente rilevante.
  2. – L’uso di un concetto così generale come quello di “rabbia” induce un altro errore interpretativo: dovendo polarizzare l’analisi, si finisce per considerare come fossero la stessa cosa la vittoria di Trump, il FN di Marine Le Pen, l’Ukip di Farage (ma a questo punto anche i conservatori di Lady May), il M5S, Podemos e l’AfD tedesca. Per dare sostanza a questa operazione si usa un’unica rubrica, quella del “populismo”, parola alla moda, spesa senza risparmio in tutti gli ambiti (mi aspetto di vederla presto applicata alla cucina e al giardinaggio).
  3. – Anche in questo scritto si fa ampio uso del termine “populismo”. La sua origine è russa e qualifica un movimento politico sviluppatosi tra la fine dell’800 e gli inizi del 900, guidato da intellettuali che, “andando verso il popolo” facevano proseliti in vista della creazione di una società che contrapponeva le virtù del mondo rurale alla corruzione e alla disumanità del nuovo mondo industrializzato. Un riflesso di tale dottrina fu in Italia il cosiddetto “socialismo umanitario” (Pascoli). A questo tipo di socialismo si contrapponeva il “socialismo scientifico” marxista ed è in questo ambito culturale che va cercata l’accezione negativa del termine “populista”. Il populismo non prevede la lotta tra le classi, ma pone al centro il conflitto tra principi assoluti (il bene, il male, il giusto, l’ingiusto, la verità, la menzogna). Depositario delle virtù positive è il “popolo”, concetto etico-romantico più che politico (il giornale della vecchia DC si intitolava, non a caso, “Il Popolo”) dalle molte e indefinibili sfaccettature. Nella storia è possibile rintracciare una stretta relazione tra le grandi faglie attivatesi in determinati momenti di crisi e il sorgere di dottrine populiste: quella tra il tramonto delle società agricole e l’alba delle società industriali, quella tra la seconda e la terza rivoluzione industriale, quella che viviamo oggi, con la scomparsa di un intero mondo (l’emisfero del socialismo reale) e il predominio del capitale finanziario, unito alle straordinarie trasformazioni indotte dalle tecnologie informatiche e dalla robotica. Una dottrina della crisi, dunque, che va in cerca di sicurezze “semplici” in un mondo la cui complessità e aleatorietà è insostenibile. Non per questo “populismo” è un aggettivo da usare con sprezzo, quasi fosse un sottoprodotto del pensiero politico, oppure, come si fa perlopiù, un sinonimo di demagogia. La risposta alle dottrine populiste non può che essere politica, nel senso di un’analisi più alta in grado di cogliere i fallimenti della politica corrente che certamente ha a che fare con l’origine e la forza contagiosa di ciò che si definisce rabbia e che in democrazia riflette il dissenso, la consapevolezza o la sensazione di essere “tagliati fuori”, confinati nell’irrilevanza, come sempre di più capita a grandi masse di ceti medi, una volta considerati il pilastro di un equilibrato assetto sociale. In altri termini, la critica rimane astratta e inefficace se basata sulla negazione dei problemi e dei malesseri che nella categoria del “populismo”, una semplificazione di comodo, troverebbero una spiegazione e una risposta, oscurando l’ammonimento degli antichi greci che, a fronte della complessità dei problemi, raccomandavano la “ricerca scientifica delle cause” (historìa).
  4. – L’analisi della breve parabola renziana fatta dall’Autore mi pare contraddittoria: un periodo iniziale “felice” e poi la “decadenza”. Il perché di questa involuzione non è detto. Forse non si è preso in considerazione il fatto che le risposte del primo Renzi di cui parla in positivo Da Empoli sono un’indigesta miscela di paragrillismo e, giustappunto, di “populismo” (vedi gli strilli bellicosi seguiti da puntuali sottomissioni in Europa, il “dare al popolo” senza alcun quadro prospettico di riferimento, come gli 80 €, il bonus indiscriminato a tutti i diciottenni, le varie mancette sparpagliate a pioggia sulle diverse categorie) e di mero governo del main stream (il Jobs Act, tentativo sostanzialmente fallito di far ripartire l’economia, che ha recato vantaggi solo alle imprese con la massiccia defiscalizzazione dei contributi, la scombiccherata riforma definita con inconsapevole ironia della “Buona Scuola”, che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si prefigurava e che si è aperta con “il peggiore anno scolastico degli ultimi tempi” – parola di sindacato e, soprattutto, del personale scolastico che ne è stato vittima).

Resta ad ogni buon conto di primordiale importanza il richiamo che Da Empoli fa al recupero della qualità della politica, cioè a dire della necessità di mettere al bando frasi fatte, pregiudizi, luoghi comuni, supposte irreversibilità, rimettendo in moto un pensiero a tutto campo, capace di interpretare e di dare risposte autentiche ai bisogni, molto spesso di elementare benessere e di identità sociale, dell’uomo sulla Terra e di rischiarare la notte in cui ci troviamo e in cui le vacche sono diventate davvero tutte grigie.

 

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(*) Queste considerazioni sono anche frutto di un utile scambio di idee avuto con l’amico Antonio Lettieri.

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Una riflessione di Giuseppe Cappello (“Il governo Gentiloni e Montesquieu”) e un mio commento


 

Pubblico qui un intervento di Giuseppe Cappello, poeta finissimo e ottimo insegnante di filosofia e storia, a proposito del nuovo (si fa per dire) governo guidato da Paolo Gentiloni Silverj, corredato da un mio commento. Buona discussione a tutti!

“Credo che la formazione del nuovo governo Gentiloni contenga molte indicazioni che ci permettono di individuare il risultato profondo del referendum del 4 dicembre. La vittoria del NO, infatti, a mio avviso, oltre a sancire la riaffermazione della Costituzione vigente ha con essa riaffermato l’orizzonte generale della  vita pubblica italiana che credo sia destinata a ristabilizzarsi sulle coordinate che proveremo a dire. Innanzitutto la rinascita di un parlamentarismo paralizzante ai fini dell’azione politica; una paralisi in cui i poteri forti e occulti la faranno da padrone più di quanto non sarebbe potuto accadere con la rifoma; quindi, l’indicazione di un ritorno a una legge elettorale proporzianale che è il congenere corollario dell’atavico parlamentarismo paralizzante italiano; paralizzante e, per esprimere comunque un governo, appunto, destinato alla pratica della più vasta tessitura di una fitta e occulta rete di inciuci. Cosa sembra infatti trasparire dalla formazione del nuovo governo se non un rispolvero in grande stile del manuale Cencelli? Tutti sono stati ‘accontentati’. Renzi, innanzitutto, continua a esercitare i suo controllo sulla politica italiana grazie alle sue persone di fiducia quali la sottosegretaria Maria Elena Boschi, il ministro Graziano del Rio, il ministro Poletti e, con una buona dose di ironia, sullo scranno del Ministero dello Sport, Luca Lotti; i sindacati hanno ricevuto anche essi il loro compenso con l’ingresso nella compagine di governo della CGIL nello strategico ministero dell’istruzione: il governo spera (invano) di ricucire con il mondo della scuola e il sindacato potrà esibire la sua sclerotica vitalità di fronte a chi deve rinnovare a breve la propria tessera; la minoranza del PD e in particolare D’Alema ha ottenuto l’importante Ministero degli Interni; Berlusconi diverrà di nuovo l’ago della bilancia della politica italiana (nessuno potrà governare senza allearsi con lui); il mondo cattolico più retrivo, abituato a controllare la sanità pubblica e privata, vede Beatrice Lorenzin ancora in posizione di comando nonostante le numerose gaffe della propaganda sul fertility day; e perfino i Grillini e la Lega, a loro insaputa, rientrano tra i beneficiari di questo nuovo governo: potranno continuare a sottrarsi dalla prova del governo e esercitare la loro più riuscita attività dell’opposizione che strepita e si dibatte. Insomma, altro che governo fotocopia, quello di Gentiloni, come si addita da più parti: con questa nuova esperienza ci sembra piuttosto che Renzi abbia dismesso la sua più audace tenuta da riformatore, bella o non bella a seconda dei punti di vista, per entrare fra gli abiti più grigi della conservazione. Forse per un momento di pausa e per una nuova sortita, più prudente ed esperta, da riformatore? Lo vedremo. Per adesso ci sembrano più intonate con la direzione che sta (ri)prendendo la politica italiana, grazie alla vittoria del NO, le parole di Montesquieu lì dove egli scrive: «tutte le società che in fondo sono un’unione di spiriti, si forma un carattere comune. Quest’anima universale assume un modo di pensare che è l’effetto di una catena infinita di cause che si combinano e si moltiplicano da un secolo all’altro. Una volta che il tono è dato e fatto proprio, esso solo governa, e tutto ciò che i sovrani, i magistrati, i popoli possono fare o immaginare, sia che sembrino opporsi, sia che si adeguino, sempre vi si riferisce». Speriamo che non sia così e qualcosa si rimetta in movimento verso il futuro ma temo che questo sia solo, per dirla con Feuerbach, un «ottativo del cuore» di un’irriducibile riformista di sinistra.”

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Gentile Professore,
in nome del dialogo che appassiona entrambi (direi però più ciceroniano che socratico, visto che non si tratta di far nascere maieuticamente una creatura già concepita, ma di un più romano confronto tra posizioni diverse), commento il suo scritto:
1. – “rinascita di un parlamentarismo paralizzante”. Siamo in pieno renzismo. Le istituzioni democratiche sono “paralizzanti” in quanto tali, perché imbrigliano la volontà del Capo e della sua Gefolgschaft? Mi pare affermazione pericolosa, anche perché attribuisce alle istituzioni colpe e responsabilità che sono di chi quelle istituzioni utilizza;
2. – “i poteri forti la faranno da padrone”. Mi pare che con il piccolo Duce di Pontassieve i poteri forti abbiano spadroneggiato un po’ dappertutto (la dottrina JP Morgan, i donativi a Confindustria, le banche, ecc.). Con la vittoria del SI, il sistema sarebbe andato definitivamente a regime e tutto avrebbe funzionato più speditamente (ah, il demone della velocità!). Certo non per quel 25% di italiani alla soglia della povertà e per gli altri 5 milioni che poveri lo sono di già.
3. – “la minoranza PD e in particolare d’Alema ha ottenuto l’importante ministero dell’interno”. Definire Minniti dalemiano è operazione audace, su cui lo stesso interessato avrebbe da dire. Educato da “Baffino”, certo, ma presto diventato renziano convinto (vedi le ultime posizioni prese). La minoranza PD è invece restata a bocca asciutta, come si merita.
4. – “i grillini rientrano tra i beneficiari del governo Gentiloni”. Vero. Sospetto che un esecutivo così sgangherato e bugiardo (vedi l’ineffabile Maria Elena) lo abbiano dettato Di Maio e Di Battista, allo scopo di raggiungere, alle prossime elezioni, il famoso 41% dei voti;
5. “Renzi ha dismesso la sua più audace tenuta di riformatore”. La narrazione renziana ha qui colto nel segno, se è riuscita a far credere, anche a una persona intelligente come lei, di provenire da un “riformatore”. Qualche parola in libertà, nello stile futurista che è proprio del Nostro: voucher, contratti a tutele crescenti, Buonascuola, sanità lorenziniana, stagnazione economica (siamo ormai l’unico Paese d’Europa, oltre la povera Grecia, che resta in coda e non cresce), disoccupazione giovanile alle stelle, desertificazione di intere regioni (vedi Sardegna e il sud in generale, per il quale, udite, udite, il governo Gentiloni ha riesumato il ministro per il Mezzogiorno). L’elenco delle false o non riuscite riforme potrebbe continuare. Il fatto è che Renzi è sempre stato un doroteo rivestito di panni grillini. Il travestimento ha retto, ma poi, come si sa, le bugie hanno le gambe corte e in quanto a bugie, il Bomba non è secondo a nessuno.
6. – Quanto alla bella citazione di Montesquieu, non mi trova d’accordo l’intonazione nostalgico-pessimistica per cui la sconfitta del SI sarebbe stata la sconfitta della ragione e la vittoria del NO la vittoria delle masse senza volto e senza testa, con un Renzi che, a mezzo tra De Gaulle e Garibaldi, si chiude a Pontassieve/Colombey-les-Deux-Églises/Caprera, per ritornare “più prudente ed esperto, da riformatore”. Il Cielo ce ne scampi.
Chiudo questo mio lungo commento: la meteora Renzi ha illuminato il cielo per mille giorni e poi è declinata lasciando di nuovo tutti al buio, con i problemi di fondo del Paese rimasti irrisolti. Si è trattato di un tentativo, tutto giocato all’interno dei luoghi del potere, di sostituire il vecchio gruppo dirigente con un altro, più giovane e trendy. Tutto qui. Verrebbe da dire, crocianamente, heri dicebamus.

 

Spigolature postreferendarie: Partito della Nazione o Partito dei Pensionati?


Ricevuto il duro colpo, l’ex presidente del consiglio ha dato segni di sbandamento: prima, a caldo, un discorso di pseudocommiato, intriso di retorica (ah, quel rapido cenno languido alla moglie Agnese! Ennesima, evidente citazione/imitazione dell’idolatrata coppia Barack-Michelle) e senza alcun cenno di autocritica per il pasticcio costituzionale che voleva far ingurgitare agli italiani.

Poi, più tardi, confortato dalle menti illuminate che lo circondano (pensate a Jim Messina, definito “il guru che fa sempre fiasco”, da Cameron a Clinton, passando per Rajoy e infine Renzi, pensate a Matteo Orfini e a Luca Lotti e ditemi se non vi viene in mente qualcosa a mezzo tra il bar Sport e il declino dell’Occidente), ha sposato la causa, prima aborrita, di andare al più presto alle elezioni, per ripristinare, dopo quattro anni di sospensione, le normali procedure decisionali di una democrazia, sospensione di cui è stato il maggior beneficiario, auspice Giorgio Napolitano.

Perché questo revirement? Non doveva, il Nostro, abbandonare la politica e cambiare mestiere? Il fatto è che, udite, udite, la sconfitta è stata solo apparente, poiché il SI ha ottenuto il 41% circa dei voti e quei voti sono tutti di e per Matteo. Semplice no?

Vorrei tuttavia sommessamente attirare l’attenzione su almeno un aspetto importante: oltre al fatto che assimilare il voto referendario al voto politico potrebbe essere drammaticamente fuorviante, l’analisi scomposta del dato elettorale ci mette di fronte a un elemento di giudizio di cui si parla troppo poco, cioè a dire la suddivisione dei votanti per fasce d’età.

In questo caso si è verificato quanto segue (fonte “Studio Quorum” per SkyTG24):

 Fascia d’età 18 – 34: NO 81% 

Fascia d’età 35 – 54: NO 67%

Fascia d’età over 55: SI 53% (all’interno di questa fascia la prevalenza del SI è dovuta agli over 65)

Dunque, ricapitolando, il 41% del fronte del SI, quello del cambiamento, del movimento, del progresso inarrestabile, dei rottamatori è composto in larghissima parte da ultrasessantenni.

Sono dunque queste le forze nuove su cui Renzi conta per risorgere dalle ceneri?

Se così è,  si capirebbe anche la fretta improvvisa con cui vuole tesaurizzare il risultato e andare a votare il prima possibile, prima cioè che sia troppo tardi e che gli immutabili cicli della Natura facciano il loro corso.

 

 

Analfabetismo istituzionale al galoppo


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La Corte Costituzionale ha bocciato il nòcciolo della c.d. “Riforma Madia” della P.A.

La risposta del presidente Matteo è stata: è impossibile governare questo Paese, siamo circondati da una burocrazia opprimente.

Dunque, nell’opinione del Nostro, la Corte Costituzionale è un organo burocratico “opprimente”, probabilmente anch’esso da sveltire, semplificare, ridurre …. rottamare.

Sull’anatema, questo sì populistico, lanciato da tempo sulla burocrazia tout court dal presidente del consiglio e dal suo entourage ho avuto già modo di esprimermi su questo stesso blog, due anni fa (“Elogio della burocrazia”, q.v.). Mai però avrei creduto che anche la Corte Costituzionale potesse essere considerata non l’istanza suprema della Repubblica, ma, addirittura, un ufficio per il disbrigo di pratiche e procedure, dove quindici vegliardi un po’ rintronatelli ce la mettono tutta per infilare bastoni tra le ruote della locomotiva del progresso renziano. Velocità, velocità, ci vuole, basta vecchi, coi loro lacci e lacciuoli, grida il nostro Marinetti redivivo!

Mi permetto, con molta lentezza, di suggerire, la prossima volta, una maggior cura nella stesura dei dispositivi di legge, che sempre più spesso vengono scritti in forma indecorosa e persino scorretta.

I collaboratori della giovane Madia, il suo ufficio studi, non si erano accorti che quella formulazione era patentemente scorretta dal punto di vista costituzionale?

In questi casi, bisognerebbe chiedere scusa agli italiani per il tempo che si è fatto loro perdere e ravvedersi. Ma l’umiltà di ammettere i propri errori è diventata ormai merce rara.

TRUMP, PUTIN E LA SEDUZIONE DELL’UOMO FORTE


Traduco qui alcuni brani di un interessante articolo di Gideon Rachman, pubblicato sul “Financial Times” del 17 maggio scorso e segnalatomi dall’amico Antonio Lettieri.

Mi verrebbe da dire, anche in riferimento all’Europa e all’Italia, “de te fabula narratur”.

Certo, modi e proporzioni sono fortunatamente altri e diversi, almeno per ora. Credo tuttavia che non si possa non riconoscere, nell’emergere sempre più diffuso dell’”uomo solo al comando” come modello generalizzabile di governo, che Rachman coglie a livello globale, un tratto caratteristico comune ed evidente anche nelle avanzate democrazie europee, un tratto da cui i nostri media non mettono sufficientemente in guardia l’opinione pubblica.

“L’ascesa di Donald Trump è stata accompagnata da prevedibili commenti del tipo ‘può capitare solo in America’. Tuttavia si comprende meglio il fenomeno Trump se lo si considera come un segmento di una tendenza globale, cioè a dire quella del ritorno dell’Uomo Forte sulla scena politica internazionale.”

Rachman pone nel 2012 l’anno di svolta:

” A maggio Vladimir Putin torna al Cremlino come presidente della Federazione Russa. Pochi mesi più tardi Xi Jinping prende possesso della carica di segretario generale del partito comunista cinese. Sia Putin che Xi sostituiscono dei leaders poco carismatici – Dmitry Medvedev e Hu Jintao – e fanno rapidamente le prime mosse verso un nuovo stile di governo. I media compiacenti sono incoraggiati a costruire un culto della personalità, sottolineando la forza e il patriottismo dell’Uomo Nuovo alla testa del Paese.”

Questa tendenza si diffonde poi dalla Russia e dalla Cina anche in altre aree del globo:

” A luglio del 2013 si verifica un colpo di stato in Egitto, che rovescia il governo dei Fratelli Musulmani e segna l’ascesa al potere di Abdel Fattah al-Sisi, già comandante in capo delle forze armate. L’anno dopo Recep Tayyip Erdohan, che è stato primo ministro per 11 anni, viene eletto presidente della Turchia. Fin da subito si muove per rafforzare l’istituto presidenziale, marginalizzando gli altri leaders e dando un giro di vite alla libertà di stampa.”

Secondo Rachman, il fenomeno Erdohan è particolarmente interessante, perché dimostra:

“Che le democrazie non sono affatto immuni dalla seduzione esercitata dall’Uomo Forte. Erdohan è autoritario per istinto, ma ha conquistato il potere attraverso le elezioni.”

Stesso discorso per Narendra Modi e per altri leaders:

“Eletto primo ministro indiano nel 2014, ha fatto campagna elettorale basandosi sulla sua forza personale e sul suo dinamismo, promettendo di invertire la deriva degli anni del governo moderato e conciliante di Manmoah Singh. In Ungheria Viktor Orban, eletto primo ministro, ha mostrato subito un deciso profilo autoritario. […] La settimana scorsa, le Filippine hanno eletto presidente un populista, Rodrigo Duterte, che sostituisce il cauto tecnocrate Benigno Aquino.”

Parlando del caso Donald Trump, l’A. ritiene che:

“Gli americani potrebbero anche rifiutarsi all’idea che la politica USA abbia qualcosa in comune con quella russa e cinese. Tuttavia, nella realtà dei fatti, Trump, che ormai sembra essersi assicurato la nomination per la candidatura repubblicana alla Casa Bianca, manifesta molte delle caratteristiche riscontrate nei comportamenti degli altri uomini forti al potere, Putin, Xi, Erdohan, al-Sisi, Modi, Orban, Duterte. Tutti costoro hanno promesso di mettersi alla testa di una rinascita dei sentimenti nazionali servendosi della forza delle loro personalità e della esplicita volontà di ignorare le sofisticherie del liberalismo. In molti casi, la promessa di una leadership “decisa a decidere” è sostenuta da una netta intenzione, talvolta implicita, talaltra esplicita, a usare metodi violenti e illegali contro i nemici dello stato.”

Alcuni esempi: “Le tattiche brutali usate da Putin nella seconda guerra cecena sono ben note agli elettori russi. Modi ha avuto probabilmente un ruolo nel bagno di sangue accaduto nel suo stato del Gujarat, tanto che per molti anni gli è stato impedito l’ingresso negli Stati Uniti. Al-Sisi si è garantito il potere con i massacri perpetrati nelle vie del Cairo e persino negli USA, uno stato di diritto, Trump ha promesso di torturare i terroristi e di uccidere i membri delle loro famiglie.”

Importante la sottolineatura che Rachman fa del rapporto critico tra Uomo Forte e libera stampa:

“La leadership dell’Uomo Forte si accompagna solitamente a un’estrema suscettibilità nei confronti delle critiche. Sia Putin che Xi hanno fortemente compresso le libertà di espressione. In Turchia, Erdohan ha citato in giudizio circa 2000 persone per diffamazione. Trump non perde occasione per insultare i media e ha dichiarato che renderà più facile per i politici denunciare i giornalisti.”

Alle radici del potere dell’Uomo Forte vi sono :

“Il senso di insicurezza, di paura e di frustrazione. Così Putin e Erdohan dipingono la Russia e la Turchia come Paesi circondati da nemici; al-Sisi ha promesso di liberare l’Egitto dal terrorismo. Xi e Modi hanno fatto tesoro delle frustrazioni dell’uomo comune nei confronti della corruzione e delle ineguaglianze sociali. La campagna di Trump ha incluso elementi tipici di questi argomenti, con la promessa di arginare il declino nazionale e di farla finita con delinquenti e immigrati.”

Al polo opposto Rachman colloca Barack Obama e Angela Merkel, i quali:

“Si dimostrano entrambi cauti e capaci di prendere decisioni su scala globale, [mentre] il nazionalismo arrischiato di Putin ha fatto proseliti in Cina, nel mondo arabo e altrove. Trump e Putin sembra abbiano configurato una sorta di comunità di mutua ammirazione. Spesso gli uomini forti vanno d’accordo tra loro, almeno agli inizi. Tuttavia, proprio perché le loro relazioni si basano sulla condivisione di un deciso stile ostentatorio piuttosto che su principi fondanti, non è raro che esse si deteriorino clamorosamente. Erdohan ha mantenuto stretti rapporti con Putin e con Assad fino in tempi recenti; poi tali rapporti  si sono trasformati in fiere inimicizie. Andando indietro nella storia, il patto tra Hitler e Stalin del 1939 aprì la strada, due anni più tardi, alla guerra tra la Germania e l’URSS.”

La conclusione è pregnante e non può non inquietare:

“L’allarmante verità è che raramente l’impatto di una leadership dell’Uomo Forte ha effetti limitati all’interno dei confini nazionali. Molto di frequente, il fiume carsico della violenza che essa fa scorrere nella politica interna, emerge anche sul teatro internazionale.”

                                                                                                                                    Gideon Rachman

 

LA VISITA DI RENZI A VENTOTENE: OSSERVAZIONI DI UN CITTADINO EUROPEO SUL FUTURO DELL’EUROPA


Matteo Renzi, reduce da Berlino e dal deludente incontro con Angela Merkel di venerdì 29 gennaio scorso, è andato a Ventotene, a portare fiori sulla tomba di Altiero Spinelli, uno dei Padri Nobili dell’Europa intesa come entità politica sovranazionale, tentando di costruirsi un profilo di statista internazionale che, con tutta evidenza, non possiede.(1)
Il Manifesto spinelliano risale a 70 anni fa. Si tratta di un torno di tempo che va oltre le due generazioni, durante il quale il mondo, è banale dirlo, ha subito sconvolgenti trasformazioni.
Il concetto di Europa non può dunque restare lo stesso degli anni ‘40, né può essere ripetuto come un mantra negli stessi termini in cui alcuni visionari lo elaborarono mentre era ancora in corso la guerra.
Se andiamo alla radice vera dell’ideale europeista, non possiamo non individuarne un motore fondamentale, dopo Potsdam, nella presenza ormai consolidata dell’URSS nel centro del Vecchio Continente e la necessità, da parte degli USA e delle ex grandi potenze europee (Francia e Regno Unito), di arginare una sua ulteriore avanzata.
Il 5 marzo del 1946, al Westminster College di Fulton, nel Missouri, Churchill pronuncia il celebre suo discorso passato alla storia come il ‘Discorso della Cortina di Ferro’: “Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente. Dietro quella linea giacciono tutte le capitali dei vecchi stati dell’Europa Centrale ed Orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia; tutte queste famose città e le popolazioni attorno ad esse, giacciono in quella che devo chiamare sfera Sovietica, e sono tutte soggette, in un modo o nell’altro, non solo all’influenza Sovietica ma anche a una altissima e in alcuni casi crescente forma di controllo da Mosca.”. L’unità europea venne così compromessa con la dissezione del suo stesso cuore, quella Mitteleuropa che aveva determinato per secoli fisionomia e destini dell’intero Continente.
Accanto a questo fattore, ve ne è un secondo, stavolta interno al campo occidentale: la relazione storicamente drammatica tra le due sponde del Reno.
Sul grande fiume corre infatti una faglia antica, che risale nel tempo fino ad Augusto, alla sua sconfitta a Teutoburgo e alla nascita di due Europe, una latina e una germanica. Si può dire che, da Carlo Magno in poi l’Europa è vissuta attorno a questo incontro-scontro, con alterne vicende e alterne supremazie, da Luigi XIV a Bismarck.
Nella storia più vicina a noi, quella cioè del secondo Dopoguerra, la Francia, ammessa nel novero dei vincitori per la straordinaria intelligenza politica di De Gaulle, e la Germania, sconfitta per la seconda volta nel corso di una generazione, fatta a pezzi e ridotta a un cumulo di macerie, non hanno per questo cessato di rappresentare “la” questione europea. Di conseguenza, anche l’attuale asse franco-tedesco, seppur indebolito per la mediocre statura dei suoi massimi rappresentanti, non è solo “una” delle possibili strategie della politica europea, come parrebbe credere il nostro presidente del consiglio quando ne chiede lo smantellamento in nome di una supposta e mai esistita collegialità europea; essa rappresenta in realtà un dato geopolitico ineludibile.
Nell’ultimo settantennio la dinamica del rapporto franco-tedesco si può raffigurare come un moto pendolare partito da un punto iniziale di indiscutibile egemonia politico-economica della Francia vittoriosa. E’ soprattutto con Charles de Gaulle che essa tese a subordinare il potenziale economico della Germania, la cui rinascita era facilmente prevedibile, nonostante le immani distruzioni della guerra, mantenendo la stessa Germania in una condizione di divisione (nel 1949 nasce la BRD ad occidente, seguita immediatamente dopo dalla DDR a oriente) e di insignificanza politica.
Tappe fondamentali in questo senso furono, a partire dalla costituzione e lo sviluppo della CECA (1952), la nascita stessa del primo nucleo della futura Unione Europea (1959).
Il progetto, poi rivelatosi illusorio, cercava di far nascere non già un’Europa unita e federale, come nei sogni di Spinelli, bensì un’entità politica continentale di stampo confederale (l’Europa delle Nazioni), capace di far dialogare l’est e l’ovest del Continente ed egemonizzata politicamente dalla Francia, la quale, non per nulla, era ostile a far entrare nella comunità europea il Regno Unito, considerato, con una qualche fondata ragione (vedi gli accordi di Bretton Wood e la sottomissione della sterlina al dollaro), una sorta di satellite degli USA. In fondo, mutatis mutandis, rinasceva il disegno napoleonico di un’Europa dall’Atlantico agli Urali.
Tuttavia, gli eventi degli anni ’50, Dien Bien Phu e lo scoppio della guerra in Algeria prima, l’affaire Suez e il grande moto di decolonizzazione dopo, sancirono il definitivo declino della potenza globale francese, a tutto vantaggio degli Stati Uniti.
Inoltre, la rinascita economica della Germania e la sua ricostruzione “miracolosa” non potevano non originare un accrescimento sempre maggiore del suo potenziale politico, proprio perché, a differenza del miracolo economico italiano, che in nulla modificò la posizione di sostanziale insignificanza dell’Italia sullo scacchiere mondiale, la crescita tedesca fece riaffiorare, direi quasi automaticamente, il ruolo storico della Germania al centro dell’Europa.
Dalla prima metà degli anni ‘60 è evidente che la politica continentale della Francia nei confronti della Germania passò da una strategia di egemonia a una di contenimento. Soprattutto della strapotenza del marco tedesco.
Fu sostanzialmente questa la strategia che guidò alla creazione per fasi della moneta unica europea, a partire dalla creazione di un’unità di conto scritturale (ECU), dall’attuazione di una politica di stabilizzazione dei cambi (serpente monetario) fino all’introduzione dell’Euro in 11 Paesi (1999), seguiti poi, fino al 2015, da altri sette.(2)
A processo politico di unificazione niente affatto compiuto e reso sempre più fragile da un allargamento “scriteriato” (nel senso letterale del termine) della UE, la genesi della moneta unica europea si intrecciò con avvenimenti capitali: la caduta del Muro (1989), la Wiedervereinigung nel 1990 e la scomparsa dell’URSS (1992).
Quello che Dominique Wolton definisce “le paradoxe de Maastricht”, cioè a dire il fatto che la questione europea sia stata rimessa al centro del dibattito politico delle diverse nazioni “au moment où la fin de la guerre froide rendait cette construction politique moins urgente” esprime con chiarezza il punto di svolta della recente storia del nostro Continente.(3)
Lo stesso Delors ammette infatti che “en dehors des idéaux des pères du traité de Rome“, la costruzione europea non ha potuto iniziare il suo cammino se non per la “crainte du communisme”.(4)
Con la scomparsa della Cortina di Ferro, rinacque di fatto quella Mitteleuropa che, seppur lacerata per un quarantennio, non è mai svanita dalla coscienza e dalla cultura dei popoli europei, una Mitteleuropa che ha sempre “parlato tedesco”, con il Reich germanico e la monarchia danubiana degli Absburgo prima, con la Germania unificata oggi.
Tale ridislocazione dei pesi ha fatto sì che oggi la BRD rappresenti di nuovo un punto di riferimento non solo economico, ma anche politico e culturale per una corona di stati a cavallo dell’ ex confine est-ovest, che vanno dall’Austria ai Paesi Baltici, ai vecchi territori imperial-regi della Repubblica ceca, della Polonia, della Slovenia, della Slovacchia e dell’Ungheria. Di qui il vistoso declino del peso politico ed economico della Francia.
Non bisogna poi dimenticare che, seppur fredda, c’è stata una guerra, che si è conclusa, come tutte le guerre e dopo poco più di 40 anni, con vinti e vincitori. La caduta del Muro segna infatti la fine di questa terza guerra mondiale sui generis e come tale rappresenta una rottura forte, non già una semplice tappa di un cammino lineare verso l’ampliamento della libertà e dei diritti.
Così come è stata configurata fino alla metà degli anni ’90, l’Europa Unita non serve più. Con il venir meno dell’URSS, la sua funzione di antemurale verso il comunismo e di vetrina delle libertà ha cessato di avere un senso. C’è stata una sconfitta, quella del modello del cosiddetto “socialismo reale” e una vittoria, quella del modello occidentale nella sua forma più radicale (Thatcher, Reagan) e del “Pensiero Unico”. Ciò ha fatto invecchiare, rendendolo retorico e meramente enunciativo l’obiettivo politico “alto” o, se si vuole ideologico di Altiero Spinelli, degli Stati Uniti d’Europa. A contatto con la nuova realtà determinatasi dalla sconfitta e della vittoria di cui si diceva sopra è emersa tutta l’astrattezza di un concetto di Europa nato da un anelito di pace più che giustificato dopo tanti massacri, ma storicamente assai mal fondato.
Se, come dice Renzi, non si vuole un’Europa fatta solo di ragionieri e di bilanci in pareggio, è pur vero che quest’altra Europa non può essere costruita solo su un mito e sull’ignoranza della storia.
Sono molti gli interrogativi a cui rispondere; ad esempio: cosa ha comportato il quarantacinquennio circa di dominio sovietico sugli stati dell’Europa centro-orientale, ora integrati nella UE? Il Regno Unito fa davvero parte dell’Europa (ricordiamo la celebre battuta rivelatrice dello spirito che tutt’oggi anima la maggior parte dei cittadini del Regno Unito: “c’è nebbia sul Canale, il Continente è isolato.”)?
La prospettiva di un disfacimento del mito dell’Europa Unita è all’orizzonte e non è opera di cattivi soggetti, degli gnomi di Bruxelles, ma della forza delle cose che nascono dalla storia e, soprattutto, dalla forza della potenza egemone vincitrice dello scontro con l’est comunista, gli Stati Uniti d’America, per i quali l’Europa, da fulcro di una politica di contenimento dell’arcinemico è diventata una periferia dell’impero, da tenere semplicemente sotto controllo e, se possibile, sotto scacco. È in questa prospettiva che rinascono altresì antichi e mai recisi legami tra Germania e USA, cementati dalla storia delle imponenti ondate migratorie di tedeschi al di là dell’Atlantico nel XIX e agli albori del XX secolo e da una politica sempre tendenzialmente amichevole (nonostante le due guerre mondiali) dei secondi verso la prima. (5)
Bisogna dunque riprendere le misure e, lucidamente, tornare ad una diversa articolazione delle prospettive. Non esiste più il mondo diviso in due (o, se si vuole, in tre); gli equilibri globali si compongono in un quadro variabile di alleanze e di interessi che non sempre trovano i contraenti dalla stessa parte; sono accresciute le aree di attrito e di incerta collocazione: un esempio per tutti, la Turchia, membro della NATO, alleata di USA, e Regno Unito e Francia, che bombardano il sedicente Califfato, eterna candidata all’ingresso in Europa, eppure sostenitrice del Daesh in quanto anti Assad e, soprattutto anti Curdi; sono numerosi i processi incompiuti (Schengen e la stessa moneta unica: non si è mai visto nella storia un abbattimento di frontiere e un’unificazione monetaria senza la presenza di una comune sovranità statuale e un comune controllo delle frontiere).
I proclami non bastano più; sventolare bandiere e fare retorici richiami all’ideale europeo non solo non sono utili, ma finiscono per essere controproducenti.
E’ necessario prendere coscienza dei cambiamenti e mutare strategia. Un’Europa a 28 è, allo stato attuale, sinonimo di paralisi, conflitti incrociati, irrilevanza politica a livello internazionale. La direzione potrebbe quindi essere quella di puntare a “un’Europa a geometria variabile”, cioè a dire a processi di unificazione più o meno accelerati ed estesi, a seconda delle reali convenienze dei singoli paesi coinvolti, riconoscendo le radici storiche e culturali di ciascuno.
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(1) – http://video.corriere.it/renzi-lingue-straniere-senegal-si-lancia-un-intervento-francese/9f6f90fa-ca77-11e5-a089-b5567fb53351
(2) – Jacques Delors lo dice esplicitamente, anche se non senza qualche disagio: l’unione monetaria “c’est le seul moyen d’arrimer définitivement l’Allemagne a la construction européenne”. (DELORS, Jacques, L’unité d’un homme. Entretien avec Dominique Wolton, Paris 1994, pp. 238-239.
(3) – Ibid., p. 226.
(4) – Ibid.
(5) – Già dagli anni ’20 si cominciò a parlare di una nuova politica da tenere nei confronti della Germania, oppressa dal pagamento dell’enorme ammontare delle riparazioni di guerra, falcidiata da un’inflazione astronomica e con il bacino della Ruhr ancora occupato dai Francesi. Gli Americani spingevano per rinsaldare la nuova Repubblica di Weimar come antemurale per il nuovo “nemico pubblico numero 1”, cioè a dire l’Unione Sovietica. La politica filotedesca degli USA si scontrava tuttavia già allora con le diffidenze francesi nei confronti del nemico d’oltre Reno. Tale politica si sarebbe tradotta di lì a poco nel “Piano Dawes” di forte sostegno alla ripresa economica della Germania. Un piano Marshall ante litteram.

L’ora della storia


Nel giorno in cui il nostro presidente Matteo afferma solennemente, a proposito delle riforme costituzionali approvate in Parlamento, che “oggi si fa la storia” (per carità di Patria la scrivo con la “s” minuscola), riporto il lucido intervento fatto al Senato da Walter Tocci:

“La revisione costituzionale è invecchiata prima di nascere. È rivolta al passato, sigilla il presente e non dice nulla al futuro del Paese. Le decisioni più importanti sono rinviate o nascoste. È rinviata la diminuzione del numero delle Regioni. È nascosta la cancellazione del Senato. È negata la riduzione del numero dei deputati.

Diventa più conflittuale il rapporto tra Stato e Regioni, poiché entrambi i livelli sono dotati di competenze definite esclusive, che non possono trovare alcuna mediazione dopo la cancellazione della legislazione concorrente. Il superamento delle piccole Regioni, invece, avrebbe creato macroregioni più adatte a cooperare con la politica nazionale e a muoversi nello spazio europeo. Il governo ha promesso di realizzarle con una prossima revisione costituzionale, ammettendo clamorosamente che oggi si approva una legge non risolutiva.

Il nuovo procedimento legislativo è farraginoso. Aumentano i conflitti di competenza e si producono nuovi contenziosi presso la Consulta. Palazzo Madama diventa un dopolavoro per amministratori locali, un’assemblea senza prestigio che cercherà di riguadagnare i poteri perduti ricorrendo allo scambio consociativo con il governo. Se doveva cadere così in basso era più dignitoso abolire il Senato. In una sola Camera sarebbe stato ineludibile definire i contrappesi del sistema maggioritario: votazioni qualificate sui diritti fondamentali, poteri di iniziativa delle minoranze, controllo dell’attività governativa. Il monocameralismo ben temperato è preferibile a un bicameralismo pasticciato.

La maldestra propaganda sui costi della politica si è arenata in Transatlantico. Si conserva l’anomalia di una Camera di 630 membri che non ha pari in nessun Parlamento europeo. Un’assemblea tanto grande quanto debole, i cui membri devono tutto alla nomina dei capipartito oppure all’aumento dei seggi connesso con l’elezione del premier. Si doveva ridurre il numero dei deputati e selezionarli nei collegi uninominali, senza ricorrere ai signori delle preferenze e ai nominati dell’Italicum. Si sarebbe rafforzata l’autorevolezza della Camera nei confronti dell’esecutivo. La democrazia americana, pur guidando un impero, non ha mai rinunciato all’equilibrio di poteri tra Governo e Parlamento.

Perché tante occasioni perse? La mancanza di una vera riforma ha prodotto un testo lunghissimo, di scadente fattura normativa, di sgradevole gergo burocratico. Basta leggere, ad esempio, le ulteriori competenze del Senato definite – cito testualmente l’articolo 10 – nelle “leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma”. Si, è scritto proprio così. Sembra un decreto “mille proroghe” e invece è un brano costituzionale, è uno scarabocchio che offende il linguaggio semplice e intenso dei costituenti. Da come parli capisco che cosa vuoi, suggerisce il buon senso popolare. La forma sciatta rivela il basso profilo politico.

Il vizio d’origine consiste nel cambiare la Costituzione per stabilizzare un governo altrimenti privo del mandato elettorale. Bisognava modificare subito il Porcellum per restituire la parola agli elettori. Invece, l’esigenza politica contingente prevale su ogni garanzia istituzionale, fino al paradosso di riscrivere la seconda parte della Carta in un Parlamento eletto in forma illegittima. In Italia non si governa per migliorare lo Stato, si cambia lo Stato per rafforzare il governo. Al contrario, le Costituzioni disciplinano la politica e conquistano la lunga durata.

Su questo principio sono fallite le riforme dell’ultimo ventennio. Approvate sempre da una parte contro l’altra, per puntellare i governi che avevano perso la fiducia degli elettori, come fece Berlusconi nel 2005 e, ahimè, anche la mia parte con il Titolo V. Si ripetono tutti gli errori già commessi da destra e da sinistra, mettendoci anzi più entusiasmo, fino a chiedere un plebiscito personale. Il Presidente Renzi è il grande conservatore della Seconda Repubblica. Si erige un monumento alle ideologie del ventennio, proprio mentre tramontano in tutta Europa.

Tutto era cominciato negli anni novanta con le speranze di una sorta di modello Westminster all’italiana. Oggi il bipolarismo è in affanno anche in quell’antico palazzo inglese, non esiste più in Spagna, è travolto in Francia dal lepenesimo, è sterilizzato dalle larghe intese in Germania. L’Italicum e la legge Boschi si accaniscono a tenerlo in vita artificialmente, ricorrendo al premierato assoluto senza contrappesi: può iniziare da una minoranza del 20% degli aventi diritto al voto che poi conquista il banco e impone la propria volontà alla maggioranza del paese. Tutto ciò aumenta l’astensionismo e riduce il consenso verso la competizione bipolare. Ovunque la vecchia dialettica tra i partiti è travolta dalla nuova frattura tra élite e popolo. I paesi europei sono diventati ingovernabili per eccesso di governabilità.

Si è dimenticata una semplice verità: per guidare le società frammentate di oggi occorre un consenso più ampio di ieri; le classi politiche debbono imparare a convincere i popoli invece di ridurre la rappresentanza; i premi di maggioranza alla lunga non riescono a surrogare gli elettori che non votano.

Si è ridotta la politica a mera amministrazione di sistema. Da qui è scaturito il primato degli esecutivi sui Parlamenti. Ma nell’orizzonte europeo tornano i grandi dilemmi della pace e della guerra, dei limiti e dei nessi tra religione e politica, dell’accoglienza e del rifiuto dei migranti, della libertà individuale e dell’etica pubblica, della potenza tecnologica e dell’intangibilità della vita, dello sviluppo economico e della durata della Terra. Non sono problemi risolvibili dagli esecutivi, sono conflitti contemporanei che hanno bisogno di nuovi riconoscimenti culturali e politici. E saranno possibili solo in un’inedita democrazia parlamentare, come non l’abbiamo ancora conosciuta. Quella del secolo passato seppe neutralizzare i conflitti Stato-Chiesa, città-campagna e capitale-lavoro. Sono ancora da immaginare i Parlamenti capaci di ricomporre le fratture della civiltà europea nel nuovo secolo. È la sfida politica dei tempi nuovi.

Il mondo che abbiamo davanti è molto diverso da quello degli anni novanta. Le riforme istituzionali della seconda Repubblica sono ormai vecchi arnesi. La riforma costituzionale per il futuro italiano non è stata ancora scritta.

P.S. – In sede di votazione finale ho confermato il No che avevo già espresso nella prima lettura della legge costituzionale.”

Meglio non si sarebbe potuto dire.
A chi sente echeggiare il verso del gufo, ricordo che si tratta di un animale dai grandi occhi ben aperti e che riescono a vedere nel buio della notte. Anche in quella della Repubblica, che sembra oggi avvolgerci un po’ tutti, intimoriti come siamo per il nostro futuro in un mondo senza più baricentro e stanchi di combattere battaglie di democrazia e di giustizia sociale che appaiono ormai inani.