“La rabbia e l’algoritmo”. Considerazioni su un articolo di Giuliano da Empoli.


In un interessante e per molti versi suggestivo articolo di Giuliano da Empoli, segnalatomi dall’amico Carlo Batini e di cui consiglio la lettura (“La rabbia e l’algoritmo”, www.voltaitalia.org), si compie – finalmente – un’analisi intelligente del fenomeno politico “M5S”: “Il punto è che è arrivato il momento di prendere sul serio il Movimento 5 Stelle”, visto che “il M5S è parte di un movimento globale che sta cambiando il volto delle democrazie liberali dell’occidente”.

Nel prosieguo del suo discorso, da Empoli introduce una categoria interpretativa tratta da un libro di Peter Sloterdijk (Zorn und Zeit, Frankfurt, 2006), la rabbia, che, a partire dalla prima parola dell’Iliade omerica, avrebbe determinato la storia dell’Occidente.

Citando Sloterdijk, si parla di “banche della collera” riferendosi alla Chiesa e ai partiti della sinistra. Tali banche “trasformavano i perdenti in militanti e offrivano uno sbocco politico alla loro rabbia.” Con il fallimento di queste due banche, “nessuno gestisce più la collera accumulata negli uomini”. La Chiesa secolarizzata parla infatti sempre meno di riscatto nell’Aldilà per i derelitti dell’Aldiquà, mentre i partiti di sinistra “sono venuti a patti con i principi della democrazia liberale e le regole del mercato” (vedi il blairismo).

L’originalità del M5S, che resterebbe comunque tutto interno alla galassia neo-nazionalista e populista, starebbe proprio nell’aver portato a sintesi originale ed efficace la rabbia, impersonata dalla fisicità strabordante di un comico, Beppe Grillo, e l’algida potenza dell’algoritmo, rappresentata dalla Casaleggio & Associati: “La forza e la resilienza del M5S, provengono dunque da questa combinazione: il populismo tradizionale che si sposa con l’algoritmo e partorisce una vera e propria macchina da guerra, per nulla gioiosa, ma tremendamente efficace.”

Il M5S avrebbe due caratteristiche specifiche: una “vocazione totalitaria” e un funzionamento analogo al Page Rank di Google. La prima si manifesterebbe come rifiuto di allearsi con qualsivoglia partito, avendo l’ambizione di rappresentare “non una parte, ma la totalità del popolo”; la seconda si rifletterebbe nell’assenza di un programma politico preciso, sostituito da un algoritmo che ne elabora di volta in volta uno, assumendo contenuti e temi che piacciono di più alla maggioranza degli internauti: “la macchina del Movimento è la traduzione politica di Google.

Nel cogliere la radicalità della sfida che il M5S porta ai tradizionali modi di fare politica, sottolineando peraltro il fatto che lo stesso “è riuscito a conquistare una larghissima quota di giovani”, Da Empoli si rivolge al PD e individua, nella sua azione di contrasto al M5S, tre possibili tentazioni, tutte e tre insufficienti: la tentazione giacobina, la tentazione elitaria, la tentazione dorotea.

La prima ha il difetto di affrontare l’avversario sul suo stesso terreno, quello dell’opposizione dura e pura, dove un partito a vocazione governativa si muove assai male; la seconda vorrebbe “accendere i riflettori” della Ragione sulle contraddizioni e sulle opacità dell’M5S, ma non fa i conti con il fatto che ciò che conta è la narrazione, ovvero il messaggio di insieme, anche se contiene falsità e deformazioni, purché corrisponda alle esperienze e alle sensazioni “vere” di chi lo ascolta , laddove “la  visione complessiva dei governanti e dei partiti tradizionali [continua] ad essere percepita come poco pertinente rispetto alla realtà.”

La terza è quella di costruire una fortezza che accolga tutti i fautori della vecchia politica minacciata (le Grandi Coalizioni, tanto diffuse in tutta Europa), per tentare di arginare la rabbia dei nuovi barbari.

Nella parte conclusiva del suo saggio, da Empoli interpreta in questa chiave anche la prima fase del governo Renzi, che ha dimostrato di saper rispondere alla rabbia, facendo proprio l’attacco all’ establishment tradotto con la formula che il linguaggio corrente definirebbe “populista”. Una posizione critica spregiudicata che si sarebbe definita alla fine degli anni Novanta “oltre la destra e la sinistra”. Poi tutto è precipitato: “In seguito, la capacità del governo Renzi di dare uno sbocco politico alla rabbia è andata riducendosi, fino alla sconfitta del referendum.” Se il giudizio è, come sembra, corretto, se ne deve dedurre che l’assunzione della rabbia era un escamotage e l’implicita promessa di attaccarne le ragioni una promessa inconsistente.

 Emerge con chiarezza il forte timore dell’inadeguatezza del PD, considerato il perno inamovibile della politica italiana, di fronte al pericoloso nulla dei grillini: “Il M5S è pura quantità” e ancora “Il mondo dei grillini è il futuro orwelliano delle cellule di Matrix. La loro classe dirigente è mediocre.” Dunque, una sentenza inappellabile.

La soluzione? Che il PD, l’unico che, evidentemente, può farlo, diventi “il partito della qualità”, da contrapporre alla “quantità” grillina.

Produrre qualità nella politica significa “distinguere tra progresso e innovazione”, rimettere politicamente mano a questioni fondamentali quali “La qualità della vita, la qualità delle relazioni umane, la qualità del futuro che stiamo costruendo per i nostri figli.”

Aver trascurato questa differenza ha significato accendere focolai di rabbia tra chi ha vissuto la globalizzazione dell’economia, l’integrazione europea, l’immigrazione di massa come fenomeni dolorosi e distruttivi, come pure l’aver considerato come ineluttabili e irreversibili taluni “traguardi” raggiunti (l’Unione Europea, la moneta unica, l’abbandono del protezionismo, la chiusura delle frontiere, la radicale cancellazione del concetto di sovranità): “Smettiamo di dire che non si può fare e cerchiamo di dimostrare che non è una buona idea farlo. Meglio ancora, spieghiamo qual è la nostra alternativa.”

Perché, alla fine, un merito ai “populismi” in ascesa in tutto il mondo, glielo si attribuisce, quello di aver (ri)aperto i cancelli della rabbia e di aver rimesso al centro la necessità di una risposta politica “di qualità” a quella rabbia.

Un articolo, come ho detto all’inizio, senza dubbio intelligente. Mi permetto di fare solo alcune osservazioni, non marginali:

  1. – Il concetto di “rabbia” come categoria che viaggia indisturbata nella storia e che, come un fiume carsico, riemerge laddove eventi esterni lo consentono, mi pare suggestiva, ma debole sul piano interpretativo. In questo senso si tratta di una semplificazione estrema delle vicissitudini umane, lette all’interno di una eterna, illuministica polarità bene-male, luce-tenebre, dove la rabbia è sempre la Negation, contrapposta alla Position della Ragione. C’è invece rabbia e rabbia: quella del nobile Achille, quella del Quarto Stato e quella più recente delle banlieues parigine e dei ceti medi e operai della Rust Belt americana, impoveriti da processi di globalizzazione incontrollata. E ciascuna merita una risposta sua propria. Se non se ne intravvede l’origine negli squilibri, comunque percepiti, nei rapporti sociali, una sorta di psicoterapia collettiva prende il posto della ricerca di una soluzione politica, vale a dire storicamente rilevante.
  2. – L’uso di un concetto così generale come quello di “rabbia” induce un altro errore interpretativo: dovendo polarizzare l’analisi, si finisce per considerare come fossero la stessa cosa la vittoria di Trump, il FN di Marine Le Pen, l’Ukip di Farage (ma a questo punto anche i conservatori di Lady May), il M5S, Podemos e l’AfD tedesca. Per dare sostanza a questa operazione si usa un’unica rubrica, quella del “populismo”, parola alla moda, spesa senza risparmio in tutti gli ambiti (mi aspetto di vederla presto applicata alla cucina e al giardinaggio).
  3. – Anche in questo scritto si fa ampio uso del termine “populismo”. La sua origine è russa e qualifica un movimento politico sviluppatosi tra la fine dell’800 e gli inizi del 900, guidato da intellettuali che, “andando verso il popolo” facevano proseliti in vista della creazione di una società che contrapponeva le virtù del mondo rurale alla corruzione e alla disumanità del nuovo mondo industrializzato. Un riflesso di tale dottrina fu in Italia il cosiddetto “socialismo umanitario” (Pascoli). A questo tipo di socialismo si contrapponeva il “socialismo scientifico” marxista ed è in questo ambito culturale che va cercata l’accezione negativa del termine “populista”. Il populismo non prevede la lotta tra le classi, ma pone al centro il conflitto tra principi assoluti (il bene, il male, il giusto, l’ingiusto, la verità, la menzogna). Depositario delle virtù positive è il “popolo”, concetto etico-romantico più che politico (il giornale della vecchia DC si intitolava, non a caso, “Il Popolo”) dalle molte e indefinibili sfaccettature. Nella storia è possibile rintracciare una stretta relazione tra le grandi faglie attivatesi in determinati momenti di crisi e il sorgere di dottrine populiste: quella tra il tramonto delle società agricole e l’alba delle società industriali, quella tra la seconda e la terza rivoluzione industriale, quella che viviamo oggi, con la scomparsa di un intero mondo (l’emisfero del socialismo reale) e il predominio del capitale finanziario, unito alle straordinarie trasformazioni indotte dalle tecnologie informatiche e dalla robotica. Una dottrina della crisi, dunque, che va in cerca di sicurezze “semplici” in un mondo la cui complessità e aleatorietà è insostenibile. Non per questo “populismo” è un aggettivo da usare con sprezzo, quasi fosse un sottoprodotto del pensiero politico, oppure, come si fa perlopiù, un sinonimo di demagogia. La risposta alle dottrine populiste non può che essere politica, nel senso di un’analisi più alta in grado di cogliere i fallimenti della politica corrente che certamente ha a che fare con l’origine e la forza contagiosa di ciò che si definisce rabbia e che in democrazia riflette il dissenso, la consapevolezza o la sensazione di essere “tagliati fuori”, confinati nell’irrilevanza, come sempre di più capita a grandi masse di ceti medi, una volta considerati il pilastro di un equilibrato assetto sociale. In altri termini, la critica rimane astratta e inefficace se basata sulla negazione dei problemi e dei malesseri che nella categoria del “populismo”, una semplificazione di comodo, troverebbero una spiegazione e una risposta, oscurando l’ammonimento degli antichi greci che, a fronte della complessità dei problemi, raccomandavano la “ricerca scientifica delle cause” (historìa).
  4. – L’analisi della breve parabola renziana fatta dall’Autore mi pare contraddittoria: un periodo iniziale “felice” e poi la “decadenza”. Il perché di questa involuzione non è detto. Forse non si è preso in considerazione il fatto che le risposte del primo Renzi di cui parla in positivo Da Empoli sono un’indigesta miscela di paragrillismo e, giustappunto, di “populismo” (vedi gli strilli bellicosi seguiti da puntuali sottomissioni in Europa, il “dare al popolo” senza alcun quadro prospettico di riferimento, come gli 80 €, il bonus indiscriminato a tutti i diciottenni, le varie mancette sparpagliate a pioggia sulle diverse categorie) e di mero governo del main stream (il Jobs Act, tentativo sostanzialmente fallito di far ripartire l’economia, che ha recato vantaggi solo alle imprese con la massiccia defiscalizzazione dei contributi, la scombiccherata riforma definita con inconsapevole ironia della “Buona Scuola”, che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si prefigurava e che si è aperta con “il peggiore anno scolastico degli ultimi tempi” – parola di sindacato e, soprattutto, del personale scolastico che ne è stato vittima).

Resta ad ogni buon conto di primordiale importanza il richiamo che Da Empoli fa al recupero della qualità della politica, cioè a dire della necessità di mettere al bando frasi fatte, pregiudizi, luoghi comuni, supposte irreversibilità, rimettendo in moto un pensiero a tutto campo, capace di interpretare e di dare risposte autentiche ai bisogni, molto spesso di elementare benessere e di identità sociale, dell’uomo sulla Terra e di rischiarare la notte in cui ci troviamo e in cui le vacche sono diventate davvero tutte grigie.

 

______________________________

(*) Queste considerazioni sono anche frutto di un utile scambio di idee avuto con l’amico Antonio Lettieri.