Il ritorno del fantasma


Qualunque cosa succeda al secondo turno delle presidenziali francesi, il risultato di Marine Le Pen ha confermato il ritorno di quel tale fantasma, che pareva scomparso dall’orizzonte nell’ultimo ventennio e che ha iniziato ad aggirarsi di nuovo sulla scena politica europea e mondiale, seppure in forme e abiti affatto diversi dal passato.

L’idea che, distrutta l’URSS e il mondo del socialismo reale, il progresso avrebbe assunto un cammino lineare e inarrestabile, sostenuto dallo straordinario sviluppo delle tecnologie, si sta rivelando illusoria. La fede nella mondializzazione e nel libero mercato come attori di sviluppo positivo per tutti sta vacillando alla luce delle sempre più profonde e insostenibili diseguaglianze presenti nelle diverse società, anche in quello che veniva un tempo considerato il Primo Mondo.

In questi ultimi anni, i segnali di disagio sono stati molti, ma le forze politiche tradizionali non hanno saputo coglierli. In particolare, le sinistre, sposando acriticamente le dottrine tecnocratiche e mercatistiche per liberarsi dal sospetto di essere “rimaste indietro”, sul fronte di un socialismo divenuto, dagli anni ’90 in poi, parola addirittura impronunciabile, hanno reciso i legami con il loro elettorato di riferimento, scomparendo del tutto o diluendosi in grandi coalizioni di “responsabili”, in nome di una governabilità e di una accountability meramente finanziaria, preferita sistematicamente alla rappresentanza degli interessi.

Le crepe sul volto delle “magnifiche sorti e progressive” seguite alla Caduta del Muro sono ormai evidenti a tutti.

Il mancato dialogo tra vinti e vincitori all’indomani della fine della Guerra Fredda ha lasciato libero spazio agli spiriti vitali dell’economia, i quali hanno disegnato il nuovo mondo come un campo di forze liberamente e violentemente dispiegate, in cui era fatale che i deboli soccombessero e che la ricchezza si concentrasse nelle mani di pochi.

In buona sostanza, si è trattato dell’illusione che si potesse ormai fare a meno della politica, vecchio “arnese” otto-novecentesco, ultimo ostacolo al progresso a una dimensione, fatto di “risorse umane” e non più di persone.

Come non cogliere il filo conduttore che cuce assieme i diversi “disagi” nazionali? Si tratta di un filo che, per usare la “vecchia” terminologia, passa e ripassa da destra a sinistra e viceversa: da Farage in UK all’AFD tedesca, dagli olandesi di Wilders ai repubblicani di Trump, dal FN di Marine Le Pen a Podemos in Spagna, da Syriza in Grecia, da Melenchon in Francia al M5S in Italia.  Il filo non ha ancora trovato una sua precisa direzione, ma non per questo va derubricato a malattia esantematica passeggera, a una sorta di jacquerie planetaria che le forze “responsabili” sapranno domare.

Il voto francese ci dà indicazioni molto significative in questo senso.

Scomponendo il voto per provenienze sociali, per aree geografiche e per fasce d’età, si leggono con chiarezza i piani di faglia che attraversano la società francese – e non solo: i piccoli centri e le campagne vs i grandi centri urbani, la piccola borghesia impiegatizia, i pensionati impoveriti, gli operai precarizzati vs gli imprenditori, i manager e i professionisti, i giovani vs gli anziani. In buona sostanza, tentando una sintesi estrema, gli esclusi vs i garantiti.

Il declino della politica spiega bene questo clivage: vale forse la pena di ricordare che la politica nacque nel mondo antico proprio per dar voce agli esclusi e per proteggerli dai soprusi dei potenti (basta rileggere Esiodo e Solone per rendersene conto).

Leggendo i dati elettorali in questa chiave, non si può peraltro non osservare che Macron, pur essendo un brillante avatar in chiave renouveau della vecchia politica “debole”, (ministro dell’economia di Hollande, consulente della Banca Rothschild) ha compreso meglio di altri il momentum storico e ha saputo presentarsi come “nuovo” ai desiderosi di cambiamento e “rassicurante” a chi vuole conservare lo status quo. Il suo discorso, dopo l’esito del primo turno, è stato esemplare da questo punto di vista: non ha detto nulla e tutto e poi il contrario di tutto, con richiami alla “Patria” e ai “patrioti” e, contemporaneamente, esprimendo il sostegno alla mondializzazione, al libero scambio de-regolato, all’Europa brussellese attuale a trazione tedesca (significativi e quasi sfacciati gli endorsment di Merkel e Juncker).

Basterà questa riedizione della nostrana politica del “Ma anche” a convincere la metà e oltre dei francesi che ha votato contro l’attuale conduzione della politica nazionale ed europea, schierandosi con Marine Le Pen, Melenchon e altri candidati minori?

Il risultato ottenuto da Jean-Luc Melenchon è, per molti versi, ancor più sorprendente di quello di Macron: il quasi 20% ottenuto con una campagna elettorale “corta”, senza alcun appoggio dei media e con vaste aree di sovrapposizione con quella di Marine Le Pen, testimonia di quanto sarebbe ancora possibile fare “da sinistra” per riconquistare la rappresentanza perduta.

La sconfitta dei partiti che storicamente interpretavano politiche di destra e di sinistra non significa infatti che non esistano più politiche di destra e di sinistra riguardo, ad esempio, il ruolo dello Stato nel processo di redistribuzione della ricchezza globale prodotta che, nonostante la prolungata crisi, non è affatto diminuita.

Se i francesi, andando a votare al secondo turno che, per sua natura, ha una logica binaria, voteranno secondo questo schema polarizzato tra esclusi e garantiti, l’esito è tutt’altro che scontato.

Siamo comunque solo ai primi moti “rivoluzionari” che si stanno accendendo nelle società dell’ex Primo Mondo. Se non sarà questa volta, sic stantibus rebus (Europa egemonizzata dalla Germania, sottrazione di sovranità senza contropartite e senza controlli democratici, politiche di austerità e di fiscal compact), il disagio e la rabbia degli operai, dei piccoli ceti e, più in generale, della borghesia sull’orlo della proletarizzazione non potrà non crescere, con prospettive politiche niente affatto rassicuranti.

Proiettando infine in Italia i risultati elettorali francesi, non si può non pensare che Matteo Renzi si stia mangiando le mani per non aver fatto, all’indomani dell’ormai mitico 40% alle europee, come Macron un anno fa circa, cioè a dire abbandonare il “vecchio” partito che lo aveva sostenuto nella sua folgorante ascesa per realizzare il suo sogno di un Partito personale della Nazione. Che in buona sostanza è quello che sta facendo il giovane enarca, anche lui, come Renzi, mai eletto (finora).

Forse Renzi non ha avuto né il coraggio, né – soprattutto – un team all’altezza di quello di Macron, composto per lo più da giovani trentenni o poco più, informatici, ingegneri, esperti della comunicazione e della rete o enarchi come lui, a cui il leader – in modo non dissimile dal M5S italiano – ha commissionato una piattaforma politica a posteriori, redatta secondo le regole del marketing, mettendosi all’ascolto della società civile, usando i social e la rete, per comprenderne le (apparenti) esigenze.

Matteo si è dovuto invece accontentare di una truppa di giovani e meno giovani ambiziosi, molti dei quali senza eccessiva cultura, tutti fedeli al Capo (che, peraltro, non può vantare titoli ed esperienze professionali paragonabili a quelle di Macron) e ben consapevoli del fatto che dal Capo dipende la loro sopravvivenza politica e professionale.

Ora però è troppo tardi e il Nostro rischia di restare, anche se dovesse vincere le primarie, un’anatra zoppa.

 

Cavour, Mussolini & Renzi


La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. (Karl Marx)

Nei due secoli circa di vita unitaria, sulla scena politica mondiale (o globale, come oggi si preferisce dire) l’Italia è restata sempre un’Italietta, una pallido riflesso delle altre potenze occidentali. Basti pensare alla consistenza e alla qualità del nostro “impero coloniale”.
Uno dei Leitmotiven della politica estera dell’Italia è stato quello di bussare alla porta dei grandi con il cappello in mano, per ottenere l’ammissione nella stanza del comando, esibendo le proprie (spesso risibili) benemerenze.
Al conte Camillo Benso l’impresa riuscì facendo partecipare il piccolo Piemonte alla guerra di Crimea. Allora bastarono poche migliaia di bersaglieri e una più che decorosa campagna militare (la visita di Putin e di Berlusconi al sacrario dei caduti italiani nella Crimea ridiventata russa ce lo ha rammentato) per aprire le porte di Plombières al regno sardo e quindi al processo di unità nazionale che, per l’eterogenesi dei fini, si attuò poi in forme e modi affatto diversi da quelli previsti da Cavour stesso.
Un secondo tentativo di mettere in pratica la medesima strategia ebbe esiti tragici: Mussolini, superando le perplessità del suo stato maggiore, decise l’entrata in guerra al fianco della Germania nazista vittoriosa, così motivando la sua determinazione a Badoglio: “Mi serve un pugno di morti per sedermi al tavolo delle trattative.” Sappiamo come è andata a finire.
Veniamo alla farsa: Il governo Renzi, più o meno ufficiosamente, sta pensando di affiancare (!) l’alleato americano schierando ben 4 (quattro) Tornado sul fronte dei combattimenti aerei in Iraq. Come i bersaglieri di più di cento anni fa, il “pugno di morti” mussoliniani, i quattro bombardieri dovrebbero accreditarci tra i “grandi” della Terra.
Verrebbe da citare la popolare canzone di Jannacci: “Vengo anch’io … No, tu no”.

Il nuovo Disegno di Legge sulla Scuola


Rispetto al Documento sulla “Buona Scuola” pubblicato nel settembre dell’anno scorso e qui commentato, il DDL licenziato di recente dal governo Renzi e ancora da calendarizzare in commissione, contiene novità, novità apparenti, questioni taciute, criticità.

Prima novità: il rafforzamento delle funzioni e dei compiti del Dirigente Scolastico (DS), cui spetta (art. 2 c. 9) di formulare il Piano dell’Offerta Formativa e  affidare gli incarichi di docenza, triennali e  rinnovabili (art. 2 c. 11). Tale rafforzamento viene giustificato (art. 2 c. 1) come mezzo per “garantire un’immediata e celere gestione delle risorse”, attribuendo implicitamente alla gestione collegiale della scuola, così come prevista dai Decreti Delegati del ’74, la responsabilità per la lentezza e l’inefficienza dell’amministrazione scolastica. Il DS opera, “sentito il Collegio dei docenti e il Consiglio di Istituto”, “nonché” fantomatici “principali attori economici, sociali e culturali del territorio”. I due Organi di governo della scuola sono dunque ridotti a meri consulenti (peraltro non si sa con quali modalità e poteri), pur in vigenza (“nelle more della revisione del quadro normativo di attuazione dell’art. 21 della L. 59/97”, dice il testo all’art. 2, c. 1) di una Legge che ne stabilisce un ruolo propositivo e deliberativo fondamentale e non aggirabile. Il DS rafforzato procede dunque, in sostanziale solitudine (anche se i suoi collaboratori possono passare da due a tre) alla elaborazione del Piano, che deve essere pronto entro ottobre e che deve comprendere finalità, obiettivi, programma, risorse umane e materiali.[1] Sempre nelle more di cui sopra (art. 7, c. 1), il DS è altresì responsabile delle scelte didattiche e formative e della valorizzazione delle risorse e deve rendere trasparenti i criteri con cui, attingendo ai costituendi albi territoriali dei docenti (per il personale tecnico-amministrativo e ausiliario, ci saranno ancora le supplenze? Non è detto) affiderà gli incarichi triennali ai docenti e fornirà spiegazioni circostanziate per le sue scelte. Tutto ciò in un quadro giuridico che è eufemismo definire fluido, gravido quindi di ricorsi al TAR, se non ai tribunali ordinari e per un compenso annuo aggiuntivo lordo di circa € 1600. Al c. 3 dell’art. 7, si legge, tra i criteri di attribuzione degli incarichi ai docenti, la possibilità dell’USR di sostituire il DS “in caso di inerzia”. E’ evidente che l’inerzia non è termine giuridicamente pregnante, né la sostituzione del DS può far parte dei criteri di attribuzione degli incarichi.

Seconda novità: l’organico funzionale della scuola autonoma (art. 2 c. 1). Si tratta di una disposizione che accoglie una richiesta avanzata da tempo dalle scuole, messa in pratica, diversi anni fa, da un gruppo di istituti in via sperimentale e poi abbandonata a causa della progressiva riduzione delle risorse. L’organico funzionale così come viene proposto è però tutt’altra cosa rispetto a quello già esperito in passato. Esso infatti non coinvolge l’intero organico della scuola, ma è solo uno dei tre sottoinsiemi in cui esso risulta ripartito: posti comuni, posti di sostegno e, appunto, posti funzionali. Si lascia intuire una sorta di gerarchia, in cui la primazia spetta ai posti comuni, seguiti da quelli di sostegno e infine da quelli di organico funzionale, destinati a surrogare le supplenze.[2]

Terza novità: la triennalità del Piano dell’Offerta Formativa d’Istituto (art.2 c.4). Opportuno il “respiro” più lungo che un Piano disteso su diverse annualità offre alle scuole, di dubbia praticabilità la procedura che condurrebbe alla sua attuazione. Una volta elaborato e definito (non si dice che debba essere ancora approvato dal Collegio dei docenti e adottato dal Consiglio di Istituto, già “sentiti” in precedenza) il Piano deve passare al vaglio dell’Ufficio Scolastico Regionale, “in termini di compatibilità finanziaria e coerenza con gli obiettivi” e infine del MIUR, per poi diventare efficace a febbraio per l’anno scolastico successivo. Mi chiedo: quale “azienda” progetta e programma senza sapere prima di quali risorse dispone? Se una scuola dovesse “esagerare” nelle richieste, chi, dove e con che criteri dovrebbe “tagliare” il Piano proposto? Sarebbe stato senz’altro più corretto fornire alle scuole autonome fin dall’inizio dell’anno un fondo globale unico e certo, tarato sul numero degli iscritti, su cui far  confluire tutti gli esigui e frammentati finanziamenti di cui si parla nel DDL e gli eventuali finanziamenti privati. Se un DS rafforzato conoscesse, come accade per le scuole paritarie, quanto ogni iscritto porta all’istituto, potrebbe progettare con maggiore cognizione di causa e senza sbandamenti.

Quarta novità: la triennalità degli incarichi di docenza (art. 6). Al c. 2 si dice che l’organico si costituirà su base regionale, con cadenza triennale e che il riparto delle risorse sarà effettuato in base al numero delle classi e, tra l’altro, alla presenza di “aree interne” (non si capisce bene cosa si voglia dire: lontane dal mare? Montane? Svantaggiate?) E’ da tale organico che i DS attingeranno per stipulare i contratti triennali rinnovabili, fatte salve le garanzie per il personale attualmente di ruolo, come al già citato art. 7 c. 4. All’art. 2 c. 13 è altresì specificato che il DS sceglierà i docenti “di concerto con il Collegio dei docenti e sentito il Consiglio di istituto”. Non vi è chi non veda l’ambiguità normativa di quel “di concerto”. Resta non del tutto chiaro se, progressivamente, dall’entrata in vigore della legge in avanti, non ci sarà più personale “di ruolo” a tempo indeterminato, ma solo a contratto, né se i concorsi di cui si parla all’art. 8 c. 13 saranno indetti per alimentare gli albi territoriali in generale o ciascuna delle tre parti organiche (posti comuni, posti di sostegno, posti funzionali).

Quinta novità: la Carta del docente (art. 11). Si istituisce una sorta di “carta di credito culturale”, assai simile per ammontare e spirito soccorrevole alla tremontiana “carta di credito per gli incapienti”. Si tratta di € 500 annue per spese legate all’aggiornamento, alla cultura e per le quali si dovrà attendere un apposito regolamento applicativo. Se questa è la “mancia” per i professori desiderosi di migliorare il proprio livello culturale, per la formazione, che è finalmente detta “obbligatoria, permanente e strutturale” si stanziano 40 milioni di Euro (poco più di € 50 per ogni docente).

Prima novità apparente: l’ art. 3 ha un titolo, “percorso formativo degli studenti”, con cui si vuole sottolineare la centralità dell’apprendimento e la possibilità concreta di aprire la scuola (secondaria superiore in particolare) all’opzionalità dei percorsi formativi. A tal proposito, all’art. 2 c. 3 si elencano, in modo peraltro disomogeneo gli ambiti di arricchimento e di flessibilità curricolare, che comprendono un poco tutto lo scibile, dalla musica alla storia dell’arte, dal diritto alla logica, dal rispetto del paesaggio e dei beni culturali all’italiano lingua 2 e così via.[3] In realtà tutto ciò è presente da anni nelle disposizioni normative che regolano l’autonomia scolastica, anche se largamente inattuato a causa delle rigidità di sistema e della cronica mancanza di adeguate risorse. Stesso discorso per la riproposizione del Portfolio, sotto i nomi di Curriculum dello Studente e di Identità Digitale.

Seconda novità apparente: l’alternanza scuola-lavoro (art. 4). Si ribadisce qui quanto già previsto e attuato da diverse istituzioni scolastiche, soprattutto nell’ambito della formazione professionale. Interessante e nuova è l’introduzione dell’obbligo dell’alternanza anche per i licei, in misura di 200 ore (7-8 settimane) per l’intero triennio e l’esplicita apertura al terzo settore e agli enti di promozione e gestione della cultura. Assai limitativa appare tuttavia la motivazione iniziale: “al fine di incrementare le opportunità di lavoro degli studenti”. Si tratta di un obiettivo difficilmente raggiungibile in così poco tempo e sembra rappresentare la “via italiana al sistema duale tedesco”, già annunciata dal Documento settembrino sulla Buona Scuola, ma con un respiro ben più corto e velleitario.  Molto più importante sarebbe stato invece sottolineare e perseguire l’importanza  educativa e didattica dell’introduzione nella scuola del lavoro come sistema di valori e di conoscenza della realtà.

Terza novità apparente: innovazione digitale e didattica laboratoriale (art. 5). E’ un “mantra” ripetuto da tempo e che trova crescente attuazione nelle scuole italiane, dove la strumentazione didattica informatica e digitale è in aumento costante, compatibilmente con i livelli generali del Paese, certo non lusinghieri se paragonati al resto d’Europa. Spiace però constatare che la didattica laboratoriale è qui identificata con le attività di laboratorio e che ci sia un accentuato orientamento verso l’occupabilità immediata e la promozione del prodotto sul mercato (tra gli obiettivi leggiamo “l’orientamento della didattica e della formazione ai settori strategici del Made in Italy), piuttosto che al raggiungimento di obiettivi pedagogici e didattici più generali e duraturi, che debbono coinvolgere tutte le discipline e non solo quelle più propriamente laboratoriali.

Prima criticità: il piano assunzionale (sic!) straordinario. All’art. 8 si affronta la questione che sta maggiormente a cuore ( et pour cause) al presidente Renzi, tanto di averlo indotto inizialmente a pensare a un Decreto Legge: la stabilizzazione dei precari “storici” e dei vincitori di concorso 2012, che  saranno “assunti” ciascuno per il 50% del totale, ma solo su due delle tre parti costitutive del nuovo organico, quella dei posti comuni e quella dei posti di sostegno. Si tratta di un provvedimento che , ancora una volta, “sana” una stortura prodottasi nel tempo dal mancato governo della scuola, ma con criteri meramente quantitativi. Inoltre si assumerà un numero molto più ridotto di docenti rispetto ai 150.000 sbandierati nel Documento di settembre 2014 e  non si eliminerà il ricorso alle supplenze, rispetto alle quali il DDL si vede costretto a recepire la recente sentenza europea che inibisce contratti a termine più lunghi di 36 mesi (a questo proposito è previsto anche un fondo per pagare le multe, 10 milioni di Euro!). Data la delicatezza del tema, che coinvolge decine di migliaia di docenti e le loro famiglie, deve essere detto con chiarezza se si tratta di tradizionali immissioni ruolo o se, come pare più probabile, visto l’impianto generale del testo per quanto riguarda il reclutamento, di un inserimento negli albi territoriali da cui i DS attingeranno per conferire gli incarichi triennali. Lo stesso dicasi per il reclutamento successivo, che avverrà solo su base concorsuale (art. 8 c. 13).

Seconda criticità: il riconoscimento del merito. Se ne parla all’art. 10 e rientra anch’esso nelle facoltà del DS, che assegna la somma premiale “sentito” il Consiglio di istituto. Non il Collegio dei docenti (per conflitto di interessi?) che è invece l’organo naturalmente competente per valutare il merito didattico di un insegnante. La somma stanziata è di 200 milioni di €, pari ad un importo teorico pro-capite di € 250 annui, a partire dal 2016. Nulla si dice a proposito del numero di docenti cui attribuire il riconoscimento del merito. Potrebbe verificarsi il caso di una scuola in cui tutti (o quasi) gli insegnanti “meritino” allo stesso modo? Inoltre appaiono assai vaghi, e quindi pericolosi per il DS rafforzato, i criteri generali per la scelta che avverrà “sulla base della valutazione dell’attività didattica, in ragione dei risultati ottenuti in termini di qualità dell’insegnamento, di rendimento scolastico degli alunni e degli studenti, di progettualità della metodologia didattica utilizzata, di innovatività e di contributo al miglioramento complessivo della scuola.” Dovendo basare le sue scelte su parametri oggettivi, basterà al DS calcolare la media degli studenti promossi e constatare se l’insegnante fa uso di tablet, LIM e laboratorio?

Poi ci sono le “questioni taciute”.

Nell’intero documento non si parla mai del personale tecnico-amministrativo e dei  collaboratori scolastici. In verità il primo è nominato come soggetto di formazione sulle nuove tecnologie informatiche e sulla scuola digitale, mentre dei secondi si tace completamente. Né l’uno né gli altri sembrano far parte delle risorse da programmare. Si prelude con ciò alla privatizzazione del servizio di vigilanza e pulizia, alla scomparsa della figura del bidello?

Che ne sarà del Direttore dei Servizi Generali (e non Gestionali, come erroneamente detto all’art. 5 c. 3  del testo) e Amministrativi (DSGA)?

Altra “questione taciuta” in questo DDL è quella delle Reti di scuole sul territorio, mai neppure citate, come pure del connesso organico di rete. Le scuole sembrano essere destinate a far tutto da sole oppure a consorziarsi su base volontaria. Ampio spazio è poi destinato:

  • alla digitalizzazione, agli open data (all’art. 14, si prevede un Portale Unico per lascuola, per il quale si stanzia 1 milione di Euro; speriamo che si vigili sulla sua realizzazione un poco di più di quanto si è fatto per l’altro portale, il Portale Italia, costato un Perù e rivelatosi radicalmente inutile);
  • alla possibilità di destinare il 5 x 1000 anche alle scuole, si spera in surroga del versamento volontariamente obbligatorio che quasi tutte le famiglie fanno alle scuole per permettere loro di funzionare;
  • all’istituzione di uno “school bonus(art. 16: “buono scuola” non è stata considerata locuzione altrettanto significativa), che estende ai finanziamenti dei privati alla scuola la ratio già utilizzata con successo per le ristrutturazioni edilizie.

Il DDL non tralascia di intervenire anche sulla disastrosa situazione dell’edilizia scolastica, stanziando, bizzarramente, 40 milioni per evitare il crollo dei solai (art. 20, c. 1): e se cade un cornicione, una gronda, un terrazzino? Le risorse destinate agli edifici (300 milioni di Euro) sono decisamente  poche e in più si fa sinistramente menzione di una “struttura di missione”, dello stesso tipo di quella balzata alla ribalta della cronaca nera con il caso Incalza.

Alle famiglie che iscrivono i propri figli alle scuole private paritarie si offre un contributo di € 400 annui (sostanzialmente pari ad un mese di retta) per ciascun alunno, ma solo della primaria e secondaria di primo grado. La giustificazione data dagli estensori del DDL per l’esclusione delle secondarie di secondo grado “paritarie” (e sottolineo “paritarie”) è grottesca: dato che ancora non si riesce a discriminare i diplomifici e le scuole serie, il contributo non lo diamo a nessuno. Mi chiedo: non esiste un servizio ispettivo? Perché ammettere e tollerare che, oggi, ci siano in Italia delle scuole “paritarie” che rilasciano dei diplomi di carta straccia?

Solo all’art. 21 si introduce un’ampia e complessa delega al riordino legislativo, che si spera preluda alla stesura di un nuovo Testo Unico sulla scuola e che è il trave su cui poggia l’intera costruzione del DDL. Senza l’attuazione di tale delega, che interessa il funzionamento e il governo della scuola, tutto l’impianto disegnato dal DDL sarà mero flatus vocis.  Melanconicamente, l’art. 24 chiude sostanzialmente la proposta con tante “NNN” al posto delle cifre per le coperture finanziarie e con un ulteriore fondo di parte corrente di poco oltre i 200 milioni di Euro (per una media di € 260 a istituto), genericamente finalizzati alla “Buona Scuola”, al “miglioramento e alla valorizzazione dell’istituzione scolastica” che non si capisce bene a cosa debba essere applicato.

In estrema sintesi: qualche piccola luce si è accesa, ma la caligine giuridica e procedurale resta preoccupante. E’ evidente il forte squilibrio nel sistema di governo della scuola, sostanzialmente in capo del solo DS, con la implicita cancellazione della rappresentanza dei portatori di interessi (stakeholders) e senza le necessarie garanzie che un solido quadro normativo di riferimento può offrire.

Non c’è che sperare in un decisivo, ampio e competente intervento risanatore del Parlamento.

[1] Si tratta di un modus operandi che riconosco nel più generale agire della presidenza renziana: bisogna fare in fretta (“celere gestione”), le procedure collegiali sono degli intralci all’azione di governo (il Collegio dei docenti, il Consiglio di Istituto, un po’ come il Parlamento), la soluzione è quella dell’uomo solo al comando, che avoca a sé “e alla sua squadra” le funzioni di proposta, gestione e controllo. A tal proposito, sintomatica e paradigmatica assieme appare la funzione “salvifica” attribuita di volta in volta al giudice Cantone, l’Uomo Giusto che, un po’ come il santo Re Luigi di Francia, viene chiamato dappertutto a imporre le mani e a sanare, sempre in via straordinaria, la corruzione dilagante (si è parlato in queste ore di lui anche come possibile successore di Lupi al Ministero delle Infrastrutture).

[2] Inoltre si provvede a “congelare” lo status quo per i docenti a tempo indeterminato, che restano al riparo dall’assegnazione degli incarichi triennali fatta dal DS, purché non si muovano dalla sede che occupano al momento dell’entrata in vigore della Legge (art. 7 c. 4).

[3] Tra questi merita attenzione, al c. 14, la lingua inglese nella primaria:  essa verrà impartita utilizzando insegnanti di lingua madre, specialisti, “ovvero mediante la fornitura di appositi servizi”. Privati?

La vittoria latina di Tsipras, di Giuseppe Cappello


Pubblico qui un altro, acuto e appassionato articolo del Professore Giuseppe Cappello, con un mio breve commento, nella speranza che il dialogo si allarghi e con esso la riflessione degli Onesti su quanto ci sta accadendo intorno. Perché neanche gli Onesti hanno in tasca la Verità.

Credo che per intendere nel profondo la vittoria di Tsipras si debba pensare, più che a una vittoria politica in senso stretto, a una vittoria della geografia; o, se si vuole, con un termine che si usa oggi per una materia del liceo, a una vittoria della geostoria. Una vittoria cioè di quella Europa latina che si sta rivoltando alla pallida Europa protestante e calvinista che, pur con le sue buone ragioni originarie, ha fatto ormai del cosiddetto rigore un’ideologia; così come della produttività. Sia chiaro, il rigore e la produttività, in una sfida globale con dei giganti economico-finanziari quali la Cina, non sono elementi da sottovalutare e fa bene la Germania a tenere quell’Europa mascalzona latina dentro un orizzonte congruo alle sfide della contemporaneità. Sennonché l’Europa non è solo la Germania e forse è venuto il momento del contributo, nel segno della fondante “unità nella diversità”, di quell’Europa mascalzona latina che non ha mai risolto l’uomo nella produttività. Non per un fatto politico, ma ancora prima per questioni di ordine antropologico-geografiche; e, pensando a Montesquieu, potremmo dire finanche meteorologiche. Leggendo in questo senso si spiegano, credo, anche le parole di Tsipras che hanno fatto storcere il naso a tanti suoi accoliti italiani quando il leader di Syriza ha affermato, un paio di giorni fa, di non conoscere Renzi direttamente ma di avere con lui «una sintonia naturale». Un po’ di respiro per chi, come il sottoscritto, vive politicamente quasi in esilio, essendo di sinistra ed esprimendo un certo sostegno per l’operato di Matteo Renzi. L’esilio di chi, apolide di sinistra, guarda al futuro con una lezione chiara: quella del liberalsocialismo di Guido Calogero. Purtroppo, minoritaria ma non idonea alle sette, una lezione quasi sconosciuta; la lezione di un maestro che in fondo, nelle sue Lezioni di filosofia, ci dice chiaramente quale sia il probabile punto di contatto anche politico oltre che geostorico fra Tsipras, che si allea con la destra nazionalista dell’Anel (e comunque invocato come ‘Mitiko’), e Matteo Renzi alle prese con Berlusconi (ad ogni passo messo all’indice dagli stessi  del ‘Mitiko’). Scrive Calogero proprio della politica: «la politica autentica, esattamente come la morale autentica, non è mai né meretricia né ascetica; o se si vuole è ad un tempo tanto meretricia quanto ascetica, tanto piegata al lavoro sulle bassure della terra quanto intenta a farne sorgere piante che s’innalzino al cielo». Parole alte che, al di là dei protagonisti di questi giorni, iscrivono nel cielo della politica l’unica stella polare che riteniamo possa essere utile alla errabonda sinistra italiana: quella della sua rifondazione liberalsocialista (prospettiva che poi, in fondo, ha la sua radice profonda nella più intima essenza dell’Europa).

pubblicato su “La Repubblica” del 28/01/2015 e sul sito http://www.giuseppecappello.it

Caro Professore,

sempre intelligenti e capaci di far riflettere, le sue parole.  Anche me, che, condividendo col lei la condizione di “apolide di sinistra”, sono sempre più cupamente convinto di essere dentro una nuova  “Gaia Apocalisse”.

“Mascalzone latino” era il nome di una barca di successo. La nostra barca però, con il suo sovrabbondante equipaggio di “simpatici mascalzoni” mi pare abbia delle perfòrmances (come direbbe il buon Matteo) assai meno positive; soprattutto, non si riesce a vedere chi stia al timone.

“Pallida Europa protestante e calvinista” versus “abbronzata Europa modello ‘mia fazza mia razza’”? Sarà che sono di origini settentrionali, ma questa polarità non mi convince.

Le dico sinceramente che non vedo un futuro protratto né per Syriza, confederazione di movimenti più eterogenea di quanto oggi, nell’euforia della vittoria, si creda, né per il suo renzianissimo leader, che del Fiorentino ha la medesima celerità (bene) e la medesima sfrontatezza (meno bene: l’alleanza con il partitino di destra estrema è evidentemente ancora legata alla politique politicienne : a questo partito, non è un caso, è andata la difesa, con un bilancio di oltre il 3% del PIL e restato sostanzialmente immune dalla scure abbattutasi sul resto del comparto pubblico. Che vorrà dire?). A meno che, di Renzi, Tsipras non abbia anche la disinvoltura tattica e il senso dell’esercizio puro del potere: “Letta, stai sereno …” Ricorda?

Non credo alle sintonie naturali, ma alla lotta tra gruppi di potere, cui si è da tempo ridotta, senza residui ideali, la democrazia in Occidente. Così, il decrepito e corrottissimo sistema politico greco si è disintegrato e allora largo ai giovani, con tanto di camicia obamian-renziana, slogan, radiosi orizzonti e soli dell’avvenire. Sono i quarantenni che stanno sostituendo i sessantenni, “los colorados” che si stanno sostituendo ai “blancos”. Niente più. Gli spazi di manovra per un autentico cambiamento della politica globale, quasi inesistente dopo l’89 (1989), sono oggi pressoché nulli.

Tornando ai pallidi Tedeschi, non si tratta di fare del Rigore un’ideologia, ma dell’Onestà sì.

La povera Grecia, giugulata dal lupo teutonico, ha allegramente dilapidato nello scorso decennio decine di miliardi di euro guadagnati con la sua entrata nella zona della moneta unica; il fatto è che si tratta di un paese forse più corrotto del nostro, in cui si pagano ancor meno tasse che da noi, con una massa ingente di capitali riparati all’estero, che ha (aveva?) una percentuale di impiegati pubblici abnorme, per raggiungere la quale noi, che pure in questo settore non scherziamo, dovremmo assumere altri 3.000.000 (tre milioni) di persone, che ha truccato i bilanci per anni.

Se non si prende coscienza di questo punto di partenza, dubito si possa procedere oltre in modo efficace.  “Non si mette il vino nuovo nell’otre vecchio” dice il Vangelo.

Chiagn’ e fott’”, sembra essere il motto dei simpatici e abbronzati mascalzoni latini (o, per meglio, dire italo-greci, perché Spagna e Portogallo sono altra cosa: hanno posseduto imperi, sono stati per secoli “padroni” e non “un volgo disperso che nome non ha”. Vedremo come andrà con “Podemos”),  ma se non si ricostituisce la fiducia tra i diversi Stati europei, se non si smette di andare alla lavagna e di trascrivere su due colonne i buoni (quasi sempre a sud) e i cattivi (quasi sempre a nord), se non si procede ad asportare al più presto , da noi e in Grecia, il tessuto canceroso cresciuto tra politica, affari e criminalità organizzata,  il sogno di Spinelli evaporerà ben presto. E non sarà colpa della Germania.

Liberalsocialismo? Di Guido Calogero ho letto qualche suo scritto sulla scuola e sulla filosofia greca. Grandissimo e, ahinoi, inascoltato intellettuale. Le confesso che accostarlo, solo di sfuggita, a Matteo Renzi mi fa venire i brividi.

Vero, verissimo che la politica è l’arte dell’”onesta dissimulazione”, del compromesso, dell’alto che si mescola con il basso, ma mi pare sia sotto gli occhi di tutti che da anni si pratica solo il “lavoro sulle bassure”. Che ne dice del modo osceno con cui si stanno conducendo le operazioni per l’elezione del prossimo presidente della repubblica? Pranzi, cene, colazioni, incontri segreti, emissari, pellegrinaggi al Naz(z)areno. E il Parlamento Repubblicano, dov’è? Lo si teme a tal punto che bisogna approntare prima la mordacchia per metterlo a cuccia? Neanche le apparenze si salvano più.

Spero di poter leggere in qualche suo altro scritto dove Renzi e il suo seguito stiano invece  “facendo nascere piante che si innalzino al cielo”.

Perché, caro Professore, non mi auguro altro che di avere torto.

Il Partito della Nazione


20 ottobre, direzione nazionale del Partito Democratico: “Il Pd – ha spiegato Renzi – deve essere un partito che si allarga, Reichlin lo ha chiamato il Partito della nazione, che deve contenere realtà diverse.”
Che nome sinistro (niente affatto di sinistra), il Partito della Nazione!
Mi pare innanzi tutto una definizione ossimorica. Se partito è “intrinsecamente parte”, coniugarlo con un termine “totalitario” come “Nazione” significa innescare un corto circuito lessicale (e non solo), che fa affiorare alla mente altri “partiti nazionali”.
Renzi “Duce”, Renzi “Führer”? Sciocchezze. La Storia non si ripete e, quando sembra che lo faccia, essa assume i contorni della farsa.
Eppure, qualche attenzione bisognerà pure porla a questa locuzione che è venuta ad arricchire ulteriormente il nostro vocabolario politico.
Iniziamo a intenderci sul termine “Nazione”.
Natio” in latino ha la stessa radice di “nascor” e dunque è collegata alla stirpe o, se si vuole, alla razza. In età romana la parola non assunse mai un significato politico preciso, come invece fu il caso di “populus”.
“Nazione” fu dunque per molti secoli in Occidente un concetto eminentemente culturale. Solo con il nascere dei grandi stati nazionali (la Spagna della Reconquista, la Francia del Grand Siècle), l’idea di Stato e di Nazione inizieranno ad identificarsi. Per la Germania e l’Italia il percorso sarà ancora lungo e giungerà a termine solo nella seconda metà del XIX secolo.
Rousseau considera la Nazione un soggetto collettivo, il protagonista democratico della vita degli Stati (“il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione”, come recita l’art. 3 della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino”). Si tratta di una definizione profondamente identitaria, ostile al cosmopolitismo e che si pone alle radici del pensiero nazionalistico successivo (E’ noto l’antieuropeismo ante litteram di Rousseau, il quale dichiarava: “ non esistono più Francesi, Tedeschi, Spagnoli e neppure Inglesi, ma solo Europei, i quali si sentono a casa loro dovunque c’è denaro da rubare e donne da sedurre”.
Con Herder la Nazione si fa “Natura” e si caratterizza per una ancora più accentuata individualità storico-culturale, che deve mantenersi immune da influenze esterne. E’aperta qui la strada, attraverso Fichte (Discorsi alla Nazione tedesca), che condurrà, anche se non in maniera deterministica, al nazismo del “Blut und Boden” e della supremazia della “razza tedesca”.
In Italia, Mazzini riprende l’idea organica di Nazione nell’unità di cultura e politica (per Manzoni l’Italia è “Una. D’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor”), in cui non sono i singoli cittadini ad essere protagonisti, come voleva la tradizione illuminista, ma il popolo nel suo insieme.

Su questo sentiero, anche se radicalmente estranea all’idea di libertà che permeava il pensiero mazziniano, si colloca la definizione fascista di Nazione: “ La Nazione non è la semplice somma degli individui viventi né lo strumento dei partiti pei loro fini, ma un organismo comprendente la serie indefinita delle generazioni di cui i singoli sono elementi transeunti; è la sintesi suprema di tutti i valori materiali e immateriali della stirpe”.
Entro questo orizzonte “totale”, fatto di “sangue e suolo”, in cui le scelte individuali sono necessariamente soggette alla morale superiore dello Stato Etico, il Parlamento non può che essere “la cloaca parlamentare” di cui parla Hitler o la mussoliniana “aula sorda e grigia”, in cui far bivaccare i celebri manipoli.
Mi rendo conto di aver divagato non poco, ma quando si usano parole tanto pesanti e cariche di storia come “il Partito della Nazione” bisognerebbe essere più cauti e prestare meno attenzione al linguaggio degli slogan, pronunciati per suscitare reazioni, qualunque esse siano. Tanto più che le profonde e rapidissime trasformazioni culturali e antropologiche cui stiamo assistendo interessano anche concetti e prassi fino a poco tempo fa consolidate e ai quali confessiamo di essere ancora “affezionati”, quali l’ esercizio democratico del potere, la libertà di espressione, la difesa dei diritti,
Ad esempio: il Movimento 5 Stelle ha posto, pur se confusamente e in modo rozzo, la questione del rapporto tra elettore, decisore politico e rete; la stessa ubiquitosa presenza in Tv, radio, giornali e social network del presidente del consiglio, che annuncia leggi, provvedimenti, prospettive d’azione, “fa politica”, insomma, servendosi direttamente e senza contraddittorio dei media, sta producendo una evidente perdita di centralità del Parlamento (peraltro sequestrato da grottesche leggi elettorali), che sta diventando mera cassa di risonanza di volontà che si formano al suo esterno. Basta osservare l’esponenziale aumento della decretazione d’urgenza e del ricorso ai voti di fiducia.
In un contesto tanto turbato e confuso, il richiamo alla Nazione e a un suo condendo Partito, deve essere preso sul serio. Esso risveglia spinte identitarie utili a compattare il Paese nei tempi calamitosi in cui viviamo, ma non può non sollevare interrogativi.
E’ evidente l’insofferenza di Renzi per le ”pastoie democratiche”, per tutto quello, persone o norme, che rallenta, intralcia il suo cammino modernizzatore, obietta, dissente. Per carità, i “dissidenti” vanno ascoltati, officiando così quella che è diventata una liturgia democraticistica, ma poi accuratamente messi da parte in nome di un decisionismo del capo, eletto plebiscitariamente in luoghi e in modi ancora non verificati e che ascolta solo se stesso e, forse, la sua fedele, mediocre Gefolgschaft.
Al giornalista che gli chiede se a lui piaccia il Partito della Nazione Cacciari risponde: “Io lo detesto! E’ una boutade populistica per arraffare voti e conquistare un’egemonia attorno alla figura di un leader.”
Speriamo sia solo questo.

la Buona Scuola del Maestro Matteo


Il presidente Matteo è giudicato da tutti un abile comunicatore politico e quindi, necessariamente, molto attento alla scelta dei linguaggi e delle forme del comunicare.
Una prima impressione che la grafica di questo importante Documento sulla futura Buona Scuola ci trasmette è quello della pasticceria: la sua estesa policromia, che va dal rosa confetto al caldo colore delle torte della nonna ha la fragranza di un dolce appena sfornato. Questa sensazione è ribadita dal set di caratteri scelti: si fa infatti spesso ricorso al tipico corsivo dei bambini, lo stesso di tante, stucchevoli pubblicità dei prodotti che si vendono nel mercato scolastico, dalle merendine agli zaini.
A conferma del taglio gastronomico dato all’intero Documento giunge l’autrice del progetto grafico, Lucia Catellani, di Bread and Jam (sic!), una designer di area reggiana, come l’influente sottosegretario alla presidenza del consiglio, Graziano Del Rio, che tra i suoi lavori annovera “la papilla brilla”, “food joy”, “food immersion festival” (oltre che un più impegnativo “Tania Tellini sindaco”). Chissà quali sono state le modalità di assegnazione dell’incarico.
I colori pastello e i palloncini si susseguono inesorabilmente di capitolo in capitolo, ribadendo in forma subliminale il concetto che la Buona Scuola sarà il risultato di una Buona Ricetta, fatta di cose semplici e genuine. Siamo ben lontani dunque dalla quotidiana tragedia in cui essa versa.
In questo programmatico tentativo di esorcizzare il dramma e di farci stare tutti sereni, il Documento agita con vigore la bandiera del New Deal renziano (Roosevelt mi perdoni) e sviluppa alcuni temi di forte presa sull’opinione pubblica, senza eccessive preoccupazioni di distinguere pesi, processi, omogeneità e qualità degli interventi e senza tema di cadere in luoghi comuni e in genericismi.
Iniziamone una pur sommaria disamina:
l’istruzione è l’unica soluzione strutturale alla disoccupazione”. Bella frase, ma, alla prova dei fatti, non vera, in quanto i meccanismi che determinano l’occupazione dipendono dal mercato e il mercato prescinde di per sé dai livelli di istruzione. Ricordo solo che nel Triveneto, ai bei tempi pre-crisi, si determinava una dispersione scolastica (un abbandono precoce della scuola) proprio a causa degli alti livelli occupazionali offerti ai giovani a partire dai sedici anni. Non è collegando direttamente l’istruzione al mercato del lavoro che si genera la Buona Scuola.
Per la Buona Scuola non bastano più azioni circoscritte o interventi mirati. È finito il tempo delle sperimentazioni. Occorre intervenire in maniera radicale. Accettando di uscire dalla comfort zone, dal “si è sempre fatto così”, perché questo alibi non ci ha portato da nessuna parte.”
L’intero periodo mi pare retorico e contraddittorio. Da un lato si dice che il tempo delle sperimentazioni è finito e dall’altro si parla di una fantomatica comfort zone (ah, questo inglese prezzemolesco!) determinata da chi non vuole cambiare. Qui sembra non si voglia ricordare che se la scuola è riuscita, in tutti questi anni, a tenere il passo dei tempi, nonostante tutto, è stato proprio perché molti insegnanti hanno scelto la via assai poco confortevole della sperimentazione, lavorando molto e senza alcun riconoscimento. Il guaio è che tutto il patrimonio di buone pratiche, di innovazione (come pure di fallimenti) uscito da quelle sperimentazioni sul campo non è stato mai né valutato, né ricondotto a sistema da chi ne aveva il preciso dovere.
oggi ripartiamo da chi insegna … A loro vogliamo dire chiaramente: siamo pronti a scommettere su di voi. A farvi entrare nella partita a pieno titolo, e a farvi entrare subito. Ma a un patto: che da domani ci aiutiate a trasformare la scuola, con coraggio. Insieme alle famiglie, insieme ai ragazzi, insieme ai colleghi e ai dirigenti scolastici.
Quanta retorica e quanta vuotaggine! E’chiedere troppo di smetterla con le metafore calcistiche (partita, entrare in campo)? Possibile che l’unico parametro culturale di riferimento del nostro presidente sia lo sport nazionale italiano? Che significa chiedere agli insegnanti di “aiutare a trasformare la scuola” se il governo non detta con precisione le linee di indirizzo della nuova scuola, con concretezza e senza la solita enfasi sui suoi “alti e nobili compiti”, enfasi che ha sempre coperto il sostanziale disinteresse della politica italiana per l’istruzione (ricordo, per inciso, che per la scuola spendiamo meno della pur non esaltante media europea – 5% del PIL -, ovvero poco più del 4%).
lanciamo un Piano straordinario per assumere a settembre 2015 quasi 150 mila docenti”. La Buona Scuola inizia dunque con l’assunzione di un numero davvero ingente di precari, pari a circa un quarto dei docenti attualmente in ruolo. Una sanatoria che, di per sé, può anche essere un atto di giustizia sociale, ma che, altrettanto di per sé, non determina in alcun modo l’avvento della Buona Scuola.
Ogni scuola dovrà avere vera autonomia, che significa essenzialmente due cose: anzitutto valutazione dei suoi risultati per poter predisporre un piano di miglioramento. E poi la possibilità di schierare la “squadra” con cui giocare la partita dell’istruzione”. Qualche attenzione in più alla forma italiana non avrebbe guastato, ma non sottilizziamo. Pare di intendere che le scuole autonome abbiamo bisogno “essenzialmente” (?) di due cose: di essere valutate e di schierare una “squadra con cui giocare la partita dell’istruzione”. Ci risiamo con il calcio. Nel corpo del Documento si affronta poi il cuore del problema, che sono le risorse e se ne distinguono diversi tipi di reperimento, tutti o quasi ispirati al mondo anglosassone, dove, tuttavia, il principio di sussidiarietà è largamente applicato in un contesto in cui gli sgravi fiscali non sono una burletta, come da noi. Dove poi si reperiranno le risorse per coprire i conseguenti mancati introiti per l’erario non è detto.
Siamo il Paese di Montessori e di Don Milani, di Don Bosco e Malaguzzi”. Nell’Olimpo pedagogico del Maestro Renzi brillano astri assai diversi per grandezza e rilievo nazionale e internazionale (Reggio Emilia è comunque sempre presente): che significa mettere insieme quattro nomi illustri senza cogliere i nessi che dovrebbero connetterli nel sostenere un preciso disegno comune? E’ solo una vetrina, peraltro assai parziale, del “made in Italy” pedagogico?
la nostra scuola è piena anche oggi di innovatori silenziosi. Dobbiamo farli crescere, potenziando e rendendo obbligatoria la formazione in servizio, con modalità nuove che valo¬rizzino e mettano in rete gli innovatori naturali della nostra scuola, dando loro un ruolo di “guide decentrate” dell’innovazione didattica.” “Fate fumo!” ordinavano i capitani delle navi sotto preponderante attacco nemico. Qui di fumo ce n’è molto: chi sono “gli innovatori silenziosi”? Perché silenziosi? E gli “innovatori naturali”? Ci sono “innovatori artificiali”? E, ancora, cosa sono “le guide decentrate dell’innovazione didattica”? Ci sentiamo soffocare.
Vogliamo poi che la scuola ritorni ad essere centro civico e gravitazionale di scambi culturali, creativi, intergenerazionali, produttivi. Per farlo servono semplicità, connessione e apertura. Serve sbarazzarsi della burocrazia scolastica.” Ci viene in mente il “centro di gravità permanente” di Franco Battiato che, alla luce di questa proposizione, appare di una chiarezza folgorante. Torna qui un linguaggio anacolutico simil-marinettiano così tipico del presidente Matteo: “semplicità, connessione e apertura”: mah! Segue poi il catoniano “ceterum, delenda Carthago”, il refrain renziano contro la burocrazia vista come la fonte di tutti i mali. Mi domando che cultura giuridico-amministrativa possegga il nostro governo.
La scuola deve diventare poi la vera risposta strutturale alla disoccupazione giovanile, e l’avamposto del rilancio del Made in Italy.” Sul rapporto tra scuola e tasso di disoccupazione si è già detto. Quanto all’”avamposto del rilancio del Made in Italy”, mi pare ci si limiti a mettere insieme termini suggestivi, senza tuttavia alcuna ulteriore e necessaria specifica: a quale scuola si sta pensando? In che modo, ad esempio, il liceo classico può diventare un “avamposto” del genere? Si sta forse pensando agli istituti professionali? Così sembrerebbe di capire leggendo la proposizione successiva, dove si parla di “via italiana al sistema duale”. Il riferimento al sistema tedesco è evidente quanto imprecisato. Pare riecheggiare qui un antico slogan, rimasto anch’esso alquanto oscuro, quello della “via italiana al socialismo”. Che significa cercare una via italiana verso un orizzonte culturale ed educativo radicalmente altro? Quali i mezzi, quali le differenze specifiche da salvaguardare? Lo sa il Maestro Renzi che nel sistema duale tedesco le imprese che accolgono i giovani in formazione vengono retribuite? Lo sa che in Germania, pur nelle differenze esistenti tra i diversi Länder, oltre il 60% degli studenti sono sulla filiera professionale (da noi non arrivano al 15%)?
La conclusione un poco bombastica del Preambolo richiama quanto detto all’inizio (“Con un’operazione mai vista prima nella storia della Repubblica”) e sottolinea l’apertura della “più grande consultazione – trasparente, pubblica, diffusa, online e offline – che l’Italia abbia mai conosciuto finora”. Modestia a parte. “Perché per fare la Buona Scuola non basta solo un Governo. Ci vuole un Paese intero”. Mi permetto di dire che ci vogliono soprattutto idee chiare e cultura autentica.

Al Preambolo segue lo sviluppo dei temi fin qui toccati e la conclusione con una sintesi per punti. Lungo e difficile sarebbe rintracciarne i limiti, gli equivoci, le enunciazioni senza sostanza.
Mi limiterò ad alcuni esempi:
a. – Nella tabella esplicativa “i docenti che mancano all’appello” (p. 13) si fa un’evidente confusione nella definizione dell’organico di diritto e dell’organico di fatto e, soprattutto, in quella di spezzoni di cattedra, “da svolgere, ad esempio, per 9 ore in una classe e 9 ore in un’altra.” In questo caso si tratta in effetti di mera normalità, perché così si compone e si articola una cattedra ordinaria. Inoltre gli spezzoni non possono “accavallarsi temporalmente”, visto che ciò dipende dagli orari delle singole scuole, che possono e debbono armonizzarli. Si ha la netta impressione che il compositore della tabella sappia ben poco del funzionamento delle scuole e dell’assegnazione dell’organico.
b. – Si parla poi del cosiddetto organico dell’autonomia o organico funzionale, già sperimentato con interessanti risultati per alcuni anni in diverse scuole di ogni ordine e grado, risultati che sembrano essere completamente ignorati dagli estensori del Documento, visto che si fa manifestamente confusione tra le risorse necessarie per le supplenze e quelle destinate all’ampliamento/miglioramento dell’offerta formativa. Non è confusione da poco, poiché si tratta di uno dei punti critici riscontrati nel corso della sperimentazione della fine degli anni ’90 e sul quale le scuole coinvolte hanno molto lavorato.
c. – A tratti si avverte una certa fastidiosa sciatteria nel linguaggio: “Una volta abolite le SSIS, lo Stato ha inventato un percorso che prevede, all’esito di una selezione nazionale basata su test preselettivi e prove scritte e orali, un anno di formazione per un totale di 1.500 ore di attività”. Torniamo a interrogarci sul livello di cultura giuridica del Maestro Renzi e dei suoi sodali: lo Stato non inventa percorsi; semmai sono il Governo e il Parlamento che, comunque, non inventano ma deliberano e progettano percorsi. Pignolerie professorali? Le parole sono importanti e l’uso che se ne fa individua chi le produce.
d. – Sulla valutazione dei docenti, si riprendono alcune soluzioni già presenti in precedenti disegni di riforma (Aprea, Gelmini), allora fortemente contrastate dal PD, senza tuttavia giungere a chiare ulteriori specificazioni sui modi e sul come, ad esempio, funzionerà l’attribuzione dei “crediti didattici” (“ i CREDITI DIDATTICI si riferiscono alla qualità dell’insegnamento in classe e alla capacità di migliorare il livello di apprendimento degli studenti.”). Si assegneranno in base al numero delle promozioni, al livello medio delle valutazioni? Saranno affidate al giudizio degli studenti e delle famiglie? Non è chi non veda l’estrema difficoltà di mettere in pratica un principio del genere.
e. – La consultazione (la “più grande consultazione – trasparente, pubblica, diffusa, online e offline – che l’Italia abbia mai conosciuto finora”) sul Documento, aperta a tutto il Paese fino a novembre, è sicuramente una trovata, peraltro non originale, visto che anche al tempo del riordino Gelmini si è attivato un meccanismo simile di consultazione della “base”. Purtroppo è meramente illusorio pensare che la riforma della scuola possa nascere o essere determinata “dal basso”; è più probabile che si apra un’inestricabile Babele di opinioni, una logomachia pseudo democratica che sarà impossibile portare a sintesi. E che dire del “kit” destinato agli studenti (tutti? Di tutte le età?) che vorranno discutere della futura Buona Scuola? Sarà affidato anch’esso a Lucia Catellani? E che dire ancora dell’incoraggiamento a “studenti, personale amministrativo delle scuole e creativi (?) a sviluppare soluzioni di service design con cui migliorare i servizi della scuola, partendo dai dati e organizzando hackathon”?
Il Documento, l’abbiamo letto tutto e con attenzione. Ci è sembrato vertiginoso per la quantità e l’ampiezza dei temi trattati, temi complessi e spinosi su cui la scuola fa i conti da decenni e che il nostro presidente Matteo vuol risolvere e concludere nel giro dei suoi famosi mille giorni, ambizioso quanto generico e ricco di quel wishful thinking (mi ci metto anch’io a parlare inglese dopo i tanti nudging, co-design jams, barcamp, world cafè, crowfunding, ecc. ecc.) che non può portare a nulla di concreto se non ad un’efficace azione propagandistica, irrealistico sul piano delle risorse da mettere in campo. Ricordo che il ministro Tremonti, in anni non lontani, ha sottratto alla scuola circa 10 miliardi di euro e che da allora non si è fatto altro che tagliare. Per sfornare la sua Buona Scuola, il presidente Matteo dovrà mettere in campo fin da subito risorse oggi impensabili, ben oltre i tre miliardi di cui si parla nel Documento (forse non basterà neppure il doppio per fare la metà di quello che vi sta scritto). Basti solo pensare alla necessità che l’Italia ha di reperire in tempi brevissimi 20 miliardi, se non vuole incorrere nelle sanzioni di Bruxelles.
Il fatto è che, tristemente, l’unico elemento concreto che emerge dalle oltre 100 pagine del Documento e che non a caso è messo in testa all’intera trattazione, rimane la promessa assunzione in ruolo già dall’anno prossimo di 150.000 precari: in una prospettiva sempre più concreta di elezioni anticipate, si tratta di un notevole, potenziale bacino di consenso elettorale, paragonabile, con l’indotto, a quello generato dagli 80 € mensili di sgravi fiscali, di cui peraltro attendiamo ancora i mirabolanti effetti sull’economia (la produzione è scesa anche a luglio dell’1%).
Il resto appare solo come un pot-pourri, una confusa sommatoria di questioni già mille volte sentite e qui meramente orecchiate e imbastite, qui è il caso di dirlo, con il filoforte di una politica dell’audience, alla ricerca del mero consenso, ottenuto con i meccanismi tipici delle campagne di advertising (trad.: “della pubblicità).

Tra canguri e tagliole


In questo luglio singolarmente burrascoso, l’Italia sta consumando un’altra tappa del suo declino.
Il Paese appare come attonito, sopraffatto da dati sempre più allarmanti e deprimenti: tutti gli indicatori economici sono negativi, la ripresa non c’è, il sud si allontana ancor di più dal nord, con una disoccupazione giovanile che non cessa di battere record verso il basso, al ritorno dalle vacanze (per pochi) ci aspetta una salva di imposte pesantissime, che finiranno per deprimere ulteriormente il clima e le finanze, pubbliche e private. Continua la svendita del patrimonio industriale italiano, mentre nel Mezzogiorno non sappiamo neppure spendere i contributi comunitari. Si ingrossa quella che viene definita la “fuga dei cervelli”, che di per sé non sarebbe né grave né dannosa, se riuscissimo ad attrarre altrettanti cervelli stranieri. Purtroppo, dopo anni di sprechi e di clientelismi, l’università italiana è al collasso e con essa la scuola, prive come sono di strategie almeno generazionali. Il triste elenco potrebbe essere più lungo.
Il presidente Matteo continua nel suo inconcludente vociare, nel manifestare una ducesca fermezza (“non arretreremo di un centimetro!” – ricordate il famoso “bagnasciuga”?), nel trattare il dissenso con sempre maggior fastidio, sostenuto in questo da un’idea (?) ancora una volta di matrice futurista, che fa della velocità e dell’insofferenza per qualsiasi manifestazione di pensiero articolato (e per ciò stesso “lento”) un accattivante modo comunicativo, per far breccia nella testa, ma soprattutto nella pancia di tanti italiani stanchi e sfiduciati e quindi disposti ad imboccare scorciatoie.
Spie di tale pericolosa cultura sono la dichiarata avversione alla burocrazia e agli eccessi del parlamentarismo, che consente alle opposizioni (incredibile dictu) di opporsi e quindi di sfastidiare il governo, che si sente impedito nella sua voglia di sollecito agire (anche qui, vi ricorda qualcuno, stavolta di molto recente?). Matteo la volpe però ha scelto bene i suoi bersagli, che tanti anni di abusi e di operosissima incompetenza hanno resi invisi alla maggioranza degli italiani. Tuttavia sarebbe necessaria la massima cautela, prima di gettar tutto nel forno del cambiamento e del novismo dogmatico; e ricordare che la burocrazia, se ben gestita e affidata a persone che sanno il fatto loro, è garanzia democratica: non è forse vero che la corruzione degli ultimi anni ha attecchito proprio laddove sono saltati i controlli e si sono scelte procedure raccorciate di emergenza (vedi G 8, terremoto dell’Aquila, Mose, Expo)? E’ facile poi sparare su un’istituzione parlamentare degradata dalle varie porcate elettorali, spregiata dall’opinione pubblica, chiusa a riccio nella difesa del propri privilegi, a livello nazionale e locale. Ma non per questo si dovrebbe assistere alla sua sistematica umiliazione da parte di un governo che interviene pesantemente su questioni esclusivamente parlamentari come quelle della riforma costituzionale, che tratta “extra moenia” pacchetti preconfezionati ed esige obbedienza a tutti i costi.
Sappiamo che le settimane del fulmineo programma del presidente Matteo si sono diluite nei nuovi, magnifici “mille giorni”, ma ciò nonostante, nulla è stato ancora concretamente fatto nei settori- chiave: il “job act”, pur approvato, non è attuato, la “spending review” non si sa dove è finita (Cottarelli però si è dimesso, sbattendo la porta), la copertura dei celeberrimi 80 € traballa e, se verrà confermata, inciderà ancora una volta sulla tassazione, ormai la più alta del mondo occidentale per servizi alla comunità tra i più scadenti e quindi, di riflesso, sul debito pubblico, che veleggia ormai oltre il 135% sul PIL. ISTAT, SviMez, Confindustria, Confcommercio non fanno che gettare allarmi, che sono oggetto di discussione nei talk-show, ma certo non nelle sedute del consiglio dei ministri.
L’Europa poi. Osservate la prossemica del presidente Matteo quando si presenta nei consessi europei, quel suo piglio volitivo da bambino capriccioso, convinto di convincere con il suo “painful english” – by the way, non si è mai sentito un governo tanto anglofono come questo, con un capo che massacri in modo così efferato la lingua di Shakespeare – la “Kanzlerin” e gli altri, mentre ha già collezionato una serie di smacchi e di rifiuti.
In questa atmosfera plumbea, si vuole risolvere alla svelta una questioncella come la riforma della Costituzione, facendone pretesto per dimostrare di possedere “gli attributi” (“Ho detto ai miei (sic!) deputati: – è sempre il presidente Matteo che parla – calma! Riusciremo a ottenere quello che vogliamo!”), ma certo ben poco badando alla sostanza della questione, che è eufemismo definire delicata e di vitale importanza per il futuro dell’Italia. Provate a comparare, che so, i discorsi alla Costituente di Terracini e quelli del ministro Boschi. Non vi viene la pelle d’oca? Avreste mai pensato di dover associare un marsupiale australiano o l’invenzione misericordiosa del dott. Guillotin, a un dibattito costituzionale?
“Quem vult perdere, deus amentat”. Pare proprio che il Cielo (non solo meteorologico) ce l’abbia con noi.