La crisi catalana


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Quello che sta avvenendo in Catalogna attorno al referendum per l’indipendenza del 1 ottobre prossimo induce a riflessioni più generali su temi che, si può dire, siano presenti in Europa fin dalla conclusione della prima guerra mondiale, con la cosiddetta “dottrina Wilson”, ma che, se si vuole, si possono far risalire fino alla pace di Augusta (1555), con la quale venne sancito il principio del cuius regio, eius religio e con esso l’inizio del declino dell’impero medievale e la nascita degli stati-nazione.

Dopo il 1918, con l’applicazione, in diversi casi ad usum delphini, della wilsoniana “autodeterminazione dei popoli”, si vollero creare stati-nazione omogenei per lingua, cultura e religione (una d’armi, di lingua, d’altare/ di memorie, di sangue, di cor”, per dirla con l’Italia di Alessandro Manzoni in “Marzo 1821”) e annientare i grandi imperi dell’epoca, tedesco, austro-ungarico e ottomano, per dare spazio al nascente, nuovo impero americano, desideroso e capace di sostituirsi ai suoi omologhi britannico e francese, ormai in declino, nonostante la vittoria.

La nascita dell’URSS e gli esiti della seconda fase della Guerra Europea hanno poi condotto, dopo il 1945, all’instaurarsi di un equilibrio imperiale bipolare est-ovest, che, fino alla caduta del Muro di Berlino e alla scomparsa dell’Unione Sovietica, ha tenuto a bada le spinte nazionalistico-identitarie presenti all’interno dell’Europa.

In questi ultimi tempi si è molto parlato nel main stream della inattualità, se non della pericolosità dei nazionalismi, della negatività del cosiddetto “sovranismo”, individuando invece nell’irenistico orizzonte di una società senza confini, senza distinzioni di razze, di religione, di sesso (sintetizzata dalla celebre frase attribuita a Einstein, il quale, interrogato sulla razza di appartenenza al suo ingresso negli Stati Uniti ad Ellis Island nel 1933, rispose “razza umana”), la buona via da seguire.

Tale prospettiva di stampo illuminista, che ha prodotto la pervicace utopia della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, ha tratto forza e giustificazione dalle ceneri di un’Europa distrutta dai nazionalismi.

Tuttavia, se essa era comprensibile negli anni della ricostruzione di un intero continente annientato da un unico immane conflitto (la seconda guerra dei Trent’anni europea, dal 1914 al 1945), quando erano ancora vivi e operanti coloro i quali avevano direttamente patito quella rovina, a valle del crollo del sistema imperiale sovietico e del bipolarismo globale nei primi anni ‘90, la stessa prospettiva si è ossificata in proclami europeisti di maniera, rivelandosi nel contempo affatto irrealizzabile se non, addirittura, controproducente. Basti considerare la Brexit, la crescita generalizzata dei partiti nazionalisti identitari (vedi le ultime elezioni tedesche) e leggere le statistiche sulla disaffezione crescente dei cittadini europei per le attuali istituzioni comunitarie.

La rottura di quell’equilibrio bipolare, scaturita dalla conclusione della Guerra Fredda (fredda sì, ma pur sempre guerra) avrebbe dovuto indurre a cercare un nuovo progetto di Europa, che tenesse conto delle grandi e radicali novità apparse sul teatro europeo e mondiale. Ma così non è stato.

La spinta ideale e politica di Schumann e di Monnet, capaci di “inventare” istituzioni all’altezza delle circostanze, si è esaurita nella genesi di un governo europeo di profilo essenzialmente contabile, che patisce un forte deficit di controllo democratico e, cosa ancora più importante, nella rinuncia a elaborare un’identità europea adatta ai tempi nuovi del post ’89.

Recitando il vuoto mantra del “no al sovranismo, no al nazionalismo”, senza indicare la direzione verso la quale avviarsi per risolvere la questione, sempre aperta e irrinunciabile, dell’identità dei popoli, si sono aperte ferite profonde e sanguinose nel cuore stesso del Continente.

Consideriamo la Jugoslavia e la sua dissoluzione, iniziata anch’essa agli inizi degli anni ’90.

Morto Tito (1980), la fragile costruzione statuale degli slavi del sud comincia a vacillare. Crollato l’equilibrio imperiale bipolare, ecco che si riaffaccia di nuovo alla ribalta il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Nel caso jugoslavo, l’Occidente (USA e UE) hanno ritenuto valide le ragioni dei “separatisti”, ragioni fatte poi valere con una guerra sanguinosissima (oltre duecentomila morti, massicci bombardamenti aerei, enormi distruzioni), i cui esiti sono ancora oggi malcerti (vedi la situazione della Bosnia-Erzegovina), ma che ha comunque condotto alla creazione di microstati, immediatamente riconosciuti dalla comunità internazionale (da ultimo persino l’evanescente Cossovo) e, in taluni casi, ammessi rapidamente nell’Unione Europea (Slovenia, Croazia).

Viene da dire: perché, nel caos jugoslavo post URSS, si sono appoggiati gli stati scissionisti, si è sostenuta e finanziata la nascita di stati-nazione assai piccoli (la Slovenia arriva appena a due milioni di abitanti), si è promossa la distruzione di un Paese internazionalmente riconosciuto?

Certo, si può ribattere che la Jugoslavia era uno stato recente, nato con una debole identità, voluto anche in funzione anti-italiana, per fare da contrappeso, dopo il 1918, alle aspirazioni plurisecolari dell’Italia post e preunitaria (Venezia, ma anche il regno di Napoli) a un’egemonia nell’area balcanica e sull’oriente mediterraneo europeo in generale. La Spagna invece è uno tra i più antichi stati d’Europa (risalente almeno alla Reconquista del 1492 e all’unione dinastica dei regni di Castiglia e di Aragona).

Eppure, anche nella genesi dello stato unitario spagnolo ci sono elementi “imperiali”, cioè a dire che sovrastano e schiacciano le singole identità nazionali e culturali della penisola iberica.

La Catalogna in particolare, avendo parteggiato per gli Asburgo nella guerra di successione spagnola, dovette subire il rigore dei decreti borbonici del 1716 (Decretos de Nueva Planta), con cui Filippo V toglieva ai catalani ogni forma di autonomia, ivi compreso l’uso della lingua loro propria.

La politica “imperiale” castigliana continuò negli anni ’20 del secolo scorso, con la dittatura di Miguel Prima de Rivera e poi con quella di Francisco Franco, morto nel 1975, con la quale la repressione madridista toccò il suo vertice.

La monarchia spagnola post-franchista non si è data una struttura federale, paragonabile a quella della Germania o a quella della defunta Jugoslavia titina, anche se ha concesso regimi diversificati di autonomia a talune realtà regionali particolarmente centrifughe, come la Catalogna o i Paesi Baschi. Essa ha mantenuto in buona sostanza un impianto centralista (il re è garante dell’unità del Paese. La Spagna resta Una, Grande y Libre, come recitava un noto slogan franchista).

Arriviamo al punto: perché la Slovenia sì e la Catalogna no?

Le critiche veementi ai cosiddetti “sovranismi”, come vengono oggi spesso definite le spinte alla riconquista di spazi democratici di decisione, usurpati dalla burocrazia “irresponsabile” bruxellese, l’assenza nel contempo di un’identità europea che possa sostituirsi al perseguito annullamento delle identità nazionali, aprono spazi pericolosi, che andrebbero colmati e governati. Gli stati nazionali sono un bene da salvaguardare a corrente alternata?

Risalendo indietro nel tempo, c’è stato in verità nel cuore dell’Europa un modello politico-statuale cui guardare per trarne ispirazione per una nuova Europa: il Bund tedesco pre-bismarckiano.

Invece di inseguire vanamente la creazione di un unico stato europeo federale, che prevede necessariamente un’ampia cessione di sovranità da parte dei singoli stati nazionali, i quali, come indica la storia di questi ultimi sessant’anni, non sono affatto intenzionati a concederla, bisognerebbe a questo punto lavorare alla costruzione di una diversa struttura politico-istituzionale dell’Europa Unita, che resta un bene irrinunciabile, ovvero a una confederazione di entità statuali sovrane, anche a carattere regionale, che superino le angustie dei vecchi nazionalismi, ma che rispondano alle esigenze identitarie dei popoli e che, soprattutto, restituiscano ai cittadini il controllo democratico dal basso del proprio futuro.

Con un’Europa davvero forte e davvero democratica, governata da una Dieta confederale (non da un pallido scimmiottamento  dei parlamenti nazionali, come è l’attuale, pressoché inutile e costosissimo parlamento europeo), eletta dai cittadini europei su base continentale e non più regional – nazionale e dotata di poteri autentici e trasparenti, ma limitati alle materie di comune interesse (commercio internazionale, armonizzazione economica e fiscale, difesa dei confini esterni, politica estera), la questione delle identità nazionali si potrebbe riaprire e risolvere senza demonizzazioni e senza invocare, quando fa comodo, l’intangibilità di stati-nazione, di cui peraltro e a ogni piè sospinto, si parla come di istituzioni superate e pericolose.

Una confederazione europea potrebbe lasciare spazio al formarsi di unità statuali nuove, più piccole e libere di collocarsi all’interno della stessa confederazione, con un evidente aumento del tasso di democrazia.

La Catalogna “scissionista”, regione culturalmente antica e ricca di tradizioni sue proprie, come pure la Scozia, non hanno affatto chiesto la secessione dall’UE, ma “solo” di poter partecipare in modo diverso all’unità europea.

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La Guerra Fredda è stata una guerra


Da che mondo è mondo, ogni guerra si conclude con un trattato di pace e una conferenza regolativa della nuova realtà post conflitto: dalla pace di Vestfalia dopo la Guerra dei 30 anni, al Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone, a Versailles, Saint Germain, Trianon dopo la I Guerra Mondiale, a Yalta, Potsdam, Teheran dopo la II.

Nessuno invece si è preoccupato, all’indomani dell’89 e della fine della Guerra Fredda, di convocare una conferenza di pace tra vincitori e vinti, ma si è lasciato libero campo al dispiegarsi delle forze generatesi dopo la dissoluzione del blocco sovietico. Tali forze, sfuggite al controllo di una debolissima politica globale, hanno acceso scontri e guerre che potrebbero essere definite “glocali” e che in questo ultimo quasi trentennio hanno provocato stragi inaudite e sconvolgimenti profondi in tante zone del mondo.

L’Europa si è solo apparentemente salvata dalle carneficine avvenute in Africa, nel Medioriente e in Asia, con i loro milioni di morti. Non dobbiamo dimenticare infatti che, agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, la guerra in Bosnia e in Serbia ha causato oltre 200.000  vittime e che resta ancora acceso un sanguinoso conflitto in Ucraina. Per non parlare di quanto è successo e sta ancora succedendo sulla frontiera sud-orientale europea del Caucaso.

Né va trascurato il fatto che proprio dalla conclusione della Guerra Fredda è stato innescato il processo di profonda crisi e di incombente disgregazione in cui si trova oggi l’UE (non l’Europa!), nata in un mondo che non c’è più e che fa finta di non accorgersene.

Con la caduta del Muro di Berlino è terminato dunque un vero e proprio conflitto mondiale, durato oltre quarant’anni, che ha visto vincitori e vinti e, come è successo dopo i due conflitti mondiali guerreggiati, la scomparsa di un impero. La dissoluzione dell’URSS è nei fatti equiparabile a quella dell’impero russo nel 1917, degli imperi austro-ungarico e ottomano dopo il 1918 e a quella degli imperi coloniali britannico e francese dopo il 1945.[1]

La fine dell’Unione Sovietica e della divisione in due (tre) blocchi del globo, successiva al 1989 è stata invece derubricata da evento politico epocale a vittoria finale del Bene sul Male, della Libertà sulla Tirannide, del Progresso Globale e del Libero Mercato su ogni residuo concetto di socialismo, secondo un’impostazione moralistica cara al Pensiero Unico dominante dell’unica potenza egemone rimasta, gli USA.

Si è agito, in buona sostanza, in spirito di continuità con il tribunale di Norimberga, con cui si tentò di liquidare in termini etici una gigantesca, tragica questione politica. L’evidente assenza di un’efficace analisi “scientifica” degli accadimenti e di un disegno di prospettive per il futuro è drammaticamente davanti agli occhi di tutti. Tanto che su questo terreno si sono sviluppate con un certo successo teorie strampalate, come quella della “fine della Storia”.

Ha dunque trionfato la falsa coscienza, l’uso comune e acritico di concetti astratti, quali quello di “globalizzazione”, spacciato per nuovo e, soprattutto, considerato come irreversibile, laddove la Storia ci dovrebbe insegnare che non c’è nulla di irreversibile nelle vicende dell’uomo su questa Terra. Si è detto infatti che la globalizzazione in quanto tale è permanente e benefica, poiché ha consentito il progresso di vaste masse di persone su tutti i continenti, ha liberato energie individuali prima compresse, sta realizzando l’ideale illuministico dell’Uomo Cittadino del Mondo.

Non è chi non veda in ciò la trama di una nuova ideologia. La globalizzazione così come la stiamo conoscendo ed esperendo ha assunto nei fatti connotati politici ed economici ben precisi, che hanno consolidato, ampliato e aggravato enormi diseguaglianze. Secondo l’agenzia britannica OXFAM, i 62 miliardari più ricchi sono giunti a possedere una ricchezza pari a quella della metà più povera del mondo.[2] Quando dunque si parla di crescita in termini assoluti, essa è frutto di un calcolo medio tipico del trilussiano pollo.[3]

Un mondo privo di governo, lasciato in balia degli spiriti vitali senza freni del capitalismo finanziario internazionale, è destinato a vedere il ripetersi di incendi, anche molto distruttivi.

Nessun Metternich, nessun Wilson all’orizzonte, nessun tavolo attorno a cui sedersi in conferenza per tentare di prospettare nuovi equilibri. L’ONU è da tempo un mero simulacro autoreferenziale e costantemente disatteso, che esiste solo per alimentare i suoi costosissimi apparati (si è detto che circa il 70% delle risorse destinate a realizzare i suoi scopi istituzionali serve a stipendiare i funzionari e i dirigenti delle Nazioni Unite).

La globalizzazione mercatista alimenta il sentimento di profonda ingiustizia che milioni di uomini provano oggi, anche nelle aree più ricche della Terra. Ingiustizie e diseguaglianze, comunicate anch’esse capillarmente e globalmente dai media, non potranno a loro volta non alimentare frustrazione e rabbia, fino a giungere a un punto di non ritorno.

E’ già successo, circa cento anni fa, nel cuore dell’Europa uscita distrutta dalla Grande Guerra e divorata dalla speculazione finanziaria, quando la debolezza delle élites politiche non riuscì più a interpretare i bisogni dei cittadini, trattando nel contempo i sommovimenti sociali cui assistevano come crisi febbrili passeggere. Si potrebbe fare un’antologia di tali “sviste”: da chi definiva sprezzantemente Adolf Hitler un “imbianchino” a quell’ uomo politico austriaco, che, interrogato sulla possibilità dello scoppio di una rivoluzione in Russia alla metà degli anni ’10 rispose: “Chi dovrebbe farla, la Rivoluzione, per caso quel tale Trotskij seduto a un tavolo del Café Central?”[4]

La miopia, quel disturbo della vista per cui non si riesce a cogliere le prospettive a più lungo raggio e si preferisce perciò accontentarsi di quanto abbiamo immediatamente davanti alla punta del nostro naso, è il rischio maggiore che stiamo tutti correndo.

C’è estremo bisogno, prima che sia troppo tardi, che la bistrattatissima Politica, intesa in senso ciceroniano come l’attività in cui più di ogni altra “la virtù degli uomini si avvicina alla funzione somma degli dei”, torni a dialogare con gli interessi delle comunità, a temperare gli eccessi, a leggere nel presente il futuro delle nuove generazioni.

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[1] L’altro grande “impero”, il Reich tedesco, rappresenta un caso particolare, in quanto manca di un tratto caratteristico del dominio imperiale, quello di raggruppare sotto un unico scettro non solo regni diversi, ma anche nazioni e culture diverse. Non è un caso se, proprio a Versailles, all’atto della proclamazione di Guglielmo a “Kaiser” si discusse non poco sulla formula “Kaiser di Germania” o “Kaiser tedesco”. Del resto lo stesso Guglielmo I reputava di maggior valore il titolo di “re di Prussia”.

[2] http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2016/01/Rapporto-Oxfam-Gennaio-2016_-Un-Economia-per-lunopercento.pdf

[3] Trilussa, La Statistica.

[4] Le parole con cui Karl Kraus apre il libro “La terza notte di Walpurga” del 1933, sono molto significative: «Su Hitler non mi viene in mente niente». È sicuramente una battuta feroce e ben mirata, che, se da un lato ridimensiona la statura politica del dittatore tedesco, dall’altro dimostra una certa sottovalutazione dell’incombente pericolo sistemico rappresentato in Europa dal nazionalsocialismo in ascesa

La questione dei “migranti”: politica estera, politica interna?


Il recente, tragico episodio di Fermo, che ha visto l’assassinio di un uomo di origine nigeriana per motivi legati al fanatismo razzista, dimostra una volta di più che alla radice di questa forma del Male vi è innanzi tutto l’ignoranza.

Per questo non dobbiamo limitarci alla retorica dell’esecrazione, ma restare lucidi e sforzarci di comprendere la realtà sfaccettata di un fenomeno come quello delle migrazioni, che non tollera visioni in bianco e nero.

Ieri

Come forse tendiamo a dimenticare, le migrazioni sono antiche quanto la presenza dell’uomo sulla Terra. Noi stessi, appartenenti al genere Homo sapiens sapiens, siamo giunti in Europa dall’Africa, culla dell’umanità, all’incirca 45.000 anni fa, affiancandoci e poi sostituendo il nostro “cugino” neandertaliano, del quale portiamo ancora le stimmate nel nostro DNA.

A quella primitiva e fondamentale ondata migratoria se ne sono succedute migliaia di altre, più o meno imponenti, più o meno determinanti e durature.

Per restare alla nostra storia di europei d’occidente, penso sia sufficiente rammentare la migrazione degli  Elleni e dei Latini dal nord Europa rispettivamente in Grecia e nella penisola italica, quella degli Etruschi sbarcati in Toscana provenendo dall’Oriente egeo, quella dei Fenici, che si sono espansi dalla costa siro-libanese all’Occidente, fino alla Spagna, alle Isole Cassiteridi (Gran Bretagna) e al Golfo di Guinea, le Völkerwanderungen del tardo impero romano, destinate a forgiare la nuova Europa carolingia e romano-germanica, la folgorante espansione araba che, in meno di un secolo, penetrò nell’Africa settentrionale mediterranea e occupò la Spagna (al-Andalus), lasciando splendide eredità culturali ancora oggi non sopite.

Nessuno dovrebbe ignorare che tutte le grandi civiltà sono state e sono civiltà “meticce”, nate, cresciute e vitalizzate da apporti culturali differenti, civiltà capaci di accogliere le energie nuove provenienti da sconosciuti “altrove” e di sfruttarne il potenziale bio-economico, allo scopo di accrescere il benessere proprio e quello dei nuovi arrivati.

Le civiltà che non hanno conosciuto o che si sono chiuse dinnanzi a tali processi, si sono estinte nel giro di poche generazioni. Basti pensare al destino di Sparta, città-simbolo della purezza razziale, scomparsa assai precocemente dalla ribalta della storia.[1]

Oggi

È pur vero tuttavia che il nostro primo sentire dinnanzi a uno straniero è caratterizzato da un sentimento di diffidenza, se non di repulsione; si tratta di una reazione atavica, che non va né negata in radice, come vorrebbero gli irenisti puri, né presa a modello di “sano” comportamento difensivo. Va gestita ed elaborata in senso “politico”, inteso nella più alta accezione del termine.

Conoscere per deliberare” diceva Luigi Einaudi, soprattutto se si vuole fare politica. Purtroppo, per dirla in termini benevoli, in questi ultimi anni il nesso tra politica e cultura si è molto usurato. La politica è diventata così una caricatura della dottrina cosiddetta machiavelliana del “fine che giustifica i mezzi”, (peraltro inesistente negli scritti del Fiorentino). Attenta al minimo stormire dei sondaggi, timorosa di perdere posizioni all’interno del proprio orticello, la politica, soprattutto europea, è diventata evanescente, tra inconsulte e pavide decisioni (vedi il contratto-mercimonio dei 6 miliardi con la Turchia) e prese di posizioni alterne, tra tintinnar di sciabole e ingiustificati appeasement. In questo quadro si inscrive anche l’ultima dichiarazione della appena percepibile “ministra degli esteri” della UE su una possibile sanzione da comminare a chi “innalzerà muri”. Siamo ancora una volta di fronte a una politica solo mediatica. Non si capisce infatti chi sanzionerà chi e, soprattutto, quale autorità sovrannazionale avrà il potere di farlo, in assenza di una politica europea globale in tema di immigrazione. La stessa Brexit si è determinata in misura non secondaria proprio a causa della cattiva gestione brussellese del problema.

È invece urgente e necessario analizzare scientificamente (cioè a dire storicamente) il fenomeno delle migrazioni in tutti i suoi variegati aspetti e mettere in campo azioni diversificate a breve, medio e lungo termine, tenendo ben presente che governare non significa rispondere sintomaticamente agli eventi, mettere in campo iniziative ad horas, collocarsi alla coda e non alla testa delle dinamiche sociali sopravvenute, perché, così facendo, gli squilibri in atto si accresceranno, aumenterà l’ampiezza delle loro oscillazioni, fino a provocare ondate anche distruttive.

Innanzi tutto va affrontata la questione di un fenomeno migratorio percepito, che contrasta con quello reale, le cui cifre sono decisamente meno allarmanti di quanto l’opinione pubblica non sia indotta a credere. Non si insiste mai a sufficienza sul paradosso di un’Unione Europea con (escludendo il Regno Unito) oltre 400 milioni di abitanti, che sembra esser messa in ginocchio dall’ingresso di alcune centinaia di migliaia di immigrati all’anno.

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                                                                             (Repubblica.it)

La causa principale di tale scarto tra migrazione percepita e migrazione reale nasce dalle condizioni in cui versano le società nazionali europee al loro interno, strette come sono nella morsa di una crisi economica che, gestita solo in termini di austerità e di pareggio di bilancio, crea sempre maggiori diseguaglianze e segna un progressivo abbandono da parte dello Stato dei territori marginali, soprattutto, delle periferie urbane, dove la presenza delle istituzioni, vuoi sul piano del decoro pubblico (la bellezza cui fa spesso giustamente riferimento Renzo Piano), vuoi su quello del controllo fisico delle aree, è diventata sempre più fantasmatica.

Per questo, più che su progetti di “migration compact”, che presuppongono la presenza come interlocutori esterni di società civili e politiche mature e non corrotte, bisognerebbe puntare tutte le risorse possibili sul risanamento delle comunità nazionali europee, mettendo in campo efficaci piani di investimenti pubblici sociali, capaci di riaffermare con forza e dovunque lo Stato di Diritto, arrestare l’incastellamento delle nostre città e l’ampliarsi della forbice tra chi ha tutto e chi non ha niente e impedire l’immiserirsi senza speranza di chi sta già oggi sull’orlo della dissoluzione.

Solo così si potrà contrastare la dolorosa e distorta contrapposizione tra “poveri interni non tutelati” e “poveri esterni assistiti”; solo così i numeri riacquisteranno il loro valore, smentendo in radice ogni discorso di “invasione”. Solo così si metterà fine a quella che si configura come una vergognosa (e lucrosa) industria del profugo, che consente lauti guadagni a pochi e tenui controlli di qualità ed efficacia degli interventi.

Come ogni persona sulla Terra, anche le persone migranti non sono tutte eguali. Abbandonata la speciosa e inefficace distinzione, oggi molto in voga, tra “migranti economici” e “migranti politici”, si dovrebbe piuttosto parlare di:

Immigrati: la categoria di gran lunga più numerosa, che determina la fisionomia drammatica del fenomeno che stiamo attualmente vivendo. La loro decisione di lasciare le sedi d’origine è tutta e solo soggettiva. A differenza dei rifugiati, non esistono “oggettive condizioni di rischio per la persona e per i suoi beni”. La scelta è determinata dalla insoddisfazione personale, dal desiderio di migliorare il proprio status, dalla curiosità e dalla voglia di avventura, dai motivi cioè che sono stati sempre alla base di grandi trasformazioni e di progresso. Non è un caso che si tratti per lo più di persone giovani o giovanissime, in prevalenza uomini, che, in punta di diritto, non dovrebbero godere del diritto d’asilo.  Costoro, spesso ristretti in “centri di accoglienza” nella più totale accidia, quando non brutale sfruttamento, dovrebbero invece essere destinatari di politiche di sostegno a lungo termine, soprattutto nel campo della formazione, mirate ad una loro utile e graduale integrazione nel paese ospite.

Rifugiati (Refugee): UNHCR è la sigla dell’” Alto Commissariato ONU per i Rifugiati” e il termine inglese, tradotto letteralmente in italiano, serve comunemente a designare un po’ tutti i migranti.[2] In realtà, esso dovrebbe riferirsi solo a una determinata categoria di persone, quelle cioè che hanno scelto di fuggire dalle loro sedi e di andare presso altre comunità, per mettersi al riparo da pericoli o da rischi che incombono direttamente su di loro nelle proprie terre d’origine. Il destino di tali persone, che richiedono il diritto d’asilo, non è di per sé stabilmente legato al paese di accoglienza, né esclude un loro possibile ritorno in patria, una volta scomparsi i rischi e i pericoli che ne avevano provocato l’allontanamento.[3] Il carattere di provvisorietà, anche se prolungata (vedi i rifugiati sahraui, in Algeria da oltre vent’anni) di tale permanenza presso le comunità di accoglienza andrebbe comunque preso in considerazione, perché è a tale grado di provvisorietà che dovrebbero mirare le opportune azioni di governo. (Politiche di sostegno al rientro e di integrazione a medio termine).

Profughi: è parola che nella terminologia inglese ONU è assorbita dal termine “Refugee”, ma che dovrebbe tuttavia designare un’ulteriore, diversa condizione.[4] Andrebbe cioè applicata a coloro i quali si sono mossi dalle loro sedi abituali non per scelta individuale o per ragioni personalmente coattive, ma per un preciso volere delle autorità di governo nei loro luoghi di residenza. Profughi erano, ad esempio, i tedeschi scacciati dai Sudeti e dalla Prussia orientale al termine della II Guerra Mondiale, gli italiani dell’Istria e della Dalmazia, costretti ad emigrare con la forza dal governo titino, i musulmani di Bosnia, espulsi dalle milizie serbe di Karadzic e Milosevic. All’interno del fenomeno migratorio che oggi ci interessa, potrebbero essere considerati profughi, ad esempio, gli Iazidi di Iraq e Siria, scacciati, quando non sterminati, da Daesh, in un evidente tentativo di pulizia etnica. Per i profughi la spinta a migrare non è soggettiva, ma determinata dalle circostanze esterne; come per i rifugiati, anch’essi dovrebbero godere del diritto d’asilo, in una prospettiva di un non celere ritorno in patria. (Politiche di integrazione e di sostegno al rientro a medio – lungo termine).

Sfollati (Displaced Persons): nel linguaggio ONU si tratta di persone costrette a fuggire dai loro luoghi di residenza, perché direttamente minacciate di morte, da guerre o da catastrofi naturali, che ne hanno distrutto case e attività. Ricordiamo gli sfollati delle guerre europee e dei terremoti in Campania e in Sicilia, allontanati d’autorità dalle zone a rischio e alloggiati provvisoriamente altrove, spesso all’interno del medesimo paese o, al massimo, nelle zone esterne più prossime ai confini. È il caso oggi dei milioni di sfollati siriani, alloggiati nei tanti campi posti nel settentrione del paese o in zone più tranquille e pacificate, oppure subito al di là del confine turco, giordano o libanese. Per costoro la provvisorietà è ancora più evidente rispetto a quella dei rifugiati e dei profughi e le misure in questo senso dovrebbero facilitare il più possibile il loro ritorno alle originarie aree di residenza. Perciò, quando si dice che il piccolo Libano o la piccola Giordania o la Turchia ospitano un carico di “rifugiati” proporzionalmente ben maggiore del nostro, non si specifica però che si tratta di persone pronte a tornare in patria, non appena le condizioni lo consentiranno. (Politiche di sostegno a breve termine per favorire il rientro).

Distinguere tra politiche emergenziali e politiche di integrazione a più vasto respiro sarebbe utile per tarare azioni diversificate, non per giustificare selezioni tra chi merita l’accoglienza e chi no.

In un paese come il nostro, in evidente declino demografico e con uno squilibrio delle classi d’età tutto sbilanciato verso il segmento terminale della vita, la politica dovrebbe muoversi con coraggio per acquisire queste risorse, governandone l’impiego e l’integrazione, non confinandole in disumani recinti per mesi, se non per anni e pagando enormi somme per il loro mero mantenimento. Se si continuerà a non decidere, a metter toppe, i fenomeni di disgregazione sociale aumenteranno e con essi il tasso di violenza e di rigetto del “diverso” all’interno delle comunità nazionali.

Oltre alla Brexit, che ha colto di sorpresa solo i politici di professione, non ha ancor risuonato abbastanza forte il campanello d’allarme dell’ascesa in tutta Europa delle destre xenofobe e nazionaliste, dalla Polonia alla Slovacchia, all’Ungheria, per non parlare della Francia, della Germania e dello stesso Regno Unito? Crediamo che sia un elemento di folklore il fatto che il 50% della popolazione di un civilissimo paese come l’Austria abbia votato l’FPÖ di Hofer?

[1]  C’è chi legge nella “Germania” di Tacito, testo fondante, suo malgrado, del pensiero razzista europeo, l’esaltazione dell’autoctonia, del concetto di “Blut und Boden”, “sangue e suolo”, contrapposto alla polarità aperta e quindi fonte di corruzione della “Bildung und Besitz”, “cultura e proprietà”. Eppure non si può non cogliere l’ironia dello storico romano quando, riconoscendo ai Germani la “purezza” della loro stirpe, mai mescolatasi con genti estranee, afferma che, del resto, nessuno avrebbe mai potuto desiderare di trasferirsi in quelle terre inospiti: “Quis porro, praeter periculum horridi et ignoti maris, Asia aut Africa aut Italia relicta Germaniam peteret, informem terris, asperam caelo, tristem cultu aspectuque, nisi si patria sit?”, “Chi poi, al di là dei pericoli di un mare tempestoso e ignoto, abbandonata l’Asia, l’Africa o l’Italia, potrebbe desiderare di andare in Germania, una terra senza bellezza, dal clima inclemente, squallida alla vista e selvaggia negli usi, tranne che per coloro che vi sono nati?”(Tac. Germania, II, 1).

[2] Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, art. 1, il rifugiato è “any person who, owing to well-founded fear of being persecuted for reasons of race, religion, nationality, membership of a particular social group or political opinion, is outside the country of his nationality and is unable or, owing to such fear, is unwilling to avail himself of the protection of that country; or who, not having a nationality and being outside the country of his former habitual residence as a result of such events, is unable or, owing to such fear, is unwilling to return to it.”

[3] È su questo punto (il rientro dei rifugiati), ad esempio, che si è arenata la trattativa israelo-palestinese.

[4] In tedesco Flüchtlinge, “rifugiato”, Heimatvertriebene “profugo cacciato dalla patria”; in francese réfugé “rifugiato”, exilé, “profugo”.

Brexit: un’occasione per tornare a pensare in grande


Aggiungo anche la mia goccia all’oceano dei commenti formatosi dopo l’inaspettato (?) esito del referendum inglese sulla permanenza nella UE, allineandomi a quanto detto con ben maggiore autorevolezza nell’ultimo numero di “Eguaglianza & Libertà” (http://www.eguaglianzaeliberta.it/) da Antonio Lettieri (Brexit certifica il fallimento europeo) e Carlo Clericetti (Brexit, gli apprendisti stregoni dell’austerità).

Dico fin da subito che, se fossi stato un elettore britannico, avrei votato per il “leave”. Non perché mi piaccia Farage o perché sia nazionalista, xenofobo e antieuropeo, ma perché sarebbe stato l’unico modo per far intendere a chi governa l’UE che così non si può più andare avanti.

Il coraggioso voto soprattutto inglese, con buona pace degli intellettuali progressisti emunctae naris, non è tout court il voto della Chouannerie o delle arretrate zone rurali del Paese; come spiegare altrimenti il voto scozzese, largamente espressosi per il “remain”, pur essendo la Scozia ben più largamente agricolo-pastorale dell’Inghilterra? Senza contare poi che i distretti del nord, dove il “leave” ha prevalso massicciamente, non sono zone rurali, ma ospitano forti insediamenti industriali, gravemente colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione. Piuttosto è stato il voto di cittadini che non si sentono più tali, sopraffatti come sono da un meccanismo di governo comunitario democraticamente incontrollato e incontrollabile, che agisce per algoritmi, seguendo i dettami della finanza e trascurando le necessità e i bisogni delle persone, un meccanismo che è guidato da Troike, Uffici e Commissioni non eletti da nessuno, che dispongono a piacimento dei destini dei popoli e che, aspetto ancora più grave, fanno da copertura all’inanità politica e ai conflitti di interessi dei diversi governi nazionali. Un ultimo esempio: il prolungamento di sei mesi delle “inique sanzioni” nei confronti della Russia, approvato in automatico da un gruppo di alti funzionari, giusto in contemporanea con la visita di Renzi e altri leaders europei a Mosca.

In una delle tante trasmissioni dedicate all’evento dalla BBC, mi ha colpito quello che ha detto un signore un po’ avanti negli anni per giustificare la sua scelta pro leave: “Sono consapevole, ha detto, che soffrirò per alcuni anni le conseguenze della mia decisione, ma l’ho fatto per i miei nipoti, che sicuramente staranno meglio.” Al di là del merito e della fondatezza di questa affermazione, mi pare che essa esprima in parole semplici la volontà di riaffermare il primato della politica sull’economia, di una politica che sappia progettare per le generazioni future e non sia succuba degli zerovirgola, una politica che pensi in grande e che l’Europa ha pur conosciuto ai tempi di de Gaulle, di Adenauer, di Brandt, di Mitterrand, di Kohl. Ora sembra invece che al timone della UE siedano dei nani impauriti, capaci solo di ragionare in termini di Fiscal Compact, drastiche riduzioni della spesa sociale, con conseguente impoverimento di milioni di cittadini in tutto il Continente.

Abbiamo poco tempo a disposizione. Credo che già le elezioni spagnole di oggi risentiranno del voto inglese, anche perché la Spagna è sottoposta a un ennesimo esame da parte di un oscuro organismo comunitario, per verificare se ha fatto bene i compiti nel tagliare il bilancio sociale e forse dovrà pagare una multa di alcuni miliardi per avere sforato il tetto previsto. Tutto ciò in un contesto sociale gravemente compromesso da un tasso di disoccupazione altissimo, da una crisi economica che morde soprattutto in basso e in cui i governanti non hanno certo lesinato, almeno negli ultimi cinque, sei anni, corpose riduzioni al Welfare.

Dopo la Spagna, ci sarà la Francia, dove Marine Le Pen canta già vittoria. E poi?

È urgente abbandonare la vuota e comoda retorica europeistica, che ha contribuito a coprire le malefatte degli (in)decisori politici. È tempo di intraprendere un cammino comune ben tracciato sui grandi temi strategici che ci preoccupano, dal tema del lavoro a quello della ricerca e dell’innovazione tecnologica, dalla sanità alle infrastrutture continentali, al controllo concretamente comune dei flussi migratori, al sistema bancario e al ruolo della BCE. Non è vero che mancano le risorse; in questi ultimi dieci anni si è calcolato che esse si sono al contrario globalmente accresciute, anche se, assieme ad esse,si sono enormemente accresciute  le diseguaglianze sociali. Manca solo un chiaro disegno politico e la volontà di attuarlo.

Speriamo  che l’Europa dei ragionieri alla Schaeuble, che con la sua iattanza ha tanto contribuito alla vittoria del leave,  sia ormai al tramonto.

[pubblicato su http://www.insightweb.it/web/content/]

 

 

La morte della politica


Si potrebbe scriverlo con una formula: l’efficacia del cosiddetto terrorismo è direttamente proporzionale alla debolezza della politica e all’insignificanza dei suoi protagonisti. Da sempre.
Così accadde il 28 giugno del 1914 a Sarajevo, dove un terrorista serbo innescò la Grande Guerra Mondiale, perché la politica europea restò invischiata in miopi e quasi “automatici” meccanismi di salvaguardia degli interessi nazionali e non seppe sciogliere i nodi veri del latente conflitto.
Così accadde a Monaco nel ’38, quando, di fronte al terrorismo hitleriano, si preferì un confortevole appeasement, nella folle speranza che le cose si sarebbe aggiustate da sole.
Così accadde quando, agli inizi degli anni ’90, la Jugoslavia si dissolse e l’Europa restò come inebetita dinnanzi al terrorismo serbo nei confronti dei bosniaci musulmani (ricordate gli sguardi vuoti dei soldati olandesi a Srebrenica?). Anche lì contammo oltre 200.000 morti prima che noi europei intervenissimo, peraltro tirati per i capelli dagli USA.
Così sta accadendo in Iraq, in Libia e, soprattutto, in Siria,: qui abbiamo tollerato, noi occidentali, con la nostra miseranda politica da furbetti, che ci fossero oltre 250.000 morti, milioni di profughi, un paese che ancora nel 2010 aveva lo stesso PIL pro-capite dell’Egitto totalmente distrutto, assieme al suo straordinario patrimonio di arte e di storia. E tutto ciò con l’unico scopo di soddisfare interessi a corto raggio e, soprattutto, per tentare di impedire che i nostri supposti competitori potessero trarre qualche vantaggio dalla situazione.
Oggi, dopo l’ennesima carneficina di Parigi (non dimentichiamoci della strage di Ankara e della bomba sull’aereo passeggeri russo), è quantomai necessario e urgente dar vita a un tavolo il più ampio possibile (l’odierno “Congresso di Vienna”, che si tiene a distanza di due secoli esatti dal primo, è già qualcosa, ma è ancora molto poco), che riconosca il ruolo di ciascuno dei portatori di interessi nell’area, e ne contemperi le esigenze, pur nella piena consapevolezza della loro diversità.
Bisogna uscire dagli equivoci e dal fiume di vuota retorica che ci sta invadendo. La politica è altro dall’accendere tricolori, cantare la Marsigliese e dire che dobbiamo restare uniti e sentirci tutti fratelli. Fare politica significa saper analizzare la situazione, prendere decisioni e implementarle.
Basta dunque ad un’Arabia Saudita “alleata” dell’occidente che, seppure ufficiosamente, finanzia Da’ish in funzione anti-sciita e riduce in rovine lo Yemen (a proposito, i monumenti non si distruggono solo a Palmira!); basta con le ambiguità di Erdogan, filoccidentale a corrente alternata e giustiziere dei Curdi, ai quali, finalmente, dopo oltre un secolo di sanguinosa attesa va riconosciuto il giusto ruolo nella regione; basta con i balbettii degli USA, con tutta evidenza assai poco interessati a questo settore geo-strategico, avendo ormai spostato il loro baricentro sul Pacifico e nella relazione con la Cina; basta, in particolare, con questa Europa cinica e imbelle, senza una visione strategica che non sia quella dei fili spinati e dell’austerità (che non è sinonimo di moralità).
Per una coalizione che comprenda Russia, UE, USA, Turchia, Egitto e Iran (e con il beneplacito della lontana Cina) sarebbe facile e rapido schiacciare la testa del serpe. Purché si fosse capaci di costruire assieme (per carità, senza nulla chiedere all’ONU, organismo tra i più inutili tra quelli mai prodotti dal consorzio umano) un progetto strategico chiaro sul futuro da dare all’area mediorientale dopo un eventuale intervento armato.
Tale area è instabile non da oggi, con la creazione di Da’ish, ma da almeno un secolo, dalla caduta cioè dell’impero ottomano, a causa delle tradite promesse anglo-francesi, della miope protezione accordata dagli USA ai rozzi wahabiti di Riad (che decapitano le donne sulla pubblica strada, fustigano i blogger, lapidano le adultere e che qualcuno si ostina ancora a chiamare “moderati”) rispetto ai ben più civili hashemiti scacciati da La Mecca (è hashemita il sovrano della Giordania e non è un caso se quel paese ha una politica sensibilmente diversa rispetto a quella dei suoi vicini).
Per dirla in estrema sintesi: dobbiamo tornare a Yalta e costruire un nuovo Medioriente, riconoscendo a ciascuno degli attori una parte in commedia (o, per meglio dire, in tragedia).
Come accadde nel 1945, ci sarà tempo e modo, dopo aver sconfitto Da’ish, il nostro comune, sanguinario nemico, (non credo che Assad sia peggio di Stalin), di ricostituire nuovi equilibri. Anche di “riaccendere” un’altra Guerra Fredda, che sarà comunque meglio di quella “calda” definita acutamente dal papa “la terza guerra mondiale a pezzi”, visto che le vittime che ci furono nel quarantennio circa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale al 1989 sono di gran lunga meno numerose di quelle di questo ultimo quarto di secolo. Una guerra multipolare e asimmetrica in cui ci troviamo coinvolti da quando è caduto il muro di Berlino ed è morta la politica.