Meno (di questa) Europa


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Pur augurando alla lista Bonino di raggiungere la soglia del 3% e di evitare con ciò la stortura di un’attribuzione indebita dei suoi voti ad altri partiti (grazie a questa indegna legge elettorale), sento la necessità di mettere un segno “meno” davanti all’Europa.

Innanzitutto ripuliamo il linguaggio. “Uscire dall’Europa” è una brachilogia corriva, tipica del linguaggio giornalistico: non si esce da una storia millenaria, questa sì comune, di rapporti, di conflitti, di culture che si intrecciano indissolubilmente tra loro. Il Regno Unito non è “uscito dall’Europa”, ma da un’Europa che ha assunto connotati politici ritenuti in contrasto con gli interessi nazionali.

Proviamo a giustificare quel segno “meno”.

Qualche pillola di storia: alla conclusione della Seconda Guerra dei Trent’anni (1914 – 1945), l’Europa era ridotta ad un unico cumulo di rovine, materiali, morali e culturali. Questo sia dalla parte dei vinti che da quella dei vincitori, in particolare la Francia, vincitrice sì ma au bout de souffle (di lì a poco ci sarebbe stata Dien Bien Phu, la spedizione del Canale di Suez, l’inizio della guerra in Algeria).

Politici di grande talento come Schumann e Monnet, decisi a rovesciare il senso dei tragici rapporti franco-tedeschi ereditati da una lunga storia, avviarono la costruzione della comunità europea partendo dalla CECA, che consentiva di valorizzare l’acciaio francese con l’utilizzazione del carbone di cui abbondava la Ruhr.

Se gli interessi economici erano evidenti, non era nemmeno più possibile pensare a un’occupazione militare permanente di quei ricchi territori, come la Francia aveva tentato di fare dopo il ’18, stante l’incombere dell’Unione Sovietica, la presenza della Cortina di Ferro e la divisione della Germania.

Dalla CECA (1951), sostanzialmente il germe del duopolio franco-tedesco, “condito” da alcuni stati di contorno, il Benelux e l’Italia, si sviluppò poi una forma politica più articolata, con la creazione di altre istituzioni comunitarie, come l’Euratom e, con i Trattati di Roma del 1957, la CEE.

Spettò poi alla straordinaria intelligenza politica del generale De Gaulle andare oltre la rete degli interessi economici per immaginare un destino politico che prima avrebbe consolidato e poi progressivamente allargato, in un ambizioso disegno storico, la comunità a tutta l’Europa continentale

Qui sta il nocciolo vero dell’Europa Unita, nel coincidere di interessi tra una Francia vittoriosa, politicamente forte (seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, potenza nucleare) ma impoverita e una Germania annichilita politicamente ed economicamente, ma ancora in possesso di risorse in materie prime e in competenze industriali molto avanzate.

La confrontation mondiale tra i due blocchi stese ancora per un quarantennio sull’Europa il suo ombrello protettivo e le consentì di svilupparsi e prosperare (vedi il boom economico dei primi anni ’60): nessun cedimento era possibile di fronte ai carri armati sovietici saldamente attestati nel cuore del Continente.

Caduto il Muro nel 1989 e ormai dimenticate le sciocchezze sulla “Fine della Storia” e sull’inizio di un’epoca luminosa di progresso illimitato, ci si è accorti ben presto che le rovine di quel Muro erano cadute anche sul versante occidentale.

La scomparsa dell’impero sovietico stava aprendo la strada a una globalizzazione senza freni, al trionfo del “libero cittadino-consumatore”. Il prezzo pagato per questo modello di sviluppo è stato elevatissimo: nel trentennio del “migliore dei mondi possibili”, succeduto alla fine del socialismo reale, si sono registrate più vittime e più conflitti di quelli accaduto nel precedente ben più lungo periodo della Guerra Fredda.

Lo scatenamento degli spiriti vitali del capitalismo, lo strapotere della finanza, il saccheggio di interi continenti (vedi l’Africa) non poteva non avere conseguenze anche per l’Europa. Il duopolio Francia-Germania smise di funzionare come in passato. La Germania finalmente unificata e non più costretta alla minorità politica dalla sua tragica storia recente, reclamava un ruolo egemone all’interno dell’asse Parigi – Bonn, che meglio corrispondesse al suo poderoso motore economico. Mitterrand fu costretto a rinegoziare con Kohl per tentare di mettere sotto controllo la rinnovata centralità tedesca nell’Europa continentale e, soprattutto, il potentissimo marco: il patto fu siglato con la rinuncia da parte di Berlino alla propria moneta nazionale e con l’adozione dell’Euro, in cambio della “autorizzazione” alla Wiedervereinigung.[1]

La situazione odierna riflette quel mutato rapporto di forze e il costante declino della Francia (vedi la disastrosa presidenza Hollande), di fronte a una Germania che “da sola” –  con buona pace di coloro i quali ripetono il mantra che “gli stati europei sono troppo piccoli per fare da soli e che ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa” –  è la quarta, se non la terza potenza economica mondiale.

Macron, diventato presidente e autocrate della République, grazie peraltro a una legge elettorale profondamente antidemocratica, cerca di riequilibrare l’antico duopolio. Riuscirà nell’intento? La Germania ha già detto no a un ministro delle finanze europeo e la stessa Francia dirà sempre no a una forza di difesa comune europea, che intralcerebbe la sua autonoma presenza sui diversi teatri politico-militari del globo.

Eccoci dunque di fronte a una possibile, terza edizione dell’asse franco-tedesco. È questa l’unica Europa Unita alle viste. Quando si dice “ci vorrebbe più Europa” si intende un ulteriore perfezionamento del condominio franco-tedesco, con gli altri Stati in posizione subordinata? Ci si è mai chiesti perché gli Stati Uniti d’Europa non sono stati mai realizzati? Per la presenza di alcuni geni del male? Per ignoranza? O forse perché uno stato unico europeo contrasterebbe con la storia, anzi con le storie, di paesi che vogliono mantenere un’identità, non in contrasto con la definizione di comuni interessi economici e politici, ma senza recidere quelle molteplici radici che sono alla base della più grande identità europea.

Veniamo all’Italia: noi non siamo più indispensabili come al tempo della Guerra Fredda, ma siamo pur sempre una nazione di 60 milioni di persone, tecnologicamente avanzata e in diretta concorrenza con gli altri grandi paesi continentali; inoltre diamo fastidio alle rinnovate mire egemoniche della Francia sul Nordafrica. Dunque dobbiamo essere ridotti alla ragione.

Intrappolati in un Euro iniquo (sopravvalutato per noi e sottovalutato per la Germania), oberati da un debito pubblico che cresce, nonostante le misure di austerità (ma si potrebbe ragionevolmente dire anche a causa di queste) e che ci viene minacciosamente sventolato dinnanzi quando tentiamo di rialzare la testa e di scegliere liberamente chi ci dovrà governare (vedi l’uscita di Juncker, che non è stata affatto una gaffe), chiediamo  più Europa  per una sorta di cupio dissolvi, che sanzioni in via definitiva il nostro status di provincia.

La Spagna vi si è già rassegnata: obbedisce senza fiatare a Bruxelles, non riesce a darsi un governo se non di minoranza guidato dal conservatore Rajoy (del resto, in una provincia non è poi tanto necessario averne uno con una normale responsabilità democratica, visto che le direttive arrivano dal centro), sta ricevendo encomi e premi per la sua docilità (vedi la vicenda affatto anomala della nomina del vicepresidente della BCE e l’indulgenza per lo sforamento del fatidico 3%).

Vogliamo anche noi percorrere la stessa strada? È del tutto lecito farlo; solo bisognerebbe dirlo con chiarezza, senza più nascondersi dietro disegni astratti, “ideologici”, come quelli degli Stati Uniti d’Europa.

L’Europa reale esprime un’egemonia politica ed economica che ha sede a Berlino e succursali a Bruxelles, Parigi e Francoforte.

In alternativa dobbiamo sforzarci di declinare l’Europa Unita in forme diverse.

Tornare ad affermare i valori dell’identità nazionale e della sovranità democratica non significa essere nazionalisti e sovranisti. Identità e sovranità democratica sono gli unici baluardi contro una mondializzazione senza volto – peraltro con evidenti segni di crisi -che ci considera astrattamente tutti uguali, tutti liberi e tutti clienti, che conosce forme di rinnovata schiavitù  e che produce immense e crescenti diseguaglianze sociali.

Dalla mancata risoluzione del problema dell’accoglienza dei richiedenti asilo, alla questione Francia-Fincantieri, al raid francese sulla Libia, allo scippo dell’EMA a Milano, alla vicenda Embraco (che non è l’unica), alla nave dell’ENI cacciata dai Turchi nelle acque di Cipro: quanti schiaffi dobbiamo ancora prendere prima di renderci conto che la strada che stiamo seguendo ci condanna a una permanente minorità?

Più che agli Stati Uniti d’Europa, bisognerebbe forse iniziare a lavorare a una Unione Europea di Stati Sovrani, costituita da una rete flessibile di rapporti e di accordi di partenariato, capace di salvaguardare gli  interessi comuni di tutti i partner. Ciò implica un’ambiziosa e insieme realistica visione dell’unità europea ispirata al progresso economico e sociale, in un contesto politico autenticamente democratico.

In altri termini, privilegiando una visione attualizzata di comunità europea di pace e di progresso, corrispondente al disegno fondamentale che ispirò i padri fondatori –  al di fuori delle artificiali e nefaste torsioni, come la moneta unica, che ne hanno irrimediabilmente compromesso i fattori di solidarietà, aprendo la strada a sempre più profonde lacerazioni.

 

[1] Vedi su questo, A.LETTIERI, The Ionesco Euro, in http://www.insightweb.it/web/

 

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Europa e sovranità nazionali


Alla vigilia di un delicato passaggio della storia spagnola ed europea, riporto qui i contenuti principali di un articolo di Robert Tombs, professore di storia a Cambridge, apparso su” The Financial Times” nel luglio scorso e segnalatomi dall’amico Antonio Lettieri, dal titolo “La sovranità ha ancora un senso, pur se in un mondo globalizzato”.

“La sovranità nazionale è stata da tempo consegnata alla pattumiera della storia”. Così esordisce Tombs, richiamando poi quanto detto dal britannico Joseph Chamberlain, segretario di stato alle colonie, nel 1902: “Questa è l’epoca dei grandi Imperi e non dei piccoli Stati”.

Adesso però quegli Imperi sono tramontati, mentre i piccoli Stati sono rimasti. Eppure esistono ancora degli ostinati seguaci del pensiero di Chamberlain, che, in età matura, si sono poi fatti sostenitori del federalismo europeo.

L’esistenza dei piccoli Stati nazionali, prosegue Tombs, è addirittura scandalosa per tutti coloro i quali pensano in termini di razionalità, ordine e potere, piuttosto che in termini di disordine democratico; costoro includono diplomatici, amministratori pubblici, economisti ed esponenti del mondo accademico, di destra e di sinistra, tutti d’accordo nell’attribuire all’idea di sovranità le colpe dello scoppio dei conflitti mondiali. Solo i sistemi sovranazionali sono invece in grado di mantenere la pace.

La realtà delle cose si presenta però in modo diverso. Sia la prima che la seconda guerra mondiale (in realtà si è trattato di un unico conflitto, separato da un breve intervallo di pace relativa, la seconda guerra europea dei Trent’anni, dal 1914 al 1945) sono state accese da dinamiche interne agli imperi autoritari e non dal nazionalismo dei popoli: “la guerra è sempre stata impopolare, anche nel Reich hitleriano”, afferma Tombs.

I tentativi utopistici di creare un ordine mondiale sovranazionale hanno portato a ben scarsi risultati. Eppure questa visione è dura a morire. Ad esempio, i difensori dell’UE insistono nel dire che essa ha mantenuto la pace e che, se essa si dissolvesse, l’intero continente sarebbe sommerso da una tempesta nazionalista analoga a quella degli anni ’30. In effetti, afferma Tombs, “l’Unione Europea è il frutto, non il seme della pace, venutasi a creare per merito delle nazioni democratiche vittoriose, che hanno schiacciato il nazismo e costituito la NATO.”

“Gli schemi imperialisti e federalisti hanno dovuto fare i conti con la sovranità nazionale e la democrazia, che sono le due facce della stessa medaglia politica”. Chamberlain riteneva che il popolo avrebbe vissuto in condizioni migliori in un sistema politico sovranazionale, guidato da un élite disinteressata e mossa da nobili sentimenti. La realtà della gran parte del mondo lo ha da tempo smentito.

È certo possibile affermare che l’impero britannico abbia creato il mondo moderno così come lo conosciamo, ma è altrettanto vero che i popoli al suo interno se ne sono allontanati non appena hanno potuto. Il risultato politico di maggior rilevanza della UE è stato quello di persuadere la maggioranza degli europei, anche quelli che avevano combattuto per la propria sovranità nazionale, che questa sovranità non aveva più valore, “che era una mera illusione, che poteva essere messa in comune in tutta sicurezza all’interno della UE e che qualunque tentativo di esercitarla come singolo Stato avrebbe condotto al disastro.”

L’anno scorso, il popolo britannico ha deciso di correre il rischio, seppure con una maggioranza non molto ampia.

Da questa decisione di esercitare di nuovo la propria sovranità nazionale sono scaturiti diversi problemi: quali i modi e quali gli attori del processo? Da un lato i nazionalisti scozzesi rivendicano a loro volta i propri diritti sovrani, dall’altro gli oppositori del Brexit vorrebbero una sovranità fortemente centrata sul Parlamento, mentre i fautori del Brexit considerano invece il voto popolare diretto come la più compiuta espressione della sovranità. Difficile districarsi tra queste interpretazioni così divaricate, ma “è probabile che la maggioranza di noi consideri che il cuore della sovranità si trovi nel consenso diretto del popolo.”

Siamo di fronte al risorgere di un mito politico ormai fuori del tempo? Quante volte ci è stato detto che nel mondo globalizzato di oggi il concetto di sovranità nazionale non ha più alcun senso, così come irrilevanti appaiono i confini nazionali, mentre il potere sta scivolando verso organismi internazionali e non più centrati sullo Stato. “Si tratta sicuramente di un dogma ideologico più che di un’osservazione spassionata.” Il numero di Stati in grado di esercitare il proprio potere anche sulle forze economiche di maggior peso è ancora grande, sicuramente più grande di quanto non fosse in passato.

In molti Paesi il bilancio statale vale quasi la metà del PIL e il Quantitive Easing ha dimostrato l’importanza che riveste la sovranità monetaria. I piccoli Stati fioriscono, mentre sono i maggiori protagonisti della scena mondiale a trovarsi in gravi difficoltà. “Anche in base alle stime più basse, i poteri rimasti agli Stati nazionali rivestono un’enorme importanza. Si afferma che la UE ha risolto i problemi delle singole sovranità e dei poteri nazionali, mettendo in comune le prime per far aumentare i secondi. Tuttavia la soluzione non funziona, come è del tutto evidente.”

Sono molti i Paesi membri della UE, soprattutto quelli dell’Europa meridionale, Grecia, Spagna e Italia, per i quali l’aver messo in comune la sovranità nazionale ha significato conseguenze devastanti in ambito sociale, economico e politico.

“Alla stregua di un ‘buco nero’, l’UE succhia sovranità dai suoi Stati membri, ma la messa in comune di tali sovranità sembra scorrere via, senza lasciare alcun effetto. Se è la sovranità a conferire il diritto riconosciuto a prendere una decisione finale, chi è che nella UE esercita tale diritto?”

Tombs cita poi Thomas Hobbes: “L’esercizio della autorità sovrana non è così penoso quanto lo è la sua mancanza.” Nulla di quello che sta facendo l’Europa è tanto dannoso quanto le azioni che dovrebbe intraprendere e che non intraprende. Non riesce a risolvere i problemi legati all’introduzione dell’Euro, non riesce a controllare i movimenti, né a governare una collocazione equilibrata delle popolazioni che provengono da oltre i suoi confini o che si trovano al suo interno.

“Dell’impero britannico si diceva che fosse ‘un brontosauro con un immenso corpo vulnerabile e un sistema nervoso centrale non in grado di proteggerlo, dirigerlo e controllarlo’. Lo stesso dicasi della UE, la cui debolezza è suscettibile di provocare la sua distruzione. Il vecchio impero austro-ungarico poteva solo sperare di mantenere i suoi popoli in una condizione di accettabile insoddisfazione. Vale lo stesso per la UE di oggi?”

Tombs si augura che il parallelismo si fermi qui. È sperabile che entro pochi anni le élite europee si accorgano che il federalismo rappresenta un vicolo cieco e che la speranza migliore per il nostro Continente è riposta in un’associazione democratica di nazioni sovrane, tenuta assieme non da “direttive” (come quelle emanate dal cervello brussellese del brontosauro), ma da politiche di solidarietà e di buon vicinato.

But don’t hold your breath”, conclude amaramente l’Autore.