Roma e gli stranieri


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“I miei antenati, il primo dei quali fu Clauso, di origine sabina, che fu accolto tra i cittadini di Roma e assieme tra le famiglie dei patrizi, mi esortano a usare il medesimo atteggiamento nel governare lo Stato, trasferendo all’oggi ciò che allora ottenne buoni risultati. So bene che abbiamo fatto entrare in Senato i Giuli da Alba, i Coruncani da Camerio, i Porci da Tuscolo e, per non andare troppo in là nel tempo, chi veniva dall’Etruria, dalla Lucania, da tutta Italia, da ultimo ampliata fino alla regione alpina. Abbiamo agito in modo tale che non solo singole persone, ma interi territori, intere nazioni trovassero unità nel nostro nome. Per questo è fiorita una solida pace all’interno e abbiamo fatto fronte ai pericoli esterni, perché abbiamo accolto come nostri concittadini i Transpadani e aggiunto in tutto l’orbe alle nostre legioni validissime forze provenienti dalle province, a rafforzare il nostro dominio logorato dal tempo e dalle fatiche. Dobbiamo forse rimpiangere che i Balbi siano giunti dalla Spagna e che uomini non meno illustri si siano uniti a noi dalla Gallia Narbonense? I loro discendenti sono ancora tra noi, né ci sono secondi per amor di patria. Quale fu la causa del declino degli Spartani e degli Ateniesi se non il fatto che, sebbene forti nelle armi, chiusero le porte in faccia a quelli che avevano vinto perché stranieri? Invece, il nostro padre fondatore, Romolo, fu tanto saggio da ritenere molti popoli, nella medesima giornata in cui furono vinti, prima nemici e poi concittadini. Presso di noi da tempo gli stranieri hanno avuto accesso al potere. I figli di liberti possono ambire alle magistrature non per una recente decisione, come pensano alcuni sbagliando; ciò è accaduto spesso anche in passato. È vero, combattemmo contro i Senoni; anche i Volsci e gli Equi però schierarono eserciti contro di noi. Fummo sconfitti dai Galli, ma demmo ostaggi anche all’Etruria e subimmo il giogo sannita. Tuttavia, se si esaminano tutte le guerre, non ce ne fu una che si concluse più rapidamente di quella contro i Galli. Da allora la pace fu sicura e senza interruzioni. Ormai, visto che si sono mescolati con i nostri costumi, le nostre attività, il nostro sangue, che mettano in comune con noi anche le loro ricchezze, il loro oro, senza tenerselo per sé.

O senatori, tutto quello che oggi si ritiene antichissimo, fu un tempo nuovo: dopo i magistrati patrizi ci furono quelli plebei e dopo i plebei i Latini e dopo i Latini le altre genti italiche. Anche quel che siamo noi oggi invecchierà e ciò che ora sosteniamo con esempi tratti dal passato, sarà a sua volta esempio per il futuro. [La traduzione è mia]

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In un momento come questo, in cui i temi identitari e securitari sono sempre più alla ribalta e vengono spesso deformati e urlati senza discernimento, propongo qui la mirabile sintesi che Tacito ci dà (Ann. XI, 23-24) del magistrale discorso pronunciato nel 48, esattamente 1970 anni fa, in Senato dall’imperatore Claudio, nato a Lugdunum (od. Lione) nel 10 a.C., per perorare l’estensione della cittadinanza romana quantomeno ai primores, alla classe dirigente, della Gallia

Molti movimenti razzisti, italiani e non, inalberano sui loro gagliardetti i fasci e le aquile romane, quasi a voler dar ragione allo sciagurato paragone che fece Simone Weil tra il Reich nazista e l’impero romano.  Basterebbe invece conoscere la Storia per accorgersi che Roma, a differenza dei greci, come dice lo stesso Claudio, ebbe una straordinaria capacità di integrare e di assimilare il diverso, fondando proprio su questo il proprio impero millenario.

Assimilare e integrare non sono sinonimi, ma contraddistinguono due modelli di “accoglienza dello straniero”, che, con grossolana semplificazione, si potrebbero identificare con quello francese, centrato più sui singoli individui e con quello anglosassone, più attento alle comunità.

Roma seppe utilizzarli entrambi (“Abbiamo agito in modo tale che non solo singole persone, ma interi territori, intere nazioni trovassero unità nel nostro nome”, dice Claudio), con un atteggiamento privo di dottrinarismi e senza preclusioni razziali che andrebbe divulgato anche tra i non addetti ai lavori.

In buona sostanza, Roma, posta di fronte fin dalle sue origini ai fenomeni legati al suo espansionismo, alle migrazioni e agli spostamenti di intere popolazioni, dimostrò di saper elaborare, compatibilmente con la cultura del tempo, un progetto politico di società aperta.

Sostenuto su fondamenta non negoziabili, la conoscenza della lingua latina, il rispetto della auctoritas e della potestas di Roma, il pagamento dei tributi, il servizio reso alla res publica nelle fila dell’esercito, tale progetto consentì una costruzione sociale articolata in modi e su livelli differenti, a seconda delle circostanze, con la flessibilità propria di un edificio che abbia una solida struttura in cemento armato e tramezzi mobili, con scale per passare da un piano all’altro.

Ad esempio, quando ci si accapiglia sullo jus soli e sullo jus culturae, varrebbe la pena di riflettere sull’esempio romano di una concessione per gradus del diritto di cittadinanza, da collegare concretamente ai diritti e ai doveri che ci si vuole e/o ci si può assumere.

 

 

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Braccialetto elettronico e registro elettronico


[pubblicato anche su http://www.eguaglianzaeliberta.it/web/]

Much ado about nothing, verrebbe da dire in merito al cosiddetto “caso del braccialetto elettronico Amazon”. Si tratta, almeno in parte, di una falsa notizia, poiché si riferisce a qualcosa che è in progetto, ma che non ha ancora trovato applicazione pratica. Tuttavia la pseudo-notizia ha una sua utilità collaterale, dato che ci consente comunque di riflettere, quantomeno in generale, sul rapporto tra etica, politica e sviluppo economico.

Immersi come siamo in una miserevole campagna elettorale, era prevedibile che lo sdegno del politically correct dilagasse un po’ dovunque. E siccome è caratteristica di tale atteggiamento la tendenza a emettere giudizi radicali, senza esercitare la capacità di analizzare approfonditamente i fenomeni, collegandoli a un contesto più generale, è sfuggito ai più che il braccialetto Amazon non rappresenta un trauma, ma è solo la propaggine di un sistema orwelliano ormai generalizzato.

Risale ormai ad alcuni anni addietro l’introduzione del registro elettronico nelle scuole, una prassi questa reale e pienamente operativa.

Personalmente ritengo che, da questo punto di vista, i lavoratori e gli studenti siano accomunati nel patire la presenza di un identico fattore, quello del controllo e della “razionalizzazione” (ottimizzazione?) del lavoro da parte dell’Autorità.

In ciò scorgo all’opera una tendenza paradossale: da un lato si proclama a ogni pie’ sospinto la libertà individuale come massimo valore e unico parametro con cui misurare il grado di civiltà di una nazione e di un popolo; dall’altro mai come oggi la libertà individuale è conculcata e messa sotto tutela da una messe di apparati “democratici”.

Alla base c’è sempre l’idea che i cittadini siano degli eterni bambini riottosi, sempre sull’orlo dell’anarchia, che vanno guidati perciò con direttive imposte dall’alto (vedi il casco obbligatorio, le cinture di sicurezza obbligatorie, i vaccini obbligatori e così via obbligando, senza dimenticare le trattenute fiscali operate alla fonte).

Lungi da me negare che il casco, la cintura, il vaccino abbiano salvato e salvino milioni di vite umane nel mondo, ma la questione fondamentale che la Polis dovrebbe porsi è: convincere o costringere?

Va senza dire che una tale questione dovrebbe occupare una posizione centrale nell’istituzione educativa per eccellenza, cioè la scuola, da cui, per mia fortuna, sono uscito prima che diventasse coatta l’introduzione del registro elettronico (vedi in proposito quanto scrissi qui oltre cinque anni fa, il 13 ottobre 2012).

Sotto la specie di un decisivo miglioramento in efficienza e in efficacia rispetto al vecchio registro cartaceo, il registro elettronico ha introdotto nella vita di studenti, famiglie e insegnanti  un controllo occhiuto e meramente esteriore del processo educativo.

Bisognerebbe infatti ricordare che i singoli voti assegnati dall’insegnante di per sé “non esistono”, fanno parte di un itinerario (valutazione di processo), sono tappe di un cammino che solo al termine dell’anno scolastico porterà all’unica, autentica valutazione (valutazione di risultato). Cogliere e decontestualizzare (esternalizzare) un segmento di quel cammino, strappandolo alla relazione che lo ha prodotto e che lo giustifica, ovvero quella tra chi l’ha tracciato (insegnante) e chi l’ha percorso (studente), significa fraintenderlo in radice, significa trasformare una crescita (ma anche un possibile sviamento) in una sommatoria di numeri, di note e di assenze che, lungi dallo “spiegarla”, non la riflette se non in superficie.

Secondo i lodatori del RE, informatizzare la relazione docente-discente ha significato aggiungere “trasparenza” al rapporto tra scuola e famiglia. Secondo il mio parere, esso ha significato invece introdurre elementi ansiogeni in tutte le componenti della comunità educativa: i genitori che compulsano freneticamente il registro, i professori che debbono inserire i dati in tempi brevi, gli studenti che sentono il peso di ogni passo falso come una condanna. Il tutto senza un sostanziale miglioramento dell’azione educativa, che è e deve restare essenzialmente educazione alla libertà e alla responsabilità.

Nel tentativo di semplificare e di razionalizzare, di essere up-to-date, si perde la ricchezza di una relazione che è fatta anche di silenzi, di voti a matita e – perché no – di bugie e di nascondimenti.

I genitori dominati dall’ansia di controllo (vedi l’imprescindibile presenza dei telefoni cellulari a scuola, voluta spesso più dalle famiglie che dagli studenti) dimostrano così che la loro relazione con i figli è malata. Ed è tale malattia che va curata, non i suoi sintomi esteriori.

Tornando al futuribile “braccialetto Amazon”, a questo punto mi chiedo perché non sostituirlo al registro elettronico, trattandosi di un device assai più perfezionato e “performante”.

Se si considera il braccialetto pericoloso per la libertà dei lavoratori, ivi compresa quella di essere distratti e inefficienti, lo stesso dovrebbe valere ancor più per gli studenti.  Lo ribadisco: la libertà esiste solo dove c’è la possibilità della dissipazione, dello scacco, dell’errore.

Il conflitto tra massimizzazione del profitto e libertà della persona è del resto chiara fin dai chapliniani “Tempi moderni”. Nell’odierno mondo del pensiero unico, le persone sono diventate mere risorse e per di più riottose, irriducibili e perciò diseconomiche (vedi la solita Amazon, che ha aperto a Seattle il primo store senza personale e quindi al riparo da mal di pancia, emicranie, gravidanze e altre umane imperfezioni) ed è quindi fatale che si scambi l’atomizzazione dell’individuo con la sua libertà. La situazione è terribilmente, drammaticamente seria e avrebbe bisogno di una potente riflessione collettiva, che la nostra misera e incolta politichetta, non è certo in grado né di produrre, né di guidare.

Suicidio in diretta


Il generale croato che, dinnanzi alla condanna definitiva a vent’anni di carcere comminatagli dal Tribunale Internazionale dell’Aia, ha ingoiato una fiala di veleno di fronte alle telecamere di tutto il mondo, ha compiuto un gesto di arcaica dignità.

Vedendolo, mi sono venute alla mente due immagini: una letteraria, la celebre poesia di Giuseppe Giusti, “Sant’Ambrogio”, dove si parla, tra l’altro, dei terribili soldati croati, “co’ baffi di capecchio e con que’ musi/ davanti a Dio diritti come fusi”, proprio come quelli del generale che si è ucciso, di fronte al cui malinconico canto però anche il risorgimentale poeta monsummanese prova un’umana pietà (“Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo, duro e piantato lì come un piolo
.” così si conclude il testo).

La seconda scultorea, la gigantesca statua che Napoleone III innalzò a Vercingetorige ad Alesia, sul luogo stesso della sua “ défaite glorieuse” a opera di Giulio Cesare.

Come sappiamo, anche al vinto Vercingetorige si applicò l’implacabile “giustizia” dei vincitori. Trascinato in catene a Roma da Cesare, fu mostrato alla folla durante la pompa trionfale e poi strangolato, senza tante formalità giuridiche, nel carcere Mamertino. I Romani, pur creatori indiscussi del diritto in Occidente, evidentemente non conoscevano tribunali internazionali.

Chissà quante volte ancora ci sarà mostrato, il generale Slobodan Praljak, in quel suo tragico gesto, degno di figurare in un dramma antico, svilito dall’eco internettico, lui che alla modernità certo non appartiene, a questa modernità onnivora e mercificante, anche dei gesti più estremi.

Farà parte del repertorio, il generale Slobodan Praljak, assieme a incidenti aerei, annegamenti in mari in tempesta, uragani mortiferi, esplosioni vulcaniche, che tanta pubblicità attraggono sui media e che vengono graziosamente alternati a consigli di cucina, di giardinaggio, di cosmetica.

Una riflessione nel merito va fatta: “Io non riconosco questo tribunale” ha detto il generale prima di compiere il gesto suicida. Già. Eccoci al punto: è possibile “processare la Storia”? E quel giudice in toga bicolore di raso nera e cremisi, con quel suo sguardo sparuto da burocrate mite e inadeguato, di fronte al personaggio di una tragedia vera come quella serbo-croato-bosniaca, cosa ci sta a fare?

La “pochezza giurisdizionale” del Tribunale Internazionale dell’Aia – peraltro “a tempo” (chiuderà definitivamente a dicembre) – è o dovrebbe essere davanti agli occhi di tutti. Qual è il suo ambito d’azione? Dove passa lo spartiacque che conduce alla sbarra alcuni per crimini di guerra (i serbi e i croati, nella fattispecie), ma non, un esempio tra i tanti, il principe saudita Muhammad, che sta massacrando migliaia di persone inermi nello Yemen, in un tentativo di pulizia etnico-religiosa? Forse perché i primi hanno perso e il secondo è al potere e sta vincendo?

Mi viene da chiedere: esiste davvero un diritto internazionale applicando il quale si possano emettere sentenze valide erga omnes? Oppure è semplicemente una foglia di fico che copre le vergogne di una cruda realtà che già Trasimaco, nel primo libro della “Repubblica” di Platone, afferma senza infingimenti e ipocrisie, cioè a dire che la giustizia è semplicemente la legge del più forte? Dice il sofista a Socrate, con evidente sarcasmo: “E hai compiuto davvero molti progressi nel definire i concetti di giusto e di giustizia, di ingiusto e di ingiustizia, dato che ignori che la giustizia e il giusto non sono altro in realtà che un bene alieno, cioè a dire l’interesse di chi è più forte e comanda […]”

Non aveva forse ragione Hegel, quando affermava che nessun organismo superiore può regolare i rapporti inter-statali?

Slobodan Praljak sembra venire da un passato che è vicino e lontano al tempo stesso, certo barbarico, in cui morte e vita hanno concrete radici in un’esistenza quotidiana drammatica e sanguinosa, in un passato che, per essere storicamente (non giuridicamente) valutato avrebbe bisogno di una riflessione meno corriva e perbenista di quella che mi pare abbia prevalso sulle pagine dei giornali, in televisione e su internet.

Con il suo gesto atroce, il generale croato ha stracciato il velo moralistico e consolatorio, che l’illusione eticista, tipica della cultura egemone statunitense, stende sulle vicende umane, secondo la quale Virtù e Vizio sono sempre ben individuabili e riconoscibili e quindi, encomiabili e punibili, a prescindere dalla Storia che li ha generati.

Risultati elettorali e futuro dell’Europa


Lo spartito della UE suonato dall’orchestra di Junker & Soci si arricchisce di nuove, preoccupanti stonature.

A pochi giorni dalla vittoria a Vienna di una ÖVP (partito popolare) spostata nettamente a destra, seguita da una “liberale” FPÖ, che va in Parlamento con un deputato in più della tramortita SPÖ (partito socialdemocratico), forte ormai solo nei centri urbani (vedi la cartina dello Spiegel in http://www.spiegel.de/politik/ausland/oesterreich-alle-ergebnisse-der-nationalratswahl-2017-a-1172061.html ), ecco giungere in Cechia la vittoria del tycoon Babis (32% di voti), alla testa di un partito personale, il “Sì”, decisamente schierato a destra. A rinforzare la tendenza, giunge il secondo classificato, una neoformazione radicale, xenofoba e antieuropea guidata da un ceco-giapponese con il 12%. Débâcle per i socialdemocratici di Sobotka finora al governo, che dal 20,5% scendono al 7,9%.

Il quadro si completa con il governo del socialista nazionalista Fico in Slovacchia, del “populista” Kaczynski in Polonia e del nazionalista xenofobo Orbán in Ungheria.

Tutti i Paesi sopra citati, esclusa l’Austria, appartengono al Gruppo di Visegrad, nato nel 1991 per rafforzare la collaborazione economica e culturale della rinata Mitteleuropa, uscita dalla sfera egemonica sovietica e che non a caso ha preso il nome da una piccola cittadina ungherese ai confini con la Slovacchia, dove, già nel XIV secolo, si erano incontrati i re di Ungheria, Boemia e Polonia, nel tentativo di cercare un’unità che li rendesse più autonomi da Vienna. Identità antica, dunque, rafforzata poi dalla comune, secolare appartenenza all’impero asburgico, di cui, sostanzialmente, questi Paesi ricalcano ancora oggi i confini.

I Paesi del gruppo di Visegrad (in verde), più l’Austria (in giallo)

Allora si trattava di liberarsi dal giogo della nascente potenza austriaca, oggi, con tutta evidenza, dal giogo sentito come altrettanto “imperiale” di Bruxelles.

Né le vicende sono poi tanto diverse nella parte occidentale del continente. I sintomi di disagio e le spinte centrifughe rispetto al governo della UE sono presenti un po’ dappertutto, a partire dal Brexit, evento di cui non si è forse percepita fino in fondo l’importanza prospettica.

A farne le spese sono stati soprattutto i partiti che si richiamano alla tradizione socialista e socialdemocratica europea. Abbiamo così assistito alla scomparsa pressoché totale del PS francese (nato nel 1889!), alla grave crisi del partito che fu di Carlo Marx in Germania, a un PSOE spagnolo che, dopo aver guidato il Paese fuori dal franchismo, si trova oggi a far da stampella a uno dei peggiori governi della Spagna (il modo con cui ha gestito la pur spinosa questione catalana è lì a testimoniarlo), alla fine del Pasok greco, sciaguratamente abbattuto dalla cieca burocrazia brussellese a trazione tedesca e infine all’evidente declino dell’ibrido PD, nato in Italia sulla scia del fallito “compromesso storico” tra cattolici e comunisti.

Difficile tracciare il profilo di una realtà che si sta così velocemente dinamizzando e non senza rischi per la tenuta generale delle nostre società. Quel che è certo è che così non si può continuare.

L’insistenza retorica con cui il “vecchio” asse franco-tedesco, con un Macron che indossa i panni di una grandeur politica francese ormai da tempo tramontata e che non riesce più a fare da contrappeso alla preponderante egemonia tedesca, pretende di governare l’Europa muovendosi nella tradizionale prospettiva di un federalismo ancora più stretto e di una più ampia cessione di sovranità agli organismi comunitari (vedi la proposta di un ministro delle finanze europeo, destinata a naufragare miseramente dopo i risultati elettorali di cui sopra), si sta rivelando velleitaria e  gravida di pericoli.

Né la lezione che si può trarre dallo spostamento dell’asse politico europeo verso le posizioni della destra nazionalista può ridursi ad affermare, come è stato fatto, apoditticamente, che “a Vienna ha vinto l’Europa migliore” solo perché il partito socialdemocratico, pur perdendo più del 5% dei voti e conseguendo il peggior risultato dal dopoguerra a oggi, ha mantenuto la maggioranza relativa.

È necessario invece dedicarsi a districare sine ira et studio il fitto intreccio di ragioni che si nascondono dietro quel voto “a destra” ormai generalizzato.

Al primo posto metterei l’irrisolta “questione nazionale”, troppo presto liquidata come unfit rispetto all’odierno mondo globalizzato.  La demonizzazione degli stati nazionali, considerati intrinsecamente forieri di conflitti, la retorica dell’abbattimento delle frontiere come passo decisivo verso un mondo migliore ha finito per nascondere il profondo vulnus democratico causato dalla perdita di sovranità da parte dei cittadini, che si sentono governati da organismi non controllabili e  eletti con procedure poco trasparenti: a Praga come a Vienna, a Varsavia come a Madrid, quanti saprebbero spiegare i meccanismi di governo della UE e quanti individuare i luoghi del potere? Se si ritiene che gli stati nazionali usciti dal XX secolo siano ormai obsoleti e avviati a un inesorabile declino, cosa mettere al loro posto? Un’irenistica e indefinita “Unità Europea”, oppure non è il caso di avviare un graduale processo di apertura, all’interno di un’Europa confederata, a identità territoriali autonome e omogenee culturalmente ed economicamente, a organismi regionali o pluriregionali che si costituiscano liberamente attorno a una storia e a interessi comuni e a cui, al contrario di quanto viene detto, proprio il processo di globalizzazione potrebbe fornire ragione e sostentamento? Oltre al citato Gruppo di Visegrad, che interessa più di 60.000.000 di cittadini su una superficie di circa 500.000 kmq, si potrebbe rammentare, sempre in area mitteleuropea, la “Comunità di lavoro Alpe-Adria”, nata già nel 1978, che raccoglie regioni pertinenti a diversi stati nazionali (la Baviera tedesca, il Friuli-Venezia Giulia, il Veneto e la Lombardia, la Carinzia, l’Austria superiore, la Stiria, il Burgenland austriaci, alcuni distretti ungheresi), per un totale di 26.000.000 milioni di cittadini su circa 200.000 kmq., costituitasi proprio per superare i vecchi confini nazionali, riconoscendo tuttavia nuovi interessi e nuove identità.

Al secondo posto metterei le questioni economiche e, in primissimo piano, un bilancio da trarre dall’esperienza ormai quasi ventennale dell’Euro.

Come si sa, solo diciannove tra gli stati membri della UE (27, senza il Regno Unito) hanno adottato la moneta unica. Un’unicità dunque “relativa”, se mi si consente il paradosso logico.

È un argomento questo che suscita, al solo evocarlo, fideistici timori e affermazioni irrefutabili: l’Euro non si tocca, l’Euro ci ha salvato e ci salva dal disastro, guai a chi parla di possibili criticità; il minimo che gli può accadere è di essere chiamato “irresponsabile populista”.

Un bilancio invece va fatto, senza strappi e senza stracciarsi le vesti, per cambiare quello che non ha funzionato e sviluppare gli elementi di maggiore positività. Anche perché sono sempre di più le persone comuni che hanno, come si usa dire oggi, “una percezione” negativa della moneta unica, in termini di un marcato impoverimento delle risorse familiari, specie per i ceti medio-bassi, che sono la maggioranza della popolazione.

Se si vuole evitare la retorica populista del “via dall’Euro”, l’unica cosa che non si deve fare è contrapporvi lo slogan del “sempre e comunque con l’Euro.”

Altra questione spinosa è quella della gestione economica della UE, tutta rattrappita in una contabilità senza prospettive (vedi l’aberrante inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione), terrorizzata da processi inflattivi che neppure si affacciano all’orizzonte e che, a causa di questi fantasmi, comprime oltre misura i consumi interni a vantaggio delle esportazioni. Persino nella florida Germania, come ha fatto osservare di recente Janis Varoufakis, “il 40% della popolazione meno abbiente sta peggio ora di quanto non stesse venti anni fa e il numero di lavoratori poveri è cresciuto (e questo spiega il successo alle ultime elezioni Federali di movimenti come Alternative Für Deutschland)”.

Quarto capitolo: la questione dei migranti. Anche in questo caso si parla di “fenomeno percepito” e “fenomeno reale”. Ammettendo pure una certa distorsione percettiva, causata dal clamore mediatico su singoli episodi, è indubbio che si è di fronte a un cattivo o insufficiente governo di un processo epocale. Si tocca qui un argomento che ha degli immediati riflessi sul primo punto, quello della questione nazionale e della identità culturale europea: non basta enunciare principi generali e affatto incontrovertibili (no al razzismo, accogliamo tutti perché siamo tutti eguali, aiutiamo chi sta peggio di noi e così via seguitando), ma è necessario agire “politicamente” soppesando tutti gli elementi della crisi, percepiti o meno, per tentare una sintesi quantomeno accettabile per la maggioranza dei cittadini. Pena l’accrescersi irrazionale della paura sociale e il ricorso alle soluzioni estreme, più semplici e gratificanti, come sta accadendo oggi in misura crescente un po’ dappertutto in Europa.

A tal proposito, almeno in Italia, andrebbe messa sotto la lente di ingrandimento la neonata, fiorente “economia del profugo”. Dotata di sostanziosissime risorse che, attraverso ministeri ed enti locali, prendono la strada di cooperative e altri soggetti “qualificati”, su di essa non si esercita alcun serio ed efficace controllo rispetto ai risultati attesi (l’azione di alcune procure siciliane nei confronti di ONG “sospette” ha finalmente squarciato il velo di un buonismo di maniera); non è un caso se in tale economia abbiano trovato spazio infiltrazioni malavitose e rapidi arricchimenti di pochi sulle spalle dei più diseredati: come si può pretendere che un cittadino che vive in zone periferiche con scarsi servizi, in difficoltà perché non trova lavoro, perché ha una pensione insufficiente a soddisfare i suoi bisogni primari, con una assistenza sanitaria sempre più costosa e inefficace, dei figli adulti disoccupati da sostenere, possa tollerare che, alla porta accanto, si spendano fino a 120 € al giorno per dare alloggio, vitto e istruzione (!) ai migranti, spesso lasciati poi allo sbando? È questo un modello di accoglienza emergenziale da rivedere in radice, per renderlo sistemico, controllato, efficace ed efficiente, oltre che economico. Bisogna fare in fretta, perché la rabbia delle periferie cresce di giorno in giorno ed è in cerca di surrogati salvifici, di scorciatoie che potrebbero essere assai poco democratiche.

E intanto la UE, come l’Austria-Ungheria negli anni ’10 del secolo scorso, sembra danzare “am Abgrund”, “sull’orlo dell’abisso”.

Appendice lombardo-veneta:

L’” inutile” referendum promosso nell’antico regno lombardo-veneto ha dato i risultati che ci si attendeva. Nonostante le cautele dell’astuto e sornione “governatore” Zaja, il risultato potrebbe avere in prospettiva effetti eclatanti, un “Big Bang” lo ha già definito lo stesso Zaja. Per carità, si sono affrettati a dichiarare i promotori, nulla a che vedere con il referendum “eversivo” catalano; eppure, da oggi, è stata messa in opera un’altra tessera di un nuovo mosaico europeo dai contorni ancora incerti, ma del quale si iniziano a intravvedere le nuove forme costitutive: identità culturale, autogoverno, democrazia diretta.

 

 

 

Europa e sovranità nazionali


Alla vigilia di un delicato passaggio della storia spagnola ed europea, riporto qui i contenuti principali di un articolo di Robert Tombs, professore di storia a Cambridge, apparso su” The Financial Times” nel luglio scorso e segnalatomi dall’amico Antonio Lettieri, dal titolo “La sovranità ha ancora un senso, pur se in un mondo globalizzato”.

“La sovranità nazionale è stata da tempo consegnata alla pattumiera della storia”. Così esordisce Tombs, richiamando poi quanto detto dal britannico Joseph Chamberlain, segretario di stato alle colonie, nel 1902: “Questa è l’epoca dei grandi Imperi e non dei piccoli Stati”.

Adesso però quegli Imperi sono tramontati, mentre i piccoli Stati sono rimasti. Eppure esistono ancora degli ostinati seguaci del pensiero di Chamberlain, che, in età matura, si sono poi fatti sostenitori del federalismo europeo.

L’esistenza dei piccoli Stati nazionali, prosegue Tombs, è addirittura scandalosa per tutti coloro i quali pensano in termini di razionalità, ordine e potere, piuttosto che in termini di disordine democratico; costoro includono diplomatici, amministratori pubblici, economisti ed esponenti del mondo accademico, di destra e di sinistra, tutti d’accordo nell’attribuire all’idea di sovranità le colpe dello scoppio dei conflitti mondiali. Solo i sistemi sovranazionali sono invece in grado di mantenere la pace.

La realtà delle cose si presenta però in modo diverso. Sia la prima che la seconda guerra mondiale (in realtà si è trattato di un unico conflitto, separato da un breve intervallo di pace relativa, la seconda guerra europea dei Trent’anni, dal 1914 al 1945) sono state accese da dinamiche interne agli imperi autoritari e non dal nazionalismo dei popoli: “la guerra è sempre stata impopolare, anche nel Reich hitleriano”, afferma Tombs.

I tentativi utopistici di creare un ordine mondiale sovranazionale hanno portato a ben scarsi risultati. Eppure questa visione è dura a morire. Ad esempio, i difensori dell’UE insistono nel dire che essa ha mantenuto la pace e che, se essa si dissolvesse, l’intero continente sarebbe sommerso da una tempesta nazionalista analoga a quella degli anni ’30. In effetti, afferma Tombs, “l’Unione Europea è il frutto, non il seme della pace, venutasi a creare per merito delle nazioni democratiche vittoriose, che hanno schiacciato il nazismo e costituito la NATO.”

“Gli schemi imperialisti e federalisti hanno dovuto fare i conti con la sovranità nazionale e la democrazia, che sono le due facce della stessa medaglia politica”. Chamberlain riteneva che il popolo avrebbe vissuto in condizioni migliori in un sistema politico sovranazionale, guidato da un élite disinteressata e mossa da nobili sentimenti. La realtà della gran parte del mondo lo ha da tempo smentito.

È certo possibile affermare che l’impero britannico abbia creato il mondo moderno così come lo conosciamo, ma è altrettanto vero che i popoli al suo interno se ne sono allontanati non appena hanno potuto. Il risultato politico di maggior rilevanza della UE è stato quello di persuadere la maggioranza degli europei, anche quelli che avevano combattuto per la propria sovranità nazionale, che questa sovranità non aveva più valore, “che era una mera illusione, che poteva essere messa in comune in tutta sicurezza all’interno della UE e che qualunque tentativo di esercitarla come singolo Stato avrebbe condotto al disastro.”

L’anno scorso, il popolo britannico ha deciso di correre il rischio, seppure con una maggioranza non molto ampia.

Da questa decisione di esercitare di nuovo la propria sovranità nazionale sono scaturiti diversi problemi: quali i modi e quali gli attori del processo? Da un lato i nazionalisti scozzesi rivendicano a loro volta i propri diritti sovrani, dall’altro gli oppositori del Brexit vorrebbero una sovranità fortemente centrata sul Parlamento, mentre i fautori del Brexit considerano invece il voto popolare diretto come la più compiuta espressione della sovranità. Difficile districarsi tra queste interpretazioni così divaricate, ma “è probabile che la maggioranza di noi consideri che il cuore della sovranità si trovi nel consenso diretto del popolo.”

Siamo di fronte al risorgere di un mito politico ormai fuori del tempo? Quante volte ci è stato detto che nel mondo globalizzato di oggi il concetto di sovranità nazionale non ha più alcun senso, così come irrilevanti appaiono i confini nazionali, mentre il potere sta scivolando verso organismi internazionali e non più centrati sullo Stato. “Si tratta sicuramente di un dogma ideologico più che di un’osservazione spassionata.” Il numero di Stati in grado di esercitare il proprio potere anche sulle forze economiche di maggior peso è ancora grande, sicuramente più grande di quanto non fosse in passato.

In molti Paesi il bilancio statale vale quasi la metà del PIL e il Quantitive Easing ha dimostrato l’importanza che riveste la sovranità monetaria. I piccoli Stati fioriscono, mentre sono i maggiori protagonisti della scena mondiale a trovarsi in gravi difficoltà. “Anche in base alle stime più basse, i poteri rimasti agli Stati nazionali rivestono un’enorme importanza. Si afferma che la UE ha risolto i problemi delle singole sovranità e dei poteri nazionali, mettendo in comune le prime per far aumentare i secondi. Tuttavia la soluzione non funziona, come è del tutto evidente.”

Sono molti i Paesi membri della UE, soprattutto quelli dell’Europa meridionale, Grecia, Spagna e Italia, per i quali l’aver messo in comune la sovranità nazionale ha significato conseguenze devastanti in ambito sociale, economico e politico.

“Alla stregua di un ‘buco nero’, l’UE succhia sovranità dai suoi Stati membri, ma la messa in comune di tali sovranità sembra scorrere via, senza lasciare alcun effetto. Se è la sovranità a conferire il diritto riconosciuto a prendere una decisione finale, chi è che nella UE esercita tale diritto?”

Tombs cita poi Thomas Hobbes: “L’esercizio della autorità sovrana non è così penoso quanto lo è la sua mancanza.” Nulla di quello che sta facendo l’Europa è tanto dannoso quanto le azioni che dovrebbe intraprendere e che non intraprende. Non riesce a risolvere i problemi legati all’introduzione dell’Euro, non riesce a controllare i movimenti, né a governare una collocazione equilibrata delle popolazioni che provengono da oltre i suoi confini o che si trovano al suo interno.

“Dell’impero britannico si diceva che fosse ‘un brontosauro con un immenso corpo vulnerabile e un sistema nervoso centrale non in grado di proteggerlo, dirigerlo e controllarlo’. Lo stesso dicasi della UE, la cui debolezza è suscettibile di provocare la sua distruzione. Il vecchio impero austro-ungarico poteva solo sperare di mantenere i suoi popoli in una condizione di accettabile insoddisfazione. Vale lo stesso per la UE di oggi?”

Tombs si augura che il parallelismo si fermi qui. È sperabile che entro pochi anni le élite europee si accorgano che il federalismo rappresenta un vicolo cieco e che la speranza migliore per il nostro Continente è riposta in un’associazione democratica di nazioni sovrane, tenuta assieme non da “direttive” (come quelle emanate dal cervello brussellese del brontosauro), ma da politiche di solidarietà e di buon vicinato.

But don’t hold your breath”, conclude amaramente l’Autore.

La crisi catalana


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Quello che sta avvenendo in Catalogna attorno al referendum per l’indipendenza del 1 ottobre prossimo induce a riflessioni più generali su temi che, si può dire, siano presenti in Europa fin dalla conclusione della prima guerra mondiale, con la cosiddetta “dottrina Wilson”, ma che, se si vuole, si possono far risalire fino alla pace di Augusta (1555), con la quale venne sancito il principio del cuius regio, eius religio e con esso l’inizio del declino dell’impero medievale e la nascita degli stati-nazione.

Dopo il 1918, con l’applicazione, in diversi casi ad usum delphini, della wilsoniana “autodeterminazione dei popoli”, si vollero creare stati-nazione omogenei per lingua, cultura e religione (una d’armi, di lingua, d’altare/ di memorie, di sangue, di cor”, per dirla con l’Italia di Alessandro Manzoni in “Marzo 1821”) e annientare i grandi imperi dell’epoca, tedesco, austro-ungarico e ottomano, per dare spazio al nascente, nuovo impero americano, desideroso e capace di sostituirsi ai suoi omologhi britannico e francese, ormai in declino, nonostante la vittoria.

La nascita dell’URSS e gli esiti della seconda fase della Guerra Europea hanno poi condotto, dopo il 1945, all’instaurarsi di un equilibrio imperiale bipolare est-ovest, che, fino alla caduta del Muro di Berlino e alla scomparsa dell’Unione Sovietica, ha tenuto a bada le spinte nazionalistico-identitarie presenti all’interno dell’Europa.

In questi ultimi tempi si è molto parlato nel main stream della inattualità, se non della pericolosità dei nazionalismi, della negatività del cosiddetto “sovranismo”, individuando invece nell’irenistico orizzonte di una società senza confini, senza distinzioni di razze, di religione, di sesso (sintetizzata dalla celebre frase attribuita a Einstein, il quale, interrogato sulla razza di appartenenza al suo ingresso negli Stati Uniti ad Ellis Island nel 1933, rispose “razza umana”), la buona via da seguire.

Tale prospettiva di stampo illuminista, che ha prodotto la pervicace utopia della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, ha tratto forza e giustificazione dalle ceneri di un’Europa distrutta dai nazionalismi.

Tuttavia, se essa era comprensibile negli anni della ricostruzione di un intero continente annientato da un unico immane conflitto (la seconda guerra dei Trent’anni europea, dal 1914 al 1945), quando erano ancora vivi e operanti coloro i quali avevano direttamente patito quella rovina, a valle del crollo del sistema imperiale sovietico e del bipolarismo globale nei primi anni ‘90, la stessa prospettiva si è ossificata in proclami europeisti di maniera, rivelandosi nel contempo affatto irrealizzabile se non, addirittura, controproducente. Basti considerare la Brexit, la crescita generalizzata dei partiti nazionalisti identitari (vedi le ultime elezioni tedesche) e leggere le statistiche sulla disaffezione crescente dei cittadini europei per le attuali istituzioni comunitarie.

La rottura di quell’equilibrio bipolare, scaturita dalla conclusione della Guerra Fredda (fredda sì, ma pur sempre guerra) avrebbe dovuto indurre a cercare un nuovo progetto di Europa, che tenesse conto delle grandi e radicali novità apparse sul teatro europeo e mondiale. Ma così non è stato.

La spinta ideale e politica di Schumann e di Monnet, capaci di “inventare” istituzioni all’altezza delle circostanze, si è esaurita nella genesi di un governo europeo di profilo essenzialmente contabile, che patisce un forte deficit di controllo democratico e, cosa ancora più importante, nella rinuncia a elaborare un’identità europea adatta ai tempi nuovi del post ’89.

Recitando il vuoto mantra del “no al sovranismo, no al nazionalismo”, senza indicare la direzione verso la quale avviarsi per risolvere la questione, sempre aperta e irrinunciabile, dell’identità dei popoli, si sono aperte ferite profonde e sanguinose nel cuore stesso del Continente.

Consideriamo la Jugoslavia e la sua dissoluzione, iniziata anch’essa agli inizi degli anni ’90.

Morto Tito (1980), la fragile costruzione statuale degli slavi del sud comincia a vacillare. Crollato l’equilibrio imperiale bipolare, ecco che si riaffaccia di nuovo alla ribalta il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Nel caso jugoslavo, l’Occidente (USA e UE) hanno ritenuto valide le ragioni dei “separatisti”, ragioni fatte poi valere con una guerra sanguinosissima (oltre duecentomila morti, massicci bombardamenti aerei, enormi distruzioni), i cui esiti sono ancora oggi malcerti (vedi la situazione della Bosnia-Erzegovina), ma che ha comunque condotto alla creazione di microstati, immediatamente riconosciuti dalla comunità internazionale (da ultimo persino l’evanescente Cossovo) e, in taluni casi, ammessi rapidamente nell’Unione Europea (Slovenia, Croazia).

Viene da dire: perché, nel caos jugoslavo post URSS, si sono appoggiati gli stati scissionisti, si è sostenuta e finanziata la nascita di stati-nazione assai piccoli (la Slovenia arriva appena a due milioni di abitanti), si è promossa la distruzione di un Paese internazionalmente riconosciuto?

Certo, si può ribattere che la Jugoslavia era uno stato recente, nato con una debole identità, voluto anche in funzione anti-italiana, per fare da contrappeso, dopo il 1918, alle aspirazioni plurisecolari dell’Italia post e preunitaria (Venezia, ma anche il regno di Napoli) a un’egemonia nell’area balcanica e sull’oriente mediterraneo europeo in generale. La Spagna invece è uno tra i più antichi stati d’Europa (risalente almeno alla Reconquista del 1492 e all’unione dinastica dei regni di Castiglia e di Aragona).

Eppure, anche nella genesi dello stato unitario spagnolo ci sono elementi “imperiali”, cioè a dire che sovrastano e schiacciano le singole identità nazionali e culturali della penisola iberica.

La Catalogna in particolare, avendo parteggiato per gli Asburgo nella guerra di successione spagnola, dovette subire il rigore dei decreti borbonici del 1716 (Decretos de Nueva Planta), con cui Filippo V toglieva ai catalani ogni forma di autonomia, ivi compreso l’uso della lingua loro propria.

La politica “imperiale” castigliana continuò negli anni ’20 del secolo scorso, con la dittatura di Miguel Prima de Rivera e poi con quella di Francisco Franco, morto nel 1975, con la quale la repressione madridista toccò il suo vertice.

La monarchia spagnola post-franchista non si è data una struttura federale, paragonabile a quella della Germania o a quella della defunta Jugoslavia titina, anche se ha concesso regimi diversificati di autonomia a talune realtà regionali particolarmente centrifughe, come la Catalogna o i Paesi Baschi. Essa ha mantenuto in buona sostanza un impianto centralista (il re è garante dell’unità del Paese. La Spagna resta Una, Grande y Libre, come recitava un noto slogan franchista).

Arriviamo al punto: perché la Slovenia sì e la Catalogna no?

Le critiche veementi ai cosiddetti “sovranismi”, come vengono oggi spesso definite le spinte alla riconquista di spazi democratici di decisione, usurpati dalla burocrazia “irresponsabile” bruxellese, l’assenza nel contempo di un’identità europea che possa sostituirsi al perseguito annullamento delle identità nazionali, aprono spazi pericolosi, che andrebbero colmati e governati. Gli stati nazionali sono un bene da salvaguardare a corrente alternata?

Risalendo indietro nel tempo, c’è stato in verità nel cuore dell’Europa un modello politico-statuale cui guardare per trarne ispirazione per una nuova Europa: il Bund tedesco pre-bismarckiano.

Invece di inseguire vanamente la creazione di un unico stato europeo federale, che prevede necessariamente un’ampia cessione di sovranità da parte dei singoli stati nazionali, i quali, come indica la storia di questi ultimi sessant’anni, non sono affatto intenzionati a concederla, bisognerebbe a questo punto lavorare alla costruzione di una diversa struttura politico-istituzionale dell’Europa Unita, che resta un bene irrinunciabile, ovvero a una confederazione di entità statuali sovrane, anche a carattere regionale, che superino le angustie dei vecchi nazionalismi, ma che rispondano alle esigenze identitarie dei popoli e che, soprattutto, restituiscano ai cittadini il controllo democratico dal basso del proprio futuro.

Con un’Europa davvero forte e davvero democratica, governata da una Dieta confederale (non da un pallido scimmiottamento  dei parlamenti nazionali, come è l’attuale, pressoché inutile e costosissimo parlamento europeo), eletta dai cittadini europei su base continentale e non più regional – nazionale e dotata di poteri autentici e trasparenti, ma limitati alle materie di comune interesse (commercio internazionale, armonizzazione economica e fiscale, difesa dei confini esterni, politica estera), la questione delle identità nazionali si potrebbe riaprire e risolvere senza demonizzazioni e senza invocare, quando fa comodo, l’intangibilità di stati-nazione, di cui peraltro e a ogni piè sospinto, si parla come di istituzioni superate e pericolose.

Una confederazione europea potrebbe lasciare spazio al formarsi di unità statuali nuove, più piccole e libere di collocarsi all’interno della stessa confederazione, con un evidente aumento del tasso di democrazia.

La Catalogna “scissionista”, regione culturalmente antica e ricca di tradizioni sue proprie, come pure la Scozia, non hanno affatto chiesto la secessione dall’UE, ma “solo” di poter partecipare in modo diverso all’unità europea.

Il liceo “corto”: dal mosaico al merchandising, passando per il cacciavite


[pubblicato anche su http://www.eguaglianzaeliberta.it/web/ ]

Il titolo può apparire criptico, ma sintetizza efficacemente, a mio parere, il destino dell’istituzione scolastica italiana nell’arco di un ventennio circa.

Correva l’anno 2000, quando fu pubblicata in GU la “Legge Quadro in materia di Riordino dei Cicli di Istruzione”, meglio nota come la “Legge Berlinguer” (L. 30 del 10.02.2000).

Come tutti sanno, questa legge non andò mai in vigore, perché il governo Berlusconi, succeduto a quello di centro-sinistra di Romano Prodi, tramite la ministra Moratti, volle fare “punto e a capo”.

Guardando retrospettivamente, fu quello del Prof. Berlinguer l’ultimo, serio tentativo di mutare l’articolazione della scuola italiana, conservandone le caratteristiche storicamente sedimentate e da tutti apprezzate e coniugandole con l’esigenza di una maggiore sintonia con i sistemi scolastici del resto dell’Europa. In primis l’accorciamento del curricolo scolastico da tredici a dodici anni.[1]

Berlinguer definì la sua azione come “la strategia del mosaico”, perché composta da un insieme di tessere – interventi normativi da posare in opera in tempi diversi e in zone diverse del sistema scuola (vedi l’innovativo e assai mal compreso e attuato esame di stato), ma capaci di profilare un percorso di studi globale, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado, alla formazione post-diploma, all’educazione degli adulti, all’università.

Si era nel periodo segnato dall’avvio della autonomia scolastica (art. 21 della legge 59/97, detta “Legge Bassanini”), sostenuta da un Regolamento esemplarmente redatto (DPR 275/99) e spirava ancora forte la fiducia nella politica.

Poi il gelo dei piccoli e farraginosi interventi, delle sperimentazioni frammentate e quasi sempre senza alcuna accountability caratterizzò l’azione sostanzialmente conservatrice del ministro Moratti, senza che vi si scorgesse un disegno preciso, se non quello di limitare la sfera di azione della scuola pubblica.

Con il ritorno al governo del centro-sinistra, il ministro Fioroni inaugurò “la strategia del cacciavite”: non più tessere di un mosaico di cui, è bene sottolinearlo, si possedeva saldamente il cartone, ma una serie di smontaggi e rimontaggi per cambiare i pezzi più deteriorati della macchina, badando bene a non “turbare” gli interessi consolidati di corporazioni e sindacati.

La debolezza di una tale strategia, che un tempo si sarebbe definita “democristiana”, emerse in piena luce negli anni della crisi, a partire dal 2008. Il governo della scuola affidato al duo Tremonti-Gelmini condusse a un radicale affievolirsi di risorse e di idee. Si tornò all’antico, senza le sue virtù. In quel torno di tempo furono sottratti alla scuola, in un triennio, circa dieci miliardi di euro, con la vana promessa di un successivo, parziale storno per progetti di ricerca e di innovazione. Promessa, naturalmente, non mantenuta.

Il clima dettato dal tema costante della riduzione della spesa non è più mutato da allora. Non ci sono stati, è vero, bruschi colpi di accetta, ma si è proceduto a una sorta di costante limatura, la cui polvere è stata nascosta da un’abile azione di marketing.

Intendo riferirmi, come è facile intuire, alla cosiddetta “Buona Scuola”, di cui ho avuto modo già di parlare ai suoi inizi.[2]

Presentata nella stessa veste grafica delle ricette di Nonna Carla, con tinte pastello e spolverate di zucchero, condannata dal suo stesso nome a rappresentare l’ottimismo dolciastro della cucina renziana, la riforma “epocale” (nelle parole dell’ormai ex primo ministro) si è tradotta in una congerie di promesse non mantenute, di interventi confusi e ideologici (i danni della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” si percepiranno sul lungo periodo: quante ore di studio individuale sono state sottratte al sistema dei licei, per inseguire vani fantasmi?), di burbanzose accentuazioni dirigistiche, tutte accompagnate dal basso continuo “senza ulteriori aggravi per la spesa pubblica”.

La povera ministra Giannini, bouc émissaire dell’intera operazione, è stata estromessa dal governo Gentiloni e sostituita da una più baldanzosa e sindacalmente esperta ministra Fedeli.

Idee nuove per la scuola? Non pervenute. Solo qualche iniziativa per tacitare il malumore degli insegnanti e una serie di decreti applicativi della Buona Scuola, il cui testo (vedi quello sulla cultura umanistica) grida vendetta al cospetto di un qualsiasi buon giurista esperto di politica scolastica. Senza contare il “misterioso” disegno di revisione dell’esame di stato, prima promesso per il prossimo anno scolastico e poi rimandato al 2019 (?), di cui restano ignote le motivazioni e lo spirito (!) che lo hanno animato.

E veniamo al punto che ha suscitato questa mia ulteriore riflessione: la sperimentazione (aridaje, direbbero a Roma! Ci aveva già provato la ministra Carrozza ai tempi del governo Letta) della riduzione del percorso secondario superiore da cinque a quattro anni.[3]

Un ritorno a Berlinguer, come avevo modestamente suggerito circa quattro anni fa?[4] Neppure per idea. Là dove la riduzione dell’intero percorso scolastico acquistava senso e fisionomia, qui, a leggere gli scarni documenti prodotti dal ministero, colmi di caveat per non spaventare troppo il colto e l’inclita (“non ci sarà alcuna riduzione dei contenuti”, “si eserciterà un rigoroso controllo tramite commissioni a diversi livelli”), si vede in controluce solo il desiderio di tagliar posti, con la scusa di allinearci all’Europa, imbottendo in un sacco da quattro quello che era contenuto in un sacco da cinque.

Una proposta? Sempre la stessa: torniamo alla Legge 30, è già bell’e fatta, con tanto di sistema graduale di applicazione, aggiorniamola (sono pur sempre passati diciassette anni), ma manteniamone l’impianto. Ricordiamo che gli istituti “comprensivi” erano stati concepiti proprio in vista di una unificazione del ciclo di secondaria inferiore. Ora che sono stati imposti in tutta Italia, maldestramente e solo per risparmiare risorse, potrebbero trovare una qualche ragione d’essere e un’operatività didatticamente efficace e non solo burocratico-amministrativa.

 

[1] Il testo della Legge 30 in http://www.edscuola.it/archivio/norme/leggi/rcstuddl.html

[2] “La Buona Scuola del maestro Matteo”, https://claudiosalone39.wordpress.com/page/9/

[3] Sul tema segnalo l’appassionato e competente intervento di Giuseppe Cappello, “L’allucinazione del liceo breve”,  http://www.giuseppecappello.it/?p=2532

[4] “Ritornare a Berlinguer”, https://claudiosalone39.wordpress.com/page/11/