La crisi catalana


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Quello che sta avvenendo in Catalogna attorno al referendum per l’indipendenza del 1 ottobre prossimo induce a riflessioni più generali su temi che, si può dire, siano presenti in Europa fin dalla conclusione della prima guerra mondiale, con la cosiddetta “dottrina Wilson”, ma che, se si vuole, si possono far risalire fino alla pace di Augusta (1555), con la quale venne sancito il principio del cuius regio, eius religio e con esso l’inizio del declino dell’impero medievale e la nascita degli stati-nazione.

Dopo il 1918, con l’applicazione, in diversi casi ad usum delphini, della wilsoniana “autodeterminazione dei popoli”, si vollero creare stati-nazione omogenei per lingua, cultura e religione (una d’armi, di lingua, d’altare/ di memorie, di sangue, di cor”, per dirla con l’Italia di Alessandro Manzoni in “Marzo 1821”) e annientare i grandi imperi dell’epoca, tedesco, austro-ungarico e ottomano, per dare spazio al nascente, nuovo impero americano, desideroso e capace di sostituirsi ai suoi omologhi britannico e francese, ormai in declino, nonostante la vittoria.

La nascita dell’URSS e gli esiti della seconda fase della Guerra Europea hanno poi condotto, dopo il 1945, all’instaurarsi di un equilibrio imperiale bipolare est-ovest, che, fino alla caduta del Muro di Berlino e alla scomparsa dell’Unione Sovietica, ha tenuto a bada le spinte nazionalistico-identitarie presenti all’interno dell’Europa.

In questi ultimi tempi si è molto parlato nel main stream della inattualità, se non della pericolosità dei nazionalismi, della negatività del cosiddetto “sovranismo”, individuando invece nell’irenistico orizzonte di una società senza confini, senza distinzioni di razze, di religione, di sesso (sintetizzata dalla celebre frase attribuita a Einstein, il quale, interrogato sulla razza di appartenenza al suo ingresso negli Stati Uniti ad Ellis Island nel 1933, rispose “razza umana”), la buona via da seguire.

Tale prospettiva di stampo illuminista, che ha prodotto la pervicace utopia della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, ha tratto forza e giustificazione dalle ceneri di un’Europa distrutta dai nazionalismi.

Tuttavia, se essa era comprensibile negli anni della ricostruzione di un intero continente annientato da un unico immane conflitto (la seconda guerra dei Trent’anni europea, dal 1914 al 1945), quando erano ancora vivi e operanti coloro i quali avevano direttamente patito quella rovina, a valle del crollo del sistema imperiale sovietico e del bipolarismo globale nei primi anni ‘90, la stessa prospettiva si è ossificata in proclami europeisti di maniera, rivelandosi nel contempo affatto irrealizzabile se non, addirittura, controproducente. Basti considerare la Brexit, la crescita generalizzata dei partiti nazionalisti identitari (vedi le ultime elezioni tedesche) e leggere le statistiche sulla disaffezione crescente dei cittadini europei per le attuali istituzioni comunitarie.

La rottura di quell’equilibrio bipolare, scaturita dalla conclusione della Guerra Fredda (fredda sì, ma pur sempre guerra) avrebbe dovuto indurre a cercare un nuovo progetto di Europa, che tenesse conto delle grandi e radicali novità apparse sul teatro europeo e mondiale. Ma così non è stato.

La spinta ideale e politica di Schumann e di Monnet, capaci di “inventare” istituzioni all’altezza delle circostanze, si è esaurita nella genesi di un governo europeo di profilo essenzialmente contabile, che patisce un forte deficit di controllo democratico e, cosa ancora più importante, nella rinuncia a elaborare un’identità europea adatta ai tempi nuovi del post ’89.

Recitando il vuoto mantra del “no al sovranismo, no al nazionalismo”, senza indicare la direzione verso la quale avviarsi per risolvere la questione, sempre aperta e irrinunciabile, dell’identità dei popoli, si sono aperte ferite profonde e sanguinose nel cuore stesso del Continente.

Consideriamo la Jugoslavia e la sua dissoluzione, iniziata anch’essa agli inizi degli anni ’90.

Morto Tito (1980), la fragile costruzione statuale degli slavi del sud comincia a vacillare. Crollato l’equilibrio imperiale bipolare, ecco che si riaffaccia di nuovo alla ribalta il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Nel caso jugoslavo, l’Occidente (USA e UE) hanno ritenuto valide le ragioni dei “separatisti”, ragioni fatte poi valere con una guerra sanguinosissima (oltre duecentomila morti, massicci bombardamenti aerei, enormi distruzioni), i cui esiti sono ancora oggi malcerti (vedi la situazione della Bosnia-Erzegovina), ma che ha comunque condotto alla creazione di microstati, immediatamente riconosciuti dalla comunità internazionale (da ultimo persino l’evanescente Cossovo) e, in taluni casi, ammessi rapidamente nell’Unione Europea (Slovenia, Croazia).

Viene da dire: perché, nel caos jugoslavo post URSS, si sono appoggiati gli stati scissionisti, si è sostenuta e finanziata la nascita di stati-nazione assai piccoli (la Slovenia arriva appena a due milioni di abitanti), si è promossa la distruzione di un Paese internazionalmente riconosciuto?

Certo, si può ribattere che la Jugoslavia era uno stato recente, nato con una debole identità, voluto anche in funzione anti-italiana, per fare da contrappeso, dopo il 1918, alle aspirazioni plurisecolari dell’Italia post e preunitaria (Venezia, ma anche il regno di Napoli) a un’egemonia nell’area balcanica e sull’oriente mediterraneo europeo in generale. La Spagna invece è uno tra i più antichi stati d’Europa (risalente almeno alla Reconquista del 1492 e all’unione dinastica dei regni di Castiglia e di Aragona).

Eppure, anche nella genesi dello stato unitario spagnolo ci sono elementi “imperiali”, cioè a dire che sovrastano e schiacciano le singole identità nazionali e culturali della penisola iberica.

La Catalogna in particolare, avendo parteggiato per gli Asburgo nella guerra di successione spagnola, dovette subire il rigore dei decreti borbonici del 1716 (Decretos de Nueva Planta), con cui Filippo V toglieva ai catalani ogni forma di autonomia, ivi compreso l’uso della lingua loro propria.

La politica “imperiale” castigliana continuò negli anni ’20 del secolo scorso, con la dittatura di Miguel Prima de Rivera e poi con quella di Francisco Franco, morto nel 1975, con la quale la repressione madridista toccò il suo vertice.

La monarchia spagnola post-franchista non si è data una struttura federale, paragonabile a quella della Germania o a quella della defunta Jugoslavia titina, anche se ha concesso regimi diversificati di autonomia a talune realtà regionali particolarmente centrifughe, come la Catalogna o i Paesi Baschi. Essa ha mantenuto in buona sostanza un impianto centralista (il re è garante dell’unità del Paese. La Spagna resta Una, Grande y Libre, come recitava un noto slogan franchista).

Arriviamo al punto: perché la Slovenia sì e la Catalogna no?

Le critiche veementi ai cosiddetti “sovranismi”, come vengono oggi spesso definite le spinte alla riconquista di spazi democratici di decisione, usurpati dalla burocrazia “irresponsabile” bruxellese, l’assenza nel contempo di un’identità europea che possa sostituirsi al perseguito annullamento delle identità nazionali, aprono spazi pericolosi, che andrebbero colmati e governati. Gli stati nazionali sono un bene da salvaguardare a corrente alternata?

Risalendo indietro nel tempo, c’è stato in verità nel cuore dell’Europa un modello politico-statuale cui guardare per trarne ispirazione per una nuova Europa: il Bund tedesco pre-bismarckiano.

Invece di inseguire vanamente la creazione di un unico stato europeo federale, che prevede necessariamente un’ampia cessione di sovranità da parte dei singoli stati nazionali, i quali, come indica la storia di questi ultimi sessant’anni, non sono affatto intenzionati a concederla, bisognerebbe a questo punto lavorare alla costruzione di una diversa struttura politico-istituzionale dell’Europa Unita, che resta un bene irrinunciabile, ovvero a una confederazione di entità statuali sovrane, anche a carattere regionale, che superino le angustie dei vecchi nazionalismi, ma che rispondano alle esigenze identitarie dei popoli e che, soprattutto, restituiscano ai cittadini il controllo democratico dal basso del proprio futuro.

Con un’Europa davvero forte e davvero democratica, governata da una Dieta confederale (non da un pallido scimmiottamento  dei parlamenti nazionali, come è l’attuale, pressoché inutile e costosissimo parlamento europeo), eletta dai cittadini europei su base continentale e non più regional – nazionale e dotata di poteri autentici e trasparenti, ma limitati alle materie di comune interesse (commercio internazionale, armonizzazione economica e fiscale, difesa dei confini esterni, politica estera), la questione delle identità nazionali si potrebbe riaprire e risolvere senza demonizzazioni e senza invocare, quando fa comodo, l’intangibilità di stati-nazione, di cui peraltro e a ogni piè sospinto, si parla come di istituzioni superate e pericolose.

Una confederazione europea potrebbe lasciare spazio al formarsi di unità statuali nuove, più piccole e libere di collocarsi all’interno della stessa confederazione, con un evidente aumento del tasso di democrazia.

La Catalogna “scissionista”, regione culturalmente antica e ricca di tradizioni sue proprie, come pure la Scozia, non hanno affatto chiesto la secessione dall’UE, ma “solo” di poter partecipare in modo diverso all’unità europea.

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Un libro scritto per la Francia che parla anche dell’Italia: Christophe GUILLUY, “Le crépuscule de la France d’en haut”, Flammarion, 2016, pp. 253


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Il libro di Guilluy ha innanzi tutto il pregio di essere stato scritto da un geografo, un tipo di intellettuale ormai raro in Italia.[1] L’ancoraggio geografico al territorio e alle popolazioni ha fornito all’ A. una prospettiva di analisi diversa rispetto alle interpretazioni più propriamente politico-economiche dei dati sulla nostra attuale realtà.

La nuova metropoli mondializzata: la patria della nuova borghesia

Le prime parole del primo capitolo sono: “Tornano le cittadelle medievali”. In queste nuove roccaforti vive una nuova borghesia, che si caratterizza per la sua inclinazione verso l’open society, la mescolanza sociale e l’eguaglianza dei diritti individuali. Si potrebbe dire verso il politically correct.[2] Questa vernice progressista nasconde in verità un feroce meccanismo di esclusione, secondo uno schema tipico del vincente modello nord-americano: massima ampiezza dei diritti individuali, tradotta nella massima diseguaglianza in seno alla società.[3] Dunque un progressismo senza progresso, che custodisce con grande efficacia privilegi e ricchezze prodotte dal laissez-faire globalizzato. “La mondializzazione è il regno del Re Mercato e un’opportunità riservata alle classi superiori.” Se prima la borghesia accettava e combatteva apertamente la lotta di classe, adesso, sposando quella che l’A. definisce “la menzogna della società aperta”, essa tenta addirittura di negare l’esistenza di quella stessa lotta di classe. “Nella loro volontà di distinguersi dai borghesi tradizionali, le nuove classi superiori “aderiscono alla ‘cultura del narcisismo’, al culto dell’ego, rafforzato proprio dalla eclissi delle classi popolari e recuperano il termine ‘popolare’, giocando a ‘fare il popolo’.”[4]

In realtà, i processi economici hanno continuato a svilupparsi in maniera, per certi versi, ancora più dura rispetto al passato, provocando il sistematico allontanamento dalle metropoli globali – da lì e solo da lì nasce e transita la ricchezza mondializzata –  dei ceti operai e impiegatizi, anche attraverso uno spettacolare aumento dei prezzi delle case e un sistema sempre più esteso di “gentrificazione” delle aree urbane destinate all’edilizia popolare.[5]

Il trionfo della nuova borghesia mondializzata ha reso dunque “invisibile il dominio di classe”, sostituendo la lotta di classe con la confusione delle classi. Non è un caso, sottolinea l’A. che la sinistra “moderna” abbia, ad esempio, nella megalopoli parigina, con il suo alto reddito e il 43% di funzionari e impiegati di grado superiore, un suo terreno d’elezione. Rinserrate nella neo-cittadella medievale e costrette a vivere gomito a gomito, destra e sinistra tradizionali finiscono per confondersi, anche perché sono entrambe d’accordo sulla irreversibilità del modello economico mondializzato.[6] “Riflesso di un modello unico, le metropoli si fanno banditrici della politica unica e del pensiero unico, in attesa del partito unico.” Sarà interessante a questo proposito seguire la marcia trionfale di Macron.

La fascistizzazione della periferia invisibile

Il modello in integrazione assimilazionista, laico ed egualitario, francese ha lasciato il posto alla frammentazione ineguale del trionfante comunitarismo anglo-americano, per cui, in nome del multiculturalismo, vivono sul medesimo territorio, ma restando diversi per lingua, costumi, religioni, storia e cultura, gruppi sociali in cerca di ancoraggi e identità.[7]

Scacciate dai luoghi dove si produce la maggior parte della ricchezza, della ricerca e della comunicazione, le classi popolari vengono sempre più perifericizzate, tra campagna e centri urbani medio-piccoli, e ridotte al silenzio, tacciate di essere “sovraniste” e “retrograde” da una martellante campagna mediatico-ideologica, che ha provveduto con successo a fascistizzare le richieste di ripristino di una sovranità nazionale. [8]

Quali però le ragioni per cui un processo di diseguaglianza tanto brutale si è realizzato un po’ dappertutto in Europa? La risposta sta nel controllo ferreo delle “rappresentazioni sociali e territoriali”: la rappresentazione sociale mira a conservare il mito di una classe media maggioritaria, ormai sostanzialmente scomparsa, al fine di nascondere l’emergere di nuove categorie popolari precarizzate; in parallelo, la rappresentazione dei territori e delle metropoli contribuisce a rendere invisibile la Francia periferica. Nel paese immaginario delle élites francesi, tutte le persone “modeste” semplicemente non esistono.

“La retorica dell’apertura consente di squalificare tutte le rappresentazioni che contestano l’ordine economico e sociale esistente.” L’opposizione popolare alla mondializzazione e al libero scambio è spesso ridotta dal mainstream a una manifestazione di razzismo.[9] Il nuovo partito operaio è, nei dati, il FN. Tra le cause di ciò vi è certamente lo slittamento dei partiti socialisti europei verso le dottrine liberiste già dai primi anni ’80, ma anche “la ribellocrazia di sinistra, quella di chi lotta contro il capitale, le banche, il mercato, le multinazionali, ma che difende anche la mondializzazione.” Descrivere l’insicurezza sociale e culturale dei ceti popolari significa oggi per costoro “fare il gioco di”. E’ il pasoliniano “fascismo degli antifascisti”. Fascistizzare tutti quelli che fanno emergere la nuova realtà popolare.

L’ideologia “bougista”: il mito della mobilità e dell’ascensore (discensore) sociale

La sfida, finora vinta, è stata quella di instaurare senza conflitti un modello egemonico di economia della diseguaglianza, che rende invisibili i perdenti della mondializzazione. Gradualmente espulsi dai processi produttivi rilevanti, gli operai sono stati collocati in periferia (discensore sociale), mentre la classe media si frantuma, verso l’alto e verso il basso: negli anni ’60 ci volevano 12 anni perché un membro della classe media potesse salire verso livelli sociali superiori. Oggi ne sono necessari 35.

La maschera progressista del conservatorismo mondializzato vede le metropoli come il territorio privilegiato “del tutto è possibile”, le “ideopoli”, della mobilità verticale, da contrapporre al resto del Paese, statico e senza idee.[10] Ma, come l’A. si incarica di sottolineare, tale mobilità è solo narrata: ad esempio, nessuno dei grandi “creatori” di ricchezza mondializzata, da Mark Zuckerberg a Bill Gates, viene “dal basso”. Inoltre, e le statistiche sulla (im)mobilità sociale nelle scuole stanno lì a dimostrarlo, “‘i figli e le figlie di’ sono come pesci nell’acqua in questa società liberale, in cui la norma è ‘ciascuno per sé’.” Nelle università, nei giornali, nel mondo del cinema e della politica, in aperto contrasto con le dichiarazioni di apertura al diverso, tutto il sistema è saldamente in mano ai bianchi che abitano nelle metropoli mondializzate e la diversità è rappresentata solo in misura residuale. I “bobo” progressisti e aperturisti infatti “non intendono giocare con l’avvenire dei propri figli, la mescolanza sociale e il multiculturalismo reali li lasciano agli altri”.

Le diseguaglianze sono dunque esplose dovunque nel mondo globalizzato. Se negli USA, negli anni ’70, la percentuale più ricca della popolazione incamerava l’8% della ricchezza nazionale, oggi quella stessa percentuale è passata a incamerarne il 20%.

Il nomadismo globale, tipico mito della modernità mondializzata, è imposto dai media come un dato incontestabile.  Se ne deduce il grottesco slogan che per risolvere il problema della disoccupazione basta accettare l’ipermobilità. Secondo l’ideologia “bougista” insomma, si resta disoccupati perché ci si rifiuta di muoversi. Per le classi escluse dalla mondializzazione, l’emigrazione rappresenta invece una necessità dolorosa, quasi mai una scelta volontaria e felice. A smentire poi il mito ci sono i dati: nel 2013 il mondo contava 223 milioni di migranti internazionali, cioè a dire solo il 3% della popolazione mondiale, la fotografia di una società prevalentemente sedentaria.

Le nuove società periferiche: dall’ideologia alla gestione del quotidiano

Per la prima volta nella storia, le classi popolari non vivono più laddove si crea la ricchezza e il lavoro, ma in una “Francia periferica”, sempre più fragile e nascosta. “L’economia mondializzata, che poggia sulla divisione internazionale del lavoro e sulla crescente robotizzazione e automazione dei processi produttivi, non ha più bisogno di una classe popolare occidentale, troppo cara e tropo garantita, ma di manodopera a bassissimo prezzo (cinese, indiana, africana). Così, quei ceti popolari sono stati progressivamente perifericizzati e resi ininfluenti.”

Questa espulsione ha provocato quella che l’A., in modo suggestivo, definisce il marronage delle classi popolari, assimilabile alla “fuga dalle piantagioni” degli schiavi. Esse cioè non si riconoscono più nelle narrazioni che provengono dall’alto, dalle istituzioni tradizionali (partiti, sindacati, media).

Sta nascendo una “contro società”, che non è la società del ripiegamento o di chi non sa (con buona pace di BHL), che non prefigura una chiave interpretativa del mondo, ma si fa carico delle contraddizioni che un modello di sviluppo non voluto comporta: “non sono le idee che spingono il mondo, ma la quotidianità”. E il quotidiano è caratterizzato dalla complessità, non dall’ideologia. “Le classi popolari non hanno altra scelta se non quella di resistere all’ordine dominante facendosi carico della realtà”.

Quello che la società dominante chiama “ripiegamento” è in realtà la risposta a una società iperliberista che distrugge ogni nozione di solidarietà. “Il progetto mondialista non ha creato l’uomo nuovo, ma l’uomo ordinario, di orwelliana memoria.” Citando Jean-Pierre Le Goff, “la società dei consumi e del tempo libero ha esaltato la sfera privata a detrimento delle culture e delle istituzioni sociali tradizionali.” Del resto, la mescolanza sociale non è  mai stato un obbiettivo delle classi popolari, che trovano nell’ancoraggio locale una risorsa per la loro economia familiare.

La panne della mobilità sociale rafforza la società popolare. Questa società è depositaria dello “spirito del dono” (Maus), di una mutua solidarietà, che agisce non per spinta ideologica, ma perché costretta dalla realtà del quotidiano.

“E’ evidente che l’idea secondo la quale il popolo non esiste più si collega al pensiero magico di coloro che hanno tutto da temere personalmente dal suo risveglio politico, piuttosto che all’analisi del mondo così com’è.”

Di qui nasce anche la pericolosa crisi attuale dei processi democratici (il calo costante della partecipazione al voto): le classi dominanti e superiori sembrano sempre più tentate da un’opzione di totalitarismo soft. Si veda la reazione delle élite alla Brexit o all’elezione di Trump, allorché hanno riconosciuto con grande fastidio gli esiti del voto democraticamente espresso (BHL). In Francia, sull’onda della Brexit, che ha visto il voto “remain” concentrato nelle città metropolitane e tra i giovani, si è giunti a proporre (Fillon) che ai giovani sia dato il doppio suffragio (“democrazia a punti”). E così in Svizzera. “Si arriverà”, si chiede l’A., “alla Gazzetta Ufficiale che ufficializzerà un voto con coefficiente 3 per i giovani delle metropoli, 2 per i dirigenti, 1 per gli operai e 0,5 per i disoccupati?” Bisogna invece sempre ricordare che “la democrazia riposa su un principio fondamentale, quello per cui un operaio ignorante e un intellettuale raffinato sono egualmente capaci di decidere le sorti di un paese.”

In questo denso e sfaccettato saggio di Guilluy, munito peraltro di un corredo ricco e molto significativo di carte tematiche della Francia, c’è molto, molto di più. Spero possa essere presto tradotto in italiano, perché de te fabula narratur.

 

[1] Vedi il precedente intervento sul blog, “Aiuto! Ha ragione la Littizzetto!”

[2] “Il sinistrismo del ’68 ha facilitato e accelerato l’avvento del capitalismo liberal-libertario e la totale egemonia del mercato” (M. Clouscard, cit.). Come dice efficacemente l’A., si è passati dai Rougon-Macquart agli hipsters.

[3] L’A. cita in proposito Margareth Thatcher: “La società non esiste.”

[4] Si veda la gentrificazione del più popolare tra gli sport, il calcio, ottenuta con l’aumento vertiginoso dei prezzi dei biglietti allo stadio.

[5] A Londra si è giunti a punte di 80.000 € al mq. L’aumento poi degli interventi di edilizia pubblica nelle metropoli non serve a favorire il ritorno dei ceti popolari, ma a dare alloggio a quei “key workers” senza i quali la qualità e la sicurezza della vita urbana verrebbe messa a repentaglio (poliziotti, badanti, personale sanitario e scolastico, ecc.).

[6] J.-P. Chevènement: “non resterà niente della destra e della sinistra se la prima abbandonerà la nazione e l’altra la società.

[7] Jacques Julliard: “il multiculturalismo è una beffa, una beffa sanguinosa”. Del resto, dice l’A., “come poteva non cedere la diga repubblicana di fronte a Wall Street, al CAC 40, a Hollywood?”

[8] Il mentore di una tale interpretazione è Bernard Henry-Levi, cui l’A. non risparmia opportunamente critiche e frecciate ironiche.

[9] La classe dominante usa ormai l’antifascismo come uno strumento di lotta di classe. A tal proposito, l’A, cita gli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini (1974: “un antifascismo facile che ha per oggetto un fascismo arcaico che non esiste e non esisterà mai più”).

[10] Les Idéopôles, laboratoires de l’électorat socialiste è il titolo di un saggio di F. Escanola e M. Vieira, del 2014 citato dall’A. Non vi è chi non veda, alla luce della disfatta del PS, come la realtà si incarichi talvolta di lacerare i veli dell’ideologia.

Largo ai giovani


Scrive Stefan Zweig:

Mentre nei nostri tempi così radicalmente mutati rispetto al passato ogni quarantenne fa di tutto per apparire un trentenne e un sessantenne per apparire un quarantenne, mentre oggi la gioventù, l’energia, il dinamismo e la fiducia in se stessi sono valori di primo piano e che raccolgono vasto consenso, nella passata “Età della Sicurezza” bisognava che chiunque desiderasse progredire cercasse in ogni modo, con qualunque mascheramento, di apparire più vecchio. I giornali raccomandavano mezzi per accelerare la crescita della barba, giovani medici di ventiquattro, venticinque anni, che avevano pur superato gli esami professionali di abilitazione, portavano folte barbe e indossavano, anche quando i loro occhi non ne avevano alcun bisogno, occhiali d’oro, così da poter trasmettere ai loro pazienti quantomeno l’impressione di “essere esperti”. Allora si indossavano lunghe finanziere scure e si incedeva in modo lento e misurato e, quando era possibile, ci si faceva crescere una discreta pancetta, per incarnare questa ambita posatezza. Chi voleva farsi strada, faceva ogni sforzo per contrastare, quantomeno nell’aspetto esteriore, quella fragilità che si riteneva intrinseca all’essere giovani.”[1]

È dunque esistito un tempo in cui “essere giovani” non solo non era un valore assoluto, ma addirittura un “difetto” da mascherare.

Zweig, nato a Vienna nel 1881, coglie nel suo libro di memorie il momento di passaggio dal mondo della sicurezza a quello della nostra inquieta modernità, che egli fa coincidere con la fine della Grande Guerra e il crollo dell’impero austro-ungarico.

Tra le caratteristiche fondamentali di questa modernità c’è proprio il mito del giovanilismo, nato già con il Futurismo negli anni ’10 del secolo scorso e poi annesso ideologicamente dai regimi autoritari e totalitari (il fascismo, il nazismo e lo stalinismo sovietico).

Il giovanilismo diventò altresì ben presto un elemento determinante nella nascente nuova logica dei consumi. Con la creazione della categoria dei “clienti giovani” cui destinare prodotti specifici, si sono sviluppati settori commerciali in continua espansione. Una volta creato il tabù della vecchiaia, a coloro i quali non accettano il loro status anagrafico e desiderano restare, anche se solo all’apparenza, giovani a tutti i costi, si offre un’enorme gamma di possibilità, che investe pressoché tutti gli ambiti merceologici. Le cifre d’affari della chirurgia estetica, in crescita esponenziale, basterebbero ad indicare quanto sia robusta e inarrestabile questa tendenza.

Da ultimo abbiamo assistito a un ulteriore allargamento del giovanilismo alla politica “democratica”. Non si tratta più della “maschia gioventù littoria” (non si intitola forse “Giovinezza “l’inno del Fascismo italiano?), bensì, in un mondo in cui trionfano l’individualismo e l’atomizzazione, di un potente surrogato ideologico.

Come è importante che un’attività commerciale innovi continuamente prodotti e vetrine, “per non restare indietro rispetto alla concorrenza”, così, per una politica che ha perso la sua bussola originaria, l’affermazione del valore assoluto del cambiamento può essere un buon veicolo per la conquista del potere.

Ecco perché oggi, per un politico di successo, l’importante è essere giovani, l’importante è “rottamare”, mettersi on the road. Verso dove e per far cosa non sembra avere soverchia importanza.

Ora, se è vero che in taluni ambiti dell’attività umana essere giovani è decisivo (penso a talune attività sportive, ma anche a determinati ambiti scientifici, come, ad esempio, quello matematico, dove di solito si dà il meglio di sé sotto i quarant’anni), non vi è chi non veda che l’agire politico è attività più assimilabile alla pratica medica, dove l’esperienza e la solidità dovrebbero contare di più.

Dovendo sottoporsi a un’operazione chirurgica, chi di noi andrebbe alla ricerca di un medico pur bravo, ma uscito da poco dall’università?

La politica, diventando invece sempre più una questione di marketing e quindi venendo considerata alla stregua di un qualsiasi prodotto commerciale da piazzare sul mercato, non può non subire il fascino del giovanilismo.

L’elezione di Emmanuel Macron in Francia mi pare sia esemplare in questo senso:

  1. – Macron è stato eletto senza avere alle spalle un partito (che è – o dovrebbe essere – il deposito dell’esperienza di anni di azione e di presenza sul territorio; nel caso dello sventurato PS, tale deposito è addirittura secolare).
  2. – Macron è stato eletto, per sua stessa ammissione, senza avere un programma di governo precostituito. Come farebbe qualsiasi buon direttore commerciale incaricato di espandersi sul mercato, prima si ascoltano e si recepiscono le “esigenze” dei potenziali clienti e poi si riempiono gli scaffali con la merce più adatta a soddisfare quelle esigenze.
  3. – Macron è stato eletto, last but not least, perché è giovane, “belloccio” e perché incarna proprio quel dinamismo, quella voglia di “essere altrove” che, assieme al mito del viaggio, caratterizzano tanta parte dell’odierno Mainstream.

I rischi di una politica “nuova”, che si fondi solo sull’avvento al potere di “facce diverse e giovani” sono evidenti e sono l’indizio chiaro di una generale debolezza della politica stessa, incapace di rappresentare il corpo sociale nell’insieme delle sue istanze. Un corpo sociale che in Europa è peraltro composto in prevalenza da anziani.

Non è un caso che ad essere – almeno finora – immuni dal giovanilismo in politica siano proprio le comunità nazionali più solide e, soprattutto, quelle in cui i partiti politici non hanno ancora perduto il loro significato e la loro importanza.

Leader “giovani” sono infatti presenti in paesi fragili e in difficoltà, come la Grecia, la Spagna, l’Italia e ora la Francia, ma certo non in Germania (Angela Merkel, 62 anni, Martin Schulz 61 anni) e non nel Regno Unito (Theresa May, 60 anni, Jeremy Corbin 67 anni). Per non parlare degli Stati Uniti (Donald Trump 70 anni).

È invece su un processo di continuità, non di rottura, tra le generazioni che bisogna puntare, processo in cui giovani e vecchi sappiano ritrovare ciascuno il proprio ruolo, all’interno di un soggetto politico collettivo (partito?) da rifondare e/o da rivitalizzare.

Perché senza un soggetto politico collettivo, le grandi riforme sistemiche di cui tutti abbiamo urgente bisogno non potranno essere certo surrogate dall’uomo-immagine, solo al comando, per quanto giovane e forte possa essere.

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[1] Stefan ZWEIG, Die Welt von Gestern, Stockholm 1944, cap. II.  Traduzione mia.

[pubblicato anche su http://www.eguaglianzaeliberta.it/web/ ]

Il ritorno del fantasma


Qualunque cosa succeda al secondo turno delle presidenziali francesi, il risultato di Marine Le Pen ha confermato il ritorno di quel tale fantasma, che pareva scomparso dall’orizzonte nell’ultimo ventennio e che ha iniziato ad aggirarsi di nuovo sulla scena politica europea e mondiale, seppure in forme e abiti affatto diversi dal passato.

L’idea che, distrutta l’URSS e il mondo del socialismo reale, il progresso avrebbe assunto un cammino lineare e inarrestabile, sostenuto dallo straordinario sviluppo delle tecnologie, si sta rivelando illusoria. La fede nella mondializzazione e nel libero mercato come attori di sviluppo positivo per tutti sta vacillando alla luce delle sempre più profonde e insostenibili diseguaglianze presenti nelle diverse società, anche in quello che veniva un tempo considerato il Primo Mondo.

In questi ultimi anni, i segnali di disagio sono stati molti, ma le forze politiche tradizionali non hanno saputo coglierli. In particolare, le sinistre, sposando acriticamente le dottrine tecnocratiche e mercatistiche per liberarsi dal sospetto di essere “rimaste indietro”, sul fronte di un socialismo divenuto, dagli anni ’90 in poi, parola addirittura impronunciabile, hanno reciso i legami con il loro elettorato di riferimento, scomparendo del tutto o diluendosi in grandi coalizioni di “responsabili”, in nome di una governabilità e di una accountability meramente finanziaria, preferita sistematicamente alla rappresentanza degli interessi.

Le crepe sul volto delle “magnifiche sorti e progressive” seguite alla Caduta del Muro sono ormai evidenti a tutti.

Il mancato dialogo tra vinti e vincitori all’indomani della fine della Guerra Fredda ha lasciato libero spazio agli spiriti vitali dell’economia, i quali hanno disegnato il nuovo mondo come un campo di forze liberamente e violentemente dispiegate, in cui era fatale che i deboli soccombessero e che la ricchezza si concentrasse nelle mani di pochi.

In buona sostanza, si è trattato dell’illusione che si potesse ormai fare a meno della politica, vecchio “arnese” otto-novecentesco, ultimo ostacolo al progresso a una dimensione, fatto di “risorse umane” e non più di persone.

Come non cogliere il filo conduttore che cuce assieme i diversi “disagi” nazionali? Si tratta di un filo che, per usare la “vecchia” terminologia, passa e ripassa da destra a sinistra e viceversa: da Farage in UK all’AFD tedesca, dagli olandesi di Wilders ai repubblicani di Trump, dal FN di Marine Le Pen a Podemos in Spagna, da Syriza in Grecia, da Melenchon in Francia al M5S in Italia.  Il filo non ha ancora trovato una sua precisa direzione, ma non per questo va derubricato a malattia esantematica passeggera, a una sorta di jacquerie planetaria che le forze “responsabili” sapranno domare.

Il voto francese ci dà indicazioni molto significative in questo senso.

Scomponendo il voto per provenienze sociali, per aree geografiche e per fasce d’età, si leggono con chiarezza i piani di faglia che attraversano la società francese – e non solo: i piccoli centri e le campagne vs i grandi centri urbani, la piccola borghesia impiegatizia, i pensionati impoveriti, gli operai precarizzati vs gli imprenditori, i manager e i professionisti, i giovani vs gli anziani. In buona sostanza, tentando una sintesi estrema, gli esclusi vs i garantiti.

Il declino della politica spiega bene questo clivage: vale forse la pena di ricordare che la politica nacque nel mondo antico proprio per dar voce agli esclusi e per proteggerli dai soprusi dei potenti (basta rileggere Esiodo e Solone per rendersene conto).

Leggendo i dati elettorali in questa chiave, non si può peraltro non osservare che Macron, pur essendo un brillante avatar in chiave renouveau della vecchia politica “debole”, (ministro dell’economia di Hollande, consulente della Banca Rothschild) ha compreso meglio di altri il momentum storico e ha saputo presentarsi come “nuovo” ai desiderosi di cambiamento e “rassicurante” a chi vuole conservare lo status quo. Il suo discorso, dopo l’esito del primo turno, è stato esemplare da questo punto di vista: non ha detto nulla e tutto e poi il contrario di tutto, con richiami alla “Patria” e ai “patrioti” e, contemporaneamente, esprimendo il sostegno alla mondializzazione, al libero scambio de-regolato, all’Europa brussellese attuale a trazione tedesca (significativi e quasi sfacciati gli endorsment di Merkel e Juncker).

Basterà questa riedizione della nostrana politica del “Ma anche” a convincere la metà e oltre dei francesi che ha votato contro l’attuale conduzione della politica nazionale ed europea, schierandosi con Marine Le Pen, Melenchon e altri candidati minori?

Il risultato ottenuto da Jean-Luc Melenchon è, per molti versi, ancor più sorprendente di quello di Macron: il quasi 20% ottenuto con una campagna elettorale “corta”, senza alcun appoggio dei media e con vaste aree di sovrapposizione con quella di Marine Le Pen, testimonia di quanto sarebbe ancora possibile fare “da sinistra” per riconquistare la rappresentanza perduta.

La sconfitta dei partiti che storicamente interpretavano politiche di destra e di sinistra non significa infatti che non esistano più politiche di destra e di sinistra riguardo, ad esempio, il ruolo dello Stato nel processo di redistribuzione della ricchezza globale prodotta che, nonostante la prolungata crisi, non è affatto diminuita.

Se i francesi, andando a votare al secondo turno che, per sua natura, ha una logica binaria, voteranno secondo questo schema polarizzato tra esclusi e garantiti, l’esito è tutt’altro che scontato.

Siamo comunque solo ai primi moti “rivoluzionari” che si stanno accendendo nelle società dell’ex Primo Mondo. Se non sarà questa volta, sic stantibus rebus (Europa egemonizzata dalla Germania, sottrazione di sovranità senza contropartite e senza controlli democratici, politiche di austerità e di fiscal compact), il disagio e la rabbia degli operai, dei piccoli ceti e, più in generale, della borghesia sull’orlo della proletarizzazione non potrà non crescere, con prospettive politiche niente affatto rassicuranti.

Proiettando infine in Italia i risultati elettorali francesi, non si può non pensare che Matteo Renzi si stia mangiando le mani per non aver fatto, all’indomani dell’ormai mitico 40% alle europee, come Macron un anno fa circa, cioè a dire abbandonare il “vecchio” partito che lo aveva sostenuto nella sua folgorante ascesa per realizzare il suo sogno di un Partito personale della Nazione. Che in buona sostanza è quello che sta facendo il giovane enarca, anche lui, come Renzi, mai eletto (finora).

Forse Renzi non ha avuto né il coraggio, né – soprattutto – un team all’altezza di quello di Macron, composto per lo più da giovani trentenni o poco più, informatici, ingegneri, esperti della comunicazione e della rete o enarchi come lui, a cui il leader – in modo non dissimile dal M5S italiano – ha commissionato una piattaforma politica a posteriori, redatta secondo le regole del marketing, mettendosi all’ascolto della società civile, usando i social e la rete, per comprenderne le (apparenti) esigenze.

Matteo si è dovuto invece accontentare di una truppa di giovani e meno giovani ambiziosi, molti dei quali senza eccessiva cultura, tutti fedeli al Capo (che, peraltro, non può vantare titoli ed esperienze professionali paragonabili a quelle di Macron) e ben consapevoli del fatto che dal Capo dipende la loro sopravvivenza politica e professionale.

Ora però è troppo tardi e il Nostro rischia di restare, anche se dovesse vincere le primarie, un’anatra zoppa.

 

La Guerra Fredda è stata una guerra


Da che mondo è mondo, ogni guerra si conclude con un trattato di pace e una conferenza regolativa della nuova realtà post conflitto: dalla pace di Vestfalia dopo la Guerra dei 30 anni, al Congresso di Vienna dopo la sconfitta di Napoleone, a Versailles, Saint Germain, Trianon dopo la I Guerra Mondiale, a Yalta, Potsdam, Teheran dopo la II.

Nessuno invece si è preoccupato, all’indomani dell’89 e della fine della Guerra Fredda, di convocare una conferenza di pace tra vincitori e vinti, ma si è lasciato libero campo al dispiegarsi delle forze generatesi dopo la dissoluzione del blocco sovietico. Tali forze, sfuggite al controllo di una debolissima politica globale, hanno acceso scontri e guerre che potrebbero essere definite “glocali” e che in questo ultimo quasi trentennio hanno provocato stragi inaudite e sconvolgimenti profondi in tante zone del mondo.

L’Europa si è solo apparentemente salvata dalle carneficine avvenute in Africa, nel Medioriente e in Asia, con i loro milioni di morti. Non dobbiamo dimenticare infatti che, agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, la guerra in Bosnia e in Serbia ha causato oltre 200.000  vittime e che resta ancora acceso un sanguinoso conflitto in Ucraina. Per non parlare di quanto è successo e sta ancora succedendo sulla frontiera sud-orientale europea del Caucaso.

Né va trascurato il fatto che proprio dalla conclusione della Guerra Fredda è stato innescato il processo di profonda crisi e di incombente disgregazione in cui si trova oggi l’UE (non l’Europa!), nata in un mondo che non c’è più e che fa finta di non accorgersene.

Con la caduta del Muro di Berlino è terminato dunque un vero e proprio conflitto mondiale, durato oltre quarant’anni, che ha visto vincitori e vinti e, come è successo dopo i due conflitti mondiali guerreggiati, la scomparsa di un impero. La dissoluzione dell’URSS è nei fatti equiparabile a quella dell’impero russo nel 1917, degli imperi austro-ungarico e ottomano dopo il 1918 e a quella degli imperi coloniali britannico e francese dopo il 1945.[1]

La fine dell’Unione Sovietica e della divisione in due (tre) blocchi del globo, successiva al 1989 è stata invece derubricata da evento politico epocale a vittoria finale del Bene sul Male, della Libertà sulla Tirannide, del Progresso Globale e del Libero Mercato su ogni residuo concetto di socialismo, secondo un’impostazione moralistica cara al Pensiero Unico dominante dell’unica potenza egemone rimasta, gli USA.

Si è agito, in buona sostanza, in spirito di continuità con il tribunale di Norimberga, con cui si tentò di liquidare in termini etici una gigantesca, tragica questione politica. L’evidente assenza di un’efficace analisi “scientifica” degli accadimenti e di un disegno di prospettive per il futuro è drammaticamente davanti agli occhi di tutti. Tanto che su questo terreno si sono sviluppate con un certo successo teorie strampalate, come quella della “fine della Storia”.

Ha dunque trionfato la falsa coscienza, l’uso comune e acritico di concetti astratti, quali quello di “globalizzazione”, spacciato per nuovo e, soprattutto, considerato come irreversibile, laddove la Storia ci dovrebbe insegnare che non c’è nulla di irreversibile nelle vicende dell’uomo su questa Terra. Si è detto infatti che la globalizzazione in quanto tale è permanente e benefica, poiché ha consentito il progresso di vaste masse di persone su tutti i continenti, ha liberato energie individuali prima compresse, sta realizzando l’ideale illuministico dell’Uomo Cittadino del Mondo.

Non è chi non veda in ciò la trama di una nuova ideologia. La globalizzazione così come la stiamo conoscendo ed esperendo ha assunto nei fatti connotati politici ed economici ben precisi, che hanno consolidato, ampliato e aggravato enormi diseguaglianze. Secondo l’agenzia britannica OXFAM, i 62 miliardari più ricchi sono giunti a possedere una ricchezza pari a quella della metà più povera del mondo.[2] Quando dunque si parla di crescita in termini assoluti, essa è frutto di un calcolo medio tipico del trilussiano pollo.[3]

Un mondo privo di governo, lasciato in balia degli spiriti vitali senza freni del capitalismo finanziario internazionale, è destinato a vedere il ripetersi di incendi, anche molto distruttivi.

Nessun Metternich, nessun Wilson all’orizzonte, nessun tavolo attorno a cui sedersi in conferenza per tentare di prospettare nuovi equilibri. L’ONU è da tempo un mero simulacro autoreferenziale e costantemente disatteso, che esiste solo per alimentare i suoi costosissimi apparati (si è detto che circa il 70% delle risorse destinate a realizzare i suoi scopi istituzionali serve a stipendiare i funzionari e i dirigenti delle Nazioni Unite).

La globalizzazione mercatista alimenta il sentimento di profonda ingiustizia che milioni di uomini provano oggi, anche nelle aree più ricche della Terra. Ingiustizie e diseguaglianze, comunicate anch’esse capillarmente e globalmente dai media, non potranno a loro volta non alimentare frustrazione e rabbia, fino a giungere a un punto di non ritorno.

E’ già successo, circa cento anni fa, nel cuore dell’Europa uscita distrutta dalla Grande Guerra e divorata dalla speculazione finanziaria, quando la debolezza delle élites politiche non riuscì più a interpretare i bisogni dei cittadini, trattando nel contempo i sommovimenti sociali cui assistevano come crisi febbrili passeggere. Si potrebbe fare un’antologia di tali “sviste”: da chi definiva sprezzantemente Adolf Hitler un “imbianchino” a quell’ uomo politico austriaco, che, interrogato sulla possibilità dello scoppio di una rivoluzione in Russia alla metà degli anni ’10 rispose: “Chi dovrebbe farla, la Rivoluzione, per caso quel tale Trotskij seduto a un tavolo del Café Central?”[4]

La miopia, quel disturbo della vista per cui non si riesce a cogliere le prospettive a più lungo raggio e si preferisce perciò accontentarsi di quanto abbiamo immediatamente davanti alla punta del nostro naso, è il rischio maggiore che stiamo tutti correndo.

C’è estremo bisogno, prima che sia troppo tardi, che la bistrattatissima Politica, intesa in senso ciceroniano come l’attività in cui più di ogni altra “la virtù degli uomini si avvicina alla funzione somma degli dei”, torni a dialogare con gli interessi delle comunità, a temperare gli eccessi, a leggere nel presente il futuro delle nuove generazioni.

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[1] L’altro grande “impero”, il Reich tedesco, rappresenta un caso particolare, in quanto manca di un tratto caratteristico del dominio imperiale, quello di raggruppare sotto un unico scettro non solo regni diversi, ma anche nazioni e culture diverse. Non è un caso se, proprio a Versailles, all’atto della proclamazione di Guglielmo a “Kaiser” si discusse non poco sulla formula “Kaiser di Germania” o “Kaiser tedesco”. Del resto lo stesso Guglielmo I reputava di maggior valore il titolo di “re di Prussia”.

[2] http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2016/01/Rapporto-Oxfam-Gennaio-2016_-Un-Economia-per-lunopercento.pdf

[3] Trilussa, La Statistica.

[4] Le parole con cui Karl Kraus apre il libro “La terza notte di Walpurga” del 1933, sono molto significative: «Su Hitler non mi viene in mente niente». È sicuramente una battuta feroce e ben mirata, che, se da un lato ridimensiona la statura politica del dittatore tedesco, dall’altro dimostra una certa sottovalutazione dell’incombente pericolo sistemico rappresentato in Europa dal nazionalsocialismo in ascesa

Risultati delle elezioni in Olanda e qualità dell’informazione: una breve postilla


Le operazioni di voto in Olanda si sono chiuse da poche ore e ancora non è nota ufficialmente la distribuzione dei seggi nel futuro Parlamento, ma pifferi e tamburi della banda del Mainstream hanno già intonato il loro motivetto, che si presenta con una struttura ternaria.

Primo movimento: la paura. Tutta la stampa “seria”, cartacea, televisiva e in rete, ha creato nei giorni scorsi attorno alle elezioni olandesi un clima da Armageddon, proiettando un’immagine demoniaca e vincente del partito di Wilders, destinato a trionfare e a minacciare l’Europa (bisognerebbe finirla con questa fuorviante brachilogia, che identifica il continente con le attuali malcerte e malfunzionanti istituzioni della UE).

Secondo movimento: l’attesa. Lo scontro politico è stato presentato in forme radicalizzate, quasi che in Olanda vigesse un sistema elettorale simile a quello statunitense, sostanzialmente bipartitico, con Wilders nella parte di Trump e Rutte nella parte di Obama-Clinton, e non un sistema in buona sostanza multipartitico e proporzionalista.  Di qui la lente manichea inappropriatamente applicata all’evento, visto come una possibile rivincita delle forze del Bene contro le forze del Male.

Terzo movimento: la liberazione. “Si scopran le tombe, si levino i morti”. Trionfo del buono Rutte, perbene, liberale, europeista (!) e rovinosa sconfitta del cattivo Wilders, islamofobo, razzista, antieuropeista (!).

Strano modo davvero di informare e di dare una notizia. Vediamo i dati finora pubblicati:

  1. La coalizione guidata da Rutte, il trionfatore, ha perduto in tutto 37 seggi, di cui 8 suoi propri e il resto – ben 29 – dell’ormai comatoso partito laburista e ha quasi dimezzato la sua rappresentanza parlamentare.
  2. – il partito di Wilders, lo sconfitto, ha guadagnato 5 seggi ed è diventato la seconda forza politica del Paese.

E meno male che, a dare una mano a Rutte, è arrivato Erdohan e il suo grottesco tentativo di invadere l’Europa con i suoi rappresentanti per convincere le comunità turche a votare per lui al prossimo referendum. Respingendo sdegnato l’assalto della Mezzaluna, il premier olandese è potuto scendere sullo stesso terreno del populista Wilders e quindi rendere meno cocente la sconfitta. Perché di sconfitta si è trattato.

Nessuno è contento della presenza così ingombrante di un tipo come Wilders, ma non c’è cosa peggiore che far finta di niente o, addirittura, applicare una sorta di wishful thinking nell’analisi dei dati reali.

Il malessere nei confronti della non-politica della UE su temi sempre più rilevanti della nostra quotidianità (sicurezza, politiche sulle immigrazioni, lotta alle diseguaglianze) persiste, macina e incassa consensi. Bisogna dirlo, senza infingimenti e senza pannicelli caldi. Il re continua ad essere nudo.

“La rabbia e l’algoritmo”. Considerazioni su un articolo di Giuliano da Empoli.


In un interessante e per molti versi suggestivo articolo di Giuliano da Empoli, segnalatomi dall’amico Carlo Batini e di cui consiglio la lettura (“La rabbia e l’algoritmo”, www.voltaitalia.org), si compie – finalmente – un’analisi intelligente del fenomeno politico “M5S”: “Il punto è che è arrivato il momento di prendere sul serio il Movimento 5 Stelle”, visto che “il M5S è parte di un movimento globale che sta cambiando il volto delle democrazie liberali dell’occidente”.

Nel prosieguo del suo discorso, da Empoli introduce una categoria interpretativa tratta da un libro di Peter Sloterdijk (Zorn und Zeit, Frankfurt, 2006), la rabbia, che, a partire dalla prima parola dell’Iliade omerica, avrebbe determinato la storia dell’Occidente.

Citando Sloterdijk, si parla di “banche della collera” riferendosi alla Chiesa e ai partiti della sinistra. Tali banche “trasformavano i perdenti in militanti e offrivano uno sbocco politico alla loro rabbia.” Con il fallimento di queste due banche, “nessuno gestisce più la collera accumulata negli uomini”. La Chiesa secolarizzata parla infatti sempre meno di riscatto nell’Aldilà per i derelitti dell’Aldiquà, mentre i partiti di sinistra “sono venuti a patti con i principi della democrazia liberale e le regole del mercato” (vedi il blairismo).

L’originalità del M5S, che resterebbe comunque tutto interno alla galassia neo-nazionalista e populista, starebbe proprio nell’aver portato a sintesi originale ed efficace la rabbia, impersonata dalla fisicità strabordante di un comico, Beppe Grillo, e l’algida potenza dell’algoritmo, rappresentata dalla Casaleggio & Associati: “La forza e la resilienza del M5S, provengono dunque da questa combinazione: il populismo tradizionale che si sposa con l’algoritmo e partorisce una vera e propria macchina da guerra, per nulla gioiosa, ma tremendamente efficace.”

Il M5S avrebbe due caratteristiche specifiche: una “vocazione totalitaria” e un funzionamento analogo al Page Rank di Google. La prima si manifesterebbe come rifiuto di allearsi con qualsivoglia partito, avendo l’ambizione di rappresentare “non una parte, ma la totalità del popolo”; la seconda si rifletterebbe nell’assenza di un programma politico preciso, sostituito da un algoritmo che ne elabora di volta in volta uno, assumendo contenuti e temi che piacciono di più alla maggioranza degli internauti: “la macchina del Movimento è la traduzione politica di Google.

Nel cogliere la radicalità della sfida che il M5S porta ai tradizionali modi di fare politica, sottolineando peraltro il fatto che lo stesso “è riuscito a conquistare una larghissima quota di giovani”, Da Empoli si rivolge al PD e individua, nella sua azione di contrasto al M5S, tre possibili tentazioni, tutte e tre insufficienti: la tentazione giacobina, la tentazione elitaria, la tentazione dorotea.

La prima ha il difetto di affrontare l’avversario sul suo stesso terreno, quello dell’opposizione dura e pura, dove un partito a vocazione governativa si muove assai male; la seconda vorrebbe “accendere i riflettori” della Ragione sulle contraddizioni e sulle opacità dell’M5S, ma non fa i conti con il fatto che ciò che conta è la narrazione, ovvero il messaggio di insieme, anche se contiene falsità e deformazioni, purché corrisponda alle esperienze e alle sensazioni “vere” di chi lo ascolta , laddove “la  visione complessiva dei governanti e dei partiti tradizionali [continua] ad essere percepita come poco pertinente rispetto alla realtà.”

La terza è quella di costruire una fortezza che accolga tutti i fautori della vecchia politica minacciata (le Grandi Coalizioni, tanto diffuse in tutta Europa), per tentare di arginare la rabbia dei nuovi barbari.

Nella parte conclusiva del suo saggio, da Empoli interpreta in questa chiave anche la prima fase del governo Renzi, che ha dimostrato di saper rispondere alla rabbia, facendo proprio l’attacco all’ establishment tradotto con la formula che il linguaggio corrente definirebbe “populista”. Una posizione critica spregiudicata che si sarebbe definita alla fine degli anni Novanta “oltre la destra e la sinistra”. Poi tutto è precipitato: “In seguito, la capacità del governo Renzi di dare uno sbocco politico alla rabbia è andata riducendosi, fino alla sconfitta del referendum.” Se il giudizio è, come sembra, corretto, se ne deve dedurre che l’assunzione della rabbia era un escamotage e l’implicita promessa di attaccarne le ragioni una promessa inconsistente.

 Emerge con chiarezza il forte timore dell’inadeguatezza del PD, considerato il perno inamovibile della politica italiana, di fronte al pericoloso nulla dei grillini: “Il M5S è pura quantità” e ancora “Il mondo dei grillini è il futuro orwelliano delle cellule di Matrix. La loro classe dirigente è mediocre.” Dunque, una sentenza inappellabile.

La soluzione? Che il PD, l’unico che, evidentemente, può farlo, diventi “il partito della qualità”, da contrapporre alla “quantità” grillina.

Produrre qualità nella politica significa “distinguere tra progresso e innovazione”, rimettere politicamente mano a questioni fondamentali quali “La qualità della vita, la qualità delle relazioni umane, la qualità del futuro che stiamo costruendo per i nostri figli.”

Aver trascurato questa differenza ha significato accendere focolai di rabbia tra chi ha vissuto la globalizzazione dell’economia, l’integrazione europea, l’immigrazione di massa come fenomeni dolorosi e distruttivi, come pure l’aver considerato come ineluttabili e irreversibili taluni “traguardi” raggiunti (l’Unione Europea, la moneta unica, l’abbandono del protezionismo, la chiusura delle frontiere, la radicale cancellazione del concetto di sovranità): “Smettiamo di dire che non si può fare e cerchiamo di dimostrare che non è una buona idea farlo. Meglio ancora, spieghiamo qual è la nostra alternativa.”

Perché, alla fine, un merito ai “populismi” in ascesa in tutto il mondo, glielo si attribuisce, quello di aver (ri)aperto i cancelli della rabbia e di aver rimesso al centro la necessità di una risposta politica “di qualità” a quella rabbia.

Un articolo, come ho detto all’inizio, senza dubbio intelligente. Mi permetto di fare solo alcune osservazioni, non marginali:

  1. – Il concetto di “rabbia” come categoria che viaggia indisturbata nella storia e che, come un fiume carsico, riemerge laddove eventi esterni lo consentono, mi pare suggestiva, ma debole sul piano interpretativo. In questo senso si tratta di una semplificazione estrema delle vicissitudini umane, lette all’interno di una eterna, illuministica polarità bene-male, luce-tenebre, dove la rabbia è sempre la Negation, contrapposta alla Position della Ragione. C’è invece rabbia e rabbia: quella del nobile Achille, quella del Quarto Stato e quella più recente delle banlieues parigine e dei ceti medi e operai della Rust Belt americana, impoveriti da processi di globalizzazione incontrollata. E ciascuna merita una risposta sua propria. Se non se ne intravvede l’origine negli squilibri, comunque percepiti, nei rapporti sociali, una sorta di psicoterapia collettiva prende il posto della ricerca di una soluzione politica, vale a dire storicamente rilevante.
  2. – L’uso di un concetto così generale come quello di “rabbia” induce un altro errore interpretativo: dovendo polarizzare l’analisi, si finisce per considerare come fossero la stessa cosa la vittoria di Trump, il FN di Marine Le Pen, l’Ukip di Farage (ma a questo punto anche i conservatori di Lady May), il M5S, Podemos e l’AfD tedesca. Per dare sostanza a questa operazione si usa un’unica rubrica, quella del “populismo”, parola alla moda, spesa senza risparmio in tutti gli ambiti (mi aspetto di vederla presto applicata alla cucina e al giardinaggio).
  3. – Anche in questo scritto si fa ampio uso del termine “populismo”. La sua origine è russa e qualifica un movimento politico sviluppatosi tra la fine dell’800 e gli inizi del 900, guidato da intellettuali che, “andando verso il popolo” facevano proseliti in vista della creazione di una società che contrapponeva le virtù del mondo rurale alla corruzione e alla disumanità del nuovo mondo industrializzato. Un riflesso di tale dottrina fu in Italia il cosiddetto “socialismo umanitario” (Pascoli). A questo tipo di socialismo si contrapponeva il “socialismo scientifico” marxista ed è in questo ambito culturale che va cercata l’accezione negativa del termine “populista”. Il populismo non prevede la lotta tra le classi, ma pone al centro il conflitto tra principi assoluti (il bene, il male, il giusto, l’ingiusto, la verità, la menzogna). Depositario delle virtù positive è il “popolo”, concetto etico-romantico più che politico (il giornale della vecchia DC si intitolava, non a caso, “Il Popolo”) dalle molte e indefinibili sfaccettature. Nella storia è possibile rintracciare una stretta relazione tra le grandi faglie attivatesi in determinati momenti di crisi e il sorgere di dottrine populiste: quella tra il tramonto delle società agricole e l’alba delle società industriali, quella tra la seconda e la terza rivoluzione industriale, quella che viviamo oggi, con la scomparsa di un intero mondo (l’emisfero del socialismo reale) e il predominio del capitale finanziario, unito alle straordinarie trasformazioni indotte dalle tecnologie informatiche e dalla robotica. Una dottrina della crisi, dunque, che va in cerca di sicurezze “semplici” in un mondo la cui complessità e aleatorietà è insostenibile. Non per questo “populismo” è un aggettivo da usare con sprezzo, quasi fosse un sottoprodotto del pensiero politico, oppure, come si fa perlopiù, un sinonimo di demagogia. La risposta alle dottrine populiste non può che essere politica, nel senso di un’analisi più alta in grado di cogliere i fallimenti della politica corrente che certamente ha a che fare con l’origine e la forza contagiosa di ciò che si definisce rabbia e che in democrazia riflette il dissenso, la consapevolezza o la sensazione di essere “tagliati fuori”, confinati nell’irrilevanza, come sempre di più capita a grandi masse di ceti medi, una volta considerati il pilastro di un equilibrato assetto sociale. In altri termini, la critica rimane astratta e inefficace se basata sulla negazione dei problemi e dei malesseri che nella categoria del “populismo”, una semplificazione di comodo, troverebbero una spiegazione e una risposta, oscurando l’ammonimento degli antichi greci che, a fronte della complessità dei problemi, raccomandavano la “ricerca scientifica delle cause” (historìa).
  4. – L’analisi della breve parabola renziana fatta dall’Autore mi pare contraddittoria: un periodo iniziale “felice” e poi la “decadenza”. Il perché di questa involuzione non è detto. Forse non si è preso in considerazione il fatto che le risposte del primo Renzi di cui parla in positivo Da Empoli sono un’indigesta miscela di paragrillismo e, giustappunto, di “populismo” (vedi gli strilli bellicosi seguiti da puntuali sottomissioni in Europa, il “dare al popolo” senza alcun quadro prospettico di riferimento, come gli 80 €, il bonus indiscriminato a tutti i diciottenni, le varie mancette sparpagliate a pioggia sulle diverse categorie) e di mero governo del main stream (il Jobs Act, tentativo sostanzialmente fallito di far ripartire l’economia, che ha recato vantaggi solo alle imprese con la massiccia defiscalizzazione dei contributi, la scombiccherata riforma definita con inconsapevole ironia della “Buona Scuola”, che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si prefigurava e che si è aperta con “il peggiore anno scolastico degli ultimi tempi” – parola di sindacato e, soprattutto, del personale scolastico che ne è stato vittima).

Resta ad ogni buon conto di primordiale importanza il richiamo che Da Empoli fa al recupero della qualità della politica, cioè a dire della necessità di mettere al bando frasi fatte, pregiudizi, luoghi comuni, supposte irreversibilità, rimettendo in moto un pensiero a tutto campo, capace di interpretare e di dare risposte autentiche ai bisogni, molto spesso di elementare benessere e di identità sociale, dell’uomo sulla Terra e di rischiarare la notte in cui ci troviamo e in cui le vacche sono diventate davvero tutte grigie.

 

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(*) Queste considerazioni sono anche frutto di un utile scambio di idee avuto con l’amico Antonio Lettieri.