Ideali e miraggi


Roberto Saviano chiude un suo articolo pubblicato su “Repubblica” del 10 luglio scorso a proposito della politica dell’attuale governo sugli sbarchi e più in generale sull’immigrazione con queste parole: “saremo più grandi noi nella nostra sconfitta, che loro in questo barbaro trionfo”.

La frase mi ha colpito, perché, non so se consapevolmente o meno (mi permetto di inclinare per questa seconda ipotesi) è la traduzione quasi letterale di un passo latino di circa duemila anni fa.

Marco Anneo Lucano nacque nella provincia Betica, a Corduba, il 3 novembre del 39 d.C. e morì a Roma il 30 aprile del 65, a soli 26 anni.

Giovane di belle speranze, di buona e ricca famiglia provinciale (il filosofo Seneca era suo zio), si inserì fin da subito nei circoli più influenti della politica romana, in particolare alla corte dell’imperatore Nerone, salito al potere alla morte di Claudio nel 54, a soli diciassette anni.

Lucano e Nerone avevano quasi la stessa età ed è facile ipotizzare l’intesa reciproca che nacque tra i due poco più che adolescenti: lo dimostra il fatto che il nuovo princeps concesse all’amico di iniziare il cursus honorum con la questura prima che avesse raggiunto l’età minima per candidarsi.

Poi qualcosa si ruppe. Probabilmente una rivalità letteraria tra i due, qualche sgarbo intollerabile per l’orgoglio risentito del giovane iberico, condusse Lucano ad allontanarsi dalla corte e poi a partecipare alla congiura antineroniana di Pisone (65 d.C.), a seguito della quale fu costretto al suicidio.

Il poeta cordubano e l’imperatore rappresentano un tipico esempio di rapporto tra intellettuale e politico, oscillante tra l’adulazione e il disprezzo, in cui appare determinante l’offesa arrecata all’ego narcisistico dell’uno o dell’altro.

In ombra resta invece la relazione con il mondo esterno, con la vita e la realtà delle cose. Come si sa, Nerone non ha mai goduto di una buona reputazione: tiranno sanguinario, matricida, folle sperperatore, poeta da strapazzo, tutta la propaganda senatoria (oggi diremo la stampa d’opinione) si schierò contro il giovane imperatore, “reo” di cercare il consenso popolare al di là degli istituti tradizionali del potere, con una politica “democratica nella sostanza”. Fautore di un “deficit spending” ante litteram, Nerone promosse grandiose opere pubbliche (edifici termali a Roma, il completamento del Porto di Claudio, il taglio dell’istmo di Corinto, la costruzione del canale del lago Averno, tra le tante) e una riforma monetaria che mutava il rapporto tra oro e argento, a favore di quest’ultimo metallo e che quindi era destinata ad avvantaggiare gli strati sociali medio-bassi (equites e liberti) e il popolo in generale, che costituivano la sua principale fonte di consenso.

La congiura di Pisone nacque infatti in ambienti reazionari, allo scopo di ripristinare quella “Libertas” repubblicana, sotto il cui usbergo si celavano in realtà gli interessi delle grandi famiglie aristocratiche, che ancora mal digerivano di essere state estromesse dal potere.

Il giovane Lucano non sembra abbia avuto parte attiva nell’azione dei congiurati, anche se probabilmente ne condivise gli intenti e ne patì le conseguenze.

Il suo grande poema epico, il “Bellum Civile” o “Pharsalia” non celebra, come l’Eneide virgiliana, la grandezza del destino di Roma, ma il suo ineluttabile declino, il prevalere al suo interno delle forze e degli istinti peggiori, incarnati nella figura al nero di Cesare, l’ innovatore, che per Lucano è il simbolo stesso del potere cinico e senza scrupoli, cui si oppone Catone, il vinto fuori del tempo, incapace di leggere il presente se non con le lenti di un passato ormai definitivamente scomparso.

Di qui l’esaltazione paradossale degli sconfitti, tali per il destino, ma non per la grandezza dei loro ideali: “Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni” dice Lucano in B.C. I, 128, “la causa dei vincitori piacque agli dei, ma quella dei vinti a Catone”

Eroica cecità di fronte all’avvenire da parte di chi agisce in un mondo che non comprende più e che, infantilmente, vorrebbe si conformasse ai propri desideri.

Esiste peccato più grave che un politico possa commettere di quello di inseguire un délibáb, un miraggio?

 

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Antichi populismi e politica attuale


[pubblicato su http://www.insightweb.it/web/ ]

“Quando nell’uomo le singole membra del corpo non erano in reciproca armonia come adesso, ma ognuna di loro aveva la possibilità di parlare e di pensare in proprio, indignatesi tutte per il fatto che le loro fatiche, i loro sforzi e il loro lavoro servissero solo al ventre, che se ne stava tranquillo nel mezzo, godendo solo dei piaceri a lui offerti, organizzarono una congiura e decisero che le mani non dovessero più recare il cibo alla bocca, che la bocca non lo ricevesse e che i denti non lo masticassero. Volevano così domare il ventre per fame, ma anche loro, una dopo l’altra e di seguito l’intero corpo, furono condotte all’estremo limite della consunzione. Ecco quindi che si comprese come anche il ventre svolgesse un compito utile e che, pur nutrito, nutrisse a sua volta, restituendo a tutte le parti del corpo il sangue in virtù del quale viviamo e abbiamo vigore, attraverso le vene e il cibo opportunamente digerito.” Con questo paragone tra la congiura delle membra del corpo e l’ira della plebe nei confronti dei patrizi [Menenio Agrippa] riuscì a convincere le menti degli uomini.[1]

Livio, II, 32.9

Questo celebre apologo segna, nel mito civile di Roma, la nascita di una magistratura tutta nuova e tutta romana, il tribunato della plebe, un organo di governo destinato a riequilibrare i poteri all’interno della Res Publica appena fuoriuscita dalla forma statuale monarchica e ancora profondamente aristocratica. La sua attualità e pregnanza mi paiono ancora oggi – e, direi, soprattutto oggi – particolarmente suggestivi, poiché si ricollegano direttamente a una questione diventata centrale nel dibattito politico degli ultimi dieci anni di crisi economica, cioè a dire quella della nascita e della crescita impetuosa dei cosiddetti populismi.

Le radici del fenomeno sono profonde e diffuse e attingono gli strati ormai desertificati degli antichi partiti di massa, in profonda crisi, se non addirittura del tutto estinti.

Qual era il loro tratto distintivo (penso al PCI e alla DC in Italia)? Proprio quello di avere l’ambizione di rappresentare ventre e membra, un corpo dunque “in armonia con le sue parti”, nelle parole di Menenio in Livio.

La perdita della consapevolezza di cosa significhi essere corpo, societas, nel senso aristotelico per cui, “l’intero è qualcosa di più delle parti” e riguarda “…tutte le cose che hanno molte parti, ma il cui insieme non è come un ammasso” (Metafisica, libro H 1045 a 9-10) ha generato una politica frammentata e sconnessa, che, a sua volta, utilizza il termine “populismo” con un’evidente accezione negativa moralistico-illuminista, laddove presuppone che a reggere le sorti della Res Publica debba essere solo la Vernunft, la Ragione, gli Happy Few della Competenza (singolare il fatto che, nell’apologo, sia la pancia a rappresentare l’organo di governo privilegiato, non il cervello, come ci si sarebbe potuto attendere).

La forza del PCI e della DC stava invece proprio nel saper essere “anche” populisti (“Il Popolo” era il giornale del partito democristiano e non si tratta di un caso o di una scelta dettata dal marketing), nella determinazione di voler comunque coinvolgere anche le masse “irragionevoli” nel governo della cosa pubblica.

Quella stagione sembra essere finita e il partito che ne è l’erede diretto, il PD, si è gradualmente trasformato proprio nel partito della sola Vernunft, nel “partito del ventre” che vuole restare sordo alle richieste delle altre parti del corpo.

Urge invece, vista anche la deriva attuale verso lidi ad alto rischio per la tenuta dell’intero organismo sociale, dar prova di coraggio, ear to the ground, senza boria e senza irridere all’ottusità della mano che non vuole più portare il cibo alla bocca.

Se l’unico partito ancora in piedi della sinistra italiana non vuole trasformarsi definitivamente ed esclusivamente in un partito radicale della Upper middle class, destinato per sua natura a restare minoritario, certo attento ai diritti civili e alle libertà astratte degli individui, ma incapace di dare risposte ai bisogni e alle speranze dei sempre più numerosi esclusi, è necessario che faccia nuovamente sua la nobile dimensione del populismo, che ascolti senza arroganza quanto hanno da dire le membra doloranti di un corpo sempre più debilitato, ricordando peraltro come sia proprio l’animale ferito e spinto all’estremo limite della sopravvivenza a diventare feroce e non più contenibile.

[1] Tempore quo in homine non ut nunc omnia in unum consentiant, sed singulis membris suum cuique consilium, suus sermo fuerit, indignatas reliquas partes sua cura, suo labore ac ministerio ventri omnia quaeri, ventrem in medio quietum nihil aliud quam datis voluptatibus frui; conspirasse inde ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes quae acciperent conficerent. Hac ira, dum ventrem fame domare vellent, ipsa una membra totumque corpus ad extremam tabem venisse. Inde apparuisse ventris quoque haud segne ministerium esse, nec magis ali quam alere eum, reddentem in omnes corporis partes hunc quo vivimus vigemusque, divisum pariter in venas maturum confecto cibo sanguinem. Comparando hinc quam intestina corporis seditio similis esset irae plebis in patres, flexisse mentes hominum.

 

Nichilismo terapeutico e congiuntura economica


Il nichilismo terapeutico configura un atteggiamento tipico della grande scuola medica viennese della seconda metà del XIX secolo ed è contrassegnato da un profondo scetticismo riguardo il valore delle cure, se somministrate a ridosso della patologia e senza il sostegno della “dottrina”.

Del resto, era la stessa medicina ippocratica (V secolo a.C.) a mettere l’accento sulla diagnosi rispetto alla terapia, considerando il decesso del malato un mero accidente sul cammino della scienza, che si stava liberando dalle superstizioni e dalle stregonerie empiriche dei “guaritori”. Fondamentale nella sua visione è il principio della “forza curatrice della Natura”, laddove il corpo umano è visto in possesso di forze sufficienti a riequilibrare da sé e senza interventi esterni le disarmonie causa delle patologie.

Esponente tra i principali del nichilismo terapeutico è Joseph von Skoda, celebre clinico e semeiotico della Seconda Scuola Viennese, il quale sosteneva che la miglior cura di fronte a molte malattie era proprio quella di astenersi da qualsiasi intervento terapeutico, lasciando che l’organismo ritrovi da solo la via della guarigione. Sulla stessa linea l’anatomo-patologo Rokitansky, autore di straordinarie tavole descrittive dell’anatomia umana, precursore dell’analisi morfologica e anch’egli convinto sostenitore della preminenza della diagnosi sulla terapia.

Tra le vittime illustri del nichilismo terapeutico fu Ignaz Semmelweiss, il quale pur avendo scoperto la causa della morte di molte puerpere e neonati nella sepsi dovuta al fatto che i medici passavano dalla sala settoria alla sala parto senza lavarsi le mani e quindi trasmettendo alle puerpere le infezioni contratte dalle autopsie, venne allontanato dall’ospedale perché, con la sua attenzione “senza fondamento” ai pazienti, aveva leso la professionalità scientifica del medico, abbassando la medicina a mera pratica terapeutica.

Questo atteggiamento serpeggiò in tutta la pur luminosa cultura viennese di quegli anni, dalla letteratura, alla linguistica, alla filosofia, all’economia. In quest’ultimo ambito si formò anche Friedrich von Hayek, uno dei principali teorici del non interventismo dello Stato nei meccanismi economici e che ancora oggi ispira le politiche cosiddette dell’austerità nella zona euro.

Cos’altro è, infatti, se non nichilismo terapeutico applicato all’economia l’odierna idolatria per la correttezza scientifica della norma (pareggio di bilancio, conti in ordine e così via seguitando) avulsa da ogni attenzione per le persone? Non rispecchia forse perfettamente quello che, in modo canzonatorio, si dice del chirurgo il quale ha compiuto l’operazione a regola d’arte, ma il cui paziente è morto sotto i ferri?

Nella crisi che stiamo vivendo vedo perfettamente all’opera lo stesso nichilismo terapeutico incubato nella scuola medica viennese, indifferente alle sofferenze delle persone e attento solo a che la Dottrina non venga intaccata nei suoi principi scientifici e nelle sue dimostrazioni matematiche.

Bisognerebbe invece ripensare, anche in politica e in economia, all’esempio di Semmelweiss, martire dell’empiria e medico “affettuoso” nei confronti dei malati, pronto a rinnegare le Leggi Fondamentali della sua disciplina per trovare soluzioni e, soprattutto, portare conforto a chi sta male.

Meno (di questa) Europa


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Pur augurando alla lista Bonino di raggiungere la soglia del 3% e di evitare con ciò la stortura di un’attribuzione indebita dei suoi voti ad altri partiti (grazie a questa indegna legge elettorale), sento la necessità di mettere un segno “meno” davanti all’Europa.

Innanzitutto ripuliamo il linguaggio. “Uscire dall’Europa” è una brachilogia corriva, tipica del linguaggio giornalistico: non si esce da una storia millenaria, questa sì comune, di rapporti, di conflitti, di culture che si intrecciano indissolubilmente tra loro. Il Regno Unito non è “uscito dall’Europa”, ma da un’Europa che ha assunto connotati politici ritenuti in contrasto con gli interessi nazionali.

Proviamo a giustificare quel segno “meno”.

Qualche pillola di storia: alla conclusione della Seconda Guerra dei Trent’anni (1914 – 1945), l’Europa era ridotta ad un unico cumulo di rovine, materiali, morali e culturali. Questo sia dalla parte dei vinti che da quella dei vincitori, in particolare la Francia, vincitrice sì ma au bout de souffle (di lì a poco ci sarebbe stata Dien Bien Phu, la spedizione del Canale di Suez, l’inizio della guerra in Algeria).

Politici di grande talento come Schumann e Monnet, decisi a rovesciare il senso dei tragici rapporti franco-tedeschi ereditati da una lunga storia, avviarono la costruzione della comunità europea partendo dalla CECA, che consentiva di valorizzare l’acciaio francese con l’utilizzazione del carbone di cui abbondava la Ruhr.

Se gli interessi economici erano evidenti, non era nemmeno più possibile pensare a un’occupazione militare permanente di quei ricchi territori, come la Francia aveva tentato di fare dopo il ’18, stante l’incombere dell’Unione Sovietica, la presenza della Cortina di Ferro e la divisione della Germania.

Dalla CECA (1951), sostanzialmente il germe del duopolio franco-tedesco, “condito” da alcuni stati di contorno, il Benelux e l’Italia, si sviluppò poi una forma politica più articolata, con la creazione di altre istituzioni comunitarie, come l’Euratom e, con i Trattati di Roma del 1957, la CEE.

Spettò poi alla straordinaria intelligenza politica del generale De Gaulle andare oltre la rete degli interessi economici per immaginare un destino politico che prima avrebbe consolidato e poi progressivamente allargato, in un ambizioso disegno storico, la comunità a tutta l’Europa continentale

Qui sta il nocciolo vero dell’Europa Unita, nel coincidere di interessi tra una Francia vittoriosa, politicamente forte (seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, potenza nucleare) ma impoverita e una Germania annichilita politicamente ed economicamente, ma ancora in possesso di risorse in materie prime e in competenze industriali molto avanzate.

La confrontation mondiale tra i due blocchi stese ancora per un quarantennio sull’Europa il suo ombrello protettivo e le consentì di svilupparsi e prosperare (vedi il boom economico dei primi anni ’60): nessun cedimento era possibile di fronte ai carri armati sovietici saldamente attestati nel cuore del Continente.

Caduto il Muro nel 1989 e ormai dimenticate le sciocchezze sulla “Fine della Storia” e sull’inizio di un’epoca luminosa di progresso illimitato, ci si è accorti ben presto che le rovine di quel Muro erano cadute anche sul versante occidentale.

La scomparsa dell’impero sovietico stava aprendo la strada a una globalizzazione senza freni, al trionfo del “libero cittadino-consumatore”. Il prezzo pagato per questo modello di sviluppo è stato elevatissimo: nel trentennio del “migliore dei mondi possibili”, succeduto alla fine del socialismo reale, si sono registrate più vittime e più conflitti di quelli accaduto nel precedente ben più lungo periodo della Guerra Fredda.

Lo scatenamento degli spiriti vitali del capitalismo, lo strapotere della finanza, il saccheggio di interi continenti (vedi l’Africa) non poteva non avere conseguenze anche per l’Europa. Il duopolio Francia-Germania smise di funzionare come in passato. La Germania finalmente unificata e non più costretta alla minorità politica dalla sua tragica storia recente, reclamava un ruolo egemone all’interno dell’asse Parigi – Bonn, che meglio corrispondesse al suo poderoso motore economico. Mitterrand fu costretto a rinegoziare con Kohl per tentare di mettere sotto controllo la rinnovata centralità tedesca nell’Europa continentale e, soprattutto, il potentissimo marco: il patto fu siglato con la rinuncia da parte di Berlino alla propria moneta nazionale e con l’adozione dell’Euro, in cambio della “autorizzazione” alla Wiedervereinigung.[1]

La situazione odierna riflette quel mutato rapporto di forze e il costante declino della Francia (vedi la disastrosa presidenza Hollande), di fronte a una Germania che “da sola” –  con buona pace di coloro i quali ripetono il mantra che “gli stati europei sono troppo piccoli per fare da soli e che ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa” –  è la quarta, se non la terza potenza economica mondiale.

Macron, diventato presidente e autocrate della République, grazie peraltro a una legge elettorale profondamente antidemocratica, cerca di riequilibrare l’antico duopolio. Riuscirà nell’intento? La Germania ha già detto no a un ministro delle finanze europeo e la stessa Francia dirà sempre no a una forza di difesa comune europea, che intralcerebbe la sua autonoma presenza sui diversi teatri politico-militari del globo.

Eccoci dunque di fronte a una possibile, terza edizione dell’asse franco-tedesco. È questa l’unica Europa Unita alle viste. Quando si dice “ci vorrebbe più Europa” si intende un ulteriore perfezionamento del condominio franco-tedesco, con gli altri Stati in posizione subordinata? Ci si è mai chiesti perché gli Stati Uniti d’Europa non sono stati mai realizzati? Per la presenza di alcuni geni del male? Per ignoranza? O forse perché uno stato unico europeo contrasterebbe con la storia, anzi con le storie, di paesi che vogliono mantenere un’identità, non in contrasto con la definizione di comuni interessi economici e politici, ma senza recidere quelle molteplici radici che sono alla base della più grande identità europea.

Veniamo all’Italia: noi non siamo più indispensabili come al tempo della Guerra Fredda, ma siamo pur sempre una nazione di 60 milioni di persone, tecnologicamente avanzata e in diretta concorrenza con gli altri grandi paesi continentali; inoltre diamo fastidio alle rinnovate mire egemoniche della Francia sul Nordafrica. Dunque dobbiamo essere ridotti alla ragione.

Intrappolati in un Euro iniquo (sopravvalutato per noi e sottovalutato per la Germania), oberati da un debito pubblico che cresce, nonostante le misure di austerità (ma si potrebbe ragionevolmente dire anche a causa di queste) e che ci viene minacciosamente sventolato dinnanzi quando tentiamo di rialzare la testa e di scegliere liberamente chi ci dovrà governare (vedi l’uscita di Juncker, che non è stata affatto una gaffe), chiediamo  più Europa  per una sorta di cupio dissolvi, che sanzioni in via definitiva il nostro status di provincia.

La Spagna vi si è già rassegnata: obbedisce senza fiatare a Bruxelles, non riesce a darsi un governo se non di minoranza guidato dal conservatore Rajoy (del resto, in una provincia non è poi tanto necessario averne uno con una normale responsabilità democratica, visto che le direttive arrivano dal centro), sta ricevendo encomi e premi per la sua docilità (vedi la vicenda affatto anomala della nomina del vicepresidente della BCE e l’indulgenza per lo sforamento del fatidico 3%).

Vogliamo anche noi percorrere la stessa strada? È del tutto lecito farlo; solo bisognerebbe dirlo con chiarezza, senza più nascondersi dietro disegni astratti, “ideologici”, come quelli degli Stati Uniti d’Europa.

L’Europa reale esprime un’egemonia politica ed economica che ha sede a Berlino e succursali a Bruxelles, Parigi e Francoforte.

In alternativa dobbiamo sforzarci di declinare l’Europa Unita in forme diverse.

Tornare ad affermare i valori dell’identità nazionale e della sovranità democratica non significa essere nazionalisti e sovranisti. Identità e sovranità democratica sono gli unici baluardi contro una mondializzazione senza volto – peraltro con evidenti segni di crisi -che ci considera astrattamente tutti uguali, tutti liberi e tutti clienti, che conosce forme di rinnovata schiavitù  e che produce immense e crescenti diseguaglianze sociali.

Dalla mancata risoluzione del problema dell’accoglienza dei richiedenti asilo, alla questione Francia-Fincantieri, al raid francese sulla Libia, allo scippo dell’EMA a Milano, alla vicenda Embraco (che non è l’unica), alla nave dell’ENI cacciata dai Turchi nelle acque di Cipro: quanti schiaffi dobbiamo ancora prendere prima di renderci conto che la strada che stiamo seguendo ci condanna a una permanente minorità?

Più che agli Stati Uniti d’Europa, bisognerebbe forse iniziare a lavorare a una Unione Europea di Stati Sovrani, costituita da una rete flessibile di rapporti e di accordi di partenariato, capace di salvaguardare gli  interessi comuni di tutti i partner. Ciò implica un’ambiziosa e insieme realistica visione dell’unità europea ispirata al progresso economico e sociale, in un contesto politico autenticamente democratico.

In altri termini, privilegiando una visione attualizzata di comunità europea di pace e di progresso, corrispondente al disegno fondamentale che ispirò i padri fondatori –  al di fuori delle artificiali e nefaste torsioni, come la moneta unica, che ne hanno irrimediabilmente compromesso i fattori di solidarietà, aprendo la strada a sempre più profonde lacerazioni.

 

[1] Vedi su questo, A.LETTIERI, The Ionesco Euro, in http://www.insightweb.it/web/

 

Roma e gli stranieri


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“I miei antenati, il primo dei quali fu Clauso, di origine sabina, che fu accolto tra i cittadini di Roma e assieme tra le famiglie dei patrizi, mi esortano a usare il medesimo atteggiamento nel governare lo Stato, trasferendo all’oggi ciò che allora ottenne buoni risultati. So bene che abbiamo fatto entrare in Senato i Giuli da Alba, i Coruncani da Camerio, i Porci da Tuscolo e, per non andare troppo in là nel tempo, chi veniva dall’Etruria, dalla Lucania, da tutta Italia, da ultimo ampliata fino alla regione alpina. Abbiamo agito in modo tale che non solo singole persone, ma interi territori, intere nazioni trovassero unità nel nostro nome. Per questo è fiorita una solida pace all’interno e abbiamo fatto fronte ai pericoli esterni, perché abbiamo accolto come nostri concittadini i Transpadani e aggiunto in tutto l’orbe alle nostre legioni validissime forze provenienti dalle province, a rafforzare il nostro dominio logorato dal tempo e dalle fatiche. Dobbiamo forse rimpiangere che i Balbi siano giunti dalla Spagna e che uomini non meno illustri si siano uniti a noi dalla Gallia Narbonense? I loro discendenti sono ancora tra noi, né ci sono secondi per amor di patria. Quale fu la causa del declino degli Spartani e degli Ateniesi se non il fatto che, sebbene forti nelle armi, chiusero le porte in faccia a quelli che avevano vinto perché stranieri? Invece, il nostro padre fondatore, Romolo, fu tanto saggio da ritenere molti popoli, nella medesima giornata in cui furono vinti, prima nemici e poi concittadini. Presso di noi da tempo gli stranieri hanno avuto accesso al potere. I figli di liberti possono ambire alle magistrature non per una recente decisione, come pensano alcuni sbagliando; ciò è accaduto spesso anche in passato. È vero, combattemmo contro i Senoni; anche i Volsci e gli Equi però schierarono eserciti contro di noi. Fummo sconfitti dai Galli, ma demmo ostaggi anche all’Etruria e subimmo il giogo sannita. Tuttavia, se si esaminano tutte le guerre, non ce ne fu una che si concluse più rapidamente di quella contro i Galli. Da allora la pace fu sicura e senza interruzioni. Ormai, visto che si sono mescolati con i nostri costumi, le nostre attività, il nostro sangue, che mettano in comune con noi anche le loro ricchezze, il loro oro, senza tenerselo per sé.

O senatori, tutto quello che oggi si ritiene antichissimo, fu un tempo nuovo: dopo i magistrati patrizi ci furono quelli plebei e dopo i plebei i Latini e dopo i Latini le altre genti italiche. Anche quel che siamo noi oggi invecchierà e ciò che ora sosteniamo con esempi tratti dal passato, sarà a sua volta esempio per il futuro. [La traduzione è mia]

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In un momento come questo, in cui i temi identitari e securitari sono sempre più alla ribalta e vengono spesso deformati e urlati senza discernimento, propongo qui la mirabile sintesi che Tacito ci dà (Ann. XI, 23-24) del magistrale discorso pronunciato nel 48, esattamente 1970 anni fa, in Senato dall’imperatore Claudio, nato a Lugdunum (od. Lione) nel 10 a.C., per perorare l’estensione della cittadinanza romana quantomeno ai primores, alla classe dirigente, della Gallia

Molti movimenti razzisti, italiani e non, inalberano sui loro gagliardetti i fasci e le aquile romane, quasi a voler dar ragione allo sciagurato paragone che fece Simone Weil tra il Reich nazista e l’impero romano.  Basterebbe invece conoscere la Storia per accorgersi che Roma, a differenza dei greci, come dice lo stesso Claudio, ebbe una straordinaria capacità di integrare e di assimilare il diverso, fondando proprio su questo il proprio impero millenario.

Assimilare e integrare non sono sinonimi, ma contraddistinguono due modelli di “accoglienza dello straniero”, che, con grossolana semplificazione, si potrebbero identificare con quello francese, centrato più sui singoli individui e con quello anglosassone, più attento alle comunità.

Roma seppe utilizzarli entrambi (“Abbiamo agito in modo tale che non solo singole persone, ma interi territori, intere nazioni trovassero unità nel nostro nome”, dice Claudio), con un atteggiamento privo di dottrinarismi e senza preclusioni razziali che andrebbe divulgato anche tra i non addetti ai lavori.

In buona sostanza, Roma, posta di fronte fin dalle sue origini ai fenomeni legati al suo espansionismo, alle migrazioni e agli spostamenti di intere popolazioni, dimostrò di saper elaborare, compatibilmente con la cultura del tempo, un progetto politico di società aperta.

Sostenuto su fondamenta non negoziabili, la conoscenza della lingua latina, il rispetto della auctoritas e della potestas di Roma, il pagamento dei tributi, il servizio reso alla res publica nelle fila dell’esercito, tale progetto consentì una costruzione sociale articolata in modi e su livelli differenti, a seconda delle circostanze, con la flessibilità propria di un edificio che abbia una solida struttura in cemento armato e tramezzi mobili, con scale per passare da un piano all’altro.

Ad esempio, quando ci si accapiglia sullo jus soli e sullo jus culturae, varrebbe la pena di riflettere sull’esempio romano di una concessione per gradus del diritto di cittadinanza, da collegare concretamente ai diritti e ai doveri che ci si vuole e/o ci si può assumere.

 

 

Braccialetto elettronico e registro elettronico


[pubblicato anche su http://www.eguaglianzaeliberta.it/web/]

Much ado about nothing, verrebbe da dire in merito al cosiddetto “caso del braccialetto elettronico Amazon”. Si tratta, almeno in parte, di una falsa notizia, poiché si riferisce a qualcosa che è in progetto, ma che non ha ancora trovato applicazione pratica. Tuttavia la pseudo-notizia ha una sua utilità collaterale, dato che ci consente comunque di riflettere, quantomeno in generale, sul rapporto tra etica, politica e sviluppo economico.

Immersi come siamo in una miserevole campagna elettorale, era prevedibile che lo sdegno del politically correct dilagasse un po’ dovunque. E siccome è caratteristica di tale atteggiamento la tendenza a emettere giudizi radicali, senza esercitare la capacità di analizzare approfonditamente i fenomeni, collegandoli a un contesto più generale, è sfuggito ai più che il braccialetto Amazon non rappresenta un trauma, ma è solo la propaggine di un sistema orwelliano ormai generalizzato.

Risale ormai ad alcuni anni addietro l’introduzione del registro elettronico nelle scuole, una prassi questa reale e pienamente operativa.

Personalmente ritengo che, da questo punto di vista, i lavoratori e gli studenti siano accomunati nel patire la presenza di un identico fattore, quello del controllo e della “razionalizzazione” (ottimizzazione?) del lavoro da parte dell’Autorità.

In ciò scorgo all’opera una tendenza paradossale: da un lato si proclama a ogni pie’ sospinto la libertà individuale come massimo valore e unico parametro con cui misurare il grado di civiltà di una nazione e di un popolo; dall’altro mai come oggi la libertà individuale è conculcata e messa sotto tutela da una messe di apparati “democratici”.

Alla base c’è sempre l’idea che i cittadini siano degli eterni bambini riottosi, sempre sull’orlo dell’anarchia, che vanno guidati perciò con direttive imposte dall’alto (vedi il casco obbligatorio, le cinture di sicurezza obbligatorie, i vaccini obbligatori e così via obbligando, senza dimenticare le trattenute fiscali operate alla fonte).

Lungi da me negare che il casco, la cintura, il vaccino abbiano salvato e salvino milioni di vite umane nel mondo, ma la questione fondamentale che la Polis dovrebbe porsi è: convincere o costringere?

Va senza dire che una tale questione dovrebbe occupare una posizione centrale nell’istituzione educativa per eccellenza, cioè la scuola, da cui, per mia fortuna, sono uscito prima che diventasse coatta l’introduzione del registro elettronico (vedi in proposito quanto scrissi qui oltre cinque anni fa, il 13 ottobre 2012).

Sotto la specie di un decisivo miglioramento in efficienza e in efficacia rispetto al vecchio registro cartaceo, il registro elettronico ha introdotto nella vita di studenti, famiglie e insegnanti  un controllo occhiuto e meramente esteriore del processo educativo.

Bisognerebbe infatti ricordare che i singoli voti assegnati dall’insegnante di per sé “non esistono”, fanno parte di un itinerario (valutazione di processo), sono tappe di un cammino che solo al termine dell’anno scolastico porterà all’unica, autentica valutazione (valutazione di risultato). Cogliere e decontestualizzare (esternalizzare) un segmento di quel cammino, strappandolo alla relazione che lo ha prodotto e che lo giustifica, ovvero quella tra chi l’ha tracciato (insegnante) e chi l’ha percorso (studente), significa fraintenderlo in radice, significa trasformare una crescita (ma anche un possibile sviamento) in una sommatoria di numeri, di note e di assenze che, lungi dallo “spiegarla”, non la riflette se non in superficie.

Secondo i lodatori del RE, informatizzare la relazione docente-discente ha significato aggiungere “trasparenza” al rapporto tra scuola e famiglia. Secondo il mio parere, esso ha significato invece introdurre elementi ansiogeni in tutte le componenti della comunità educativa: i genitori che compulsano freneticamente il registro, i professori che debbono inserire i dati in tempi brevi, gli studenti che sentono il peso di ogni passo falso come una condanna. Il tutto senza un sostanziale miglioramento dell’azione educativa, che è e deve restare essenzialmente educazione alla libertà e alla responsabilità.

Nel tentativo di semplificare e di razionalizzare, di essere up-to-date, si perde la ricchezza di una relazione che è fatta anche di silenzi, di voti a matita e – perché no – di bugie e di nascondimenti.

I genitori dominati dall’ansia di controllo (vedi l’imprescindibile presenza dei telefoni cellulari a scuola, voluta spesso più dalle famiglie che dagli studenti) dimostrano così che la loro relazione con i figli è malata. Ed è tale malattia che va curata, non i suoi sintomi esteriori.

Tornando al futuribile “braccialetto Amazon”, a questo punto mi chiedo perché non sostituirlo al registro elettronico, trattandosi di un device assai più perfezionato e “performante”.

Se si considera il braccialetto pericoloso per la libertà dei lavoratori, ivi compresa quella di essere distratti e inefficienti, lo stesso dovrebbe valere ancor più per gli studenti.  Lo ribadisco: la libertà esiste solo dove c’è la possibilità della dissipazione, dello scacco, dell’errore.

Il conflitto tra massimizzazione del profitto e libertà della persona è del resto chiara fin dai chapliniani “Tempi moderni”. Nell’odierno mondo del pensiero unico, le persone sono diventate mere risorse e per di più riottose, irriducibili e perciò diseconomiche (vedi la solita Amazon, che ha aperto a Seattle il primo store senza personale e quindi al riparo da mal di pancia, emicranie, gravidanze e altre umane imperfezioni) ed è quindi fatale che si scambi l’atomizzazione dell’individuo con la sua libertà. La situazione è terribilmente, drammaticamente seria e avrebbe bisogno di una potente riflessione collettiva, che la nostra misera e incolta politichetta, non è certo in grado né di produrre, né di guidare.

Suicidio in diretta


Il generale croato che, dinnanzi alla condanna definitiva a vent’anni di carcere comminatagli dal Tribunale Internazionale dell’Aia, ha ingoiato una fiala di veleno di fronte alle telecamere di tutto il mondo, ha compiuto un gesto di arcaica dignità.

Vedendolo, mi sono venute alla mente due immagini: una letteraria, la celebre poesia di Giuseppe Giusti, “Sant’Ambrogio”, dove si parla, tra l’altro, dei terribili soldati croati, “co’ baffi di capecchio e con que’ musi/ davanti a Dio diritti come fusi”, proprio come quelli del generale che si è ucciso, di fronte al cui malinconico canto però anche il risorgimentale poeta monsummanese prova un’umana pietà (“Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo, duro e piantato lì come un piolo
.” così si conclude il testo).

La seconda scultorea, la gigantesca statua che Napoleone III innalzò a Vercingetorige ad Alesia, sul luogo stesso della sua “ défaite glorieuse” a opera di Giulio Cesare.

Come sappiamo, anche al vinto Vercingetorige si applicò l’implacabile “giustizia” dei vincitori. Trascinato in catene a Roma da Cesare, fu mostrato alla folla durante la pompa trionfale e poi strangolato, senza tante formalità giuridiche, nel carcere Mamertino. I Romani, pur creatori indiscussi del diritto in Occidente, evidentemente non conoscevano tribunali internazionali.

Chissà quante volte ancora ci sarà mostrato, il generale Slobodan Praljak, in quel suo tragico gesto, degno di figurare in un dramma antico, svilito dall’eco internettico, lui che alla modernità certo non appartiene, a questa modernità onnivora e mercificante, anche dei gesti più estremi.

Farà parte del repertorio, il generale Slobodan Praljak, assieme a incidenti aerei, annegamenti in mari in tempesta, uragani mortiferi, esplosioni vulcaniche, che tanta pubblicità attraggono sui media e che vengono graziosamente alternati a consigli di cucina, di giardinaggio, di cosmetica.

Una riflessione nel merito va fatta: “Io non riconosco questo tribunale” ha detto il generale prima di compiere il gesto suicida. Già. Eccoci al punto: è possibile “processare la Storia”? E quel giudice in toga bicolore di raso nera e cremisi, con quel suo sguardo sparuto da burocrate mite e inadeguato, di fronte al personaggio di una tragedia vera come quella serbo-croato-bosniaca, cosa ci sta a fare?

La “pochezza giurisdizionale” del Tribunale Internazionale dell’Aia – peraltro “a tempo” (chiuderà definitivamente a dicembre) – è o dovrebbe essere davanti agli occhi di tutti. Qual è il suo ambito d’azione? Dove passa lo spartiacque che conduce alla sbarra alcuni per crimini di guerra (i serbi e i croati, nella fattispecie), ma non, un esempio tra i tanti, il principe saudita Muhammad, che sta massacrando migliaia di persone inermi nello Yemen, in un tentativo di pulizia etnico-religiosa? Forse perché i primi hanno perso e il secondo è al potere e sta vincendo?

Mi viene da chiedere: esiste davvero un diritto internazionale applicando il quale si possano emettere sentenze valide erga omnes? Oppure è semplicemente una foglia di fico che copre le vergogne di una cruda realtà che già Trasimaco, nel primo libro della “Repubblica” di Platone, afferma senza infingimenti e ipocrisie, cioè a dire che la giustizia è semplicemente la legge del più forte? Dice il sofista a Socrate, con evidente sarcasmo: “E hai compiuto davvero molti progressi nel definire i concetti di giusto e di giustizia, di ingiusto e di ingiustizia, dato che ignori che la giustizia e il giusto non sono altro in realtà che un bene alieno, cioè a dire l’interesse di chi è più forte e comanda […]”

Non aveva forse ragione Hegel, quando affermava che nessun organismo superiore può regolare i rapporti inter-statali?

Slobodan Praljak sembra venire da un passato che è vicino e lontano al tempo stesso, certo barbarico, in cui morte e vita hanno concrete radici in un’esistenza quotidiana drammatica e sanguinosa, in un passato che, per essere storicamente (non giuridicamente) valutato avrebbe bisogno di una riflessione meno corriva e perbenista di quella che mi pare abbia prevalso sulle pagine dei giornali, in televisione e su internet.

Con il suo gesto atroce, il generale croato ha stracciato il velo moralistico e consolatorio, che l’illusione eticista, tipica della cultura egemone statunitense, stende sulle vicende umane, secondo la quale Virtù e Vizio sono sempre ben individuabili e riconoscibili e quindi, encomiabili e punibili, a prescindere dalla Storia che li ha generati.