Spigolature postreferendarie: Partito della Nazione o Partito dei Pensionati?


Ricevuto il duro colpo, l’ex presidente del consiglio ha dato segni di sbandamento: prima, a caldo, un discorso di pseudocommiato, intriso di retorica (ah, quel rapido cenno languido alla moglie Agnese! Ennesima, evidente citazione/imitazione dell’idolatrata coppia Barack-Michelle) e senza alcun cenno di autocritica per il pasticcio costituzionale che voleva far ingurgitare agli italiani.

Poi, più tardi, confortato dalle menti illuminate che lo circondano (pensate a Jim Messina, definito “il guru che fa sempre fiasco”, da Cameron a Clinton, passando per Rajoy e infine Renzi, pensate a Matteo Orfini e a Luca Lotti e ditemi se non vi viene in mente qualcosa a mezzo tra il bar Sport e il declino dell’Occidente), ha sposato la causa, prima aborrita, di andare al più presto alle elezioni, per ripristinare, dopo quattro anni di sospensione, le normali procedure decisionali di una democrazia, sospensione di cui è stato il maggior beneficiario, auspice Giorgio Napolitano.

Perché questo revirement? Non doveva, il Nostro, abbandonare la politica e cambiare mestiere? Il fatto è che, udite, udite, la sconfitta è stata solo apparente, poiché il SI ha ottenuto il 41% circa dei voti e quei voti sono tutti di e per Matteo. Semplice no?

Vorrei tuttavia sommessamente attirare l’attenzione su almeno un aspetto importante: oltre al fatto che assimilare il voto referendario al voto politico potrebbe essere drammaticamente fuorviante, l’analisi scomposta del dato elettorale ci mette di fronte a un elemento di giudizio di cui si parla troppo poco, cioè a dire la suddivisione dei votanti per fasce d’età.

In questo caso si è verificato quanto segue (fonte “Studio Quorum” per SkyTG24):

 Fascia d’età 18 – 34: NO 81% 

Fascia d’età 35 – 54: NO 67%

Fascia d’età over 55: SI 53% (all’interno di questa fascia la prevalenza del SI è dovuta agli over 65)

Dunque, ricapitolando, il 41% del fronte del SI, quello del cambiamento, del movimento, del progresso inarrestabile, dei rottamatori è composto in larghissima parte da ultrasessantenni.

Sono dunque queste le forze nuove su cui Renzi conta per risorgere dalle ceneri?

Se così è,  si capirebbe anche la fretta improvvisa con cui vuole tesaurizzare il risultato e andare a votare il prima possibile, prima cioè che sia troppo tardi e che gli immutabili cicli della Natura facciano il loro corso.

 

 

Federico De Rosa, L’ISOLA DI NOI, San Paolo Edizioni, Milano 2016, pp. 139


È questo il secondo libro di Federico De Rosa. Del primo abbiamo già avuto modo di parlare in questo blog due anni fa (“Quel che non ho mai detto. Io, il mio autismo e ciò in cui credo“, San Paolo Edizioni, Milano 2014). Qui l’Autore fa ancora un passo avanti e dalla drammatica e commovente descrizione della sua condizione di autistico alla ricerca di una “guarigione”, passa all’attacco e rivendica alla sua dimensione esistenziale tutta la sua dignità e il diritto di essere “diversamente felice”.

Sull’insularità come dimensione irriducibile dell’animo umano sono stati scritti volumi e volumi: dalle Isole Beate dell’antichità all’Isola di Arturo, l’Isola misteriosa di Jules Verne, l’Isola del tesoro di Stevenson, l’Isola che non c’è di Peter Pan e se ne potrebbero citare ancora molte altre.  Personalmente, come molti credo, da piccolo disegnavo anch’io isole di cui mi facevo sovrano assoluto, collocando porti e città, distribuendo uffici e lavori, isole in cui non c’erano conflitti di nessun genere (perché tutti erano d’accordo con me). Sembra tuttavia che questo esercizio sia pericoloso se lo si mantiene in età adulta, perché favorirebbe il fantasticare e il distacco dalla realtà. Per questo la prospettiva insulare è spesso considerata una prospettiva regressiva, utopica o distopica che sia, tipica di chi non ha la forza di affrontare la complessità, i compromessi, le ferite che inevitabilmente infligge l’età matura (vedi Arturo, che solo abbandonando, dimenticando, l’isola può diventare adulto).

In questo bel libro di Federico (mi limito a definirlo bello, in omaggio alla sua reiterata richiesta di essenzialità) non si tratta affatto di regressione, di fuga, ma di positiva affermazione di valori, legati a una realtà complessa e perfettamente adulta, una realtà che ha molto da insegnarci. E’ dunque questa un’isola pedagogica.

Il libro si legge con grande piacere per l’essenzialità e la chiarezza con cui è scritto. Niente inutili connettivi, ma solo sostanza di significati. Queste pagine sono un vero balsamo per chi, come noi , è immerso nella fuffa di un linguaggio, la cui ridondanza e complicatezza (non complessità!) è inversamente proporzionale alla sua significatività. L’unità minima di significato non sembra essere più la parola, ma lo spezzone prefabbricato di frase. Chi non ha mai sentito dire, ad esempio, “vuoi una pera, piuttosto che una mela, piuttosto che un’arancia?” Oppure, non avete notato il diffondersi di una patologica aggettivazione iperbolica, per cui oggi ci troviamo a indossare impunemente “calzini favolosi” e mangiamo delle “mitiche patatine fritte”? Non è forse vero che è ormai impossibile affacciarsi a una finestra senza vedere ogni volta un panorama “mozzafiato”? Bravo, dunque, Federico, che ci rammenta il peso delle parole, la fatica della loro decifrazione, la necessità di non gettarle al vento solo per riempire i vuoti creati dalle nostre ansie comunicative.

I contenuti del libro/guida sono organizzati in giornate, per una settimana complessiva di permanenza sull’Isola di Noi, il “Paese dell’Autismo”, dedicate ciascuna ad un aspetto della società autistica, la scuola, l’ospedale, la politica, il monastero, il centro per l’handicap, il divertimento, l’economia, la voglia di vivere, l’amore autistico, il centro città, con un utilissimo capitolo destinato alle F.A.Q., in cui Federico risponde ai quesiti più importanti e frequenti sull’autismo.

Alcuni concetti informano di sé tutto il libro. In primis la critica feroce a ogni tipo di distinzione discriminatoria: le recenti statistiche ci dicono che qui [sull’Isola di Noi] solo un bambino ogni duecento nasce iperegocentrico, ipercomunicativo, mentalmente sistematizzante, ossia con l’handicap della neurotipicità. Quello di cui voi siete portatori.” (p. 12). Va detto che Federico definisce “neurotipici” tutti i cosiddetti “normali.”

Basta dunque con la sistemazione degli esseri umani in apposite cellette semplificatorie. Una volta stabilita la nostra appartenenza alla sottospecie homo sapiens sapiens, Federico ci invita a considerare l’umanità come un continuum in cui trovano spazio realtà diverse e tutte definibili solo ed esclusivamente nella relazione che esse sanno instaurare con gli altri: “Potremmo definire portatore di handicap una persona sulla sedia a rotelle mentre è parte di una classe che segue una lezione universitaria in cui sia obbligatorio stare seduti, fermi e sia vietato alzarsi?” (p. 56).

Il silenzio regna sovrano sull’isola, in cui la comunicazione, crocevia di ogni pensiero degli abitanti autistici, non accetta l’imperio della parola o del gesto, ma afferma l’importanza dell’empatia, della relazione meditata e lenta, della sobrietà delle espressioni: Tra i gestori di questi locali [di divertimento] vige il motto che un pubblico che si rispetti fa più silenzio di quando il locale è chiuso.” (p. 102)

La guida che conduce il gruppo di turisti è una guida silente, antinomia solo apparente e per la quale nutro una qualche nostalgia, pensando alle guide niente affatto silenti che talvolta, durante le visite a mostre e monumenti, impediscono con il loro chiacchiericcio standardizzato la concentrazione e la fruizione personale delle opere.

Che dire poi della “Settimana di caccia al rumore inutile” (p. 26)? Non sarebbe da proporre nel nostro mondo di neurotipici, vista anche la pletora di “giornate” di ogni genere che segnano il nostro calendario globalizzato, in sostituzione dei vecchi santi protettori ormai obsoleti?

La scuola dell’Isola di Noi è creazione complessa e originale, non priva di accenti utopistici, ma che contiene suggerimenti affatto utili nell’immediatezza del nostro operare: l’ora di integrazione iniziale (p.23), già praticata nelle scuole elementari della Scandinavia (senza citare l’esperienza steineriana), la necessità didattica di esplicitare sempre dove il docente sta portando la classe, la questione del cambio dell’ora, con il passaggio brusco e slegato da una materia all’altra.

L’ospedale: anche l’ospedale dell’isola è caratterizzato dalla necessità di includere e di non conformare a modelli astratti di normalità: “verrà un giorno in cui l’autismo non sarà più una patologia, ma solo un modo particolarissimo di essere persone. (p. 33).

La politica: ingegnoso il sistema elettorale escogitato da Federico, sicuramente più intelligente dei porcelli, dei mattarelli e degli italici. Vera e calzante la definizione della struttura piramidale della politica neurotipica: struttura sociale tribale proiettata in una realtà ipertecnologica. (p. 38).

Il monastero: è un po’ il cuore dell’Isola di Noi, con le sue Piccole Sorelle del Silenzio e, soprattutto con il neurotipico che sceglie di diventare autistico per meglio percorrere le vie che portano alla Verità, decano delle luminose Persone della Frontiera. È qui che il limite diventa opportunità.

Il centro per l’handicap: assistiamo a un rovesciamento radicale delle prospettive. Ad essere anomala è la c.d. normalità neurotipica. Anche qui, i metodi Krupp e Osi per l’integrazione dei poveri bambini neurotipici è densa di suggerimenti e di spunti affatto applicabili e niente affatto utopistici.

L’economia: vi si recupera il significato etimologico di economia come legge di armonia e positiva relazione tra persone e ambiente, il valore del tempo libero. Vi si afferma, con sintesi felice, che “la felicità non è un multiplo del piacere (p. 74).

Nel capitolo dedicato alla voglia di vivere, si osserva come i neurotipici si caratterizzino per la velocità, nel dare risposte immediate. Viene preso di mira il nuovo mito neofuturistico del giovanilismo, dello sprezzo per la meditazione e la lentezza. “Resistete, mi raccomando, alla forte pulsione interiore a darvi risposte immediate.” (p. 84).  Sante parole!

L’amore autistico: la centralità del sentimento d’amore è sintetizzata dalla frase “tutto il mondo si muove attorno a una coppia innamorata” (p. 91) Qui regnano incontrastati  l’interiorità e il silenzio (pensate invece a trasmissioni neurotipiche di grande successo come “Uomini & Donne”!). Struggente è poi la descrizione della coppia che si separa perché non in sintonia: quel lento accelerare dell’uno e l’altra che cerca di seguirlo, per poi piangere quando lui scompare (p. 90). Ma soprattutto si smaschera l’horror vacui che ci attanaglia, quella necessità ansiosa e ansiogena di riempire gli spazi, di passare da uno stato all’altro senza aver assaporato fino in fondo il momento che si sta vivendo.

Federico possiede la qualità principe delle persone intelligenti, l’ironia e il sense of humour. Tutto il libro ne è intessuto. Citerò solo il jet lag neurotipico, di cui i “normali” soffrono al ritorno sul Continente, Guglielmo Lasciamistare, uno dei fondatori della città e Sant’Autistico, martire dell’esclusione.

Spero proprio che questa seconda opera di Federico conosca un successo ancora maggiore della prima, che ha raggiunto traguardi invidiabili per tiratura e diffusione (è già stata tradotta in diverse lingue). Mai come adesso non dobbiamo né trovare asilo in un’Isola di Beati, né rifuggire da ogni insularità, per gettarci a capofitto nella mischia di una quotidianità di cui talvolta smarriamo il senso.

A unirci all’Isola di Noi è, significativamente, un traghetto, una nave cioè che presuppone un’andata e un ritorno, perché dall’Isola di Noi si deve tornare, se possibile migliori di prima, capaci cioè di far rivivere dimensioni e valori dimenticati o sottovalutati: il silenzio, l’empatia, la relazione affettiva profonda, l’inclusione, la lentezza.

E’ un libro questo che dovrebbe essere adottato nelle scuole, non tanto e non solo per insegnare ai genitori e ai ragazzi a “sopportare” in classe l’autistico, quanto a sopportare e curare molti “strani” neurotipici.

Raccomandiamoci tutti a Sant’Autistico, perché ci protegga dalla superficialità, dall’arroganza e dalla paura del diverso.

 

Analfabetismo istituzionale al galoppo


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La Corte Costituzionale ha bocciato il nòcciolo della c.d. “Riforma Madia” della P.A.

La risposta del presidente Matteo è stata: è impossibile governare questo Paese, siamo circondati da una burocrazia opprimente.

Dunque, nell’opinione del Nostro, la Corte Costituzionale è un organo burocratico “opprimente”, probabilmente anch’esso da sveltire, semplificare, ridurre …. rottamare.

Sull’anatema, questo sì populistico, lanciato da tempo sulla burocrazia tout court dal presidente del consiglio e dal suo entourage ho avuto già modo di esprimermi su questo stesso blog, due anni fa (“Elogio della burocrazia”, q.v.). Mai però avrei creduto che anche la Corte Costituzionale potesse essere considerata non l’istanza suprema della Repubblica, ma, addirittura, un ufficio per il disbrigo di pratiche e procedure, dove quindici vegliardi un po’ rintronatelli ce la mettono tutta per infilare bastoni tra le ruote della locomotiva del progresso renziano. Velocità, velocità, ci vuole, basta vecchi, coi loro lacci e lacciuoli, grida il nostro Marinetti redivivo!

Mi permetto, con molta lentezza, di suggerire, la prossima volta, una maggior cura nella stesura dei dispositivi di legge, che sempre più spesso vengono scritti in forma indecorosa e persino scorretta.

I collaboratori della giovane Madia, il suo ufficio studi, non si erano accorti che quella formulazione era patentemente scorretta dal punto di vista costituzionale?

In questi casi, bisognerebbe chiedere scusa agli italiani per il tempo che si è fatto loro perdere e ravvedersi. Ma l’umiltà di ammettere i propri errori è diventata ormai merce rara.

In difesa del CNEL


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Mi rendo conto che con queste mie brevi considerazioni raggiungerò un picco di impopolarità. Tuttavia ritengo irrinunciabile ragionare anche sugli aspetti che appaiono più scontati e definiti una volta per tutte.

Sgombero subito il campo dagli equivoci: qui non si vuole difendere la prassi e i risultati ottenuti dal CNEL negli ultimi decenni. Solo affermare che un conto sono le Istituzioni e un conto la loro gestione e il loro governo “politico”.

Contro il CNEL si sono schierati tutti, anche all’interno del fronte del NO: è un organo inutile, indifendibile, costoso; è un cimitero per vecchi elefanti politici e per sindacalisti trombati; è una sinecura concessa alla “casta” che non ci possiamo più permettere e così via demolendo.

Facciamo un po’ di storia, esercizio sempre utile. Come nasce il CNEL? Da un capriccio collettivo dei Padri Costituenti, che già prevedevano come sarebbe andata a finire, oppure da ragioni più serie e fondate?

La nascita del Cnel fu il punto di arrivo di una lungo percorso finalizzato a trovare soluzioni soddisfacenti al problema della rappresentanza degli interessi nelle istituzioni. Le origini si rintracciano nei Consigli superiori, nati già subito dopo l’Unità, come ristretti organismi che fornivano ausilio tecnico ai ministri. Il fenomeno ebbe rilievo particolare, non a caso, nel ministero di Agricoltura, industria e commercio, il dicastero più legato al mondo e ai problemi della produzione. All’inizio del secolo scorso si ebbe una svolta con la nascita – per decisa volontà di Zanardelli e Giolitti – del Consiglio superiore del lavoro, assise numerosa e di elevato livello istituzionale (sei dei suoi 43 componenti erano indicati dal Parlamento). Nei suoi ventuno anni di vita il Consiglio ebbe un ruolo assai incisivo nella promozione della legislazione sociale e legittimò la presenza delle classi lavoratrici nelle istituzioni.[1]

Analoghi organismi consultivi a livello costituzionale esistono del resto in diversi altri Paesi. Non si tratta quindi di un’invenzione italica. Prendiamo ad esempio la Francia, dove è vivo e vitale il CESE, con funzioni analoghe al nostro Consiglio Nazionale. Qui i membri sono tutt’altro che parassiti di alto rango, messi lì a non nuocere, per una sorta di contentino dato a chi non ha più voce in capitolo. Vanno orgogliosi del loro ruolo e contribuiscono alle decisioni politiche apportando il proprio specifico contributo.

Qui sta il punto. Qual è il contributo specifico di un organo come il CNEL, almeno nelle intenzioni di chi ha scritto la Costituzione 70 anni fa?

Esso rappresenta uno dei contrappesi saggiamente distribuiti nel testo costituzionale; il suo parere, obbligatorio, ma non determinante, avrebbe dovuto portare, all’interno delle decisioni democratiche di governo e Parlamento, il peso e l’autorità delle competenze professionali e delle istanze produttive.

Il rapporto tra democrazia e competenze è sempre stato, fin dal V secolo a.C. in Grecia,[2] un problema grave e irrisolto. Per dirla in termini sbrigativi: la maggioranza, oltre ad avere sempre ragione, acquisisce di per sé anche le necessarie competenze per governare? Gli eletti sono sempre anche “competenti”?

Sappiamo come il fascismo risolvette la questione: presupponendo già prese le decisioni politiche, trasformò il Parlamento in un organo corporativo, abolendo nel contempo il CSL, diventato affatto inutile e pleonastico. Infatti:

“il regime si avviò verso la strada della progressiva compenetrazione tra Stato e società, con l’assorbimento della seconda nel primo. Non, quindi, una dialettica, bensì un processo di identificazione, fondato sul primato dello Stato etico.”[3]

Nel dopoguerra, con la vittoria della democrazia e l’instaurarsi di un regime pienamente parlamentare, il problema delle integrazione delle competenze e delle professionalità nei processi decisionali si ripropose. I Costituenti vollero perciò ripristinare, seppure con un profilo decisamente più basso e solo consultivo, la dimensione “corporativa” del governo, cioè a dire, vollero dar voce ai pareri e alle opinioni di chi viveva e operava “nell’economia e nel lavoro”, perché i decisori politici potessero valersi di un parere “tecnico” interno ai processi produttivi.

Il declino, colpevolmente non contrastato, del CNEL corre parallelo all’onnipotenza di una politica sempre più chiusa in se stessa e nei suoi meccanismi autoriproduttivi, sempre meno attenta alla voce del lavoro e della produzione.

Siamo all’oggi: trovo una triste corrispondenza tra il livello culturale medio di tutti coloro che hanno responsabilità politiche e il fastidio che essi provano per ogni tipo di competenze, che, è a tutti evidente, stentano sempre più ad integrare con le loro decisioni (basti osservare i testi legislativi prodotti negli ultimi anni!). Comprendo perciò l’unanime coro per la cancellazione del CNEL, che assomiglia al comportamento consumistico e un poco volgare di chi, se un orologio non funziona, invece di perder tempo a vedere se è solo scarico o ha bisogno di una semplice pulitura, lo getta via, per comprarne un altro, più a buon mercato, in qualche grande magazzino. Un CNEL rinnovato e ricondotto ai suoi compiti costituzionali originari potrebbe avere una funzione molto importante, soprattutto oggi.

È sempre pericoloso prendersela con le istituzioni, attribuendo loro colpe che sono solo ed esclusivamente imputabili a chi quelle istituzioni governa e amministra.

[1] Cf http://www.questeistituzioni.it/storia-del-cnel-cosa-e-1659.

[2] Cf. ANONIMO ATENIESE, La democrazia come violenza, a cura di Luciano CANFORA, Palermo 1982

[3] Vedi nota 1.

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pubblicato anche su: http://www.eguaglianzaeliberta.it/

 

La scuola sconfitta


 

In due brevi notizie apparse in sequenza sulla pagina di “Google news” di oggi vi è la cronaca di una sconfitta.

Prima notizia: l’” Eduscopio”, osservatorio su scuola e università della Fondazione Agnelli, ha pubblicato anche quest’anno la classifica delle migliori scuole d’Italia e, udite, udite, le migliori sono il Tasso e il Mamiani di Roma, il Parini e il Berchet di Milano e così via via tutti gli altri licei storici di tradizione di altre importanti città d’Italia. I soliti noti, insomma.

Seconda notizia: in Sicilia aumenta l’abbandono scolastico (dispersione) che sale al 24,5%, una percentuale enorme se paragonata alla media europea, inferiore di circa tre volte. Anche qui i soliti noti.

A parte che a me sembra un grande spreco di risorse (seppure private) promuovere studi e ricerche che certificano l’ovvio, queste tuttavia ci parlano a chiare lettere della manifesta ininfluenza del sistema scolastico, che non ottempera più al dettato costituzionale sancito dall’art. 3 comma 2 e non funziona più da ascensore sociale.

Non mi pare un elemento trascurabile il fatto che i licei con il punteggio più alto (basta però con le gare e le classifiche!) siano frequentati ab initio per lo più da studenti che provengono da famiglie della media e alta borghesia urbana, quelle cioè più acculturate, studenti che possono fare i compiti nelle loro camerette corredate di biblioteche e computer, frequentare stages e corsi extracurricolari. Cosa c’è di straordinario nel fatto che, nati tra i primi, quei ragazzi restino tra i primi anche a scuola e nell’università?

Esclusi dalla classifica di “Eduscopio” sono invece gli istituti professionali, i paria del sistema, che pure rappresentano circa il 15% della scolarità totale e dove si annidano i problemi più gravi di integrazione e di miglioramento – vero, non a punti – della didattica.

Il tasso differenziale tra nord e sud Italia continua a crescere, le università meridionali hanno sempre meno iscritti e intere regioni, tra cui vaste plaghe delle due isole maggiori, sono ancora lontanissime dall’Europa e dagli standard OCSE/PISA.

Se, invece di alimentare questa perversa logica premiale secondo la quale il faro va acceso sui migliori tout court (che sono poi sempre gli stessi), si facesse una classifica non già delle “top ten” (horresco dicens), come in una qualsiasi hit parade delle canzonette, ma delle bottom ten verso le quali devono essere indirizzate tutte le attenzioni e le risorse possibili, la scuola pubblica di Stato non patirebbe l’amara sconfitta di essere diventata un mero ente certificatore delle ineguaglianze e delle ingiustizie sociali.

La paghetta di papà Renzi


 

Dunque si è giunti alla fase operativa di quanto previsto dalla legge finanziaria 2016 relativamente al bonus di 500 Euro da destinare alla spesa culturale dei giovani che compiono i diciotto anni nel corso di quest’anno, cittadini italiani e non italiani, purché provenienti dagli Stati della UE. In tutto 571.000 persone, per una spesa complessiva di circa 290 milioni.

Già al momento dell’approvazione di questa misura i commenti critici non sono mancati: si lamentava la natura a-sistemica del provvedimento, il suo spirito intrinsecamente anticostituzionale, poiché non agisce per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che […] impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3), visto che le risorse sono destinate indistintamente a tutti coloro i quali posseggono un mero, comune status anagrafico. Essa inoltre esclude, ingiustificatamente, quei ragazzi extracomunitari che sono nati in Italia e hanno frequentato le scuole italiane (vedi http://www.lavoce.info/archives/39298/bonus-cultura-non-tutti-i-diciottenni-sono-uguali/) ed è significativo che, all’inizio della discussione, anche un esponente di spicco del governo, come il sottosegretario Zanetti, si sia dichiarato contrario a questo tipo di misure spot, senza un progetto, né una visione globale.

La logica è la stessa del bonus concesso agli insegnanti e qualcuno vi ha colto il sapore inconfondibile della mancia elettorale. Né si può negare la singolare coincidenza tra referendum e avvio delle procedure di assegnazione del bonus ai diciottenni e quindi ai neo-elettori.

Tuttavia, anche se si prescinde da questa visione maliziosa e tendenziosa del provvedimento, non v’è dubbio che i milioni che si spenderanno potevano essere meglio impiegati.

Quantomeno finalizzando l’assegnazione del bonus alla presentazione di un ISEE, che oggi pare funzionare meglio del passato come indicatore delle effettive condizioni economiche familiari. In questo modo si sarebbero raggiunte le situazioni critiche con maggiori risorse pro-capite e quindi applicando il principio costituzionale dell’art. 3.

Riemerge poi il tema che ho già trattato a proposito dell’assenza di una domanda formativa da parte della comunità nazionale (q.v.). Ancora una volta ci si è mossi sul lato, più facile e immediatamente utile dell’offerta, cioè a dire di una risorsa una tantum, che può essere utilizzata in qualunque ambito con caratteristiche anche solo vagamente culturali.

Ancora una volta si è trattato il cittadino come un cliente, che va incentivato a spendere comunque e dovunque, profittando di un’offerta variegata quanto spesso inconsistente, un cittadino del quale tuttavia la comunità nazionale non è in grado di intercettare le esigenze di più ampio respiro relative alla sua formazione e alla sua crescita personale.

Di questi tempi, la risorsa non indifferente di quasi 300 milioni di Euro poteva essere investita, ma è solo un esempio tra i tanti, nel rafforzamento del fragilissimo esperimento dell’alternanza scuola-lavoro, che rischia di restare, ancora una volta, una “mossetta” di fronte a una grande questione vitale per il futuro del Paese.

Un’ultima malignità: nella bozza della legge finanziaria 2017 non sono riuscito a trovare la riproposizione della norma. Forse perché non si considera l’anno prossimo un anno elettorale?

 

Metareferendum


no

È ormai indubbio: il referendum del 4 dicembre prossimo sarà un metareferendum. Sia nel campo del SÌ che in quello del NO è forte e predominante la tendenza a strumentalizzare l’esito della consultazione in chiave pro o contro il governo.

È tuttavia altrettanto evidente che l’origine di una tale, grave distorsione istituzionale sta nell’arroganza dimostrata dal presidente Matteo Renzi, il quale, valutando il 41% conquistato dal PD alle europee come un dato di tendenza ormai acquisito, ha pensato bene di forzare su tutti i fronti, accentuando la strategia dell’uomo solo al comando, che sente tutti ma non ascolta nessuno, decisionista e un po’ guascone (“se pensano di spaventarmi…”, “non arretrerò di un centimetro”, “io tiro diritto”  e così via), legando le proprie sorti alla vittoria del sì e varando una legge elettorale da lui stesso definita la migliore del mondo, per poi, molto recentemente e a valle di sonore sconfitte elettorali, fare macchina indietro, giungendo addirittura a dire che neppure lui era d’accordo su tutti i punti (!).

La prova rischia concretamente di trascinare il Paese in una lotta senza quartiere per più di un mese di campagna elettorale forsennata, sulla quale spireranno i peggiori venti della faziosità italiana. Dal 5 dicembre sarà ancora più difficile riprendere a parlarsi e a discutere nel merito dei gravi problemi, soprattutto di giustizia sociale, che ci stanno attanagliando da anni.

Né vale più la pena di insistere sulla intrinseca mancanza di correttezza istituzionale di un esecutivo che, dopo aver ritardato all’estremo il momento delle urne, dilaga in un campo di pretta competenza parlamentare qual è quello di un referendum sulla Costituzione, facendosi partito. La martellante presenza dello stesso Matteo Renzi su tutte le televisioni e in tutte le trasmissioni (mi pare manchino “La prova del cuoco”, “Protestantesimo” e poche altre in cui il Nostro non abbia ancora fatto la sua comparsa) dimostra con chiarezza l’ingente investimento fatto dal governo e, nello stesso tempo, i timori che esso nutre per l’esito della prova.

L’indecoroso endorsment di un Obama al tramonto, con tanto di “Cavalleria Rusticana” a far da introduzione alla cena di gala alla Casa Bianca, evento epocale per tutta la stampa nostrana e del tutto ignorato, ad esempio, dal New York Times e dai più importanti media stranieri, non è che un anticipo dei fuochi artificiali che il governo sta preparando per il Gran Finale.

Tutto ciò nonostante, è mia opinione che il voto sulla riforma della Costituzione debba essere espresso nel merito della proposta in quanto tale, senza logiche del tipo “après moi le déluge” o altri catastrofismi che non pagano, come dimostra la campagna terroristica di Cameron (e di Obama!) sulla Brexit e la successiva vittoria del Leave (a seguito del quale non mi pare che il Regno Unito sia sprofondato nel mare del Nord).

Nel merito, dunque, espongo qui alcune sparse riflessioni che spero possano essere utili a chi legge.

In via preliminare, va osservato che il testo di riforma è scritto proprio male; l’articolato appare in più punti confuso, prolisso e ridondante, con fastidiosi e frequenti riferimenti a commi e articoli precedenti e seguenti che ne rendono poco chiara e faticosa la lettura, soprattutto a chi non è un “addetto ai lavori”. Valga un esempio per tutti:

Art. 70 art. 10: La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di in compatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma.

Un vero capolavoro di prosa burocratese. Pressoché illeggibile, contorto e mal scritto, il testo sostituisce il limpido precedente: La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere. Sancta simplicitas! Verrebbe da dire.

Continuando in ordine, all’Art. 55, art. 1 si legge: Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione. Perché estrapolare questo concetto, già presente nell’art. 67 del Testo vigente che così recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. A meno che non si sia voluto ribadire una sorta di ingiustificata minorità istituzionale dei Senatori, che sembrerebbero non più rappresentare pleno iure la Nazione. E poi: La Camera dei deputati è titolare del rapporto di fiducia con il Governo. Prima si diceva semplicemente: “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”.  L’essere titolare della fiducia esprime solo una condizione giuridica, non la necessità, da parte del governo, di avere la fiducia. Peraltro nell’art. 94 novellato si ribadisce, pur limitandolo alla Camera dei Deputati, che il governo deve avere la fiducia della Camera dei Deputati. A questo punto poco si capisce di quale rapporto con il Governo sia titolare il nuovo Senato, escluso dal voto di fiducia.

Nel lungo quarto comma si traccia il profilo istituzionale del nuovo Senato. Vi si parla di funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica, aggiungendovi anche quelle, importantissime, relative ai rapporti con la UE. Il testo tuttavia pullula di termini generici (concorre, partecipa, valuta e verifica), ma le competenze specifiche restano molto fluide e assai poco definite.

È all’art. 57, art. 2 che compare qui l’aspetto forse più controverso della riforma: I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori. I meccanismi elettorali restano imprecisati e si prevede saranno differenti da regione a regione, a seconda delle convenienze del momento.

Il modello costituzionale di riferimento è Bundesrat tedesco, ma, come si è fatto con la scimmiottatura inane del sistema scolastico duale germanico nella “Buona Scuola”, anche qui la ricopiatura è solo superficiale.  Sarebbe stato opportuno introdurre (tradurre?) anche il dettato degli artt. 50 e 51 della Costituzione tedesca, laddove si dice che “Durch den Bundesrat wirken die Länder bei der Gesetzgebung und Verwaltung des Bundes und in Angelegenheiten der Europäischen Union mit. “(Mediante il Bundesrat, i Länder concorrono alla formazione delle leggi e all’amministrazione dello Stato Federale, nonché alla gestione delle questioni relative all’Unione Europea).

Il Bundesrat, assai meno numeroso anche del Senato riformato (la BRD ha oltre 80 milioni di abitanti e i rappresentanti eletti sono 69 in tutto) è dunque la voce degli stati tedeschi all’interno di una repubblica a forte impronta federale. Si può dire lo stesso dell’Italia, la cui articolazione regionale vede in questo stesso testo di riforma un deciso ridimensionamento? Che senso ha allora stabilire che: La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma, senza tuttavia specificare con chiarezza, come si doveva in un testo costituzionale, che il Senato riformato diventa un organo permanente, che svolge la sua attività in modo continuativo, senza che questa sia organizzata in periodi di legislatura? Perché non scrivere esplicitamente che il nuovo Senato non riveste più il ruolo di seconda Camera, chiarendo bene che i suoi componenti sono tenuti, a differenza dei deputati, al vincolo di mandato ricevuto dai governi regionali? La dose di ambiguità e confusione è davvero grande.

Sempre allo stesso articolo si dice: Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica. Si scende dunque da 315 a 100 membri ed è qui che si concentra il famoso risparmio sui costi della politica: 215 stipendi di senatori in meno, per un totale di una quarantina di milioni di Euro all’anno circa.

Dei 100 fanno parte anche i 5 senatori “eventualmente” nominati dal Presidente della repubblica, che tuttavia restano in carica per un solo settennio (art.59, art. 3, 2 c.). Soluzione bizzarra questa, dato che la nomina continua ad avvenire per meriti particolarmente rilevanti e significativi per il Paese, acquisiti in modo permanente in anni di attività professionale. Così legiferando, è come se si volesse conferire un premio Nobel con data di scadenza. Inoltre la presenza di personalità di nomina presidenziale, dato il loro profilo, si vedrebbe meglio all’interno della Camera dei deputati piuttosto che in un’assemblea resa periferica e ridimensionata nei suoi poteri. Meglio allora eliminare del tutto questa prerogativa del Capo dello Stato oppure trasferire le cinque nomine alla Camera dei deputati, conservandone però la durata a vita.

Al successivo art. 64, art. 6, c. 2 si aggiunge al testo in vigore: I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari. Il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni. Perché specificare che i regolamenti garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari? Le minoranze parlamentari si formano nel corso dei lavori d’aula e sono già tutelate dalla legislazione vigente. A quali circostanze ci si vuole riferire? E che cosa sarebbe poi lo statuto delle opposizioni? La codificazione di una sorta di “diritto di tribuna” destinato a contenere ruolo ed efficacia di chi si oppone al governo?

All’art. 69 art. 9: I membri della Camera dei deputati ricevono una indennità stabilita dalla legge. E i senatori? Non è stato affatto messo nero su bianco, così come era stato promesso, che la partecipazione alle sedute del nuovo Senato non prevede oneri ulteriori a carico dello Stato e delle Regioni. In tal modo si spalancano le porte a indennità che graveranno certamente sui bilanci regionali, per cui la famose riduzione dei costi della politica rischiano di trasformarsi in un mero trasferimento delle spese in altri capitoli di bilancio.

Tornando al modello monocamerale tedesco e all’equivoca imitazione italiana, all’art. 70, art. 10, c. 3, si legge: Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. Vi è qui la riprova che il bicameralismo non è stato abolito, solo reso più complesso e opinabile. Dopo i dieci giorni per la trasmissione di ogni testo di legge (quindi anche relativo a materie che non competono più al Senato) più i trenta giorni della deliberazione, il testo torna alla Camera, che si pronuncia “in via definitiva”, ma entro un tempo che, in questo caso, resta indefinito. Come contentino, il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati. Cosa saranno mai queste attività conoscitive? E che fine faranno le osservazioni dei senatori? Semplici flatus vocis?

Ancora un elemento di bicameralismo sopravvive all’ art. 71, art. 11: Il Senato della Repubblica può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei deputati di procedere all’esame di un disegno di legge. In tal caso, la Camera dei deputati procede all’esame e si pronuncia entro il termine di sei mesi dalla data della deliberazione del Senato della Repubblica.

L’art. 71, art. 11, c.3 recita: Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno centocinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli.  Le leggi di iniziativa popolare possono dunque, con il nuovo testo, venir proposte con la firma di 150.000 elettori, il triplo di quante ne occorrono attualmente. Anche questo elemento di democrazia diretta viene reso meno efficace e di più difficile percorribilità.

L’art. 72, art. 12 rivela con chiarezza lo scivolamento della Carta verso un’accentuazione discrezionale dei poteri dell’esecutivo a scapito della discussione parlamentare: Il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro cinque giorni dalla richiesta, che un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione. Chi stabilisce l’essenzialità di un disegno di legge? Esistono dei DDL non essenziali per l’azione di governo e dunque sostanzialmente superflui e trascurabili?

All’art. 75 art. 15 si modificano le norme relative ai referendum popolari abrogativi: È indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente forza di legge, dove a ““valore di legge” del testo vigente si sostituisce “forza di legge”: si è voluto allargare la potestà abrogativa anche ad atti che non hanno valore di leggi, pur avendone la forza? Per quale ragione? Poi si prosegue: La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto o, se avanzata da ottocentomila elettori, la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. Qui, se da un lato sembra rafforzarsi la potestà del verdetto popolare, la cui platea non è più ancorata al 50% + 1 degli aventi diritto, ma al 50% + 1 dei votanti alle ultime elezioni alla Camera, dall’altro essa è tuttavia bilanciata da un considerevole aumento delle firme necessarie, che passano da 500.000 a 800.000.

All’art. 78, art. 17 La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari. Pur trattandosi di una possibilità sperabilmente remota, appare singolare l’esclusione del Senato da una deliberazione così importante, come pure la seguente (art. 79, art 18) su amnistia e indulto.

La deminutio dei poteri del Senato continua all’art. 80, art. 19: La Camera dei deputati autorizza con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi. Le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea sono approvate da entrambe le Camere. Il Senato viene dunque escluso dalla ratifica dei trattati internazionali, laddove ha una sua precisa sfera di competenza nelle questioni europee, che, evidentemente, con un eccesso di ottimismo, vengono considerate “interne” e di tipo regionalistico. Ancora un’imitazione senza sostanza del modello tedesco, all’interno del quale esistono “stati regionali”, non mere “istituzioni territoriali”.

Sfugge poi la ratio della modifica alle procedure di elezione  del Capo dello Stato, dalla ben più semplice formulazione precedente (due terzi per le prime tre votazioni, dal quarto maggioranza assoluta), all’aggiunta di una fase intermedia (dal quarto al settimo scrutinio, maggioranza di 3/5 dell’assemblea) e di una fase ultima in cui occorrono i 3/5 dei votanti (art. 83 art. 21): L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi della assemblea. Dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’assemblea. Dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti. Si tratta sempre dell’applicazione del mantra renziano del “far presto”?

Dall’art. 88, art. 24 (Il Presidente della Repubblica può, sentito il suo Presidente, sciogliere la Camera dei deputati) si può dedurre la natura di organo permanente del Senato riformato, non più sottoposto ai meccanismi di legislatura. Resta la mancanza di chiarezza nel definire questa forte sconnessione tra i due rami del Parlamento.

Con l’art. 99 art. 28 si abolisce il CNEL. Tutti festeggiano, dimenticando che si tratta di un organo di riequilibrio e raccordo dei poteri che i Padri costituenti vollero di alto profilo politico, giuridico e culturale. La sua mediocre gestione nel corso degli anni, diventata insignificanza e spreco di risorse, non giustifica di per sé la sua abolizione. Semmai sarebbe stato necessario procedere a una sua riforma radicale. Né si può giustificare, sul piano costituzionale, una modifica per ottenere risparmi di bilancio.

L’art. 114, art. 29 sancisce l’abolizione delle province: La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. Gli organi di governo delle nuove Città Metropolitane vengono eletti con meccanismi di secondo livello, analoghi a quelli destinati a eleggere il Senato. Quanto poco verificabili e valutabili dai cittadini essi siano si è visto in questi giorni, con il quasi assoluto silenzio in cui si stanno svolgendo le operazioni di voto e la mancanza di ogni controllo da parte del corpo elettorale. Si intravvede cosa accadrà con il nuovo Senato in termini di democrazia e partecipazione.

Con l’art. 117, art. 31, si determina un forte ri-accentramento di prerogative e competenze legislative attribuite prima alle regioni, che sono oggi escluse dalla maggior parte degli ambiti di intervento, con l’eliminazione totale della legislazione concorrente. Questo nel momento in cui si vuole dar vita a una Camera delle istituzioni territoriali (Senato).

Tale ri-accentramento nasce peraltro dalla pur fondata constatazione del malfunzionamento delle regioni stesse, rivelatesi fonti di sprechi e di cattiva gestione delle risorse pubbliche, ma non da un nuovo disegno istituzionale dello Stato. Il federalismo pare sia stato definitivamente abbandonato, ma sostituito da cosa?

L’ art. 122 art. 35 è uno dei vanti dell’esecutivo: I relativi emolumenti [dei consiglieri regionali sono ristretti] nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione. Mi chiedo perché inserire in Costituzione un provvedimento che poteva essere tranquillamente lasciato alla legislazione ordinaria.

Con l’art. 131, invece di aggredire con coraggio i centri di spesa costituiti dalle troppo numerose regioni, da un lato le si depotenzia e dall’altro le si lascia intatte nel numero, rinunciando così a una concreta misura per ottenere risparmi davvero importanti, anche in termini di efficacia ed economicità, come sarebbe stata quella di un raggruppamento delle attuali venti in quattro-cinque macroregioni (più i territori a statuto speciale).

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In estrema sintesi, il testo della riforma costituzionale appare redatto sotto la spinta di esigenze politiche esterne e contingenti. Affidare la Costituzione, cioè a dire “la grammatica della Repubblica” alle convenienze politiche del momento, scaricando sull’attuale testo costituzionale le colpe, tutte e solo politiche, della crisi economica, sociale e culturale in cui versa il Paese a me pare un’operazione ad alto rischio.

L’Italia si fa qui interlocutrice di un’Europa neo-liberista, capace di tutelare solo il sistema finanziario e gli investitori globali, come peraltro venne esplicitamente richiesto con la lettera diktat del 2011 ai capi di governo europei, e che persegue altrettanto esplicitamente la riduzione sistematica degli spazi della politica e il deciso rafforzamento degli esecutivi a scapito dei Parlamenti.

Il testo di riforma si muove proprio in questa direzione; vi si fa l’occhietto all’antipolitica, (vedi lo scandaloso argomento del “risparmio costituzionale”), si avalla l’idea che la velocità e non la riflessione sia il pregio di chi governa, quasi che il nodo della politica italiana sia accrescere il numero delle leggi e non di de-legificare i processi legislativi già in atto. Il fossato già scavatosi tra i cittadini e le istituzioni rischia di approfondirsi ulteriormente, con imprevedibili conseguenze, che potrebbero rivelarsi anche drammaticamente eversive.

Pubblicato su Insight: http://www.insightweb.it/web/content/la-sfida-referendaria-di-renzi. Ibid., vedi l’ottimo intervento di Mario Nuti, “NO to Renzi’s Referendum”  (http://www.insightweb.it/web/content/no-renzis-referendum)