Le elezioni amministrative di ottobre in Italia: possibili significati di un test


Nei giorni 3 e 4 ottobre si sono tenute in Italia le elezioni amministrative in alcune città importanti (Roma, Milano, Torino, Bologna, Trieste, Napoli), in una regione del sud (Calabria) e in molti altri comuni minori, per un totale di 12.000.000 circa di cittadini chiamati alle urne. Il 17 e il 18 dello stesso mese si sono effettuati i ballottaggi, laddove previsti dalla legge elettorale.

Il risultato, al di là dei risultati quantificabili, ha già un suo possibile profilo interpretativo. Proviamo a isolarne alcuni elementi:

1. – L’astensionismo. Degli aventi diritto al voto, ne sono andati ai seggi meno della metà (al di sotto dei 6.000.000), una percentuale straordinariamente bassa, soprattutto al secondo turno, anche se in continuità con una tendenza già delineatasi negli scorsi anni. Se poi si osservano le astensioni sul territorio, si constata che esso si è verificato soprattutto nelle zone periferiche dei grandi centri e quindi tra l’elettorato con forti presenze di drop-out, più sensibile alle proprie immediate condizioni di disagio, condizioni che, nonostante le promesse dei “politici”, non si sono affatto mitigate. È lecito pensare che, dopo la fiducia accordata a M5S e alla destra populista, quegli stessi ceti “lontani dal centro” si siano rassegnati ad accettare la situazione così com’è, senza più alcuna speranza di riscatto.

2. – L’apparente liquefazione del M5S “prima maniera”. La presidenza/coordinamento di Giuseppe Conte ha di fatto istituzionalizzato e cristallizzato il moto di protesta che aveva trovato voce nel Movimento negli ultimi dieci anni; tuttavia ha altresì collocato lo stesso Movimento in una sorta di “alba di latte”, come direbbe il Poeta, in cui rare stelle brillano. Fuor di metafora, al di là di una vaga collocazione “a sinistra”, ben poco altro si sa, se non che ci sarà la fuoriuscita della parte rimasta “populista”, la cui consistenza è ancora tutta da misurare.

3. – L’arretramento sul territorio della Lega di Salvini.  I conti a destra sono iniziati da tempo. La metamorfosi della Lega Nord in Lega Nazionale non si è ancora completata e già la farfalla mostra ali deboli e sbiadite. Il Nord industriale e gli interessi soprattutto della microindustria, del piccolo commercio e dell’artigianato, restano predominanti e hanno trovato un rappresentante “governista” in Giancarlo Giorgetti, ben diverso dal Salvini dispensatore di rosari e oratore delle plebi.

4. Il progresso/recupero del PD. Il giubilo, amplificato oltre ogni limite dalla stampa mainstream, per aver “riconquistato” o “mantenuto” posizioni peraltro sue per tradizione (Bologna, Siena, Milano) e poi Roma e Torino al ballottaggio, mi pare francamente eccessivo, anche se giustificabile nell’euforia seguita a un voto inatteso, soprattutto a Roma. Il segretario del PD ha ribadito che la trionfale vittoria del suo partito rafforzerà il governo del sempre più potente e isolato Draghi, simile ormai a un Podestà dell’epoca comunale, chiamato da riottosi cittadini a sedare i tumulti delle fazioni.

Siamo proprio sicuri che l’arretramento della Lega non provocherà invece qualche sensibile trasalimento all’interno dell’ibrida coalizione del governo attuale? Una volta diluitosi il collante Covid – che si tenta di mantenere vivo con terze e – perché no – quarte dosi di vaccino, “fino al raggiungimento dell’immortalità”, come è stato scritto con feroce sarcasmo sui muri di Roma, i problemi di gestione dell’economia e dell’abnorme debito pubblico, accresciutosi soprattutto in questi due ultimi anni, emergeranno necessariamente in primo piano. Sarà in grado il Draghi che sprezza la “politique politicienne” di mantenere la barca sulla giusta rotta? E se andrà a Quirinale, che ne sarà del governo arcobaleno che attualmente guida? Farà la fine del camaleonte entrato per sbaglio nella scatola dei colori?  Si tratta di interrogativi nazionali, che tuttavia si inseriscono coerentemente in una cornice internazionale, ed europea in particolare, non meno incerta, dove la scomparsa politica di Angela Merkel, la “Grande Timoniera” di questi ultimi tre lustri, potrebbe innescare forti elementi di instabilità nel governo della UE e nella sua proiezione all’esterno. Andiamoci piano, dunque, con i festeggiamenti.

Ma a preoccupare maggiormente resta il punto 1. Come leggere il malessere del diffuso non voto, che si muove “nell’ombra e nel silenzio”? Come interpretarlo politicamente in senso alto? Possiamo accontentarci dell’unico surrogato politico dei movimenti collegati al Climate Change, concetto dai contorni indefiniti, terreno di pascolo per una gioventù alla ricerca di valori prête a porter, in cui il Bene sta tutto da una parte e il Male dall’altra?

A sistema istituzionale invariato, ci dovrebbe essere un’unica risposta: la ricostruzione nella società di quei “corpi intermedi” capaci di filtrare, digerire ed elaborare, fino a farne un progetto, le spinte, le contraddizioni e le alternative che giungono dal basso come mere manifestazioni del malessere individuale o di gruppi, corpi intermedi capaci cioè di rendere conto della complessità dei problemi. Per dirla in una parola: la ricostruzione dei partiti, in mancanza della quale, siamo poi certi che la democrazia parlamentare rappresentativa così come è nata e l’abbiamo conosciuta fino ad ora, resti un modello politico vitale? La sua evanescenza è sotto gli occhi di tutti e tutti, più o meno, si stanno rendendo conto della sostanziale non rappresentatività dell’odierno Parlamento (vedi la cosiddetta ormai patologica “transumanza” dei parlamentari da un gruppo a un altro) e di conseguenza dell’inutilità di andare a votare.

La supremazia assoluta dell’individuo e delle sue cosiddette “libertà inviolabili”, che si riflette in una crescente atomizzazione del corpo sociale e nella nascita dei partiti personali, è certo in armonia con l’attuale modello di sviluppo globale, che subordina l’interesse generale – e di conseguenza la politica – a quello delle forze economiche produttive (vedi la permanente centralità del PIL). Tuttavia essa lascia senza volto e rappresentanza vaste plaghe della società, dove possono incubare malattie gravi, in primis il totalitarismo, la Führers Lehre, la Dottrina del Capo, che già nel ‘900 ha prodotto i suoi frutti avvelenati.

La storia non si ripete mai e se lo fa è sotto la forma della farsa, ha detto qualcuno. Un farsa comunque sempre potenzialmente tragica.

Osip Mandel’štam, Il programma del pane. Come lievita la poesia, a cura di Lia Tosi, Jouvance, 2021


Mi permetto di segnalare un recentissimo volume curato dall’amica Lia Tosi.

Dalla scheda di descrizione del libro sul sito della Casa Editrice:

La parola poetica come lievito per produrre una società armonica e materna, in un universo che emetta calore come un focolare domestico. Tramite la metafora del pane che si sviluppa nei testi presenti in questo volume, Mandel’štam viene a definirsi poeta-lievito che ammansisce la storia provando a curarne i lineamenti più brutali, figliastro che tenta di addolcire anche la fisionomia del terribile padre (Ode a Stalin), ma con la simultanea consapevolezza di essere condannato a finire tra gli altri nel macinato, nel pastone-materia muta.
All’altro polo del pastone la materia parlante, la “materia poetica”, tutt’uno con l’entità organica del poeta, attività fisiologica o spazio psicologico in cui lievitano i sensi, ombre delle parole, parole ancora incorporee prima della loro incarnazione.
L’attenzione rivolta da Mandel’štam al lievitare del linguaggio poetico al proprio interno è tanto singolare e acuta da indurre l’amico e psicologo Lev Vygotskij a fare di un verso mandel’štamiano la sua stella polare per le ricerche sull’origine e sullo sviluppo del linguaggio.

 Osip Mandel’štam (Varsavia 1891 – Vladivostok 1938), poeta e saggista russo, vittima della repressione staliniana, è stato uno dei più grandi poeti del XX secolo. 

Marco CAMERINI, Elementi di retorica e di stilistica – con saggi di analisi testuale, III edizione, Roma, 2021, pp. 161.


Il motto posto in esergo, lo splendido aforisma montaliano “Nessuno scriverebbe versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire”, parrebbe in contraddizione con lo scopo di questo bel libro, che dovrebbe essere appunto quello di analizzare e classificare le forme e le figure del linguaggio poetico “per renderlo comprensibile”.

Si tratta tuttavia di una contraddizione apparente, che illumina una zona spesso oscurata, soprattutto a scuola, dall’equivoco generato da quella manualistica “positiva”, secondo la quale la grammatica “spiega” l’espressione linguistica senza residui, consentendo a chi la apprende correttamente di impadronirsene.

Naturalmente non è così. Il testo di Camerini però non predica, secondo un crocianesimo superficiale ancora assai diffuso, il “lirismo puro”, la poetica dell’indistinto, dell’ineffabile, quasi che la voce del Poeta giunga da un iperuranio a-linguistico, che si afferra solo per corrispondenza di amorosi sensi, per affinità innate e, sostanzialmente, incomunicabili (il Poeta invasato, nel senso letterale di “vaso” riempito di sostanza divina).

Quel motto iniziale acquista pregnanza se, come fa l’Autore, lo si colloca all’interno della poetica montaliana del “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, della poesia come “scarto” dalla normalità denotativa.

E per misurare lo scarto è necessario comprendere bene i meccanismi espressivi, la loro struttura, la loro storia nel cammino evolutivo del linguaggio. Poiché, come dice Charles Baudelaire, “le grand homme n’est jamais un aérolithe”.

Intessendo l’utile tradizionale “nomenclatura” delle principali figure semantiche, sintattiche e fonetiche con esempi immediati tratti dalla lingua dei poeti – e dei più grandi, Pascoli, Montale, Ungaretti, Rebora, Merini, Pecora – l’originale testo di Camerini rende visibile quello scarto, quel plus che apre al significato poetico, non come portato di una “divina ispirazione”, ma come misura “di ciò che è non più e di ciò che non è ancora”, per dirla con Giovanni Pascoli.

In tale prospettiva, il lavoro degli insegnanti a scuola, che corre spesso il rischio, per parafrasare Friedrich Nietzsche, “di impagliare quello che adorano” dovrebbe essere quello di far comprendere che, accostandosi a un testo poetico, ci si accinge a un viaggio, molto lungo, destinato spesso a durare per un’intera vita, che non trova le sue ragioni in una mèta prevista fin dall’inizio (collocare i poeti in maneggevoli caselle prefigurate: romantico, realista, ermetico, decadentista e così via classificando), bensì nel viaggio stesso, nel – per fortuna –inesauribile cammino di scoperta di un territorio che ci appare delimitato da un orizzonte che non si raggiungerà mai.

Un viaggio non facile, per il quale è necessario dotarsi di un equipaggiamento conveniente. Di tale equipaggiamento il libro di Marco Camerini, che “intende conciliare tecnica e umanità”, come dicono Emerico e Noemi Giachery al termine della loro prefazione, offre uno strumentario di assoluto valore didattico e formativo.

In esso ritroviamo testi poetici poco conosciuti o ben poco presenti nei manuali scolastici, ma di grande pregnanza, come, ad esempio, “In ritardo” di Giovanni Pascoli, o come la lirica tratta dalla tarda raccolta montaliana “Quaderno di quattro anni”, che, a parere di chi scrive, raggiunge il vertice “desertificato” della poesia di Montale, ormai ridotta a poco più di un prosimetro e che offre all’Autore l’occasione per un’originalissima riflessione sull’atto di voltarsi indietro, come sottolinea Giorgio Bàrberi Squarotti nel suo breve e lusinghiero commento iniziale.

 E poi ancora Clemente Rebora, Alda Merini ed Elio Pecora, personalità affatto diverse tra loro e accomunate attorno al tema del Natale, in un afflato interpretativo che coniuga la sapienza tecnica di chi analizza i testi con una sincera e a tratti struggente partecipazione.

Non bisogna dunque lasciarsi ingannare dal titolo, che echeggia – forse in modo volutamente antifrastico –  la tradizionale manualistica di stampo ottocentesco. Il libro è nuovo nell’impostazione e nei contenuti e può diventare uno strumento davvero utile per l’insegnante e la sua classe.

Mario FIERLI, La tecnica fra utopie e distopie – percorsi attraverso il tempo. Da Bacone alla fantascienza, Edizioni ETS, Pisa 2021, pp. 121


[with english version]

Il nuovo bel libro di Mario Fierli si legge con grande leggerezza e divertimento. Tanto per essere chiari, sono lodi, non critiche.

L’argomento potrebbe indurre a trattazioni seriose, accademiche, capaci di produrre più tomi, visto anche l’arco di tempo in cui si svolge. Qui invece siamo di fronte a “sciabolate” (tre, per la precisione) che tagliano le epoche con lame ben affilate, che tracciano itinerari insoliti e, per chi scrive, anche inattesi. Uno su tutti quello che insegue Jules Verne nella sua dimensione distopica, da me mai neppure ipotizzata fin da quando, poco più che bambino, leggevo con grande passione e tranquillizzante ottimismo i suoi romanzi “positivi”, che mi parlavano di nuove scoperte scientifiche e di fede del progresso.

A dipanare uno dei fili rossi della narrazione è il ruolo della tecnica, definire la quale era già un’impresa non facile al tempo dei greci[1]. Techne significa “arte, mestiere”, che si differenza dalla poiesis, “creazione assoluta, ex nihilo” e ha in sé la necessità di disporre di materiale preesistente, che poi andrà intessuto (tek, radice indoeuropea di “tessere”) a seconda delle necessità del momento. La traduzione latina di techne con “ars” – con i relativi equivoci interpretativi – ebbe la meglio per tutto il Medioevo. Di tecnical come aggettivo si parla per la prima volta in Inghilterra, nell’ambito del nascente empirismo del XVII secolo, ma ancora l’Encyclopédie di D’Alembert e Diderot (1764), parla di sciences, arts e métiers.  In italiano, il sostantivo “tecnica” si fa risalire addirittura solo alla fine del XIX secolo.

L’altro filo è quello della utopia/distopia, “luogo inesistente o benigno”, a seconda delle interpretazioni che si danno della u- (“ou”, “non” o “eu”, “buono”) il primo, “luogo cattivo”, il secondo. Rintracciare nella storia dell’Occidente europeo questo duplice concetto si rivela quantomai appassionante e Mario Fierli ci guida alla riscoperta di testi più o meno noti, illuminandoli da questa prospettiva insolita e molto feconda.

I due fili poi si intrecciano tra loro, in quanto la tecnica appare l’elemento generatore principale delle utopie e, più frequentemente, delle distopie. Su questo specchio l’Autore fa riflettere il volto di tanti grandi pensatori, da Socrate a Virgilio, da Bacone a Galileo, fino alle filosofie otto-novecentesche. L’immagine che se ne ottiene è, e non poteva essere altrimenti, densa di contraddizioni, di avanzamenti e precipitose retromarce, talvolta vissute anche all’interno della medesima persona, che contribuiscono a rafforzare l’idea per cui è nella tensione tra poli opposti che vive il pensiero, non nell’asserito raggiungimento di certezze, utopiche o distopiche che siano.

Nell’ultima parte del libro (il terzo percorso), la più ardua per chi, come me, non è in possesso di adeguate competenze tecnico-scientifiche, è il pensiero contemporaneo che fa i conti con lo straordinario progresso tecnologico del ‘900. Un progresso che sicuramente atterrisce i più e genera distopie in misura maggiore che non utopie.

Qui letteratura, scienza e fantascienza (nel senso di Asimov, un altro autore, a me “verniano utopista”, assai caro), cibernetica, informatica, IA mescolano le loro storie per darci un quadro che, nel complesso, è più oscuro e che luminoso, prevalendo, anche a detta dell’Autore, la distopia sull’utopia, giudicata “più noiosa” dal punto di vista letterario.

Il ruolo satanico attribuito alle tecniche (opportuno l’inserimento nel testo dell’” Inno a Satana” di Carducci) perdura ancora oggi e, a tratti, sembra decisamente prevalere, assieme a un senso di inquietudine per un futuro che – come peraltro è sempre stato – non si può prevedere e di fronte al quale gli strumenti della razionalità e della “curiosità” paiono venir meno.

Gli apocalittici stanno vincendo, il ripiegamento verso ideali (utopici? Distopici?) di una Natura ipostatizzata come buona, lontana da ogni artificio (come se la “natura” non fosse il più grande laboratorio fisico-chimico esistente!) hanno fatto breccia nelle scuole e nel mainstream.

La lettura del libro di Mario Fierli potrebbe essere un ottimo antidoto per riattivare il pensiero critico, antidogmatico, in cui la tecnica riacquista, senza demonizzazioni, il ruolo che le compete nella formazione dell’uomo di domani.


[1] Leggendo il testo mi è tornato alla mente il XVIII libro dell’Iliade, dove Efesto accoglie Teti, venuta nella sua officina per fargli fabbricare un nuovo scudo per il figlio Achille, con dei veri e propri automi: “venti tripodi in una sola volta faceva […] ruote d’oro collocava sotto ciascun sostegno, perché da soli entrassero nell’assemblea divina, poi tornassero a casa, miracolo a vedersi.” E più avanti (v. 418 e ss.): “… schiave d’oro simili in tutto a giovani in carne e ossa sorreggevano il loro signore; nel petto hanno senno e voce e forza e sanno lavorare per dono degli dei immortali.”

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 One reads the new Mario Fierli’s very interesting book with pleasure and lightness. To be safe, we are talking of praises, not of disapprovals.

As the timeframe is large, the argument could inspire academic (and stuffy) dissertations, through few volumes. Here, actually, we see “three blows of the sabre”, that cut keenly various epochs and trace unusual and unexpected paths. E.g., we observe Jules Verne in his dystopical version, far less known than his utopical and “positive” views, which, when I was little more than a child, introduced me to the scientific thought and to an optimistic vision of the future.

One of the common thread is the role of the Technique. Not easy to define, since the classical era. “Techne” means “art, craft”, quite different from “Poiesis”, “creation ex nihilo” and needs to have a pre-existing stuff, that one should weave (“Tek” is the Indo-European root for “weave”, “texture”).

During the medieval age, the Latin translation of “techne” with “ars” got the better and we find “technical” as adjective for the first time in England, in XVII century; but the “Encyclopédie” of D’Alembert and Diderot speaks always of “sciences, arts et métiers”. In Italian, the word “technical” goes back only to the end of XIX century.

The second thread is that of Utopia/Dystopia (the first term could be understood as “No-where” or “Good-where”, the second one as “Ugly-where”).

Mario Fierli guides us to discover this dual concept in the western cultural history, through pages more or less known of famous authors, upon which we can throw a new light.

The two threads intertwine, as techniques seem to be the first generative element of Utopies/Dystopies – more frequent the second ones.

In this way, we have a mirror in which we can see the face of many important thinkers, from Socrates to Vergil, from Bacon to Galileo, up to ninetieth/twentieth-century philosophy.

As foreseeable, we obtain a picture with many contradictions, progresses and reverses, sometimes within the same person; this picture strengthens the idea that the thought can live only in a tension between the opposite poles, not in a status of so-called established truths, either utopic or dystopic.

In the final section of the book (the third path), the most difficult for those – like me- who have not a strengthened scientific and technical culture, is the contemporary thought, that deals with the extraordinary technological improvements of XX century.  Improvements that, for sure, scare most people and produce more Dystopies than Utopies.

Here literature, science, science-fiction (we speak of Asimov, another beloved writer, for a “vernian utopist” as I am), cybernetic, computer science, AI, merge together and give us a picture that is darker than bright, as – the Author says – from the literary point of view, Utopia bores more than Dystopia.

The satanic role that is bestowed to the techniques (very clever the insertion of Carducci’s “Inno a Satana”) endures today too, and , in some cases, seems to prevail, together with a feeling of incertitude towards a future that, – as usual – nobody can foresee; and when we face it, our tools as “curiosity” and “rationality” seem to faint.

The Apocalypticals get the better, the withdrawal towards the Idea (Utopical? Dystopical?) of a Nature seen as good, free from artifices (as if the Nature were not the biggest living physical-chemical laboratory!) breaks through into the schools and into the so-called “Mainstream”.

The book of Mario Fierli could provide a useful antidote to reactivate the critical non-dogmatic thought, where the technique, without demonization, regains the role that belongs to it, with the aim of making the people of tomorrow.      

“Canaglie” e “Gente dabbene”


(“ROGUE” AND “DECENT PEOPLE”). Pubblicato anche su http://www.insightweb.it/web/ di marzo

Guglielmo d’Orange, detto il Taciturno

Mi fa un certo effetto sentir dire un po’ dappertutto, senza che questo susciti particolari reazioni, che Mario Draghi il Taciturno ha formato il suo governo “lontano dalle interferenze dei partiti”, che “la politica non è riuscita a offrire una soluzione ai problemi del Paese”, che i politici sono quasi per loro stessa natura “incompetenti”, un mero fardello necessariamente deposto sulle spalle “di chi sa”, solo perché in Parlamento (purtroppo?) bisogna pure andare per far approvare le leggi.

La politica come “impiccio”, insomma.

Il rapporto conflittuale tra competenze e politica, tra competenze e democrazia, ha radici molto antiche. In un anonimo pamphlet in forma dialogica, giuntoci tra le carte del greco ateniese Senofonte (V-IV secolo a.C.) con il titolo di Athenaion Politeia, ma forse attribuibile all’anti-democratico Crizia, due interlocutori discutono della situazione dell’Atene democratica probabilmente durante i primi anni della Guerra del Peloponneso (429 – 424 a.C.), quando Pericle, grande “tecnico della politica”, era già morto.

Si tratta di due aristocratici, profondamente avversi al governo democratico, di cui però tentano di spiegare le ragioni del successo. Il più intelligente dei due interlocutori le individua proprio in quello che sembrerebbe essere un suo grave difetto: quello cioè che consente “alla canaglia di star meglio della gente dabbene” – οἱ χρηστοί, qualcuno tradurrebbe oggi “i migliori”, “i competenti”.

La dittatura del numero (traducibile anche con il termine “democrazia”) ignora di necessità le competenze settoriali, postulando una parità assoluta tra tutti i cittadini, di qualunque ceto e grado di istruzione. Dunque nulla di che stupirsi se in democrazia è alla “canaglia” che si lasciano ampi spazi di governo, visto che “è il popolo che fa muovere le navi“. Quella canaglia che è composta in buona sostanza dai rematori, dai lavoratori più umili, poveri e diseredati, spinti dalla loro stessa condizione “all’ignominia e alla rozzezza”. Costoro, secondo l’aristocratico, non dovrebbero neppure essere ammessi a parlare in assemblea, dove, “se parlasse solo la gente dabbene, gioverebbe ai propri simili, non al popolo. Ora invece può alzarsi a parlare qualunque mascalzone per difendere i propri interessi.”

Malgoverno ontologicamente tale, dunque, quello democratico. “Certo, se cerchi il Buongoverno è tutt’altra cosa: vedrai i più capaci – οἱ χρηστοί – imporre le leggi e la gente dabbene la farà pagare alla canaglia e sarà la gente dabbene a prendere le decisioni politiche e non consentirà che degli sconsiderati siedano in Consiglio o prendano la parola in Assemblea. Così, in poco tempo […], il popolo – ὁ δῆμος – cadrebbe in schiavitù.

Non sono in pochi oggi “i competenti” che ritengono l’attuale Parlamento l’espressione “democratica” di una maggioranza di “sconsiderati”. Tuttavia bisognerebbe anche ricordare che, come lucidamente ci spiega l’antico aristocratico ateniese, la democrazia non è un astratto e universale sistema di governo, il luminoso punto di arrivo della storia, addirittura “esportabile” – con le tragiche conseguenze che abbiamo patito in Medio Oriente negli ultimi tre lustri e di cui la stessa storia greca ci fornisce un celebre esempio, narratoci da Tucidide, con il brutale e “democratico” annientamento della riottosa Melos da parte di Atene – ma una modalità affatto “storica” di esercizio del potere da parte di una classe o di un gruppo sociale ben preciso. In questo quadro i “competenti”, la “gente dabbene”, i “migliori” non sono super partes, indiscussi rappresentanti del Bene, ma anch’essi un partito che difende gli interessi di qualcuno.

Come ho già detto nella mia precedente riflessione (“Competenze e Madonne pellegrine”), oggi si tende invece a presentare la competenza come una qualità assoluta, sciolta da correlazioni con il suo intorno, laddove invece essa si qualifica solo in funzione del raggiungimento di un obiettivo.

Senza una scelta politica, un orizzonte ideologico di riferimento, sbandierare il vessillo della “competenza” può essere molto pericoloso. Adolf Eichmann era un funzionario statale serio, ligio al dovere, capace di razionalizzare i processi produttivi, di far risparmiare l’amministrazione pubblica: un “competente”, dunque.  

Il fatto è che nel nostro mondo è egemone da oltre un trentennio quella che un tempo si sarebbe definita “falsa coscienza”, che ha fatto sbiadire nel senso comune l’interpretazione storica dei fenomeni politici e culturali, assolutizzandoli moralisticamente in termini di Male/Bene, a tutto vantaggio di chi esercita il potere effettivo. Si potrebbe dire, a distanza di secoli, che l’acuto rappresentante dell’aristocrazia ateniese ha avuto la meglio: svilito il Parlamento a luogo di vuote chiacchiere, in quanto casa della “canaglia”, demonizzato ogni controllo burocratico da parte dello Stato, visto come mero ostacolo al pieno dispiegamento delle libertà individuali, la politica ha finito per identificarsi tout court con la “buona amministrazione” – che è sempre fatalmente “buona” solo per alcuni.

Quest’anno Michail Gorbaciov compie novant’anni. Svanita la sua utopia, l’ultima grande che l’Europa ha conosciuto, di un continente unificato dall’Atlantico agli Urali su basi politiche democratiche (chi ricorda ancora la Glasnost e la Perestrojka?), il governo della complessità ha ceduto il passo all’idolatria dell’individualismo radicale, all’egemonia degli “spiriti animali”, foriera di grandi sviluppi, certo, ma anche di spaventose diseguaglianze, di un concentramento mai visto della ricchezza globale, di uno sfruttamento senza freni delle risorse naturali del globo.

Questa è ormai la cornice ineludibile e inamovibile in cui vivono le nostre comunità, frantumate, atomizzate, clientelizzate. Ed è consequenziale che, all’interno di tale cornice, dove alcune grandi multinazionali hanno bilanci superiori a quelli di numerosi Stati, si invochino al governo “i competenti”, gli specialisti, i tecnici, che quella cornice si guardano bene dal mettere in discussione.

A questo punto, dovremmo chiederci se non si possa fare tranquillamente a meno dei ludi democratici, che qualcuno si ostina ancora a chiamare “elezioni”.

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It rather hurts me to hear, everywhere and without reactions, that Mario Draghi, the Taciturn, has built up his government team “far from the interferences of the parties”, that “politics had not succeed in solving the problems of the Country”, that “politicians are, by their very nature, incompetent”, a mere burden over the shoulders of those “who knows”, only because (unfortunately?) one must go in Parliament to get passed the laws.

  As a matter of fact, politics as nuisance.

The conflicting relationship between competences and politics, between competences and democracy is very ancient.  In an anonymous short dialogue, come down to us with the papers of the Athenian Xenophon (V-IV centuries b.C.), but possibly  due to Critias, a fierce opponent of democracy, two speakers talk about the situation of democratic ruled Athens, possibly during the first years of Peloponnesian War (429 – 424 b.C.), when Pericles, the big “technician of politics”, was already dead.

  The two aristocrats, deeply hostile to the democratic government, try to understand the reasons why democracy has won. The smartest one identifies them in what could seem a serious weakness: democracy allows “the rogue gets better than decent people” – οἱ χρηστοί, someone could translate today “the best ones”.

The dictatorship of the number, (one could translate it as “democracy”) ignores, of course, the sectoral skills, assuming a total equality among citizens, no matter their social class or level of education.  No wonder if, in a democratic regime, the “rogue” has wide possibilities to make her voice heard in the government. “It is the people that get the ship moving”. That rogue was basically set up by oarsmen, humblest workers, poors and underdogs, who were pushed “towards shame and roughness” from their very conditions.  They could not even be admitted to speak in the Assembly, where, “if only decent people could speak, it would be better for them and not for populace. Nowadays it is allowed that every scoundrel speaks to defend his own interests.”

Therefore, democracy is ontologically a bad government.  “That’s sure, if you are looking for a good governance, you’ll find it in the opposite direction: there you could see the most capable – οἱ χρηστοί – imposing their laws and the decent people will get back at the rogue and will take the political decisions and will forbid that some reckless individuals sit in Council or speak in Assembly. In this way, in a short time […], the populace – ὁ δῆμος – will slip into slavery.

Today, many “competent” people think that the existing Parliament expresses a democratic majority of “reckless individuals”. But we also ought to remember that, as so keenly explains the ancient aristocrat, democracy is not an abstract and universal system of government, the enlightened end-point of the History, that one could even export – we already suffered the consequences of this mind in the Middle East, in the last fifteen years; moreover, the same greek ancient history give us a famous specimen of it, as Thucydides reports, i.e. the brutal, “democratic” annihilation of rebellious Melos by Athens – but a thoroughly historic form to exercise the power by a well-defined social class or group.

In this framework, “competent”, “decent people”, “the best citizens” are not “super partes“, undisputed representatives of the Goodness, but only a party that defends the interests of someone.

As I already told here (see “Competenze e Madonne pellegrine”), today the trend is to present competence as an absolute quality, without connections with the actual situation; on the contrary, competence is only a function to reach a target.

Outside of any political choice, without an ideological horizon, to flaunt the pennant of competence could be very dangerous. Adolf Eichmann was a zealous employee, dutiful, able to do the best for the Administration, to save public money: in short, “a competent”.

The point is that in our world, from more than thirty years, dominates what one could define “a false consciousness”. Because of it, in the popular opinion the historical interpretation of political and cultural phenomena is faded away, prevailing the absolute and moralistic dualism Good/Evil. That is an advantage for those who has the actual power. One could also say that, after many century, the clever Athenian aristocrat has won: the Parliament is now demeaned as a place of void chatter, the very house of the “rogue”, while the bureaucracy  – and the necessary review of legality –  is demonized as a mere hurdle across the straight path towards the individual realization of personal liberties. In this way, politics end up to immediately identify itself with the so-called “good administration” – that it is always and inevitably “good” only for few people.

This year, Mikhail Gorbaciov is ninety. His grand utopic thought, the last that Europe has known, a unified continent from Ural to the Atlantic shores, in peace and democracy (who still remember Glasnost and Perestrojka?) through the government of complexity, has given way to the idolatry of the radical individualism, to the hegemony of the “animal spirits”, that, together with unquestionable developments, has brought terrific inequalities, a huge concentration of wealth never seen before, a unbounded exploitation of natural resources of our Earth.

This is now the unavoidable framework inside which our crushed, atomized, and “customized” communities live. Therefore, within that framework, where some big global companies have balances higher than those of several States, specialists, technicians, “competent people” are called for ruling.  

At this point, we ought to ask us if we can get rid of the”ludi democratici” that someone insists to define “elections”.

Competenze e Madonne Pellegrine



[pubblicato anche su http://www.insightweb.it/web/content/la-politica-della-crisi-tra-conoscenza-e-competenza%5D

Competenza. Parola molto ricorrente in questi tempi, sbandierata talvolta senza neppure conoscerne appieno il significato, che non è univoco come si pensa.
Spesso contrapposta alla politica, considerata pasticciona, inadeguata, insipiente, la competenza (e i competenti) sono visti come la soluzione a tutti i problemi. “Affidiamoci ai competenti!” è il grido che si leva da cori di benpensanti. Già. Ma di quale competenza – o meglio competenze – si parla?
Il vocabolo ha origini latine. Cum-petere ha il senso originario di “dirigersi assieme” verso un obiettivo e quindi concorrere al suo raggiungimento. Parola squisitamente politica, dunque, cioè a dire legata al contesto, alla capacità di cogliere il kairòs, il momento opportuno, per dirla alla greca, al fine di ottenere la vittoria in una gara (competizione). Il significato di “competenza” si è poi ampliato, fino a indicare il convergere di diritti e di doveri su una persona o su una carica (la competenza giuridica) in un ambito d’azione ben preciso.
Competence in ambito anglosassone indica il “possesso di un adeguato ammontare di capacità e di abilità per affrontare con successo la realtà in cui ci si trova”. Il francese (come l’italiano) ha demandato il primo significato del termine latino (quello relativo al gareggiare) al vocabolo “Compétition”, mentre con “Compétence” intende la correlazione tra conoscenze e azioni da compiere, cioè a dire l’attitudine, la capacità a portare a termine i compiti che ci si è dati. Anche in tedesco il termine “Kompetenz” è sempre usato in contesti applicativi nei diversi ambiti disciplinari (Fachkompetenz), laddove cioè le conoscenze vengono applicate per raggiungere un risultato.
Da quanto detto appare evidente che la competenza non è una dote a se stante, come l’altezza o il colore degli occhi di una persona, né va confusa con la conoscenza, cioè a dire il patrimonio di dati in nostro possesso a monte di una loro possibile applicazione.
Da tale non assolutezza della competenza deriva il suo carattere squisitamente politico, contestuale, fatto di scelte e di decisioni, sempre in vista del raggiungimento di una meta. Dire di una persona che è “competente” non ha alcun significato se quella persona non è inserita in un insieme di relazioni e problemi da spiegare o risolvere.
Solo il “sacro” non ha bisogno di essere competente. Esso rappresenta l’Assoluto, la Verità, la Via. Su un orizzonte metafisico, metapolitico, l’invocazione a un entità astratta, che peraltro è per ciò stesso radicalmente “incompetente”, ha un senso preciso e coerente. “Siamo nelle mani di Dio”, si dice quando tutto ciò che è in terra ci sembra ormai vano.
Invocare però, in un contesto storico e politico ben preciso e con il medesimo spirito, l’intervento di un quid tertium altrettanto assoluto, di una sorta di San Competente, significa da un lato dar prova di cattiva coscienza e dall’altro far mostra di una profonda sfiducia nella polis e nelle sue istituzioni.
Nello scoramento generale di un momento, il pellegrinaggio per impetrare la grazia di un Santo è pratica antica e – forse – neppure del tutto priva di risultati. Nascondersi però, in buona o mala fede, dietro il Santo per perseguire i propri interessi a dispetto della polis – o quantomeno delle sue istituzioni e deliberazioni politiche – è tutt’altra cosa.
Se dunque, come abbiamo visto, la “competenza” come qualità assoluta non esiste, ma si attua solo nel momento della competizione per raggiungere l’obiettivo, San Competente (al secolo Mario Draghi), qualora diventasse a pieno titolo presidente del consiglio, dovrà necessariamente operare delle scelte “competenti”, cioè a dire commisurate al momento e ai propri obiettivi. Scelte che saranno affatto politiche e quindi non assolute per il solo fatto di essere decise da un “competente”.
Per dirla con un esempio di attualità. Nella disputa della Coppa America di vela gli equipaggi sono di sicuro molto competenti, in quanto in grado di applicare al meglio le loro conoscenze della navigazione per il raggiungimento di un traguardo. Le rotte però sono molteplici, per cui sarà necessario di volta in volta fare delle scelte. Vincerà chi avrà scelto la rotta migliore in quel momento e in quel giorno.
Staremo a vedere la strada che seguirà il presidente Draghi. Da quanto possiamo inferire dal suo passato (ricordiamo che, oltre ad essere stato a capo della BCE, ha fatto parte dei “Goldman & Sachs Boys”, molti dei quali passati a ricoprire importantissime cariche di governo in tutto l’occidente industrializzato) il suo cum-petere dovrebbe muoversi su una rotta neo-liberista verso un traguardo neo-liberista. Nulla di male. Solo bisognerebbe evitare le processioni e gli omaggi che un tempo si tributavano alle Madonne Pellegrine.

L’assalto al Campidoglio di Washington: una breve riflessione


Robert W. Weir, L’imbarco dei Pellegrini , 1857, Brooklyn, Museum of New York

La discussa affermazione di Fukuyama sulla “fine della Storia” all’indomani della Caduta del Muro, ormai una generazione fa, se spogliata di ogni accento innodico e ottimistico ha un suo indubbio significato. Solo che non è la “Storia” a essere finita, ma la “Visione storica del mondo” a essere stata messa in crisi.

La vittoria dell’Occidente liberale e democratico sull’Oriente socialista (mettiamola così per semplificare) ha segnato non già e non solo una tappa decisiva sulla via del Progresso, concepito linearmente rivolto al futuro in quanto affermazione definitiva e senza confini di una democrazia ipostatizzata come eterna (tanto da poter essere esportata tel quel, con le conseguenze che si sono viste) e delle sacralizzate libertà individuali, bensì la crisi dello stesso sistema vittorioso.

Né poteva, in prospettiva, essere diversamente: simul stabunt, simul cadent, verrebbe da dire.

Eppure nel senso comune, alimentato da una informazione, cartacea e televisiva, sempre più asfittica e dipendente dai potentati economici e inselvatichito dalla coltivata e protetta anarchia dei cosiddetti “social”, quell’idea a-storica e semplicistica di “Progresso” si è rivelata di gran lunga dominante.

Di qui una lettura spesso “virtuistica” degli accadimenti, valutati – naturalmente coram populo –  sempre e solo nel segno del “bene” e del “male” assoluti (ricordate l’axis of Evil di Bush?). E “assoluto” non vuol dire altro che “sciolto da ogni legame”, prelevabile da un posto e collocabile in un altro, in quanto portatore in sé delle ragioni della propria esistenza, a prescindere dalle radici che lo hanno generato.

Questa visione, che si potrebbe definire “radicale”, “universalistica”, genera un diffuso pensiero debole, incapace cioè di cogliere la necessaria complessità delle cose e del mondo, un’estrema semplificazione nei giudizi e nelle valutazioni.

Né è necessario pensare a congiure universali dei cosiddetti “poteri forti” per spiegare questi esiti: essi sono il naturale prodotto del potere dominante esercitato dall’economia di mercato che, oltre ai suoi indubbi meriti nell’alimentare lo sviluppo tecnologico e materiale dell’umanità, ha intrinseco nella sua natura l’effetto di accrescere enormemente le diseguaglianze tra gli individui, di atomizzarli, di approfondire la loro solitudine e la loro incapacità di cogliere i nessi – e quindi il senso – delle cose.

L’insufficienza di questi modelli interpretativi la si è vista in queste ore dinnanzi al drammatico assalto al Campidoglio di Washington da parte dei sostenitori di Trump. L’evento è stato subito paragonato, a prescindere delle diverse condizioni storiche, all’assalto alla Moneda di Allende, alle Cortes spagnole da parte di Tejero e così via seguitando (non mi risulta ancora che sia stato scomodato il Palazzo d’Inverno) e rubricato tout-court come un crimine contro la Democrazia, un vulnus recato alla Civiltà, un drammatico attacco del Male contro il Bene.

Su Trump sono piovuti insulti, contumelie di ogni genere, richieste di incriminazione, quasi che Trump sia davvero e solo il Diavolo che ha tentato di rovesciare il Regno di Dio. Nessuno ha osato tentare di capire perché decine di migliaia di persone (non un gruppo di teppisti) si siano radunate sulle “sacre” scalinate del Campidoglio americano, perché settanta milioni di elettori abbiano comunque votato Trump.

Troppo difficile. Trump è il Male, Biden è il Bene, noi siamo dalla parte del Bene. Dunque? Perché affaticarsi a capire storicamente gli avvenimenti? Al mainstream dei ceti urbani medio e alto-borghesi, guidato dal “New York Times”, e che echeggia anche nelle corrispondenti classi sociali europee, va bene così. L’idolo del Male è stato abbattuto e ora di fronte a noi si stendono le praterie sconfinate della Felicità, della Bontà, della Giustizia.

Tuttavia mi permetto di osservare che si tratta di una visione di assai corto respiro, anche dal punto di vista della mera propaganda, e destinata a durare non per molto. Le crisi si succederanno a scadenza sempre più ravvicinata e altre saranno le scalinate che i poveri e gli emarginati assalteranno. Del resto, l’immagine stessa di Joe Biden, divenuto, malgré lui, l’idolo dei “democratici” e dei benpensanti di tutto l’Occidente, sta lì a dimostrarlo: un quasi ottuagenario, dalla voce flebile, che cammina a passi incerti, più simile a Romolo Augustolo che a Costantino, tanto per restare nel tardo Impero.

È tempo invece di riattivare le capacità profetiche, ovvero le capacità di leggere il futuro nel presente, di cogliere i segni per poter agire di conseguenza.

Non è con il moralismo e l’affermazione astratta di valori universali che si ridarà alla Politica l’egemonia che le spetta e che ha il dovere di esercitare, ma con l’esercizio costante dell’historìa, cioè a dire della “ricerca scientifica delle cause” che, nella storia e solo in essa, generano di continuo il nostro mondo.

Qui potrete costruire i vostri ricordi


Case prefabbricate - Latina - Canada House & Gardens Srl

“Qui potrete costruire i vostri ricordi”. Una frase ripetuta più volte dai “simpatici” agenti che, nella deep America ignota alle elites newyorkesi e californiane, vendono e ristrutturano case. Case di quelle che abbiamo imparato a conoscere dalle serie televisive statunitensi: indipendenti, con garage e green anteriore, cortile posteriore, se del caso con piscina e, questo sempre, un luogo dove accendere il barbecue. Le casette che disegnano i bambini alle elementari, insomma, con il tetto a spioventi, la cassetta delle lettere sulla strada, gli abbaini.

Dove accade tutto ciò? In alcune trasmissioni televisive che i critici emunctae naris definirebbero trash (Real-time, ad esempio), doppiate in italiano e a noi proposte, nonostante l’apparente, radicale distanza culturale che ce ne separa.

Di solito i venditori fanno visitare ai loro potenziali acquirenti tre case diverse, ma non lontane dai loro desiderata, dinnanzi alle quali, immancabilmente, le stesse coppie felici non fanno che urlacchiare “Adoro!”, “Oh mio Dio!” “Non è possibile!” e così via stupefacendosi.

Le dimensioni delle case variano moltissimo: si va da improbabili minicase semipermanenti di 20 mq, sistemabili un po’ dovunque, destinate agli amanti della natura e degli animali, ma soprattutto a chi possiede poche risorse, a villoni in riva a fiumi, laghi e mari, con molo privato e piscina, a baite di legno, assai rudi, in luoghi impossibili dell’Alaska, corredate da salmoni, alci e orsi.

Si dirà: tutte sciocchezze! Tutto falso! Tutto di cartapesta!

Vero. Ma di cartapesta ormai viviamo anche nella nostra quotidianità e non solo nel Real-time americano, che ha almeno il pregio di non fingere, di non voler darcela a bere.

Questa sorta di redivivi “villaggi Potëmkin” devono essere comunque percorsi, perché le quinte di cartone nascondono e, se si vuole, proteggono dall’autodistruzione una realtà vera e per molti versi atroce, che dobbiamo conoscere se vogliamo comprendere dove ci troviamo e dove stiamo andando.

 Da queste trasmissioni mi pare emerga innanzi tutto un lacerante grido di solitudine e di perdita di identità, che viene surrogata in diversi modi, ma sempre e solo utilizzando cascami di una cultura un tempo egemone, oggi ormai incapace di operare sintesi tra alto e basso, di dare un volto alla società globale.

Di qui la costante ricerca da parte delle coppie che vogliono una casa nuova di un fuoco, che sia camino o cucina poco importa, di mobili non antichi, troppo lontani e incomprensibili, ma vecchi (vintage), che echeggino non già la grande storia e i grandi movimenti artistici (impero, stile floreale, ecc.), ma più semplicemente l’altro ieri, la nonna, di cui si celebrano quotidiani trionfi, alla ricerca di quello che i tedeschi definirebbero gemütlich.  Un neo-Biedermeier, insomma. Più in là di questo non si riesce ad andare.

Di qui il desiderio di costruire ricordi prima ancora di averli vissuti. Un’operazione che vediamo quotidianamente e frequentissimamente esperita da chi vede il mondo attraverso il proprio cellulare, da chi cioè fotografa ancor prima di vedere la realtà dell’oggetto fotografato.

Beninteso, tutto ciò non ha nulla a che fare con la Storia. Stiamo vivendo un’età densa di “storie”, di memorie e di ricordi, cioè a dire di frantumi sentimentali di eventi trascorsi, che, per dirla con Pascarella, “nun so’ fatti”.

Bisognerebbe perciò riflettere con grande attenzione sulla gravità di quella frase che emerge apparentemente innocua da una povera trasmissione televisiva. Le persone che vivono, che so, a Waco, nel Texas, – che siamo anche noi o lo saremo presto – scelgono una casa nuova anche perché consentirà loro di costruirvi dei bei ricordi. Dunque, prima che il presente si tramuti in futuro, evidentemente percepito come denso di ombre e di minacce e sostanzialmente indecifrabile, ci fabbrichiamo in anticipo il passato. Staremo meglio, più tranquilli e senza angosce. E allora avanti, con gli occhi ben aperti sulla nuca!

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Le brecce di Porta Pia


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In quest’anno 2020, per molti versi straordinariamente calamitoso, ma che si spera preluda a una rinascita, si celebra il centocinquantenario della presa di Roma da parte delle truppe italiane.

Il fulcro iconico dell’evento è la Breccia di Porta Pia, aperta il mattino del 20 settembre del 1870 nel segmento delle Mura aureliane tra la Porta Salaria e la Porta Pia. Non si trattò di un episodio militarmente rilevante: pochi furono, fortunatamente, i caduti (meno di 20) da parte italiana, anche perché Pio IX ordinò di cessare ogni ulteriore resistenza, facendo issare fin dalle dieci la bandiera bianca su tutto il perimetro delle mura[1].

L’evento assunse tuttavia un significato simbolico epocale. Innanzi tutto si trattò di una “breccia”, appunto, dell’abbattimento cioè di un tratto della plurisecolare cinta muraria romana e non dello sfondamento di una porta, della forzatura cioè di un passaggio che si può aprire e, volendo, anche richiudere. Quella “rottura” voleva comunicare il senso di una interruzione definitiva, irreversibile con il passato.

Attraverso la Breccia, assieme ai bersaglieri, penetrò nella inerme, sonnacchiosa e millenaria Roma il mondo moderno, il progresso. Almeno nella vulgata, dato che studi recenti hanno dimostrato che lo Stato pontificio, pur con tutti suoi limiti e le sue arretratezze, era meno oscurantista di quello che la propaganda laica e liberale lasciava intendere. Ma questa è un’altra storia.

Tra le impronte che “quel” progresso ha lasciato sul terreno dell’Urbe in questi suoi primi 150 anni si annoverano la distruzione di una cintura verde unica al mondo, quella delle grandi ville romane, all’interno e all’esterno delle mura (villa Boncompagni Ludovisi, villa Peretti, solo per fare due nomi), una speculazione edilizia selvaggia e incontenibile, che fino da allora ha segnato la fisionomia della Capitale italiana, l’assenza o il fallimento di ogni progettualità urbana che non fosse al servizio della rendita.

Così, a quella prima Breccia, altre e ben più gravi ne sono seguite un po’ dappertutto lungo l’anello murario romano, abbattuto e sforacchiato in più punti per aprire nuovi varchi al traffico automobilistico e alla viabilità dei nuovi quartieri intra ed extramuranei. Qualche esempio tra i tanti: l’abbattimento della Porta Salaria (piazza Fiume), la creazione del piazzale di Porta San Paolo e di quello di Porta Maggiore e molti altri ancora.

Ciò nonostante, il disegno della cinta è restato, miracolosamente, “leggibile” fino ai nostri giorni in tutto il suo perimetro, lungo ben 18 chilometri.

Chi può vantare al mondo una tale meraviglia? Eppure, nonostante rappresenti uno straordinario polo storico-architettonico e urbanistico, quella cinta non ha mai recuperato la sua integrità, simbolica e concreta assieme.

La Breccia di Porta Pia è stata richiusa da tempo (chi festeggia più la ricorrenza del “XX Settembre”, come si usava scrivere allora? Il giorno, festa nazionale fino al 1930, l’anno seguente quello della firma dei Patti Lateranensi, è negletto e sconosciuta ai più quella piccola porzione di mura tra la Nomentana e la Salaria, monumentalizzata da una lapide e da una colonna sormontata da una Vittoria alata).  

La colonna della Vittoria davanti alla Breccia di Porta Pia. Inaugurata nel 1895, originariamente era stata innalzata al centro di Corso d’Italia. Poi, per motivi di traffico, venne ricollocata nella sua attuale posizione, più defilata.

Il monumento nella sua odierna collocazione. Da notare che la Vittoria è diretta verso l’esterno e non verso l’interno della Città di Roma, come, ad esempio, la quadriga alla sommità della Porta di Brandeburgo a Berlino.

Risarcire le altre, successive Brecce è ancora possibile. Materialmente e, dove non è dato, simbolicamente.

Da anni si parla di costituire un Parco Comunale Autonomo delle Mura aureliane. È tempo che si passi dalla proposta al progetto e alla sua realizzazione, promuovendo un bando internazionale di valorizzazione e tutela del monumento, che offrirebbe agli studiosi, ai turisti e ai cittadini una “passeggiata” di straordinaria suggestione e ricucirebbe, dopo un secolo e mezzo, antichi strappi nella storia della città.


[1] Due noterelle a margine: 1. Avendo il papa minacciato di scomunica chi avesse ordinato di fare fuoco contro la Città Santa, fu un capitano di artiglieria ebreo, Giacomo Segre, a farlo. La prudenza non è mai troppa … 2. Nonostante la resa incondizionata delle truppe pontificie, Nino Bixio, lo stesso del massacro di Bronte di dieci anni prima, al comando delle truppe italiane sul fronte nord-est, continuò comunque a bombardare la città ancora per mezz’ora.

L’onorevole Calenda e il dottor Liebig


Non si può dire che l’onorevole Carlo Calenda sia un tipo schivo e taciturno.
I suoi interventi sul web e in televisione sono numerosi, sempre appassionati, fino al limite dell’insulto all’avversario. Quando riesco a superare il fastidio del ricco condimento di spocchia pariolina che li accompagna, mi capita spesso di condividerli, perché il Nostro ha sicuramente molte e sode competenze in campo economico e buone idee.
Dunque perché non prendere in considerazione l’ipotesi di votare per “Azione”, il partito da lui fondato e animato, nella prossima tornata elettorale?
E qui torniamo allo strano titolo di questa mia breve riflessione, che può suonare irrispettoso, ma che vuole invece essere una suggestione.
Come si sa, il dottor Justus von Liebig (1803 – 1873) è stato un geniale chimico tedesco e autore di una bizzarra (?) teoria, secondo la quale all’origine del declino delle grandi civiltà ci sarebbero … le cloache e i water closet, che impediscono il rientro in circolo del fosforo contenuto negli alimenti. Ma non è per questo che l’ho citato.
Liebig è ben più popolarmente noto per aver inventato un metodo per produrre l’estratto di carne, concentrandolo in una densa massa scura e gelatinosa che è facilmente conservabile e trasportabile. Sono milioni le persone che hanno avuto la vita salva grazie all’estratto Liebig e tra loro migliaia di soldati in trincea.
L’estratto però, pur dotato di straordinarie virtù salutari, non può essere assunto così com’è, perché è salatissimo e piuttosto disgustoso. Va diluito in acqua calda, va stemperato.
Ecco, la politica presuppone l’uso di acqua calda, la diluizione. Se Calenda avesse continuato a militare in un partito interclassista come il PD, vincendo la sua nevrotica avversione per il M5S, se avesse “sopportato” la presenza al suo fianco di chi non risiede nel Quadrilatero romano dell’alta borghesia (viale Liegi, piazzale delle Muse, Piazza Ungheria, Piazza Euclide), ma che è comunque portatrice di istanze sociali e culturali importanti, il suo “estratto” avrebbe avuto un effetto più vasto e salutare.
Un partitello Liebig, che non si vuole diluire, che non vuole fare i conti con una politica che continua ad essere, secondo le immortali parole di Rino Formica, “sangue e merda”, nonostante le sue indubbie virtù, non servirà all’Italia e finirà per essere solo una mosca cocchiera.