“Canaglie” e “Gente dabbene”


(“ROGUE” AND “DECENT PEOPLE”). Pubblicato anche su http://www.insightweb.it/web/ di marzo

Guglielmo d’Orange, detto il Taciturno

Mi fa un certo effetto sentir dire un po’ dappertutto, senza che questo susciti particolari reazioni, che Mario Draghi il Taciturno ha formato il suo governo “lontano dalle interferenze dei partiti”, che “la politica non è riuscita a offrire una soluzione ai problemi del Paese”, che i politici sono quasi per loro stessa natura “incompetenti”, un mero fardello necessariamente deposto sulle spalle “di chi sa”, solo perché in Parlamento (purtroppo?) bisogna pure andare per far approvare le leggi.

La politica come “impiccio”, insomma.

Il rapporto conflittuale tra competenze e politica, tra competenze e democrazia, ha radici molto antiche. In un anonimo pamphlet in forma dialogica, giuntoci tra le carte del greco ateniese Senofonte (V-IV secolo a.C.) con il titolo di Athenaion Politeia, ma forse attribuibile all’anti-democratico Crizia, due interlocutori discutono della situazione dell’Atene democratica probabilmente durante i primi anni della Guerra del Peloponneso (429 – 424 a.C.), quando Pericle, grande “tecnico della politica”, era già morto.

Si tratta di due aristocratici, profondamente avversi al governo democratico, di cui però tentano di spiegare le ragioni del successo. Il più intelligente dei due interlocutori le individua proprio in quello che sembrerebbe essere un suo grave difetto: quello cioè che consente “alla canaglia di star meglio della gente dabbene” – οἱ χρηστοί, qualcuno tradurrebbe oggi “i migliori”, “i competenti”.

La dittatura del numero (traducibile anche con il termine “democrazia”) ignora di necessità le competenze settoriali, postulando una parità assoluta tra tutti i cittadini, di qualunque ceto e grado di istruzione. Dunque nulla di che stupirsi se in democrazia è alla “canaglia” che si lasciano ampi spazi di governo, visto che “è il popolo che fa muovere le navi“. Quella canaglia che è composta in buona sostanza dai rematori, dai lavoratori più umili, poveri e diseredati, spinti dalla loro stessa condizione “all’ignominia e alla rozzezza”. Costoro, secondo l’aristocratico, non dovrebbero neppure essere ammessi a parlare in assemblea, dove, “se parlasse solo la gente dabbene, gioverebbe ai propri simili, non al popolo. Ora invece può alzarsi a parlare qualunque mascalzone per difendere i propri interessi.”

Malgoverno ontologicamente tale, dunque, quello democratico. “Certo, se cerchi il Buongoverno è tutt’altra cosa: vedrai i più capaci – οἱ χρηστοί – imporre le leggi e la gente dabbene la farà pagare alla canaglia e sarà la gente dabbene a prendere le decisioni politiche e non consentirà che degli sconsiderati siedano in Consiglio o prendano la parola in Assemblea. Così, in poco tempo […], il popolo – ὁ δῆμος – cadrebbe in schiavitù.

Non sono in pochi oggi “i competenti” che ritengono l’attuale Parlamento l’espressione “democratica” di una maggioranza di “sconsiderati”. Tuttavia bisognerebbe anche ricordare che, come lucidamente ci spiega l’antico aristocratico ateniese, la democrazia non è un astratto e universale sistema di governo, il luminoso punto di arrivo della storia, addirittura “esportabile” – con le tragiche conseguenze che abbiamo patito in Medio Oriente negli ultimi tre lustri e di cui la stessa storia greca ci fornisce un celebre esempio, narratoci da Tucidide, con il brutale e “democratico” annientamento della riottosa Melos da parte di Atene – ma una modalità affatto “storica” di esercizio del potere da parte di una classe o di un gruppo sociale ben preciso. In questo quadro i “competenti”, la “gente dabbene”, i “migliori” non sono super partes, indiscussi rappresentanti del Bene, ma anch’essi un partito che difende gli interessi di qualcuno.

Come ho già detto nella mia precedente riflessione (“Competenze e Madonne pellegrine”), oggi si tende invece a presentare la competenza come una qualità assoluta, sciolta da correlazioni con il suo intorno, laddove invece essa si qualifica solo in funzione del raggiungimento di un obiettivo.

Senza una scelta politica, un orizzonte ideologico di riferimento, sbandierare il vessillo della “competenza” può essere molto pericoloso. Adolf Eichmann era un funzionario statale serio, ligio al dovere, capace di razionalizzare i processi produttivi, di far risparmiare l’amministrazione pubblica: un “competente”, dunque.  

Il fatto è che nel nostro mondo è egemone da oltre un trentennio quella che un tempo si sarebbe definita “falsa coscienza”, che ha fatto sbiadire nel senso comune l’interpretazione storica dei fenomeni politici e culturali, assolutizzandoli moralisticamente in termini di Male/Bene, a tutto vantaggio di chi esercita il potere effettivo. Si potrebbe dire, a distanza di secoli, che l’acuto rappresentante dell’aristocrazia ateniese ha avuto la meglio: svilito il Parlamento a luogo di vuote chiacchiere, in quanto casa della “canaglia”, demonizzato ogni controllo burocratico da parte dello Stato, visto come mero ostacolo al pieno dispiegamento delle libertà individuali, la politica ha finito per identificarsi tout court con la “buona amministrazione” – che è sempre fatalmente “buona” solo per alcuni.

Quest’anno Michail Gorbaciov compie novant’anni. Svanita la sua utopia, l’ultima grande che l’Europa ha conosciuto, di un continente unificato dall’Atlantico agli Urali su basi politiche democratiche (chi ricorda ancora la Glasnost e la Perestrojka?), il governo della complessità ha ceduto il passo all’idolatria dell’individualismo radicale, all’egemonia degli “spiriti animali”, foriera di grandi sviluppi, certo, ma anche di spaventose diseguaglianze, di un concentramento mai visto della ricchezza globale, di uno sfruttamento senza freni delle risorse naturali del globo.

Questa è ormai la cornice ineludibile e inamovibile in cui vivono le nostre comunità, frantumate, atomizzate, clientelizzate. Ed è consequenziale che, all’interno di tale cornice, dove alcune grandi multinazionali hanno bilanci superiori a quelli di numerosi Stati, si invochino al governo “i competenti”, gli specialisti, i tecnici, che quella cornice si guardano bene dal mettere in discussione.

A questo punto, dovremmo chiederci se non si possa fare tranquillamente a meno dei ludi democratici, che qualcuno si ostina ancora a chiamare “elezioni”.

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It rather hurts me to hear, everywhere and without reactions, that Mario Draghi, the Taciturn, has built up his government team “far from the interferences of the parties”, that “politics had not succeed in solving the problems of the Country”, that “politicians are, by their very nature, incompetent”, a mere burden over the shoulders of those “who knows”, only because (unfortunately?) one must go in Parliament to get passed the laws.

  As a matter of fact, politics as nuisance.

The conflicting relationship between competences and politics, between competences and democracy is very ancient.  In an anonymous short dialogue, come down to us with the papers of the Athenian Xenophon (V-IV centuries b.C.), but possibly  due to Critias, a fierce opponent of democracy, two speakers talk about the situation of democratic ruled Athens, possibly during the first years of Peloponnesian War (429 – 424 b.C.), when Pericles, the big “technician of politics”, was already dead.

  The two aristocrats, deeply hostile to the democratic government, try to understand the reasons why democracy has won. The smartest one identifies them in what could seem a serious weakness: democracy allows “the rogue gets better than decent people” – οἱ χρηστοί, someone could translate today “the best ones”.

The dictatorship of the number, (one could translate it as “democracy”) ignores, of course, the sectoral skills, assuming a total equality among citizens, no matter their social class or level of education.  No wonder if, in a democratic regime, the “rogue” has wide possibilities to make her voice heard in the government. “It is the people that get the ship moving”. That rogue was basically set up by oarsmen, humblest workers, poors and underdogs, who were pushed “towards shame and roughness” from their very conditions.  They could not even be admitted to speak in the Assembly, where, “if only decent people could speak, it would be better for them and not for populace. Nowadays it is allowed that every scoundrel speaks to defend his own interests.”

Therefore, democracy is ontologically a bad government.  “That’s sure, if you are looking for a good governance, you’ll find it in the opposite direction: there you could see the most capable – οἱ χρηστοί – imposing their laws and the decent people will get back at the rogue and will take the political decisions and will forbid that some reckless individuals sit in Council or speak in Assembly. In this way, in a short time […], the populace – ὁ δῆμος – will slip into slavery.

Today, many “competent” people think that the existing Parliament expresses a democratic majority of “reckless individuals”. But we also ought to remember that, as so keenly explains the ancient aristocrat, democracy is not an abstract and universal system of government, the enlightened end-point of the History, that one could even export – we already suffered the consequences of this mind in the Middle East, in the last fifteen years; moreover, the same greek ancient history give us a famous specimen of it, as Thucydides reports, i.e. the brutal, “democratic” annihilation of rebellious Melos by Athens – but a thoroughly historic form to exercise the power by a well-defined social class or group.

In this framework, “competent”, “decent people”, “the best citizens” are not “super partes“, undisputed representatives of the Goodness, but only a party that defends the interests of someone.

As I already told here (see “Competenze e Madonne pellegrine”), today the trend is to present competence as an absolute quality, without connections with the actual situation; on the contrary, competence is only a function to reach a target.

Outside of any political choice, without an ideological horizon, to flaunt the pennant of competence could be very dangerous. Adolf Eichmann was a zealous employee, dutiful, able to do the best for the Administration, to save public money: in short, “a competent”.

The point is that in our world, from more than thirty years, dominates what one could define “a false consciousness”. Because of it, in the popular opinion the historical interpretation of political and cultural phenomena is faded away, prevailing the absolute and moralistic dualism Good/Evil. That is an advantage for those who has the actual power. One could also say that, after many century, the clever Athenian aristocrat has won: the Parliament is now demeaned as a place of void chatter, the very house of the “rogue”, while the bureaucracy  – and the necessary review of legality –  is demonized as a mere hurdle across the straight path towards the individual realization of personal liberties. In this way, politics end up to immediately identify itself with the so-called “good administration” – that it is always and inevitably “good” only for few people.

This year, Mikhail Gorbaciov is ninety. His grand utopic thought, the last that Europe has known, a unified continent from Ural to the Atlantic shores, in peace and democracy (who still remember Glasnost and Perestrojka?) through the government of complexity, has given way to the idolatry of the radical individualism, to the hegemony of the “animal spirits”, that, together with unquestionable developments, has brought terrific inequalities, a huge concentration of wealth never seen before, a unbounded exploitation of natural resources of our Earth.

This is now the unavoidable framework inside which our crushed, atomized, and “customized” communities live. Therefore, within that framework, where some big global companies have balances higher than those of several States, specialists, technicians, “competent people” are called for ruling.  

At this point, we ought to ask us if we can get rid of the”ludi democratici” that someone insists to define “elections”.

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Competenze e Madonne Pellegrine



[pubblicato anche su http://www.insightweb.it/web/content/la-politica-della-crisi-tra-conoscenza-e-competenza%5D

Competenza. Parola molto ricorrente in questi tempi, sbandierata talvolta senza neppure conoscerne appieno il significato, che non è univoco come si pensa.
Spesso contrapposta alla politica, considerata pasticciona, inadeguata, insipiente, la competenza (e i competenti) sono visti come la soluzione a tutti i problemi. “Affidiamoci ai competenti!” è il grido che si leva da cori di benpensanti. Già. Ma di quale competenza – o meglio competenze – si parla?
Il vocabolo ha origini latine. Cum-petere ha il senso originario di “dirigersi assieme” verso un obiettivo e quindi concorrere al suo raggiungimento. Parola squisitamente politica, dunque, cioè a dire legata al contesto, alla capacità di cogliere il kairòs, il momento opportuno, per dirla alla greca, al fine di ottenere la vittoria in una gara (competizione). Il significato di “competenza” si è poi ampliato, fino a indicare il convergere di diritti e di doveri su una persona o su una carica (la competenza giuridica) in un ambito d’azione ben preciso.
Competence in ambito anglosassone indica il “possesso di un adeguato ammontare di capacità e di abilità per affrontare con successo la realtà in cui ci si trova”. Il francese (come l’italiano) ha demandato il primo significato del termine latino (quello relativo al gareggiare) al vocabolo “Compétition”, mentre con “Compétence” intende la correlazione tra conoscenze e azioni da compiere, cioè a dire l’attitudine, la capacità a portare a termine i compiti che ci si è dati. Anche in tedesco il termine “Kompetenz” è sempre usato in contesti applicativi nei diversi ambiti disciplinari (Fachkompetenz), laddove cioè le conoscenze vengono applicate per raggiungere un risultato.
Da quanto detto appare evidente che la competenza non è una dote a se stante, come l’altezza o il colore degli occhi di una persona, né va confusa con la conoscenza, cioè a dire il patrimonio di dati in nostro possesso a monte di una loro possibile applicazione.
Da tale non assolutezza della competenza deriva il suo carattere squisitamente politico, contestuale, fatto di scelte e di decisioni, sempre in vista del raggiungimento di una meta. Dire di una persona che è “competente” non ha alcun significato se quella persona non è inserita in un insieme di relazioni e problemi da spiegare o risolvere.
Solo il “sacro” non ha bisogno di essere competente. Esso rappresenta l’Assoluto, la Verità, la Via. Su un orizzonte metafisico, metapolitico, l’invocazione a un entità astratta, che peraltro è per ciò stesso radicalmente “incompetente”, ha un senso preciso e coerente. “Siamo nelle mani di Dio”, si dice quando tutto ciò che è in terra ci sembra ormai vano.
Invocare però, in un contesto storico e politico ben preciso e con il medesimo spirito, l’intervento di un quid tertium altrettanto assoluto, di una sorta di San Competente, significa da un lato dar prova di cattiva coscienza e dall’altro far mostra di una profonda sfiducia nella polis e nelle sue istituzioni.
Nello scoramento generale di un momento, il pellegrinaggio per impetrare la grazia di un Santo è pratica antica e – forse – neppure del tutto priva di risultati. Nascondersi però, in buona o mala fede, dietro il Santo per perseguire i propri interessi a dispetto della polis – o quantomeno delle sue istituzioni e deliberazioni politiche – è tutt’altra cosa.
Se dunque, come abbiamo visto, la “competenza” come qualità assoluta non esiste, ma si attua solo nel momento della competizione per raggiungere l’obiettivo, San Competente (al secolo Mario Draghi), qualora diventasse a pieno titolo presidente del consiglio, dovrà necessariamente operare delle scelte “competenti”, cioè a dire commisurate al momento e ai propri obiettivi. Scelte che saranno affatto politiche e quindi non assolute per il solo fatto di essere decise da un “competente”.
Per dirla con un esempio di attualità. Nella disputa della Coppa America di vela gli equipaggi sono di sicuro molto competenti, in quanto in grado di applicare al meglio le loro conoscenze della navigazione per il raggiungimento di un traguardo. Le rotte però sono molteplici, per cui sarà necessario di volta in volta fare delle scelte. Vincerà chi avrà scelto la rotta migliore in quel momento e in quel giorno.
Staremo a vedere la strada che seguirà il presidente Draghi. Da quanto possiamo inferire dal suo passato (ricordiamo che, oltre ad essere stato a capo della BCE, ha fatto parte dei “Goldman & Sachs Boys”, molti dei quali passati a ricoprire importantissime cariche di governo in tutto l’occidente industrializzato) il suo cum-petere dovrebbe muoversi su una rotta neo-liberista verso un traguardo neo-liberista. Nulla di male. Solo bisognerebbe evitare le processioni e gli omaggi che un tempo si tributavano alle Madonne Pellegrine.

L’assalto al Campidoglio di Washington: una breve riflessione


Robert W. Weir, L’imbarco dei Pellegrini , 1857, Brooklyn, Museum of New York

La discussa affermazione di Fukuyama sulla “fine della Storia” all’indomani della Caduta del Muro, ormai una generazione fa, se spogliata di ogni accento innodico e ottimistico ha un suo indubbio significato. Solo che non è la “Storia” a essere finita, ma la “Visione storica del mondo” a essere stata messa in crisi.

La vittoria dell’Occidente liberale e democratico sull’Oriente socialista (mettiamola così per semplificare) ha segnato non già e non solo una tappa decisiva sulla via del Progresso, concepito linearmente rivolto al futuro in quanto affermazione definitiva e senza confini di una democrazia ipostatizzata come eterna (tanto da poter essere esportata tel quel, con le conseguenze che si sono viste) e delle sacralizzate libertà individuali, bensì la crisi dello stesso sistema vittorioso.

Né poteva, in prospettiva, essere diversamente: simul stabunt, simul cadent, verrebbe da dire.

Eppure nel senso comune, alimentato da una informazione, cartacea e televisiva, sempre più asfittica e dipendente dai potentati economici e inselvatichito dalla coltivata e protetta anarchia dei cosiddetti “social”, quell’idea a-storica e semplicistica di “Progresso” si è rivelata di gran lunga dominante.

Di qui una lettura spesso “virtuistica” degli accadimenti, valutati – naturalmente coram populo –  sempre e solo nel segno del “bene” e del “male” assoluti (ricordate l’axis of Evil di Bush?). E “assoluto” non vuol dire altro che “sciolto da ogni legame”, prelevabile da un posto e collocabile in un altro, in quanto portatore in sé delle ragioni della propria esistenza, a prescindere dalle radici che lo hanno generato.

Questa visione, che si potrebbe definire “radicale”, “universalistica”, genera un diffuso pensiero debole, incapace cioè di cogliere la necessaria complessità delle cose e del mondo, un’estrema semplificazione nei giudizi e nelle valutazioni.

Né è necessario pensare a congiure universali dei cosiddetti “poteri forti” per spiegare questi esiti: essi sono il naturale prodotto del potere dominante esercitato dall’economia di mercato che, oltre ai suoi indubbi meriti nell’alimentare lo sviluppo tecnologico e materiale dell’umanità, ha intrinseco nella sua natura l’effetto di accrescere enormemente le diseguaglianze tra gli individui, di atomizzarli, di approfondire la loro solitudine e la loro incapacità di cogliere i nessi – e quindi il senso – delle cose.

L’insufficienza di questi modelli interpretativi la si è vista in queste ore dinnanzi al drammatico assalto al Campidoglio di Washington da parte dei sostenitori di Trump. L’evento è stato subito paragonato, a prescindere delle diverse condizioni storiche, all’assalto alla Moneda di Allende, alle Cortes spagnole da parte di Tejero e così via seguitando (non mi risulta ancora che sia stato scomodato il Palazzo d’Inverno) e rubricato tout-court come un crimine contro la Democrazia, un vulnus recato alla Civiltà, un drammatico attacco del Male contro il Bene.

Su Trump sono piovuti insulti, contumelie di ogni genere, richieste di incriminazione, quasi che Trump sia davvero e solo il Diavolo che ha tentato di rovesciare il Regno di Dio. Nessuno ha osato tentare di capire perché decine di migliaia di persone (non un gruppo di teppisti) si siano radunate sulle “sacre” scalinate del Campidoglio americano, perché settanta milioni di elettori abbiano comunque votato Trump.

Troppo difficile. Trump è il Male, Biden è il Bene, noi siamo dalla parte del Bene. Dunque? Perché affaticarsi a capire storicamente gli avvenimenti? Al mainstream dei ceti urbani medio e alto-borghesi, guidato dal “New York Times”, e che echeggia anche nelle corrispondenti classi sociali europee, va bene così. L’idolo del Male è stato abbattuto e ora di fronte a noi si stendono le praterie sconfinate della Felicità, della Bontà, della Giustizia.

Tuttavia mi permetto di osservare che si tratta di una visione di assai corto respiro, anche dal punto di vista della mera propaganda, e destinata a durare non per molto. Le crisi si succederanno a scadenza sempre più ravvicinata e altre saranno le scalinate che i poveri e gli emarginati assalteranno. Del resto, l’immagine stessa di Joe Biden, divenuto, malgré lui, l’idolo dei “democratici” e dei benpensanti di tutto l’Occidente, sta lì a dimostrarlo: un quasi ottuagenario, dalla voce flebile, che cammina a passi incerti, più simile a Romolo Augustolo che a Costantino, tanto per restare nel tardo Impero.

È tempo invece di riattivare le capacità profetiche, ovvero le capacità di leggere il futuro nel presente, di cogliere i segni per poter agire di conseguenza.

Non è con il moralismo e l’affermazione astratta di valori universali che si ridarà alla Politica l’egemonia che le spetta e che ha il dovere di esercitare, ma con l’esercizio costante dell’historìa, cioè a dire della “ricerca scientifica delle cause” che, nella storia e solo in essa, generano di continuo il nostro mondo.

Qui potrete costruire i vostri ricordi


Case prefabbricate - Latina - Canada House & Gardens Srl

“Qui potrete costruire i vostri ricordi”. Una frase ripetuta più volte dai “simpatici” agenti che, nella deep America ignota alle elites newyorkesi e californiane, vendono e ristrutturano case. Case di quelle che abbiamo imparato a conoscere dalle serie televisive statunitensi: indipendenti, con garage e green anteriore, cortile posteriore, se del caso con piscina e, questo sempre, un luogo dove accendere il barbecue. Le casette che disegnano i bambini alle elementari, insomma, con il tetto a spioventi, la cassetta delle lettere sulla strada, gli abbaini.

Dove accade tutto ciò? In alcune trasmissioni televisive che i critici emunctae naris definirebbero trash (Real-time, ad esempio), doppiate in italiano e a noi proposte, nonostante l’apparente, radicale distanza culturale che ce ne separa.

Di solito i venditori fanno visitare ai loro potenziali acquirenti tre case diverse, ma non lontane dai loro desiderata, dinnanzi alle quali, immancabilmente, le stesse coppie felici non fanno che urlacchiare “Adoro!”, “Oh mio Dio!” “Non è possibile!” e così via stupefacendosi.

Le dimensioni delle case variano moltissimo: si va da improbabili minicase semipermanenti di 20 mq, sistemabili un po’ dovunque, destinate agli amanti della natura e degli animali, ma soprattutto a chi possiede poche risorse, a villoni in riva a fiumi, laghi e mari, con molo privato e piscina, a baite di legno, assai rudi, in luoghi impossibili dell’Alaska, corredate da salmoni, alci e orsi.

Si dirà: tutte sciocchezze! Tutto falso! Tutto di cartapesta!

Vero. Ma di cartapesta ormai viviamo anche nella nostra quotidianità e non solo nel Real-time americano, che ha almeno il pregio di non fingere, di non voler darcela a bere.

Questa sorta di redivivi “villaggi Potëmkin” devono essere comunque percorsi, perché le quinte di cartone nascondono e, se si vuole, proteggono dall’autodistruzione una realtà vera e per molti versi atroce, che dobbiamo conoscere se vogliamo comprendere dove ci troviamo e dove stiamo andando.

 Da queste trasmissioni mi pare emerga innanzi tutto un lacerante grido di solitudine e di perdita di identità, che viene surrogata in diversi modi, ma sempre e solo utilizzando cascami di una cultura un tempo egemone, oggi ormai incapace di operare sintesi tra alto e basso, di dare un volto alla società globale.

Di qui la costante ricerca da parte delle coppie che vogliono una casa nuova di un fuoco, che sia camino o cucina poco importa, di mobili non antichi, troppo lontani e incomprensibili, ma vecchi (vintage), che echeggino non già la grande storia e i grandi movimenti artistici (impero, stile floreale, ecc.), ma più semplicemente l’altro ieri, la nonna, di cui si celebrano quotidiani trionfi, alla ricerca di quello che i tedeschi definirebbero gemütlich.  Un neo-Biedermeier, insomma. Più in là di questo non si riesce ad andare.

Di qui il desiderio di costruire ricordi prima ancora di averli vissuti. Un’operazione che vediamo quotidianamente e frequentissimamente esperita da chi vede il mondo attraverso il proprio cellulare, da chi cioè fotografa ancor prima di vedere la realtà dell’oggetto fotografato.

Beninteso, tutto ciò non ha nulla a che fare con la Storia. Stiamo vivendo un’età densa di “storie”, di memorie e di ricordi, cioè a dire di frantumi sentimentali di eventi trascorsi, che, per dirla con Pascarella, “nun so’ fatti”.

Bisognerebbe perciò riflettere con grande attenzione sulla gravità di quella frase che emerge apparentemente innocua da una povera trasmissione televisiva. Le persone che vivono, che so, a Waco, nel Texas, – che siamo anche noi o lo saremo presto – scelgono una casa nuova anche perché consentirà loro di costruirvi dei bei ricordi. Dunque, prima che il presente si tramuti in futuro, evidentemente percepito come denso di ombre e di minacce e sostanzialmente indecifrabile, ci fabbrichiamo in anticipo il passato. Staremo meglio, più tranquilli e senza angosce. E allora avanti, con gli occhi ben aperti sulla nuca!

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Le brecce di Porta Pia


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In quest’anno 2020, per molti versi straordinariamente calamitoso, ma che si spera preluda a una rinascita, si celebra il centocinquantenario della presa di Roma da parte delle truppe italiane.

Il fulcro iconico dell’evento è la Breccia di Porta Pia, aperta il mattino del 20 settembre del 1870 nel segmento delle Mura aureliane tra la Porta Salaria e la Porta Pia. Non si trattò di un episodio militarmente rilevante: pochi furono, fortunatamente, i caduti (meno di 20) da parte italiana, anche perché Pio IX ordinò di cessare ogni ulteriore resistenza, facendo issare fin dalle dieci la bandiera bianca su tutto il perimetro delle mura[1].

L’evento assunse tuttavia un significato simbolico epocale. Innanzi tutto si trattò di una “breccia”, appunto, dell’abbattimento cioè di un tratto della plurisecolare cinta muraria romana e non dello sfondamento di una porta, della forzatura cioè di un passaggio che si può aprire e, volendo, anche richiudere. Quella “rottura” voleva comunicare il senso di una interruzione definitiva, irreversibile con il passato.

Attraverso la Breccia, assieme ai bersaglieri, penetrò nella inerme, sonnacchiosa e millenaria Roma il mondo moderno, il progresso. Almeno nella vulgata, dato che studi recenti hanno dimostrato che lo Stato pontificio, pur con tutti suoi limiti e le sue arretratezze, era meno oscurantista di quello che la propaganda laica e liberale lasciava intendere. Ma questa è un’altra storia.

Tra le impronte che “quel” progresso ha lasciato sul terreno dell’Urbe in questi suoi primi 150 anni si annoverano la distruzione di una cintura verde unica al mondo, quella delle grandi ville romane, all’interno e all’esterno delle mura (villa Boncompagni Ludovisi, villa Peretti, solo per fare due nomi), una speculazione edilizia selvaggia e incontenibile, che fino da allora ha segnato la fisionomia della Capitale italiana, l’assenza o il fallimento di ogni progettualità urbana che non fosse al servizio della rendita.

Così, a quella prima Breccia, altre e ben più gravi ne sono seguite un po’ dappertutto lungo l’anello murario romano, abbattuto e sforacchiato in più punti per aprire nuovi varchi al traffico automobilistico e alla viabilità dei nuovi quartieri intra ed extramuranei. Qualche esempio tra i tanti: l’abbattimento della Porta Salaria (piazza Fiume), la creazione del piazzale di Porta San Paolo e di quello di Porta Maggiore e molti altri ancora.

Ciò nonostante, il disegno della cinta è restato, miracolosamente, “leggibile” fino ai nostri giorni in tutto il suo perimetro, lungo ben 18 chilometri.

Chi può vantare al mondo una tale meraviglia? Eppure, nonostante rappresenti uno straordinario polo storico-architettonico e urbanistico, quella cinta non ha mai recuperato la sua integrità, simbolica e concreta assieme.

La Breccia di Porta Pia è stata richiusa da tempo (chi festeggia più la ricorrenza del “XX Settembre”, come si usava scrivere allora? Il giorno, festa nazionale fino al 1930, l’anno seguente quello della firma dei Patti Lateranensi, è negletto e sconosciuta ai più quella piccola porzione di mura tra la Nomentana e la Salaria, monumentalizzata da una lapide e da una colonna sormontata da una Vittoria alata).  

La colonna della Vittoria davanti alla Breccia di Porta Pia. Inaugurata nel 1895, originariamente era stata innalzata al centro di Corso d’Italia. Poi, per motivi di traffico, venne ricollocata nella sua attuale posizione, più defilata.

Il monumento nella sua odierna collocazione. Da notare che la Vittoria è diretta verso l’esterno e non verso l’interno della Città di Roma, come, ad esempio, la quadriga alla sommità della Porta di Brandeburgo a Berlino.

Risarcire le altre, successive Brecce è ancora possibile. Materialmente e, dove non è dato, simbolicamente.

Da anni si parla di costituire un Parco Comunale Autonomo delle Mura aureliane. È tempo che si passi dalla proposta al progetto e alla sua realizzazione, promuovendo un bando internazionale di valorizzazione e tutela del monumento, che offrirebbe agli studiosi, ai turisti e ai cittadini una “passeggiata” di straordinaria suggestione e ricucirebbe, dopo un secolo e mezzo, antichi strappi nella storia della città.


[1] Due noterelle a margine: 1. Avendo il papa minacciato di scomunica chi avesse ordinato di fare fuoco contro la Città Santa, fu un capitano di artiglieria ebreo, Giacomo Segre, a farlo. La prudenza non è mai troppa … 2. Nonostante la resa incondizionata delle truppe pontificie, Nino Bixio, lo stesso del massacro di Bronte di dieci anni prima, al comando delle truppe italiane sul fronte nord-est, continuò comunque a bombardare la città ancora per mezz’ora.

L’onorevole Calenda e il dottor Liebig


Non si può dire che l’onorevole Carlo Calenda sia un tipo schivo e taciturno.
I suoi interventi sul web e in televisione sono numerosi, sempre appassionati, fino al limite dell’insulto all’avversario. Quando riesco a superare il fastidio del ricco condimento di spocchia pariolina che li accompagna, mi capita spesso di condividerli, perché il Nostro ha sicuramente molte e sode competenze in campo economico e buone idee.
Dunque perché non prendere in considerazione l’ipotesi di votare per “Azione”, il partito da lui fondato e animato, nella prossima tornata elettorale?
E qui torniamo allo strano titolo di questa mia breve riflessione, che può suonare irrispettoso, ma che vuole invece essere una suggestione.
Come si sa, il dottor Justus von Liebig (1803 – 1873) è stato un geniale chimico tedesco e autore di una bizzarra (?) teoria, secondo la quale all’origine del declino delle grandi civiltà ci sarebbero … le cloache e i water closet, che impediscono il rientro in circolo del fosforo contenuto negli alimenti. Ma non è per questo che l’ho citato.
Liebig è ben più popolarmente noto per aver inventato un metodo per produrre l’estratto di carne, concentrandolo in una densa massa scura e gelatinosa che è facilmente conservabile e trasportabile. Sono milioni le persone che hanno avuto la vita salva grazie all’estratto Liebig e tra loro migliaia di soldati in trincea.
L’estratto però, pur dotato di straordinarie virtù salutari, non può essere assunto così com’è, perché è salatissimo e piuttosto disgustoso. Va diluito in acqua calda, va stemperato.
Ecco, la politica presuppone l’uso di acqua calda, la diluizione. Se Calenda avesse continuato a militare in un partito interclassista come il PD, vincendo la sua nevrotica avversione per il M5S, se avesse “sopportato” la presenza al suo fianco di chi non risiede nel Quadrilatero romano dell’alta borghesia (viale Liegi, piazzale delle Muse, Piazza Ungheria, Piazza Euclide), ma che è comunque portatrice di istanze sociali e culturali importanti, il suo “estratto” avrebbe avuto un effetto più vasto e salutare.
Un partitello Liebig, che non si vuole diluire, che non vuole fare i conti con una politica che continua ad essere, secondo le immortali parole di Rino Formica, “sangue e merda”, nonostante le sue indubbie virtù, non servirà all’Italia e finirà per essere solo una mosca cocchiera.

Frugalità


Frugale. “Parco, sobrio, specialmente nel mangiare e nel bere”.
Fatico a identificare una persona frugale in un burroso olandese o in un cremoso danese, entrambi peraltro abitualmente dediti a generose bevute di birra.
Tant’è. La sclerosi del linguaggio giornalistico ci ha ormai abituato non già a parole, ma a suoni e spezzoni di frasi, che si ripetono in continuazione e che, in tal modo, finiscono per perdere il loro senso originario.
Torniamo al tormentone dei paesi “frugali” della UE. Osservo come, in questi ultimi tempi, contrassegnati dalla evidente palinodia della Germania, già capofila con Schaeuble della terribile e fallimentare politica di Austerità, quest’ultimo termine sia scomparso dalla narrazione mediatica, sostituito appunto dalla Frugalità, che suona forse meno aggressivo e imperioso, rammentando esso le mense conventuali, sulle quali compaiono alimenti semplici, essenziali: pane, latte, verdure, minestre.
Ma è proprio questo il caso della UE del nord? Vi pare che in quei paesi domini quella dieta così umile e parca? Se osserviamo il reddito medio dell’Olanda (53.000 $ pro-capite/anno o della Danimarca (61.000 $ pro-capite/anno) e lo confrontiamo con il nostro (34.000 $ pro-capite/anno) o con quello della Spagna (30.000 $ pro-capite/anno), è evidente che siamo di fronte all’opulenza, non già alla frugalità.
Ed è questa opulenza in casa propria (altro che sovranismi!) che quei Paesi vogliono strenuamente difendere.
La scena del premier olandese Rutte che, rispondendo a un operatore ecologico di Amsterdam che chiedeva di non dar soldi a Spagna e a Italia, alza il pollice dicendo “me ne ricorderò” mi è parsa orribile, di cattivo gusto, degna dei peggiori populisti d’Europa.
L’Olanda, che in certi momenti sembra essere più una società per azioni che una nazione vera e propria, a differenza dell’Italia (export 56%, import 59%), ha un bilancio attivo con i Paesi della UE (export 74%, import 46%) e gode di una fiscalità di vantaggio che le consente di “ospitare” schiere di ricchi e per nulla frugali elusori fiscali.
Certo, non si può dire che l’Italia sia un esempio di Buon Governo, per adoperare un eufemismo, ma è pur sempre un grande Paese, con un’economia sviluppata (seppure in maniera diseguale territorialmente), è la seconda industria manifatturiera in Europa e ha 60.000.000 di abitanti (la frugale Danimarca 6.000.000 circa).
E poi, cosa significa il tanto conclamato “Buon Governo” dei Frugali? Quello rappresentato dal propretore di Bruxelles, Mario Monti, che per noi ha significato più di dieci anni di recessione, l’aumento delle diseguaglianze, la drastica riduzione dello stato sociale?
Tanta parte del nostro Pese è già oggi frugale per necessità e su questo piano potremmo dar lezioni a tutta l’Europa del nord.
Ma su questa strada, quella cioè dei veti e degli “scontri di civiltà”, non si va da nessuna parte. Tutti i Paesi d’Europa hanno una loro storia, che non può essere messa tra parentesi. Essa va integrata, non negata, nelle future istituzioni politiche di un’Europa unita, seguendo un cammino difficile di reciproco riconoscimento e sostegno. Non abbiamo bisogno di catechisti, che salgono in cattedra sentendosi rappresentanti del “Modello” per eccellenza (che sarebbe poi quello liberistico, il cui fallimento è davanti agli occhi di tutti). Abbiamo necessità di uomini politici lungimiranti, capaci di guardare oltre le mere regole di un presente denso di incognite, che fa presagire, se si continua su questa strada, il definitivo declino del nostro Continente. I Paesi più grandi e importanti (la Germania, la Francia) sembra lo abbiano capito; altri, abituati a vivere comodamente nel retro delle loro botteghe, non ancora; il tempo però stringe e nulla può essere considerato impossibile, compresa la fine della UE.

Il MES: un’occasione perduta


Si è fatto un gran parlare in questi ultimi mesi del cosiddetto MES – ex (?) Fondo salva-stati, che, in base all’accordo raggiunto l’8 maggio scorso nell’Eurogruppo, dovrebbe poter assicurare un prestito all’Italia fino a circa 37 miliardi, con tassi di interesse molto bassi, vicini allo 0, da restituire in dieci anni. C’è di che esserne lieti, senza però stare a suonare più di tanto pifferi e tamburi; come è noto, “il diavolo si annida nei dettagli”, per cui esploriamo anche i limiti dell’accordo (I grassetti sono miei):
1. – Il credito è attingibile da tutti gli Stati del MES “per sostenere il finanziamento interno di finanziamenti diretti e indiretti dei costi sanitari, di cura e prevenzione dovuti alla crisi del Covid 19.
2. – Le richieste di supporto di una linea di credito del MES da parte degli Stati membri per le spese sanitarie legate al Coronavirus possono essere presentate fino al 31 dicembre 2022.
3. – Il monitoraggio e la sorveglianza dovrebbero essere commisurati alla natura dello shock simmetrico causato dal Covid 19 e proporzionate alle caratteristiche e all’uso del supporto per la crisi pandemica,in linea con il quadro dell’UE e le pertinenti linee-guida del MES.

È dunque evidente che restano condizionalità cogenti, legate all’utilizzo del fondo MES nel solo comparto della sanità e per di più in quello specifico che è stato, è e potrebbe essere investito dalla pandemia Covid 19. I tempi dettati dall’accordo appaiono da questo punto di vista assai ridotti e la sorveglianza UE rafforzata (1). Progettare, programmare, farsi approvare gli interventi in un arco di tempo così breve (poco più di due anni), per un Paese come il nostro e data la complessità dei meccanismi di finanziamento europei è impresa ardua, per non dire impossibile. Con il rischio aggiuntivo che, in caso di inadempienza ai protocolli di spesa, scatti il micidiale meccanismo di una Troika “aggiornata”, ma non cancellata ex lege dal testo del Trattato originario che, lo voglio ricordare, è un Trattato tra Stati, non di competenza giuridica dell’Eurogruppo.

L’accordo raggiunto sull’utilizzo del MES è stato accolto con grande giubilo come un passo importante verso una maggiore condivisione europea del dramma Covid 19. Se paragonato all’intervento della Banca centrale del Giappone (paese con un rapporto debito/PIL ben superiore al nostro), pari a oltre 1000 miliardi di dollari o alla Federal Reserve USA, che di miliardi nel sistema produttivo ne “pomperà” 2.200 e anche alla stessa BCE che pare, pur tra mille distinguo e riserve (vedi la sentenza della Corte Costituzionale tedesca),raggiungerà i 700 miliardi, lo stanziamento dei 37 miliardi del MES appare tuttavia ben poca cosa e per di più di difficile fruizione.

Honny soit qui mal y pense, direbbe Edoardo d’Inghilterra, ma viene da ipotizzare che l’intera operazione sia più fumo che arrosto, destinata cioè a tacitare sia i cosiddetti “antieuropeisti” italiani, sia gli “antitaliani” europei. Insomma, per ricorrere ad una altro motto di spirito “facit ’ammuina”.
Spiace che i negoziatori italiani si siano accontentati di un’offa così poco nutriente. Ci chiediamo:
– Riusciremo a utilizzare quei 37 miliardi “solo” per ovviare ai danni della pandemia Covid 19?
– Gli ospedali del sud, che sono stati i meno toccati dal contagio, potranno usufruire dei finanziamenti MES anche per migliorare le loro strutture in generale e non solo in termini di contenimento delle future pandemie?
– Perché i nostri rappresentanti hanno accettato una interpretazione così riduttiva del concetto di prevenzione? Ad esempio: nuovi, più numerosi e più efficienti mezzi di trasporto pubblici (vagoni, metropolitane, autobus con condizionamento dell’aria a norma) non rappresentano forse degli strumenti efficaci di contrasto del contagio, soprattutto quando – sperabilmente – l’economia tornerà a girare a pieno regime?

Last but not least, perché non far rientrare nell’ambito dell’intervento MES contro la pandemia anche la scuola? A parità di stanziamento, aprire le linee di credito anche in questa direzione avrebbe significato l’attivazione di più ampi e celeri flussi di spesa e consentito nel contempo una futura, maggiore protezione dalle pandemie dei punti di erogazione del servizio scolastico. Le cosiddette “classi-pollaio” restano ahinoi una realtà, che una sciagurata politica di risparmio a tutti i costi ha seguito con pervicacia, in una perversa azione parallela a quella sviluppata nel settore sanitario: qui si è assistito alla chiusura di molti ospedali territoriali medio-piccoli, che, in circostanze come quelle attuali, avrebbero potuto svolgere un’azione di prevenzione e contenimento assai efficaci; nel mondo della scuola abbiamo patito una analoga “concentrazione” delle attività in istituti molto grandi (ben oltre i mille alunni) e in spazi già prima inadatti e “fuorilegge”. Quanti sono infatti gli edifici scolastici che a tutt’oggi non sono a norma?

A settembre bisognerà riaprire le scuole “in presenza” (non penso sia viabile la proposta di Azzolina (metà degli alunni di una classe a scuola, metà a casa, impegnati con la didattica a distanza), con un coefficiente ben più basso dell’attuale (28 alunni/classe iniziale del ciclo) e con la relativa assunzione del personale necessario.

La pandemia ha sì un profilo preminentemente sanitario, ma i suoi esiti sono ricaduti pesantemente anche in altri settori di interesse collettivo. Il dramma delle migliaia di morti che abbiamo dovuto subire è intenso, lacerante, tragico. Ci sono tuttavia altre “morti”, meno immediate ed evidenti, quelle cioè provocate dal collasso del sistema di istruzione e formazione e che, distese nel tempo scandito dalle generazioni, possono provocare il lento, inesorabile declino dell’intero Paese.
_________________
(1) – Rimando in proposito all’acuto e competente intervento di Stefano FASSINA sull’Huffington Post, dove si parla, tra l’altro, di “interventi confinati in un pericolosamente ambiguo torno temporale”: https://www.huffingtonpost.it/entry/la-trappola-nel-mes-m5s-resistete_it_5eb66232c5b69c4b317ab697

Qui si fa l’Europa …


pubblicato anche su http://www.insightweb.it/web/content/qui-si-fa-l%E2%80%99europa-%E2%80%A6

“Qui si fa l’Europa o si muore”, è il grido che oggi si sente echeggiare sui media. Parafrasi della famosa apostrofe garibaldina a Nino Bixio (attribuita da Abba al generale, durante la battaglia di Calatafimi, combattuta contro le “preponderanti truppe borboniche”, comandate da un generale in carrozza, probabilmente già al soldo degli inglesi e predisposto alla fuga).
Circostanze e contenuto si attagliano perfettamente alla situazione attuale. Come allora la frase “si fa l’Italia” era un mero conato verso un obiettivo indefinito (quale Italia? Di lì a poco Bronte e poi la cosiddetta “lotta al brigantaggio” con l’incendio di interi paesi, stupri e cataste di morti si sarebbero incaricati di dimostrare che tipo di Italia si apprestava a realizzarsi per il Mezzogiorno), oggi la locuzione “si fa l’Europa” ha lo stesso indice di perspicuità politica.
Si parla per frasi fatte e prive di senso: “il Regno Unito è uscito dall’Europa”, “l’Europa è il nostro unico futuro”, ecc. Che noi siamo europei è un dato incontrovertibile e immodificabile, così come nel 1860 eravamo comunque tutti italiani, anche se divisi in formazioni statuali differenti. Tuttavia, conferire a questo dato culturale una valenza “di per sé” politico-istituzionale è un errore clamoroso.
Così come, nel XIX secolo, per la futura Italia politica ci furono diverse opzioni sul tappeto (quella federalista di Cattaneo, quella giobertiana, quella mazziniana, compresa quella cavourriana, che prevedeva, almeno all’inizio, solo un regno del nord), anche per l’Europa politica dovremmo discutere meno genericamente delle sue forme istituzionali, presenti e future.
Oggi la UE ha una congerie di centri di potere e almeno tre capitali. Gli organismi principali sono il Parlamento, la Commissione, l’Eurogruppo e il Consiglio dell’UE. Di questi quattro, gli unici a esercitare un potere effettivo sono gli ultimi due e in particolare l’ultimo, che non è nient’altro che la sede in cui si riuniscono i capi di governo dei diversi paesi membri, la cui sovranità, con buona pace degli anti sovranisti, è restata intatta e detta ancora le regole del gioco in base all’effettivo peso economico e politico della singola nazione.
Questa incoerenza istituzionale non può che generare un surplus di potere amministrativo, che finisce per surrogare un potere politico disfunzionale se non inesistente.
E’ questa “l’Europa” che intendiamo lanciando il grido di dolore dal sapore garibaldino? Quale delega democratica hanno ricevuto gli amministratori brussellesi che determinano la vita e la morte dei singoli paesi della UE? Che forma istituzionale ha oggi la UE? Rappresenta una tappa verso la formazione degli Stati Uniti d’Europa, verso una futura Confederazione Europea, oppure è destinata a rimanere una forma più ampia e sofisticata (e complicata) di EFTA – European Free Trade Association? Quanti conoscono la differenza tra “stato federale”, “stato confederale” e “zona di libero scambio”? Perché obbligarci a votare e a combattere per un mito?
I miti servono, non c’è dubbio, poiché esprimono in una immagine “poetica” la sintesi immediata di una realtà complessa. Tuttavia, accanto a essa, è altrettanto necessaria un’analisi “prosaica” della realtà.
Sul mito dell’Europa ho già qui stesso espresso alcune riflessioni (L’Europa tra Mythos e Historìa, maggio 2019). Dal punto di vista politico, il federalismo europeo, se non si vuole risalire a Kant, è piuttosto recente, non risale oltre la metà del XIX secolo (Proudhon, Cattaneo) e, come concreta proposta istituzionale, è nato agli inizi del XX secolo, all’interno dalla cultura politica “più europeista” del nostro continente, quella austro-ungarica (Popovici, Coudenhove- Kalergi).
Sia Coudenhove- Kalergi che poi Schumann, Monnet e Spinelli hanno agito in epoche immediatamente post-belliche, dinnanzi alle rovine fumanti di un’Europa sconfitta, vittoriosa o vinta che fosse. Se dovessi ritrovare un parallelo nella storia, mi verrebbero in mente le leghe delle città greche (la lega achea, la lega etolica) dopo il ciclone macedone e confrontate ormai all’incipiente dominio di Roma: città-stato ricche per lasciti culturali e patrimonio intellettuale, ma ormai totalmente imbelli. Alla metà del XX secolo, non c’erano più la Macedonia e Roma, ma gli USA e l’URSS, il mondo di Yalta.
Gli inizi dell’Europa politica sono dunque dettati da uno stato di necessità, quella del confronto e dell’arginamento dell’Unione Sovietica sul teatro europeo, arginamento messo in atto militarmente con la NATO (che precede il Patto di Varsavia) e politicamente con il primo embrione della Comunità Europea, il Mercato Comune.
Si è trattato fin dall’inizio di una questione franco-tedesca: la Francia, che solo l’intelligenza politica del generale De Gaulle aveva fatto sedere al tavolo dei vincitori, aveva bisogno della Ruhr e del carbone tedesco, la piccola Germania di Adenauer di un ombrello politico, sotto il quale ricostruire la propria economia. La scelta da parte degli Alleati di rifiutare la proposta di Stalin per una Germania reintegrata nei suoi confini pre-bellici, ma neutralizzata, va in questo senso: la mutilata e impoverita RFT non poteva reggere il confronto con la Francia.
Dunque il nucleo generatore dell’Europa è, potremmo dire, un nucleo “piccolo-carolingio”, per parafrasare un termine noto nella storia dell’unificazione tedesca.
Sotto l’ombrello della NATO e della divisione in blocchi del mondo, il MEC è cresciuto “pacificamente” – non disturbato da spese militari eccessive, quasi tutte accollate alla superpotenza americana – e nella prosperità. Gli ampi finanziamenti a fondo perduto goduti dalla Germania dagli inizi degli anni ’50 (di cui, evidentemente, l’attuale dirigenza politica tedesca ha scarsa memoria) e dall’Italia consentirono una poderosa e straordinaria ripresa continentale (in Europa si parla dei “Trenta gloriosi”). Con il tempo, i legami intereuropei si sono fatti sempre più stretti e ampi, in una parabola che va dal Trattato di Roma del 1957 con i suoi sei Stati fondatori al Trattato di Lisbona, che cinquant’anni dopo coinvolge ben 27 Stati del Continente.
Due gli eventi critici che hanno interrotto l’idillio: lo shock petrolifero della metà degli anni ’70 e, soprattutto, la caduta del Muro di Berlino nel 1989, con la successiva liquefazione del blocco sovietico.
In seguito a quest’ultimo evento epocale e, soprattutto, a causa della frettolosissima e costosissima – si ricorda, la Germania, di chi ha pagato il conto? – “riunificazione” tedesca (più che di Wiedervereinigung si dovrebbe parlare quantomeno di Annektierung, essendo Anschluss ancora oggi impronunciabile), gli equilibri “reali” nel Continente sono stati profondamente modificati, senza tuttavia che le istituzioni europee ne prendessero atto.
Di fronte a una Francia sempre più debole e incapace di fare da contrappeso allo strapotere economico della Grande Germania, di fronte al clamoroso allontanamento del Regno Unito dalla UE, tutto è sembrato immoto, aggrappato ai Regolamenti Europei, la zattera burocratica di chi non può e non vuole decidere politicamente. L’egemonia tedesca (o, per meglio dire, la “prepotenza” tedesca, come l’ha acutamente definita Paolo Soldini su “Critica Marxista”) ha assunto le fattezze di un capo contabile, alle prese con il pareggio di bilancio, quando è ben noto che mal gliene incoglie all’impresa che si affida ai ragionieri! Di qui la tragedia della Grecia (a cui è stato imposto un governo non eletto dai cittadini … e poi si parla di Orban!) e un senso di insopportabile angustia.
Messa sotto tutela anche l’Italia nel 2011 con il governo ipercostituzionale di Monti-Napolitano, le cose sono andate di male in peggio: tagli indiscriminati alla sanità (oltre 30 miliardi), alla scuola (oltre 10 miliardi), attacco al Welfare e alla contrattazione (le famose “riforme di struttura”). Il risultato di questo massacro? Una crescita pressoché nulla nel decennio, un incremento dei disequilibri nella distribuzione del reddito, e … un aumento del debito! Un debito quello italiano che, cifre alla mano, non è affatto più grande di quello tedesco o francese (nel 2017 quello esplicito della Germania è di 2092 miliardi, 2.358,897 quello della Francia, 2.358,537 quello dell’Italia. Senza contare che il nostro debito implicito – quello cioè che è dato dagli impegni futuri dello Stato in materia di previdenza, sanità e assistenza – è molto più basso di quello tedesco (aggregato tra debito esplicito e implicito italiano 57%, tedesco 149%).
La questione delle questioni sta nel PIL italiano, in continua decrescita, stante l’assenza di ogni politica di investimenti pubblici e di una visione economica strategica di ampio respiro.
L’Europa? Sempre più lontana, apatica, terreno di conquista dei paesi del nord (della Germania in primis, ma anche di quella Società per Azioni mascherata da stato che è l’Olanda, vero paradiso fiscale intra moenia, in barba al suo virtuismo calvinista).
La tragedia del Coronavirus sta fungendo da catalizzatore di processi che avrebbero dovuto iniziare molti anni fa (ricordate l’infausta parentesi della Costituzione europea, bocciata nel 2007 a causa dei no della Francia e della solita Olanda? Ricordate gli Eurobond proposti da Tremonti oltre dieci anni fa, che fecero tanto infuriare la Germania e che costarono la testa al ministro del Tesoro, cioè lo stesso Tremonti?). Innanzi tutto bisogna decidere quale Europa futura vogliamo (la sua forma istituzionale) e “se” la vogliamo; la BCE, con Draghi, si è dimostrata l’unico organismo europeo davvero tale, ma non basta più.
I tempi sono molto stretti per rimettere a galla una rinnovata barca europea. Altrimenti è meglio iniziare a pensare a come uscire da quella che, lungi dall’essersi dimostrata una casa comune, si sta rivelando una gabbia, molto angusta per alcuni.

Coronavirus


Dopo diversi mesi di silenzio, riapro in questo momento di grave crisi la mia piccolissima finestra di dialogo in rete.
L’infodemia sul “Coronavirus 19” sta impazzando ancor più della pandemia stessa.
Costretti a vivere in spazi domestici spesso inadeguati e per molti finora destinati a ricovero notturno o poco più, sperimentiamo inquietudini e angosce inusitate. I martellanti inviti a rispettare le norme dettate dal pericolo annegano in un continuo talk-show radio-televisivo, popolato delle medesime facce e dalle medesime parole, spesso contraddittorie, che in taluni casi non fanno che aumentano il nostro malessere.
Per questo desidero anch’io offrire un modesto contributo di chiarezza a chi viaggia attraverso la rete e voglia soffermarsi anche su questo mio blog.
Non ho le competenze necessarie per intervenire nello specifico, ma ho la fortuna di avere cari amici esperti, Giuseppe R. Gristina, già dirigente medico nel reparto di Terapia Intensiva dell’Ospedale San Camillo di Roma e componente del comitato etico della Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI)e Carlo Batini, senior di ateneo, già professore ordinario presso il dipartimento di Informatica, Sistemica e Comunicazione presso l’ università di Milano Bicocca.
A Giuseppe Gristina ho posto alcune domande, mie ma sono certo anche di molti altri, sulla situazione attuale e su una sua possibile proiezione futura.
D. A me sembra si sia adottata da noi una strategia di contrasto alla pandemia che potrei definire “democratica”: chiusure generalizzate, proibizioni, prescrizioni tassative, ecc. Sarebbe stato possibile ed egualmente efficace adottarne un’altra, di stampo, diremmo, “liberale”, cioè a dire basata solo su difese assunte per responsabilità individuale, con la semplice adozione di presidi personali, quali mascherine, guanti e altro ancora, senza prevedere misure indistintamente valide per la generalità (la chiusura forzosa di uffici, scuole, negozi, ecc.)?
R. No. Per una strategia “liberale”, come tu la chiami, si dovrebbe supporre una reazione improntata almeno a 2 fattori entrambi essenziali: 1) la capacità di agire con la consapevolezza che ogni nostro comportamento dovrebbe essere teso alla massimizzazione del bene comune anche a costo di un sacrificio personale; 2) la capacità di comprendere immediatamente la gravità della situazione dando luogo a scelte di comportamento conseguenti secondo il punto 1 – gli psicologi delle catastrofi dicono che un tempo ragionevole per adattare il comportamento alla necessità di una massa pari almeno al 40% degli individui richiede un minimo di 2 mesi dal verificarsi dell’evento.
D. La storia dell’umanità è anche una storia di pandemie, lo sappiamo bene. Per non risalire troppo indietro nel tempo, alla fine degli anni ’50 e agli inizi dei ’60 il mondo conobbe il flagello della cosiddetta “influenza asiatica”. Ero bambino, ma ricordo bene che il contagio fu molto esteso (il mio intero nucleo familiare vi fu coinvolto, con la sole eccezione di mio padre), tanto che il computo finale superò il milione e mezzo di morti nel mondo, ma non ricordo alcuna misura restrittiva generalizzata. Quali le differenze con l’attuale pandemia?
R. Qui credo si possano citare almeno 3 fattori: 1) la II guerra mondiale era terminata appena 20 anni prima con circa 500.000 morti italiani in 4 anni. Ci fu quindi, come nel caso della I, una progressiva assuefazione all’idea della morte come evento da mettere nel conto delle possibilità concrete. Una sorte di “abitudine”. Credo quindi che i morti fossero accettati come un “prezzo” inevitabile; 2) la morte per malattia – sia essa acuta che cronica – non era contrastata tenacemente e efficacemente con un grande supporto alla diagnosi e alla terapia da parte della tecnologia; 3) la società con il progredire dello sviluppo ha costruito un modello umano di riferimento che fa capo ai miti della bellezza e dell’immortalità – in altre parole sappiamo tutti che si muore ma non vogliamo sentircelo dire e, soprattutto, non vogliamo crederci.
D. Si parla di un tasso di mortalità elevato da Coronavirus 19, ma i dati, si sa, non parlano da soli, come molti credono. Essi vanno sempre contestualizzati. Ad esempio, è valida la distinzione tra “morto PER Coronavirus 19” e “morto CON Coronavirus 19”? E ancora: non sarebbe utile disporre di una tabella di comparazione tra i decessi degli ultimi – diciamo – cinque anni per le “normali” epidemie influenzali e questa attuale. Che scarto c’è tra il tasso medio di mortalità negli anni scorsi e per lo stesso periodo e la odierna cifra assoluta di deceduti (1809)?
R. Sono valutazioni che ora non ha molto senso fare. Il fenomeno è cominciato come un’influenza. Poi si è detto non è un’influenza. Prima era una epidemia. Ora è una pandemia … and so on … i conti li faremo alla fine. Soprattutto li faremo quando saranno certi e definitivi i “denominatori” morti su … Infetti totali? Malati? Contagiati? In degenza ordinaria? In Rianimazione? ….
D. Si parla molto della drammatica insufficienza di posti-letto in Terapia Intensiva del nostro SSN, di cui peraltro si tessono giustamente le lodi. Basterà aumentarne in fretta il numero, come si sta tentando di fare oppure sconteremo comunque la grave mancanza di personale competente e capace di farli funzionare a dovere, dovuta alla dissennata politica di tagli degli ultimi dieci-dodici anni (37 mld in meno alla sanità tra ospedali chiusi, blocco del turn-over, riduzione di posti-letto ospedalieri del 30% e altro ancora)?
R. Aumentare i posti-letto (PL) in Terapia Intensiva può essere una risposta quando l’evento è di natura “puntuale” nel tempo (per es. un terremoto). Si calcola il fabbisogno e nel minor tempo possibile si riequilibra la domanda di assistenza con l’offerta di trattamenti appropriati e proporzionati. Il numero di vite salvate aumenta e, di conseguenza, la performance del sistema. In questo caso il metro di valutazione per l’accesso sarà basato su un criterio oneri del trattamento per il malato/benefici. Nel caso di specie stiamo parlando di un fenomeno che invece perdura e per il quale il criterio di supplire alla domanda sempre crescente di PL aggiungendone man mano può funzionare finché non si supera una soglia critica oltre la quale per vari fattori (difficoltà tecnico-organizzative, mancanza di personale dedicato etc), pur aggiungendo PL, il sistema non “fitta” più. In questo caso, come nella medicina delle catastrofi, deve essere adottato un criterio di giustizia distributiva (triage “di guerra”) per cui viene salvato chi ha maggiore speranza di vita. Se ho un PL e due malati, il signor Carlo di 81 anni (= aspettativa di vita italiano medio ISTAT 2019) e la signora Maria di 30 (aspettativa calcolata secondo ISTAT = 51 anni), ammetto in Terapia Intensiva la signora Maria. Provo a sintetizzare con un grafico:

grafico Pino

D. Mi hai segnalato, e te ne ringrazio, un interessante contributo scientifico sulla “sopravvivenza” del virus su diversi materiali (https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.03.09.20033217v2). Ne esiste una versione in italiano, di più facile diffusione?

G. No che io sappia.

Di Carlo Batini riporto qui di seguito un foglio di calcolo da lui elaborato, che ci fornisce dati importanti sulle dinamiche dello sviluppo della pandemia, in Italia e in Cina, da cui emergono, seppur molto timidamente, alcuni elementi di ottimismo.
Grazie a entrambi.

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