Ancora in ricordo di Massimo Birindelli


Ricevo dall’arch. Raffaella Inglese e volentieri pubblico qui parte di un saggio da lei scritto e contenuto in un volume collettaneo in onore di Giorgio Pacifici, in cui è ancora viva e operante la lezione culturale e umana di Massimo Birindelli:

“Uno dei temi più interessanti e generali relativi all’analisi dell’architettura è infatti quello che possiamo definire dell’” intorno”. Fu il vero cavallo di battaglia del mio caro professor Massimo Birindelli, che, negli anni ’80, mentre scriveva vari libri tra cui quello citato nella nota 3, approfondiva molto la questione trasmettendo ai suoi allievi una sensibilità speciale che sicuramente li avrà resi dei progettisti consapevoli; in una delle sue dispense di quegli anni intitolata “L’idea borghese di opera d’arte” si sofferma proprio su questo tema a pag. 17: “Esistono, certo costruzioni sostanzialmente indifferenti a quello che hanno attorno, concepite come oggetti isolati. Non bisogna pensare solo alla piccola casa unifamiliare delle periferie urbane degli ultimi centocinquant’anni. Possono anche essere architetture di tutto rispetto. Molti edifici disegnati da Ledoux per Chaux potrebbero liberamente esser cambiati di posto, senza nessun danno apprezzabile, né per la città né per gli edifici. La sede della Wiener Secession di Olbrich ha dei rapporti con l’ambiente urbano circostante assai deboli, forse addirittura inesistenti. Il padiglione di Mies van der Rohe per l’Esposizione universale di Barcellona del 1929 – come quasi sempre per le costruzioni temporanee – è perfettamente svincolato da qualsiasi relazione, anche dimensionale, con le costruzioni vicine. Ma accanto a questi esempi di architetture ben circoscrivibili e concettualmente mobili, è facilissimo elencare una serie infinita di architetture che hanno un senso solo perché hanno una determinata posizione in un determinato punto di una città o di una campagna e che smetterebbero di essere sé stesse se il loro intorno venisse alterato”. E quindi cita Palazzo Farnese a Roma, con il suo importante salto di scala, situato nella omonima piazza, oggi sede dell’Ambasciata francese, progettato da Antonio da Sangallo il Giovane all’inizio del Cinquecento, più avanti completato da Michelangelo. Poi nomina la particolare sistemazione di Giuseppe Valadier, dalla fine del ‘700 al 1834, per Piazza del Popolo a Roma, dove vari elementi formali, di quota, di spazi, di equilibri unici al mondo, concorrono a creare un ambiente davvero irripetibile. Quindi infine cita la casa sulla cascata realizzata nel 1935 sul ruscello Bear Run in Pennsylvania dall’architetto Frank Lloyd Wright con il suo particolare gioco di aggetti che ha un significato molto legato al paesaggio circostante, quindi ad un “intorno” questa volta di tipo naturale.”

 

studi in onore Giorgio Pacifici

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Dialoghetto di paese


Un piccolo paese dell’Appennino centrale, verso la fine d’agosto. Sull’unica piazza si affaccia l’unico bar con all’esterno due tavolini di metallo anni ’50 e quattro sedie, anch’esse in metallo. Il cielo è indaco, con qualche cirro. Tutto intorno rilievi arrotondati ricoperti di ceduo, con qualche radura giallastra, campi ormai abbandonati.

Un uomo e una donna sulla quarantina e di medio ceto, di quelli che non vogliono essere considerati turisti, ma “viaggiatori”, che vanno alla ricerca dei luoghi segreti che i quotidiani nazionali di grande tiratura squadernano come esclusivi nelle loro pagine culturali, attraversano la piazza, si siedono a uno dei tavolini e ordinano da bere, “qualcosa di non gasato e naturale, preferibilmente ‘bio’”.

“Bio, bio, bio!”, fa loro eco con un sorriso un vecchio seduto all’altro\ tavolo, poggiando un libro che fino ad allora stava leggendo. I tratti somatici sono quelli di un contadino, ma l’abbigliamento e l’espressione fanno pensare ad anni di emigrazione, che gli hanno fatto perdere l’accento natio e acquistare una certa cultura.

I due, sorpresi, si voltano verso di lui con aria interrogativa.

“Scusate, ma è stato più forte di me. Questa moda del ‘bio’ è davvero insopportabile. Tutta sta’ natura, sto’ verde che ci sta riempiendo le orecchie … e che adesso riempie anche le urne elettorali di qualche Paese europeo! L’ultima invenzione del mercato, ecco cos’è la natura. La natura non esiste, è un prodotto della città in cerca di alibi per continuare a essere quella che è, magari tentando di tenere a bada i sensi di colpa.”

“Mi scusi”, interloquisce la signora, “ma come fa a negare, proprio lei che vive in questo piccolo paradiso di quiete e di aria pura, l’esistenza della Natura. Si vede che non conosce la peste cittadina, il rumore, il traffico, gli odori nauseanti …”

“Oh, quelli li conosco benissimo, ho vissuto più di trent’anni in un sobborgo di Duisburg, si figuri un po’”, risponde ridendo bonariamente il vecchio, “quella è stata la mia natura, me la sono andata a cercare per poter dar da mangiare alla mia famiglia, per farla crescere sana, in una casa con il cesso, mi scusi la parola, senza mosche, con l’ospedale vicino, la scuola vicina, mezzi di trasporto veloci. Dovevo forse restare qui, dove si campa male e poco? Sissignora, si campa poco, perché la natura, come intendete voi ‘cittadini bio’, è cattiva se non la si tiene fuori della porta.”

“Il suo mi sembra un discorso paradossale”, interviene il signore, “nessuno nega che il progresso tecnico in tutti i campi, soprattutto in medicina, abbia avuto effetti benefici per la nostra salute. Solo che si è badato molto poco a conservare il nostro legame con la terra e con l’ambiente. Non mi vorrà negare, spero, che il consumo di un territorio bello come il nostro, di quel paesaggio di cui noi italiani siamo stati gli inventori, sia stato un crimine commesso contro le generazioni future. Non so se ha visto alcuni magnifici tratti di costa completamente cementificati, con quelle orrende villettine quasi sempre non finite, oppure certe periferie delle grandi città. Dunque una riflessione sulla naturalità dell’uomo va fatta, altrimenti ci aspetta, entro relativamente pochi anni, una fine terribile.”

“Quello che dico è che non bisogna fare dell’ideologia, come si legge in qualche testo ormai dimenticato, ma politica. Affermando innanzi tutto che anche la natura è storia, non un valore assoluto, originario, eterno. L’opposizione natura/civiltà è nata con le città. Rifugiarsi nella natura ritraendosi dalla civiltà significa rifiutare la complessità; il progresso è sicuramente faticoso e può apparire insensato … potrei dire alienato, ma questo non autorizza, secondo me, a cercare scappatoie all’indietro. Tutto questo rimpianto per gli alimenti ‘di una volta’, i dolci della nonna, il vino del contadino … Lei sa che se vuole bere del vino pessimo deve andare a prenderlo proprio dal famoso contadino? Se mi dicessero di scegliere tra una forma di caciotta prodotta in una piccola fattoria o una uscita da una grande fabbrica di formaggi, non avrei dubbi, sceglierei la seconda. E lei?”

“Allora lei è convinto che l’attuale modello di sviluppo sia quello giusto, che bisogna continuare così, che tutto va bene solo perché campiamo molto di più di qualche decennio fa…”

“Tutto il contrario! Solo che la critica va fatta in maniera giusta e con gli strumenti giusti e …” interrompe il vecchio.

“Lei sa”, riprende l’altro, “che si dice che il progresso consiste nel farci vivere più a lungo malati? E poi, il cambiamento climatico è davanti agli occhi di tutti, anche ai suoi, spero. Uragani tropicali nelle Marche, caldo torrido nel nord della Germania, innalzamento del livello dei mari, scioglimento dei ghiacci polari …”

“Basta, basta! Lo so bene che la natura fa quello che vuole con noi. “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?”, direbbe il Poeta. Non mi dirà che anche lei, come quella povera bambina svedese, attribuisce all’uomo e al suo essersi allontanato dalla natura cataclismi geologici e scioglimenti di ghiacci. Vuole che le enumeri le glaciazioni e i relativi periodi interglaciali intervenuti quando dell’uomo e delle sue infami tecnologie non vi era ancora traccia? I ghiacciai delle Alpi mi sembra abbiano cominciato a sciogliersi dal 1850 …”

“Ecco, appunto, all’inizio della Rivoluzione Industriale”, si inserisce trionfante la signora.

“Beh, proprio all’inizio non direi, ma comunque cercare un legame di causa-effetto tra fenomeni tanto diversi … E poi al tempo di Riss-Würm, c’erano forse fabbriche e automobili?”

“Non divaghiamo”, riprende il signore, mentre viene servito a entrambi del tè freddo senza zucchero, rigorosamente preparato dalla padrona del bar. Mi pare che lei confonda piani diversi. È vero che sulla Natura si è esercitato e si esercita un marketing forsennato, ma questo fa parte del gioco. Non bisogna mai guardare il dito, ma la Luna e la nostra Luna è la forma da dare al futuro dei nostri figli. Ha letto che qualche giorno fa c’è stato l’Overshoot Day?

“Italiano, per favore, so solo un po’ di tedesco …” interrompe il vecchio.

“Vuol dire che fino a quel giorno abbiamo consumato tutte le risorse a nostra disposizione nell’anno e che da allora viviamo a credito della Terra.”

“Oddio! Ho letto da qualche parte che nella Firenze dei Medici c’erano a un certo punto due partiti, i Palleschi e i Piagnoni. Ecco, mi pare che i Piagnoni oggi abbiano decisamente la meglio”, risponde calmo il vecchio.

“Accidenti! Ne ha letti, lei, di libri”, esclama la signora, ammirata.

“Oh, solo quelli delle biblioteche popolari. Solo qualche nozione qua e là. Sono sempre stato un tipo piuttosto curioso”, rispose il vecchio. “Insomma, viviamo dentro un orizzonte catastrofico, nutriamo i nostri figli di declino, di sciocchezze come la ‘decrescita felice’, di lotta ai consumi … E invece i consumi vanno alimentati, eccome! Perché l’unica risposta possibile è la ripresa della lotta per tenere la natura … fuori della porta, lontano da noi, una risposta cioè che solo la scienza e la tecnologia potranno dare. Il resto è fuffa.”

“Ma lei è un estremista pericoloso!”, si infervora divertita la signora, “ecco, ad esempio, questo tè prodotto in casa e senza zucchero è molto più buono e sano di …”

“Vogliamo sottoporlo a un’indagine batteriologica e poi confrontiamo i dati con quelli di un tè prodotto dall’esecrata industria alimentare? Quale dei due risulterà più sano, secondo lei?”

“Lei continua a divagare, però, e a confondere i piani”, riprende ostentando ragionevolezza il signore, “stavamo parlando della Natura e della sua supposta inesistenza. Personalmente credo che noi siamo quel che siamo perché ci sentiamo ‘dentro’ la Natura, in relazione intima con noi stessi in quanto figli della Natura, che è una dimensione intrinseca alla nostra esistenza e quindi … eterna rispetto alla nostra fragile eternità. Solo recuperando il nostro originario rapporto con la Natura potremo superare il senso di alienazione, di insignificanza, insomma, potremo ritrovare la nostra Unità perduta …”

“Uhm, la sta facendo difficile e su questo terreno non la posso seguire, per mia ignoranza.”, risponde il vecchio, “Quello che volevo dire, al di là delle battute e delle osservazioni di costume, è che bisogna stare attenti a non far diventare la natura una merce come le altre, da spacciarsi con grande profitto sul mercato globalizzato. Piuttosto non andrebbe mai dimenticata la critica al modo di produzione capitalistico nell’epoca della globalizzazione … Lo so, sembrano parole tirate fuori da un passato lontano e definitivamente tramontato. Ma sono troppo vecchio per cambiare occhiali; il mondo lo vedo sempre con le lenti della mia gioventù. Quando è venuto giù il Muro di Berlino voi andavate ancora alle elementari … Insomma, per me di alienato esiste solo il lavoro; un mio limite, sicuramente, ma nelle caselle della mia testa l’idea di natura non trova proprio posto, se non come falsa coscienza … Ancora il secolo passato che riemerge!”, sorride il vecchio.

“Ma no, ma no!”, risponde vivacemente il signore, “starla a sentire è un vero piacere. Sa che ho appreso molto da questa nostra breve conversazione? Lei è sicuro che la sua profondità di pensiero non prenda alimento proprio da questo suo paese così tranquillo, così pulito, dall’aria così pura … dalla Natura, per dirla in sintesi?”

“Allora lei vuole provocarmi!”, ribatte ridendo il vecchio, “io sto qui solo perché la pensione che mi danno non mi consente di vivere altrove; se potessi vivrei tanto volentieri in città, come voi, dove, salvo qualche sciagurata ciotola fiorita, qualche giardinetto e qualche assurdo e costosissimo ‘bosco verticale’ , dove trova alloggio la buona e ricca borghesia ‘progressista’, la natura è tenuta ben lontana, come ha da essere ogni luogo ‘sentimentale’, che piace tanto solo perché si è certi che alla sera, rientrando a casa dall’idillio, si può accendere la luce e fare una bella doccia calda!”

“Adesso però dobbiamo proprio andare”, dice la signora alzandosi e in tono cortese, “vogliamo fare un giro per il paese prima di tornare e fare un pieno di aria buona, di buoni colori, di buoni spazi, di armonia tra uomo e ambiente, di Natura, insomma!”

“Fate bene”, risponde salutando il vecchio, “passeggiando per le nostre viuzze, vedete se trovate traccia di ‘verde urbano’ che non sia qualche vaso di fiori, oppure se ci sono solo pietre e muri, l’unica ‘natura’, quella fabbricata dagli uomini, che i nostri tanto rimpianti antenati conoscevano!”

 

I santini, i controsantini e la valenza dei simboli


Pubblico qui di seguito un intervento interessante, intelligente e sicuramente da meditare di Giuseppe Cappello, professore di filosofia e storia, nonché scrittore e poeta (http://www.giuseppecappello.it/a commento del mio “La Politica dei santini” del 6 luglio scorso.  Si attendono reazioni.

“Caro Preside,
ho letto con molto interesse il suo pezzo su La politica dei santini.
Già dal titolo sapevo a cosa sarei andato incontro. Innanzitutto perché
è proprio di un buon titolo l’inaugurare e anche richiamare il cammino
del lettore verso un approfondimento del testo in questione. Ma anche
perché conosco ormai la sua posizione sulla sinistra e sapevo dove
sarebbe andato a parare. A colpire. Naturalmente, nonostante conoscessi
appunto il tono che avrebbe acquisito la melodia, poiché in quanto lei
scrive ravviso sempre un intendimento, lo svolgimento profondo di un
concetto, mi sono avventurato nel cammino della lettura. Che non ha
tradito le aspettative.

Certamente lei scrive bene lì dove dice che “negli ultimi anni abbiamo
potuto misurare la pochezza della strategie politiche messe in campo da
quell’area che un tempo si definiva di sinistra, in Italia e in tutto
l’Occidente”; dove sottolinea come “il velo ideologico di un
progressismo déraciné disteso su tutto il pianeta ha “nascosto” […] il
potere incontrastato delle grandi multinazionali, ormai più ricche e
potenti di interi Stati nazionali, uniche entità planetarie a fare
politica sul serio e che iniziano, come era prevedibile, persino a
battere moneta (Facebook)”; dove ammonisce come sia “sostanza l’oblio
della lezione gramsciana espressa in Americanismo e fordismo, dove
Gramsci, pur analizzando con grande acume il “frenetico produttivismo”
di quel modello e condannandone gli esiti, ne accetta la sfida e traccia
ben netta la linea di demarcazione con gli atteggiamenti pauperistici e
antimoderni (vedi la decrescita felice).

Tutto giusto.

Anche se vorrei innanzitutto riprendere il filo da quest’ultima
citazione e sottolineare che gli atteggiamenti pauperistici e
antimoderni non sono stati importati in Italia, e diffusi per le vie
della stessa tecnologia più evoluta, da questa sinistra che a sua volta
rischia di assumere, proprio per sua mano, anche lei l’immagine del
contro-santino del male. Mi limito a sottolineare che coloro che hanno
diffuso questa idea della decrescita felice, oltre al giullare genovese,
sono stati economisti che ora si trovano alla guida economica
dell’attuale governo. Governo a cui sono arrivati grazie agli strali
pauperistici e antimoderni contro la sinistra dell’avanguardia
europeista. Strali spesso sottoscritti da chi ha pensato che il
tradimento della sinistra avanguardista potesse essere compensato,
risolto e perfino vendicato semplicemente sostituendo appunto i Quaderni
del carcere con i Post del Blog delle Stelle.

Oltre alla critica alla sinistra, sarebbe più urgente e anche
produttivo, mettere a fuoco una certa autocritica rispetto a quella che
a me è sempre sempre sembrata la più clamorosa delle sviste politiche.
Mi sembra che il prendere coscienza che la sinistra, al di là di ogni
sua stortura, ha finito per diventare appunto proprio un controsantino
(“e allora il PD?!”) su cui scaricare ogni fallimento di ciò che si
annunciava come un vero e proprio cambiamento palingenetico della
società (fino addirittura alla “abolizione della povertà”), sia un
esercizio che non si può più eludere.

Come, io stesso, non voglio eludere il fatto di dirmi fieramente ancora
di sinistra nonostante, come scrive lei, la sinistra si sia risolta in
“partiti irenisti e globalisti, dominati dal politically correct,
sostanzialmente conservatori, ben annidati nelle élites sempre più
esigue ed esangui”; di dirmi di sinistra, senza dover andare a sbattere
il capo, tra formazioni che contrapponendo il polemismo all’irenismo e
ricadendo fra le stesse braccia della destra nel barattare
l’internazionalismo con surrogati dello stesso sovranismo, hanno
ricevuto il consenso dell’1,7% degli elettori alle ultime Europee; di
dirmi di sinistra, e qui veniamo all’origine del discorso, non
nonostante il mio declamato appoggio a quelli che un in spregio vengono
chiamati i santini; di dirmi di sinistra proprio perché vedo una valenza
positiva in quelli che, se vogliamo proprio chiamarli così, sono i nuovi
santini della sinistra.

A D’Alema si chiedeva (giustamente ma anche ingenuamente) di dire
qualcosa di sinistra. Bene, perché dovremmo stare di nuovo a romperci il
capo se, vedendo un uomo, Mimmo Lucano, che fa cose di sinistra nel
costituire un sistema di integrazione fra indigeni e migranti in terra
di ‘ndrangheta, dovremmo censurarci nell’acclamarlo a nostro simbolo?
perché dovremmo censurarci nell’acclamare una giovane donna, in grado di
condurre, a trentuno anni, una nave delle dimensioni della Sea Watch, e
soprattutto di salvare, nel segno della solidarietà e della legge,
quaranta vite “nate sotto un accento sbagliato”? Lei, da fine grecista
qual è, scrive molto bene che a sproposito si è parlato di Antigone. Ed
è vero! Ma si è parlato a sproposito di Antigone perché la Capitana
Carola Rackete non ha opposto un sua legge dell’interiorità alla legge
dello Stato; la Capitana Carola, come hanno decretato i giudici di
Agrigento, ha esattamente interpretato la legge contro chi nello Stato
italiano fa ogni giorno scempio della legge. In nome, peraltro, di
nessuna interiorità! Perché non dovremmo noi a sinistra, e qui lo dico
anche da padre, appoggiare le battaglie di Greta? Che viene anche lei
ricondotta sotto la categoria denigratoria e depotenziante del santino
della sinistra?

Mi sono trovato a vedere il telegiornale con mia figlia e sono stato
lungi dal pensare che il mito potesse allontanare dal logos quando mi
chiedeva di quest’altra bambina e ho potuto attraverso di essa, magari
anche percepita nel mito, spiegarle il logos di ciò che significa oggi
la posizione del genere umano nella natura. Così, come quando ci siamo
trovati di fronte al telegiornale che parlava di Carola, spiegarle il
logos, che grazie al cielo il santino del mito le avvicinava, della
posizione del genere umano nei confronti di se stesso.

Ben vengano dunque, caro preside, i miti! E pure anche, se vogliamo
chiamarli così, i santini! Innanzitutto ben vengano per le nuove
generazioni … il mio ricordo più antico del sentimento della giustizia è
ancestralmente legato alla tenda dei Pellerossa che mi regalarono i miei
genitori per Natale; al ricordo di come mi chiusi fieramente lì dentro!
Così come è legato ai brividi che mi mette il ripensare il cappello di
carta che mio padre mi faceva, simile a quello dei muratori, quando mi
portava a sentire i comizi dell’amato leader sardo a Piazza san
Giovanni. Come spero questa mia lettera possa testimoniarle, e lo stesso
intero nostro carissimo e preziosissimo carteggio, da quei miti pure
qualche logo è venuto fuori; così diamo uno spazio anche a chi, bambino
o adolescente oggi, possa avere il suo mito. Pure il suo santino.

Soprattutto in un tempo in cui tutta la macchina bellica dell’italica
razza non perde occasione di baciare rosari a destra e manca e il
Presidente del Consiglio ci tiene a far sapere a tutto l’italico popolo
che, lui sì, gira con il vero santino di Padre Pio in tasca!

La politica dei santini


Negli ultimi anni abbiamo potuto misurare la pochezza della strategie politiche messe in campo da quell’area che un tempo si definiva di sinistra, in Italia e in tutto l’Occidente.
A distanza di una generazione (trent’anni dalla Caduta del Muro, poco meno dal dissolvimento dell’URSS), assistiamo a quello che pare un inarrestabile declino delle socialdemocrazie e delle forze che in qualche modo e in misura differente si sono richiamate a una interpretazione “marxista” della Storia, intesa come risultato di fattori da analizzare “scientificamente”, nella loro configurazione di classe, negli interessi che li muovono, nella loro consistenza culturale.
Ancora “sott’a bbotta’mpressiunate”, come dice la celebre canzone di E. A. Mario, le sinistre europee hanno voluto cancellare dal loro vocabolario la parola stessa di “socialismo”. Ricordo bene, prima delle lacrime occhettiane, la discussione su simbolo e nome dell’erede del PCI e sulla prevalente opinione di chi riteneva che comunque non dovesse comparirvi la parola “socialista”, sostituita poi, come sappiamo, dal termine “più moderno” (un tempo lo si sarebbe detto “ideologico”) di “democratico”.
Non è questione di forma, ma di sostanza. Come è sostanza l’oblio della lezione gramsciana espressa in “Americanismo e fordismo”, dove Gramsci, pur analizzando con grande acume il “frenetico produttivismo” di quel modello e condannandone gli esiti, ne accetta la sfida e traccia ben netta la linea di demarcazione con gli atteggiamenti pauperistici e antimoderni (vedi la decrescita felice). In quell’ottica, il progresso scientifico e tecnologico viene assunto come orizzonte da governare “politicamente”, non come la Gran Porta da cui si affaccia l’Orda di Gog e Magog, che si nutre di Innocenza e di Natura.
Oggi invece sembra prevalere, soprattutto presso l’opinione pubblica più open-minded, un atteggiamento complessivamente regressivo e retroflesso. In esso si origina un processo di alienazione che misconosce la pervasività e il dominio della tecnica, verso la quale si nutre una radicale diffidenza (vedi la demonizzazione della chimica, che è sempre “cattiva”, come se la celebre cicuta bevuta da Socrate non fosse stato un prodotto squisitamente bio!).
Nelle sue espressioni più cheap, siamo al “culto della cucina della nonna”, allo “strapaese”, al “verde” sempre e comunque; ci si abbarbica a tradizioni ormai morte e sepolte, se non inesistenti, recuperate solo in forme affatto artificiose. Un esempio ne è il “Neo-urbanesimo”, in cui si privilegia un vernacolo minimalista, fatto di tinte pastello, di casette accostate le une alle altre attorno a piazze medievaleggianti; un’architettura che volge le spalle alla tragicità “vera” della modernità e reinventa spazi urbani in un idillio arcadico, che finisce per essere quello di un outlet suburbano o un set cinematografico.

Place de Toscane a Serris, in Francia. Architetto Pier Carlo Bontempi

Quartiere Ater Corviale di Roma. Architetto Mario Fiorentino

La rovina dei regimi sedicenti comunisti dell’est Europa e dell’Asia ha segnato una sconfitta politica planetaria, per molti versi inevitabile, ma che nello stesso tempo ha di fatto impedito di riflettere ulteriormente su quei modelli, per quanto atroci e fallimentari si siano rivelati.
Gli Stati Uniti non hanno vinto solo sul piano politico, militare ed economico, ma – e soprattutto – imponendo in modo pervasivo un proprio modello culturale. Tale modello è in buona sostanza ancora quello illuministico e teistico del Padri Fondatori (va ricordato che il dollaro è l’unica banconota santificata dalla presenza di Dio): la realtà è fatta di valori universali, della lotta tra Progresso e Arretratezza, tra il Bene e il Male, tra la Virtù e il Vizio, tra la Ragione e la Follia, tra Libertà e Schiavitù. È per questo che gli Stati Uniti sono “la terra dei liberi e la patria dei coraggiosi”, mentre altri Paesi possono essere qualificati come “l’impero del Male”. Al centro di tutto c’è l’individuo, considerato radicalmente avulso dal contesto che lo nutre e almeno in parte lo determina, eguale a tutti gli altri individui, a Damasco come a Miami, a Pechino come a Johannesburg.
In una tale impostazione, ormai largamente egemone, ogni evento viene inserito in una griglia di valori puramente etici. È così che, eliminando ogni lettura storica dei fatti, si è giunti a progettare la cosiddetta “esportazione della democrazia” e le cosiddette, esiziali “primavere arabe”: se tutti gli uomini sono eguali, istanza di diritto inoppugnabile, allora anche i loro valori e i loro comportamenti non possono non essere gli stessi a tutte le latitudini e quindi giudicabili in base a “leggi universali”. È così che si sta trattando la drammatica questione dei migranti, in un conflitto che nel mito sofocleo dell’Antigone, oggi inflazionato e interpretato da persone che forse non conoscono neppure il greco, vede trionfare Antigone e le sue “Leggi del Sangue”, contro Creonte, campione delle “Leggi dello Stato”. In realtà nella tragedia di Sofocle la ferita generata dallo scontro resta sanguinante fino alla fine e tutti pagano pegno per le scelte compiute, nessuno escluso. Non c’è dunque “una” Verità, “una” Legge sovraordinata alle altre. Solo la politica può fornire una soluzione consapevolmente provvisoria, ad Atene nel V secolo a.C. come oggi nel nostro mondo globalizzato.
Il velo ideologico di un progressismo déraciné disteso su tutto il pianeta ha “nascosto” (ah, questi benedetti filosofi del sospetto!) il potere incontrastato delle grandi multinazionali, ormai più ricche e potenti di interi Stati nazionali, uniche entità planetarie a fare politica sul serio e che iniziano, come era prevedibile, persino a battere moneta (Facebook).

Le diseguaglianze sempre più acute e distruttive generate da un tale sistema provocano, anche nei paesi sviluppati, un disagio crescente e sempre più generalizzato, che viene incanalato – e solo in parte contenuto – in due direzioni simmetriche opposte, anch’esse nutrite di ideologia:
– A destra, verso i movimenti identitari e nazionalisti, oggi più forti ed estesi dall’India all’Europa fino agli stessi Stati Uniti, soprattutto negli strati medio-bassi della popolazione, i più colpiti dalle ingiustizie sociali e dalla mancanza di prospettive.
– A sinistra verso i partiti irenisti e globalisti, dominati dal politically correct, sostanzialmente conservatori, ben annidati nelle élites sempre più esigue ed esangui.
In entrambi i casi – ed è questo l’aspetto più importante – il “manovratore” non viene “disturbato” e continua a muoversi, senza incontrare ostacoli, nella grande prateria che si è aperta dinnanzi a lui da un trentennio almeno.
Dicevamo all’inizio della “politica dei santini”. A me pare che “i resti di quello che fu” il grande movimento operaio e intellettuale progressista della fine del XX secolo non faccia oggi che genuflettersi quotidianamente di fronte a icone inondate dalla luce di molti ceri, ieri la piccola Greta, oggi la comandante Karola, domani chissà chi altro ancora.
Non c’è dubbio, le pratiche devozionali acquietano le coscienze e alleviano le angosce, ci fanno sentire sempre dalla parte giusta e, soprattutto, individuano i demoni che ci perseguitano, dando loro nome e cognome (inutile che vi dica chi è il diavolo di turno). Nello stesso tempo però rendono ciechi e inabili ad analizzare con la dovuta lucidità e profondità quanto la realtà ci propone quotidianamente. Tutto viene interpretato con grande superficialità. A dar voce alla pancia non è solo la destra, ma anche la sinistra, che sembra spesso un’accolta di anime belle (quando non una maschera cinica per gestire brutalmente il potere!), pronta a innamorarsi della Giovanna d’Arco di turno … senza però sapere nulla della storia della Francia e dell’Inghilterra nel XV secolo!
Un altro esempio di attualità: ai vertici della periclitante UE dovrebbero andare due donne. Bene. Di una si è saputo che ha messo al mondo sette figli, dell’altra, che più banalmente di figli ne ha due, solo aneddoti riguardanti il suo rigore, dimenticando peraltro un imbarazzante passato di fedele, ancillare sostenitrice del pluri-inquisito ex presidente Nicolas Sarkozy (vedi la bozza di lettera pubblicata da “le Monde” nel 2013)(1). Non una parola sul programma concreto che la UE ha affidato a queste due signore perché lo attuino. L’elemento principale di novità, che dovrebbe tranquillizzarci, sta nel fatto che sono donne.
In tutto il ragionamento fin qui dipanato non c’è alcuna nostalgia per il passato (sarebbe intrinsecamente contraddittorio con quanto detto), ma certo il desiderio che si torni a “pensare politicamente” la realtà, senza santi da venerare e senza demoni da esecrare, ma con il rigore necessario a cogliere gli autentici meccanismi che governano il mondo, per tentare di fare quello per cui la politica è nata, nei versi di Foscolo in gloria di Machiavelli, “per temprare lo scettro a regnatori” sfrondandone gli allori e rivelando alle genti “di che lagrime grondi e di che sangue”.

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(1) – “Cher Nicolas, très brièvement et respectueusement”, “1) Je suis à tes côtés pour te servir et servir tes projets pour la France. 2) J’ai fait de mon mieux et j’ai pu échouer périodiquement. Je t’en demande pardon. 3) Je n’ai pas d’ambitions politiques personnelles et je n’ai pas le désir de devenir une ambitieuse servile comme nombre de ceux qui t’entourent dont la loyauté est parfois récente et parfois peu durable. 4) Utilise-moi pendant le temps qui te convient et convient à ton action et à ton casting. 5) Si tu m’utilises, j’ai besoin de toi comme guide et comme soutien : sans guide, je risque d’être inefficace, sans soutien je risque d’être peu crédible. Avec mon immense admiration. Christine L. “

Benevento, in provincia di Venezia


Nel corso di una recente puntata di una trasmissione televisiva di intrattenimento, “L’Eredità”, che ha pure una qualche ambizione cultural-educativa, una concorrente laureata e insegnante in una scuola dell’infanzia, interrogata su dove si trovasse Benevento ha risposto, dopo non pochi secondi di riflessione, “in Veneto”.

Al di là delle facili ironie e dei rimpianti per il “mondo di ieri” (mia madre, maestra elementare con diploma magistrale, non sarebbe mai arrivata a tanto, neppure sotto l’effetto di potenti allucinogeni!), l’episodio induce a riflessioni serie, sulla scuola e sui suoi compiti.

La puntata in questione si svolgeva di venerdì, un giorno in cui gli studenti manifestavano per le strade contro l’insensibilità della politica globale di fronte al problema del cambiamento climatico, seguendo le orme della piccola Greta (by the way, bisognerebbe smettere di chiamarla così, in primo luogo perché l’attributo induce a diminutivi non particolarmente lusinghieri per l’interessata e poi perché Greta tanto piccola non è).

Quale che sia l’opinione di ciascuno in proposito, il tema dell’ambiente sta assumendo un rilievo sempre maggiore nel panorama delle notizie sui giornali, in TV, e sul web ed sta avendo importanti riflessi anche all’interno delle forze politiche, soprattutto nel campo “progressista”, affievolite nella loro identità e alla ricerca di nuovi ancoraggi ideali.

Vista dalla prospettiva dell’istituzione scolastica, la questione presenta un’evidente aporia.  Da una parte si registra un’attenzione sempre più intensa per le questioni ambientali e si insiste sugli aspetti positivi della globalizzazione, che abbatte le frontiere e spinge soprattutto i giovani a viaggiare, comunque e dovunque (“Dobbiamo andare senza fermarci fino a che non siamo arrivati” “Dove stiamo andando?” “Non lo so, ma dobbiamo andare”. La Beat Generation di Jack Kerouac che si fa Erasmus!); dall’altra l’assenza pressoché generale della geografia dai curricoli.

Tutti noi abbiamo esperienza dell’ignoranza geografica dei nostri studenti, che non consiste nel non sapere i nomi delle Alpi (ma con gran pena le reca giù), ma nel non sapere dove ci si trova su questa Terra, quali sono le nostre coordinate nello spazio, come si sono formati monti e valli, perché le città sono nate in un determinato punto e non in un altro e così via. Quante persone scolarizzate delle più recenti generazioni sarebbero oggi in grado di spiegare con chiarezza il ciclo delle stagioni?

La creazione curricolare di un ircocervo come la “Geostoria” ha sicuramente consentito risparmi di spesa nel bilancio della PI, ma non ha sicuramente favorito la irrinunciabile dimensione culturale del “sapersi orientare” che è essenziale per comprendere le relazioni tra noi e tutto ciò che ci circonda.

La geografia, accanto alla lingua madre, alla matematica, alla musica e alle arti visive, dovrebbe costituire uno dei pilastri su cui fondare, fin dalla scuola dell’infanzia, la crescita culturale e personale degli studenti. Per la sua natura intrinsecamente multidisciplinare, essa dovrebbe tornare a far parte in forma autonoma del percorso didattico, certo non come area di accumulo indistinto e nozionistico di cifre e di dati (comunque essenziali per comprendere), ma come forma mentis, capace di rendere la vista dei nostri ragazzi sul mondo più acuta e più penetrante la loro capacità di leggere i fenomeni.

Tornando a Benevento, il fatto di aver collocato la capitale del Sannio nelle vicinanze di Venezia non è solo un lapsus senza importanza dovuto all’emozione del momento. A mio parere esso è la spia che ci svela i pericoli di scelte compiute anche con un certo grado di consapevolezza. Come è noto da numerosi studi, sulla strada dell’ignoranza geografica gli USA hanno fatto da battistrada. Potenza globale come nessun’altra, sono molti tra i suoi cittadini a ignorare, ad esempio, dove si trovi il Vietnam e a ritenere che Israele sia un paese arabo.

Dato che gli Stati Uniti esercitano la loro egemonia anche in campo culturale (e la scuola italiana ne sa qualcosa!), la consapevolezza delle scelte di cui si diceva poc’anzi sta, per quel che riguarda la geografia, proprio nel voler tirar su generazioni di giovani “sradicati” (non nel senso “rivoluzionario” di Kerouac!), incapaci cioè di analizzare il qui e il dove delle loro esistenze e quindi più facilmente trascinabili dal grande fiume delle informazioni pubblicitarie e dei mercati.

Il primo passo per trasformare il cittadino in cliente è proprio quello di renderlo il più possibile mobile, “spostabile” e quindi indifferente al contesto. La scomparsa della dimensione geografica dal percorso educativo mi pare sia quantomai funzionale a questo scopo.

 

L’Europa tra “mythos” e “historìa”


Non esiste un progresso lineare della conoscenza, dal “mythos”, racconto fantastico e spesso ominoso degli eventi, alla “historìa”, narrazione scientificamente fondata degli stessi eventi e ricerca delle loro cause.  Si tratta di due dimensioni del conoscere che intrecciano sempre tra loro diversi fili di differenti colori. L’importante è tenerle sempre distinte. Ciò vale anche per l’Europa, che è al tempo stesso  mythos e historìa.

Il mito

Risultati immagini per casa di giasone immaginiIl rapimento di Europa in un affresco pompeiano dalla Casa di Giasone

Il nome di Europa, da “euru”, “ampio”, e “opa”, “orao”, “vedere” e quindi “dall’ampio sguardo”, fa riferimento all’occhio dei bovini, capace di un orizzonte molto esteso. Di origine vicino-orientale, sarebbe l’ipostasi della colonizzazione dell’occidente da parte dei Fenici. Esso ha come protagonista la figlia del re di Tiro, Europa appunto, rapita in riva al mare e portata a Creta da Zeus apparso in forma di candido toro; l’antropomorfizzazione velerebbe, sotto le spoglie della fanciulla, una giovenca, che, accoppiatasi con il toro sacro (Zeus), diventò poi capostipite della dinastia cretese (Minosse era suo figlio e padre a sua volta del Minotauro). Il regno cretese fu dunque, secondo questa “spiegazione” mitica, il primo regno europeo, con una sfera di influenza estesa anche alla parte settentrionale dell’Egeo. In Beozia esisteva poi un’altra versione del mito, in cui “Europa” era un epiteto di Demetra e significava “dalla notte oscura”, come il profondo, esteso e inesplorato nord del Continente[1].

La storia

In generale, dalla tradizione greco-romana emerge un’identità “nordica” dell’Europa, quasi fosse un’immensa retrovia del mondo mediterraneo.

Nella tarda antichità (V secolo), l’abate irlandese Colombano, si riferisce a papa Gregorio Magno come al “totius Europae flaccentis augustissimo quasi cuidam Flori” (Ep. I), “al più augusto fiore di tutta la decadente Europa” e a Bonifacio IV come: “Pulcherrimo omnium totius Europae Ecclesiarum Capiti, (Ep. IV) “al più bel capo di tutte le Chiese dell’intera Europa”. Non è facile dire di che Europa si tratti. Colombano sembra identificare il patriarcato d’Occidente (Roma) e il continente europeo, dove si mescolano e si compenetrano i resti del mondo tardo-antico e le nuove genti germaniche; da irlandese, l’Europa gli appare come l’unico termine in grado di definire il “calderone in cui egli si trova a vivere e a operare”[2]. Presso un altro monaco, Isidoro, troviamo l’aggettivo “Europeenses” a indicare le schiere che, a Poitiers, nel 732, fronteggiarono gli Arabi: “prospiciunt Europeenses Arabum tentoria, nescientes cuncta esse pervacua”.

Fu Carlo Magno a fondare, tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo, il primo imperium autenticamente europeo, cioè a dire continentale, in cui trovarono una rinnovata unità politica l’elemento germanico, quello gallo-romano e quello italico, tutti cementati dalla comune fede nella religione di Roma, nell’uso di un’unica lingua franca, il latino, e di un’unica moneta, il denaro.

La fucina carolingia forgiò dunque il prototipo di un’entità unitaria politica e culturale continentale che si può definire europea. Tuttavia, come si sa, le antiche linee di faglia, storiche, geografiche e politiche a un tempo, il Reno, il Danubio, le Alpi, iniziarono a dislocarsi e nel corso dei secoli quella unità finì per decomporsi, in un processo che conobbe, tra le sue tappe salienti, la Riforma luterana, La Prima Guerra dei Trent’anni, il graduale abbandono del latino come lingua comune e infine, dopo Napoleone, lo svanire definitivo anche del fantasma del Sacro Romano Impero Della Nazione Germanica.

Altro discorso per la koinè culturale europea, che non ha invece mai cessato di svilupparsi in quanto tale. Dalla filosofia alla letteratura, dalla musica alla pittura, alle arti e alle scienze in generale, le élites del Vecchio Continente hanno continuato nel loro dialogo secolare, dando vita a una civiltà che a buon diritto si può definire universale, capace di “europeizzare” quasi tutto il globo terrestre.

All’interno di un immenso campo di forze, con un baricentro economico e politico sempre in movimento, dal Mediterraneo prima (Repubbliche marinare, Comuni e signorie italiane) all’Atlantico (scoperta dell’America), da ovest (Spagna, Francia, Inghilterra) al centro (Austria, Germania) a est (Russia e poi l’URSS), l’idea di un’autentica unità politica continentale non si è mai più affacciata alla ribalta, se non nei diversi tentativi di egemonia continentale messi in atto dell’una o dell’altra potenza (l’impero absburgico di Carlo V, la Francia di Luigi XIV e poi di Napoleone I, la Germania del I e del III Reich).

Tra la prima e la seconda fase della Seconda Guerra Europea dei Trent’anni (1914-1945), un’Europa annichilita ha cercato di ritrovare le ragioni dell’unità. Diversi importanti intellettuali e politici (basti citare Aristide Briant, Gustav Stresemann, Hugo von Hofmannsthal, Richard Coudenhove Kalergi), tentarono, invano, di proporre nuove soluzioni politiche per una Europa che non fosse più, come in passato, mero obiettivo egemonico di una singola potenza, bensì, proprio nel segno di una cultura comune e condivisa, un luogo di possibile concordia e condivisione di risorse e sovranità. Dopo il ’45, nello stato di prostrazione che accomunava vinti (Germania, Italia) e vincitori (Francia, Regno Unito), il renano Adenauer, l’alsaziano Schumann, il trentino De Gasperi, non per caso tutti uomini di frontiera ed educati alla cultura tedesca, ripresero quei tentativi esperiti negli anni ‘20 e, approfittando della estrema debolezza dell’Europa di fronte ai nuovi giganti globali USA e URSS, a partire dagli inizi degli anni ’50 riuscirono a muovere i primi passi (CECA) verso un progetto di unità politica continentale.

È in questo contesto tra mythos (come già contro gli Arabi a Poitiers nel 732, contro i Turchi a Lepanto nel 1571 e sotto le mura di Vienna nel 1683, l’Europa diventò il bastione della libertà contro “il barbaro” totalitarismo sovietico) e historìa (la Guerra Fredda, l’equilibrio del terrore tra USA e URSS) che si è formata e consolidata l’Europa dei “miracoli economici” e della lunga pace che abbiamo conosciuto fino alla caduta del Muro di Berlino (1989), al riparo dell’ombrello militare statunitense e della simmetrica oppressione del socialismo reale.

Caduto il Muro e rovinosamente sconfitto l’esperimento del socialismo reale nell’Europa centrale e orientale, quello stesso mito assunse i caratteri dell’assoluto metastorico (vedi l’effimero Fukuyama), diventando una sorta di totem inscalfibile e indiscutibile per tanta cultura progressista. Mito, appunto. E l’historìa?

La scomparsa del bipolarismo planetario e l’irrompere sulla scena internazionale di altri grandi protagonisti globali (Cina su tutti), hanno rotto gli antichi equilibri[3] e da allora l’Europa rischia di passare dalla linea del fronte alle retrovie[4]. Questo processo avrebbe dovuto indurre a ragionare (historìa) sull’Europa e sul suo destino e non più a idoleggiarla acriticamente (mythos).

E invece un nebuloso “sogno europeo” ha continuato a dominare le menti, incuranti della realtà mutata. Governata da un esercito di 50.000 addetti tra Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo (erano 100.000 tra mandarini e impiegati i burocrati che, alla fine del XVIII, facevano funzionare l’immensa Cina imperiale) e da un sistema politico-decisionale privo di autentici controlli democratici, tendente a confondere l’azione politica con quella amministrativa, la UE è tornata ad essere, come in passato, mero campo per l’esercizio egemonico di alcuni Stati nazionali (la Germania, innanzi tutto, con l’appoggio di una Francia sempre più  à bout de souffle).

Un mythos però funziona solo se è capace di esprimere una coscienza collettiva; a differenza del periodo antecedente l’89, esso è oggi profondamente offuscato da sentimenti crescenti di nazionalismo, dalla ricerca di un’identità culturale e politica che si considera perduta senza contropartite. Né l’Euro introdotto oltre vent’anni fa (moneta comune, ma non unica) ha ancora coinvolto tutti gli Stati della UE, finendo per non giovare alla causa dell’unità europea e per accrescere le diseguaglianze e i rancori all’interno delle singole comunità nazionali.

Per questo non basta più recitare il vuoto mantra del “sogno europeo”. È necessario tornare a riflettere politicamente sulla “questione europea”.  Due le alternative: la prima, la più difficile, prevede l’accelerazione (se non l’avvio vero e proprio) di un processo serio di integrazione politica, economica e militare, con cessioni sostanziali di sovranità da parte degli Stati membri, che veda come interlocutori privilegiati sia la Russia – che è, fino a prova contraria, Europa – che gli USA; la seconda è quella di imboccare la strada opposta: iniziare ad allentare i legami costitutivi di un mitologema che con tutta evidenza non funziona più (Gli Stati Uniti d’Europa) e mettersi al lavoro per riorientare la politica europea su un sistema di alleanze flessibili, di patti bi-tri-quadrilaterali su temi di comune interesse, per costruire non già uno stato federale europeo unitario, ma, come voleva Margareth Thatcher nel suo celebre discorso di Bruges, “un’organizzazione sovranazionale basata sulla cooperazione volontaria tra stati sovrani”[5]Tertium non datur. A dire il vero, un Tertium appare all’orizzonte, nei segnali di disgregazione che si fanno sempre più forti. Siamo sicuri che la Brexit rappresenti solo un’anomalia dell’oggi?

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NOTE

[1] “Europa” potrebbe anche essere la trasposizione fonetica quasi letterale di “ereb” (gharb in arabo), vocabolo di radice semitica, che sta a indicare l’occidente, ovvero le terre poste a ovest della costa siriana. Nelle fonti iconografiche la fanciulla rapita appare quasi sempre velata e quasi sempre cavalca all’amazzone il toro divino. Europa compare, ad esempio, in Omero (Il. 14, 321), Esiodo (Theog. 357), nell’Inno Omerico ad Apollo (251: “quanti abitano l’Europa e le isole circondate dal mare”) con chiaro riferimento al nord della Grecia e all’Egeo settentrionale, nell’ epillio di Mosco di Siracusa (II secolo a.C.) Erodoto, il padre della historìa, è il primo a descrivere l’Europa in termini più precisi, come un continente più vasto di Asia e Libia (Africa) messe insieme (IV,42). Per una trattazione estesa dell’argomento, cf. SORDI, Marta, L’Europa nel mondo antico, Milano 1986; PASSERINI, Luisa, Il mito d’Europa: radici antiche per nuovi simboli, Firenze 2002.

[2] http://www.rmoa.unina.it/1072/1/RM-Polonio-SanColombano.pdf

[3] Basti pensare alla sanguinosissima guerra serbo-bosniaca degli inizi egli anni ’90, con oltre 200.000 vittime.

[4] Azzeccata l’immagine di Massimo Cacciari di un’Europa trasformata in “centro storico” del mondo.

[5]We Europeans cannot afford to waste our energies on internal disputes […] I want to see us work more closely on the things we can do better together than alone”. Per il discorso di Bruges https://www.austriancenter.com/thatcher-europe/

Dialoghetto di vita quotidiana


DIALOGHETTO DI VITA QUOTIDIANA

Protagonisti:

Amministratore di condominio

Condomino

ATTO UNICO

Una mattina molto fredda d’inverno, nell’atrio di un grande casamento ex popolare e poi gentrificato.

C. – Buongiorno, signor amministratore

A. – Buongiorno, signor Rossi

C. – Ha un minuto?

A. – Quasi, se non è una cosa complicata e lunga …

C. – No. Volevo solo segnalarle che la temperatura del riscaldamento è insufficiente e in casa abbiamo tutti freddo. Non è possibile alzarla di un paio di gradi?

A. – Mi spiace, ma a me risulta che sia di 20°, come prescrive la legge, e quindi nessuno può sentire freddo.

C. – Eppure da noi, nel seminterrato, abbiamo freddo tutto il giorno.

A. – Guardi, signor Rossi, che si tratta di una sensazione, smentita dai dati. Voi “percepite” freddo, ma non “fa” freddo. Del resto, siete gli unici a lamentarvi.

C. – Forse perché siamo gli unici ad abitare nel seminterrato? Insomma, non può far alzare la temperatura …

A. – Ma dovrei infrangere le regole! Il bilancio del condominio ne risentirebbe e alla fine tutti staremo peggio!

C. – Intanto a stare peggio siamo noi!

A. – Ma guardi, non si lasci suggestionare … Pensi al termometro, che non mente. Sono 20° e con questa temperatura interna non si può avere freddo …

C. – Ma come si spiega allora che i miei figli piccoli sono tutti e due sempre raffreddati?

A. – Ma lei è sicuro che non tratti di allergia …

C. – Sicuro. D’estate stanno benissimo!

A. – Eppure la temperatura è quella giusta! Forse, mi scusi sa, si tratta di educare la sua famiglia ad avere abitudini più sane, a fare più sport, a mangiare meglio, con cibi più calorici …

C. – Già, magari potessi. Il mio stipendio basta appena ad arrivare alla fine del mese … E se facessi una richiesta alla prossima assemblea condominiale?

A. – Ma le regole, signor Rossi, le regole! Non si possono infrangere le regole! A proposito … lei sa che è in debito con le quote condominiali e che, secondo le norme vigenti, dovrò mandarle una raccomandata ingiuntiva e …

C. – Lo so. Ma se mi si costringe a scegliere tra la mia famiglia e il condominio, la mia scelta non potrà che essere una … A proposito di regole, lei è sicuro che tutti, proprio tutti, le rispettino? Mi pare che i figli dell’avvocato al secondo piano facciano spesso feste rumorose e lascino bottiglie di birra un po’ dappertutto, nel cortile, e lei a loro non dice niente …

A. – Ah, non cominciamo a fare discorsi demagogici! L’avvocato è persona rispettabile, paga sempre il dovuto e quando si è trattato di difendere l’amministrazione ha sempre dato il suo patrocinio gratuito … Dobbiamo piuttosto ringraziarlo di essere qui con noi e …

C. – Di fare il suo porco comodo perché ha più soldi e potere? Ah signor amministratore, non sono per nulla d’accordo. Se le regole ci sono, devono valere per tutti!

A. – Mm, sento aria di populismo, anche qui da noi! Del resto, non mi meraviglia, lei è un impiegato di concetto … che ne vuole sapere di come si amministra un palazzo … Le competenze, mio caro, le competenze vanno rispettate … [fa cenno di allontanarsi]

C. – Ancora un momento, signor Amministratore. Può darsi che lei abbia ragione, che io non possieda le competenze per amministrare, ma il disagio che sento resta comunque vero ed è a questo che lei deve tentare di porre rimedio …

A. – Ma quale disagio! Rifletta bene, si attenga ai dati, non dia retta alle sensazioni e ai sentimenti, vedrà che non sentirà più freddo, né lei, né la sua famiglia. Arrivederci! [Scompare nell’androne, nella strada]

C. – [Alzando la voce] Ci ho provato. Ma il rispetto dei regolamenti non genera calore e non voglio più assistere alle violazioni che pure altri che vivono ai piani alti compiono impunemente e … [Tra sé] Se ne è andato. Non credo che alla prossima assemblea lo voterò. È un tipo troppo ragionevole. E se dovesse essere riconfermato, beh, non mi resterà che traslocare in un altro condominio. Chissà … forse riuscirò ad ottenere che invece di 20° … almeno 21° … [scende le scale, verso il suo appartamento]

FINE

Questo dialoghetto senza nessuna pretesa letteraria mi è venuto in mente dopo aver sentito una conferenza TED https://www.ted.com/talks/carole_cadwalladr_facebook_s_role_in_brexit_and_the_threat_to_democracy segnalatami dal mio caro amico Carlo Batini, con il quale discuto – almeno io – con grande piacere e interesse su temi e questioni che spesso ci vedono lontani. Ve ne raccomando la visione, perché si tratta di un pezzo di bravura retorica notevole e nello stesso tempo molto significativo sotto diversi aspetti.

In esso si tratta di un tema cruciale, quello del controllo e dell’uso dei big data e più in generale del ruolo dei social media all’interno delle nostre comunità politiche (intendo OECD).

L’amico Carlo si è detto entusiasta del discorso della nostra Carole, definendolo di portata storica. Personalmente, ritengo invece che la suddetta Carole sia l’icona del problema, non quella della soluzione. O, per dire meglio, l’immagine stessa di una sconfitta.

Vedere per giudicare: giacchina di nappa, vestitino chic poco appariscente, scarponcini di pregio, pelle curata, trucco leggero, denti perfetti. Insomma, il ritratto di chi non è particolarmente ricco (ohibò!), ma che sta davvero bene – come molti di noi, del resto – e che, dall’alto della sua competenza e della sua sicurezza, sorride/irride all’ignoranza e alla credulità, alle paure di chi non è sul ponte di comando, al sicuro, in cabine di prima classe.

L’oggetto è la Brexit, naturalmente esecrata come un fenomeno dovuto – sostanzialmente – a un abbaglio indotto da una pletora di fake news circolanti su Facebook, Cambridge Analytica e altro del genere. L’esempio del Galles sembrerebbe particolarmente calzante: la UE vi ha portato molti benefici (strade, ponti, palazzetti dello sport – orrendi, ma questo non conta – e altre magnificenze), non vi si registrano fenomeni migratori massicci e incontrollati, eppure … due più due non ha fatto quattro e la maggioranza dei cittadini gallesi si è espressa per la Brexit.

Come è possibile? Semplice! Sono stati ingannati, hanno “percepito” una realtà che non c’è, anche con l’aiuto di centrali di disinformazione ben attrezzate (la Russia di Putin, ad esempio, che, come è noto, ha causato la sconfitta di Hillary Clinton, andando a imbrogliare i minatori della Pennsylvania dicendo loro che erano diventati poveri e senza lavoro). Per rimediare basterà diffondere il “New York Times”, che di verità se ne intende, da molto tempo.

Al di là delle battute e senza disconoscere il rilievo che ha assunto il controllo dei dati nelle nostre società, il fatto è che molti di noi sono ancora in grado di guardarsi attorno e di accorgersi di vivere concretamente in un mondo desertificato, in cui le distanze tra alto e basso si sono fatte siderali e non più ricomponibili, proprio a causa di quella “liberal democracy” blairiana che, secondo Carole “is broken”.

La sinistra perde perché si è fatta paladina di una democrazia della diseguaglianza, non perché Cambridge Analytica mente sui dati.

Se non si riesce a ricomporre un’unità politica e culturale verticale all’interno delle nostre società (da questo punto di vista la morte dei partiti è stata esiziale), il sorriso compiaciuto di Carole avrà solo l’effetto di confortarci nelle nostre certezze di persone “politically correct” e “open-minded” e di ampliare lo iato tra le attuali classi dirigenti (ma lo sono davvero?) e chi, in tutto il mondo, non ha più alcuna intenzione di continuare a vivere “al proprio posto”, illuminato solo dalla Luce della Dea Ragione.