La forma della memoria: una riflessione di Giuseppe Gristina


Ricevo dall’amico Pino e volentieri pubblico la sua riflessione sull’anniversario della strage di Bologna, condividendone spirito e lettera. 

Mentre scrivo sono le 23:58 del 2 agosto 2016.

Tra 2 minuti la data di oggi tornerà a essere un ricordo fino a quando la rivoluzione terrestre non ce la riproporrà.

I fatti che caratterizzano la storia degli uomini hanno in comune con il pianeta in cui si verificano questa singolare caratteristica: si ripresentano ogni 365 giorni.

In sé e per sé quindi non scompaiono. Nella memoria degli uomini invece possono affievolirsi fino a scomparire.

Gli psicologi hanno buon gioco nel dimostrare che questa ciclicità – ricordare, dimenticare, ricordare di nuovo – possiede una traiettoria solo apparentemente circolare. In realtà essa assume la forma di una spirale logaritmica che si avvolge su sé stessa, in cui la riduzione del raggio di curvatura si sviluppa secondo una regressione geometrica. L’evento viene si ricordato, ma ogni volta con una intensità inferiore (pari alla metà della volta precedente se la regressione fosse davvero geometrica) fino a ridursi a un piccolissimo punto, in costante tensione verso l’annullamento.

Il ricordo dell’evento dunque non scompare di per sé, ma la riduzione ad ogni spira della sua forza di impatto mnemonico in termini sia di intensità delle emozioni suscitate che di potenza di riflessione indotta, aiuta a dimenticare e, in ultima analisi, a sopravvivere.

Primo Levi insegna che in alcuni specifici casi della storia degli uomini questa ciclicità degli eventi di forma spirale è però tragicamente rischiosa proprio per la tendenza ad esaurirsi che la memoria assume.

Levi sostiene che se la memoria si riduce, quando il fenomeno si ripresenterà – e si ripresenterà essendo le sue cause intrinseche alla natura umana – non avremo armi per affrontarlo perché sarà come se si presentasse per la prima volta. “ … Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo…”, egli dice, e poi: “meditate che questo è stato”.

Secondo l’esperienza di Levi la forma che allora dovrebbe assumere la memoria è quella della circonferenza: il raggio di curvatura è sempre lo stesso e ad ogni ciclo di rivoluzione la memoria ripropone con esattezza le caratteristiche di quell’evento: come si è svolto in quel punto preciso, perché, il tempo impiegato a svolgersi, tutte le storie singole che in quel punto si conclusero o si avviarono, si avvicinarono fino a incontrarsi o si allontanarono fino a non incontrarsi più, contribuendo collettivamente, con la loro tragicità, a generare la forza stessa della rivoluzione.

Giudicando a posteriori, dare una forma circolare alla memoria non sembra sia stato sufficiente nel nostro Paese.

Ora sono le 0:25 del 3 agosto.

La rivoluzione è di nuovo al suo inizio e ciò che è accaduto ieri (o che accadde in tutti gli “ieri” a cominciare da oggi e andando a ritroso al 2 agosto del 1980, ma anche a tutte le altre date delle stragi d’Italia) dovrà attendere altri 365 giorni per riemergere.

Maurizio Ferraris nel suo libro Emergenza (Einaudi, Vele) dice: “la verità, e la realtà a cui si riferisce, emerge per forza propria, e non viene costruita con le deboli facoltà degli esseri umani, come hanno immodestamente preteso tanti filosofi”.

Eugenio Borgna, per lo stesso editore e nella stessa collana, asserisce poi, a proposito di Responsabilità e Speranza, che “conoscere sé stessi e gli altri è il modo più intenso di essere responsabili. Ma la vita è insieme proiezione di speranza: obbligandoci a valutare le conseguenze di parole, sguardi o silenzi che la fanno nascere o morire”.

In questo tempo, in realtà non più malsano di altri che pure hanno caratterizzato la storia degli umani e in particolare la nostra, il senso delle tre parole Verità, Responsabilità, Speranza, che danno anche significato profondo alla politica, si è smarrito e non sembra che noi si sia in grado di ritrovarlo.

A sua volta, una politica deprivata della Verità, della Responsabilità, della Speranza non sarà in grado di attribuire alla memoria la dimensione dinamica che serve a conservare ma anche a ricreare e ricostruire, che custodisce il passato ma, allo stesso tempo, garantisce e fa crescere il futuro.

Così, dopo una innumerevole serie di molteplici, eterogenee commemorazioni in forma di riti privi di significato e di pathos, scompariremo.

Se questo accadrà sarà perché questa semplice verità emergerà per forza propria non essendo più noi in grado né di essere responsabili né di sperare.

 

 

Un futuro passato


 

Coloro i quali usano la religione per il proprio personale tornaconto sono degni di disprezzo. Noi ci opponiamo a tutto ciò e non consentiremo che accada. Coloro i quali usano la religione in questo senso ingannano il loro popolo; è contro costoro che abbiamo combattuto e che continueremo a combattere.

 

Non consideriamo I nostri principi come fossero dogmi contenuti in libri discesi dal cielo. La nostra ispirazione non nasce dall’alto o da un mondo invisibile, ma direttamente dalla vita.

 

Il mio popolo imparerà i principi della democrazia, i dettami della verità e gli insegnamenti delle scienze. La superstizione deve scomparire. Chi vorrà potrà continuare a credere, tutti potranno seguire la propria coscienza, purché ciò non interferisca con la sana ragione o punti ad agire contro la libertà del prossimo.

 

Il genere umano costituisce un unico corpo e ogni nazione ne è una parte. Non dobbiamo mai dire “Che c’importa se una parte del mondo soffre!” Se c’è una condizione di sofferenza, dobbiamo preoccuparcene come se riguardasse noi stessi.

 

Gli insegnanti sono gli unici che possono salvare una nazione

 

Il genere umano è fatto di due sessi, donne e uomini. È mai possibile che la massa degli umani migliori se migliorano le condizioni di una delle sue due componenti e l’altra viene ignorata? È mai possibile che se una metà degli uomini giace incatenata alla terra, l’altra metà possa innalzarsi verso il cielo?

 

Tutto ciò che si vede nel mondo è opera della creatività delle donne.

 

Le donne turche hanno vissuto per 5000 anni libere dal velo e ne sono state avvolte solo negli ultimi 600.

 

Vedermi non significa necessariamente vedere il mio volto. Comprendere i miei pensieri significa avermi visto.

 

MUSTAFA KEMAL ATATÜRK (1881 – 1938)

 

La questione dei “migranti”: politica estera, politica interna?


Il recente, tragico episodio di Fermo, che ha visto l’assassinio di un uomo di origine nigeriana per motivi legati al fanatismo razzista, dimostra una volta di più che alla radice di questa forma del Male vi è innanzi tutto l’ignoranza.

Per questo non dobbiamo limitarci alla retorica dell’esecrazione, ma restare lucidi e sforzarci di comprendere la realtà sfaccettata di un fenomeno come quello delle migrazioni, che non tollera visioni in bianco e nero.

Ieri

Come forse tendiamo a dimenticare, le migrazioni sono antiche quanto la presenza dell’uomo sulla Terra. Noi stessi, appartenenti al genere Homo sapiens sapiens, siamo giunti in Europa dall’Africa, culla dell’umanità, all’incirca 45.000 anni fa, affiancandoci e poi sostituendo il nostro “cugino” neandertaliano, del quale portiamo ancora le stimmate nel nostro DNA.

A quella primitiva e fondamentale ondata migratoria se ne sono succedute migliaia di altre, più o meno imponenti, più o meno determinanti e durature.

Per restare alla nostra storia di europei d’occidente, penso sia sufficiente rammentare la migrazione degli  Elleni e dei Latini dal nord Europa rispettivamente in Grecia e nella penisola italica, quella degli Etruschi sbarcati in Toscana provenendo dall’Oriente egeo, quella dei Fenici, che si sono espansi dalla costa siro-libanese all’Occidente, fino alla Spagna, alle Isole Cassiteridi (Gran Bretagna) e al Golfo di Guinea, le Völkerwanderungen del tardo impero romano, destinate a forgiare la nuova Europa carolingia e romano-germanica, la folgorante espansione araba che, in meno di un secolo, penetrò nell’Africa settentrionale mediterranea e occupò la Spagna (al-Andalus), lasciando splendide eredità culturali ancora oggi non sopite.

Nessuno dovrebbe ignorare che tutte le grandi civiltà sono state e sono civiltà “meticce”, nate, cresciute e vitalizzate da apporti culturali differenti, civiltà capaci di accogliere le energie nuove provenienti da sconosciuti “altrove” e di sfruttarne il potenziale bio-economico, allo scopo di accrescere il benessere proprio e quello dei nuovi arrivati.

Le civiltà che non hanno conosciuto o che si sono chiuse dinnanzi a tali processi, si sono estinte nel giro di poche generazioni. Basti pensare al destino di Sparta, città-simbolo della purezza razziale, scomparsa assai precocemente dalla ribalta della storia.[1]

Oggi

È pur vero tuttavia che il nostro primo sentire dinnanzi a uno straniero è caratterizzato da un sentimento di diffidenza, se non di repulsione; si tratta di una reazione atavica, che non va né negata in radice, come vorrebbero gli irenisti puri, né presa a modello di “sano” comportamento difensivo. Va gestita ed elaborata in senso “politico”, inteso nella più alta accezione del termine.

Conoscere per deliberare” diceva Luigi Einaudi, soprattutto se si vuole fare politica. Purtroppo, per dirla in termini benevoli, in questi ultimi anni il nesso tra politica e cultura si è molto usurato. La politica è diventata così una caricatura della dottrina cosiddetta machiavelliana del “fine che giustifica i mezzi”, (peraltro inesistente negli scritti del Fiorentino). Attenta al minimo stormire dei sondaggi, timorosa di perdere posizioni all’interno del proprio orticello, la politica, soprattutto europea, è diventata evanescente, tra inconsulte e pavide decisioni (vedi il contratto-mercimonio dei 6 miliardi con la Turchia) e prese di posizioni alterne, tra tintinnar di sciabole e ingiustificati appeasement. In questo quadro si inscrive anche l’ultima dichiarazione della appena percepibile “ministra degli esteri” della UE su una possibile sanzione da comminare a chi “innalzerà muri”. Siamo ancora una volta di fronte a una politica solo mediatica. Non si capisce infatti chi sanzionerà chi e, soprattutto, quale autorità sovrannazionale avrà il potere di farlo, in assenza di una politica europea globale in tema di immigrazione. La stessa Brexit si è determinata in misura non secondaria proprio a causa della cattiva gestione brussellese del problema.

È invece urgente e necessario analizzare scientificamente (cioè a dire storicamente) il fenomeno delle migrazioni in tutti i suoi variegati aspetti e mettere in campo azioni diversificate a breve, medio e lungo termine, tenendo ben presente che governare non significa rispondere sintomaticamente agli eventi, mettere in campo iniziative ad horas, collocarsi alla coda e non alla testa delle dinamiche sociali sopravvenute, perché, così facendo, gli squilibri in atto si accresceranno, aumenterà l’ampiezza delle loro oscillazioni, fino a provocare ondate anche distruttive.

Innanzi tutto va affrontata la questione di un fenomeno migratorio percepito, che contrasta con quello reale, le cui cifre sono decisamente meno allarmanti di quanto l’opinione pubblica non sia indotta a credere. Non si insiste mai a sufficienza sul paradosso di un’Unione Europea con (escludendo il Regno Unito) oltre 400 milioni di abitanti, che sembra esser messa in ginocchio dall’ingresso di alcune centinaia di migliaia di immigrati all’anno.

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                                                                             (Repubblica.it)

La causa principale di tale scarto tra migrazione percepita e migrazione reale nasce dalle condizioni in cui versano le società nazionali europee al loro interno, strette come sono nella morsa di una crisi economica che, gestita solo in termini di austerità e di pareggio di bilancio, crea sempre maggiori diseguaglianze e segna un progressivo abbandono da parte dello Stato dei territori marginali, soprattutto, delle periferie urbane, dove la presenza delle istituzioni, vuoi sul piano del decoro pubblico (la bellezza cui fa spesso giustamente riferimento Renzo Piano), vuoi su quello del controllo fisico delle aree, è diventata sempre più fantasmatica.

Per questo, più che su progetti di “migration compact”, che presuppongono la presenza come interlocutori esterni di società civili e politiche mature e non corrotte, bisognerebbe puntare tutte le risorse possibili sul risanamento delle comunità nazionali europee, mettendo in campo efficaci piani di investimenti pubblici sociali, capaci di riaffermare con forza e dovunque lo Stato di Diritto, arrestare l’incastellamento delle nostre città e l’ampliarsi della forbice tra chi ha tutto e chi non ha niente e impedire l’immiserirsi senza speranza di chi sta già oggi sull’orlo della dissoluzione.

Solo così si potrà contrastare la dolorosa e distorta contrapposizione tra “poveri interni non tutelati” e “poveri esterni assistiti”; solo così i numeri riacquisteranno il loro valore, smentendo in radice ogni discorso di “invasione”. Solo così si metterà fine a quella che si configura come una vergognosa (e lucrosa) industria del profugo, che consente lauti guadagni a pochi e tenui controlli di qualità ed efficacia degli interventi.

Come ogni persona sulla Terra, anche le persone migranti non sono tutte eguali. Abbandonata la speciosa e inefficace distinzione, oggi molto in voga, tra “migranti economici” e “migranti politici”, si dovrebbe piuttosto parlare di:

Immigrati: la categoria di gran lunga più numerosa, che determina la fisionomia drammatica del fenomeno che stiamo attualmente vivendo. La loro decisione di lasciare le sedi d’origine è tutta e solo soggettiva. A differenza dei rifugiati, non esistono “oggettive condizioni di rischio per la persona e per i suoi beni”. La scelta è determinata dalla insoddisfazione personale, dal desiderio di migliorare il proprio status, dalla curiosità e dalla voglia di avventura, dai motivi cioè che sono stati sempre alla base di grandi trasformazioni e di progresso. Non è un caso che si tratti per lo più di persone giovani o giovanissime, in prevalenza uomini, che, in punta di diritto, non dovrebbero godere del diritto d’asilo.  Costoro, spesso ristretti in “centri di accoglienza” nella più totale accidia, quando non brutale sfruttamento, dovrebbero invece essere destinatari di politiche di sostegno a lungo termine, soprattutto nel campo della formazione, mirate ad una loro utile e graduale integrazione nel paese ospite.

Rifugiati (Refugee): UNHCR è la sigla dell’” Alto Commissariato ONU per i Rifugiati” e il termine inglese, tradotto letteralmente in italiano, serve comunemente a designare un po’ tutti i migranti.[2] In realtà, esso dovrebbe riferirsi solo a una determinata categoria di persone, quelle cioè che hanno scelto di fuggire dalle loro sedi e di andare presso altre comunità, per mettersi al riparo da pericoli o da rischi che incombono direttamente su di loro nelle proprie terre d’origine. Il destino di tali persone, che richiedono il diritto d’asilo, non è di per sé stabilmente legato al paese di accoglienza, né esclude un loro possibile ritorno in patria, una volta scomparsi i rischi e i pericoli che ne avevano provocato l’allontanamento.[3] Il carattere di provvisorietà, anche se prolungata (vedi i rifugiati sahraui, in Algeria da oltre vent’anni) di tale permanenza presso le comunità di accoglienza andrebbe comunque preso in considerazione, perché è a tale grado di provvisorietà che dovrebbero mirare le opportune azioni di governo. (Politiche di sostegno al rientro e di integrazione a medio termine).

Profughi: è parola che nella terminologia inglese ONU è assorbita dal termine “Refugee”, ma che dovrebbe tuttavia designare un’ulteriore, diversa condizione.[4] Andrebbe cioè applicata a coloro i quali si sono mossi dalle loro sedi abituali non per scelta individuale o per ragioni personalmente coattive, ma per un preciso volere delle autorità di governo nei loro luoghi di residenza. Profughi erano, ad esempio, i tedeschi scacciati dai Sudeti e dalla Prussia orientale al termine della II Guerra Mondiale, gli italiani dell’Istria e della Dalmazia, costretti ad emigrare con la forza dal governo titino, i musulmani di Bosnia, espulsi dalle milizie serbe di Karadzic e Milosevic. All’interno del fenomeno migratorio che oggi ci interessa, potrebbero essere considerati profughi, ad esempio, gli Iazidi di Iraq e Siria, scacciati, quando non sterminati, da Daesh, in un evidente tentativo di pulizia etnica. Per i profughi la spinta a migrare non è soggettiva, ma determinata dalle circostanze esterne; come per i rifugiati, anch’essi dovrebbero godere del diritto d’asilo, in una prospettiva di un non celere ritorno in patria. (Politiche di integrazione e di sostegno al rientro a medio – lungo termine).

Sfollati (Displaced Persons): nel linguaggio ONU si tratta di persone costrette a fuggire dai loro luoghi di residenza, perché direttamente minacciate di morte, da guerre o da catastrofi naturali, che ne hanno distrutto case e attività. Ricordiamo gli sfollati delle guerre europee e dei terremoti in Campania e in Sicilia, allontanati d’autorità dalle zone a rischio e alloggiati provvisoriamente altrove, spesso all’interno del medesimo paese o, al massimo, nelle zone esterne più prossime ai confini. È il caso oggi dei milioni di sfollati siriani, alloggiati nei tanti campi posti nel settentrione del paese o in zone più tranquille e pacificate, oppure subito al di là del confine turco, giordano o libanese. Per costoro la provvisorietà è ancora più evidente rispetto a quella dei rifugiati e dei profughi e le misure in questo senso dovrebbero facilitare il più possibile il loro ritorno alle originarie aree di residenza. Perciò, quando si dice che il piccolo Libano o la piccola Giordania o la Turchia ospitano un carico di “rifugiati” proporzionalmente ben maggiore del nostro, non si specifica però che si tratta di persone pronte a tornare in patria, non appena le condizioni lo consentiranno. (Politiche di sostegno a breve termine per favorire il rientro).

Distinguere tra politiche emergenziali e politiche di integrazione a più vasto respiro sarebbe utile per tarare azioni diversificate, non per giustificare selezioni tra chi merita l’accoglienza e chi no.

In un paese come il nostro, in evidente declino demografico e con uno squilibrio delle classi d’età tutto sbilanciato verso il segmento terminale della vita, la politica dovrebbe muoversi con coraggio per acquisire queste risorse, governandone l’impiego e l’integrazione, non confinandole in disumani recinti per mesi, se non per anni e pagando enormi somme per il loro mero mantenimento. Se si continuerà a non decidere, a metter toppe, i fenomeni di disgregazione sociale aumenteranno e con essi il tasso di violenza e di rigetto del “diverso” all’interno delle comunità nazionali.

Oltre alla Brexit, che ha colto di sorpresa solo i politici di professione, non ha ancor risuonato abbastanza forte il campanello d’allarme dell’ascesa in tutta Europa delle destre xenofobe e nazionaliste, dalla Polonia alla Slovacchia, all’Ungheria, per non parlare della Francia, della Germania e dello stesso Regno Unito? Crediamo che sia un elemento di folklore il fatto che il 50% della popolazione di un civilissimo paese come l’Austria abbia votato l’FPÖ di Hofer?

[1]  C’è chi legge nella “Germania” di Tacito, testo fondante, suo malgrado, del pensiero razzista europeo, l’esaltazione dell’autoctonia, del concetto di “Blut und Boden”, “sangue e suolo”, contrapposto alla polarità aperta e quindi fonte di corruzione della “Bildung und Besitz”, “cultura e proprietà”. Eppure non si può non cogliere l’ironia dello storico romano quando, riconoscendo ai Germani la “purezza” della loro stirpe, mai mescolatasi con genti estranee, afferma che, del resto, nessuno avrebbe mai potuto desiderare di trasferirsi in quelle terre inospiti: “Quis porro, praeter periculum horridi et ignoti maris, Asia aut Africa aut Italia relicta Germaniam peteret, informem terris, asperam caelo, tristem cultu aspectuque, nisi si patria sit?”, “Chi poi, al di là dei pericoli di un mare tempestoso e ignoto, abbandonata l’Asia, l’Africa o l’Italia, potrebbe desiderare di andare in Germania, una terra senza bellezza, dal clima inclemente, squallida alla vista e selvaggia negli usi, tranne che per coloro che vi sono nati?”(Tac. Germania, II, 1).

[2] Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, art. 1, il rifugiato è “any person who, owing to well-founded fear of being persecuted for reasons of race, religion, nationality, membership of a particular social group or political opinion, is outside the country of his nationality and is unable or, owing to such fear, is unwilling to avail himself of the protection of that country; or who, not having a nationality and being outside the country of his former habitual residence as a result of such events, is unable or, owing to such fear, is unwilling to return to it.”

[3] È su questo punto (il rientro dei rifugiati), ad esempio, che si è arenata la trattativa israelo-palestinese.

[4] In tedesco Flüchtlinge, “rifugiato”, Heimatvertriebene “profugo cacciato dalla patria”; in francese réfugé “rifugiato”, exilé, “profugo”.

Brexit: un’occasione per tornare a pensare in grande


Aggiungo anche la mia goccia all’oceano dei commenti formatosi dopo l’inaspettato (?) esito del referendum inglese sulla permanenza nella UE, allineandomi a quanto detto con ben maggiore autorevolezza nell’ultimo numero di “Eguaglianza & Libertà” (http://www.eguaglianzaeliberta.it/) da Antonio Lettieri (Brexit certifica il fallimento europeo) e Carlo Clericetti (Brexit, gli apprendisti stregoni dell’austerità).

Dico fin da subito che, se fossi stato un elettore britannico, avrei votato per il “leave”. Non perché mi piaccia Farage o perché sia nazionalista, xenofobo e antieuropeo, ma perché sarebbe stato l’unico modo per far intendere a chi governa l’UE che così non si può più andare avanti.

Il coraggioso voto soprattutto inglese, con buona pace degli intellettuali progressisti emunctae naris, non è tout court il voto della Chouannerie o delle arretrate zone rurali del Paese; come spiegare altrimenti il voto scozzese, largamente espressosi per il “remain”, pur essendo la Scozia ben più largamente agricolo-pastorale dell’Inghilterra? Senza contare poi che i distretti del nord, dove il “leave” ha prevalso massicciamente, non sono zone rurali, ma ospitano forti insediamenti industriali, gravemente colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione. Piuttosto è stato il voto di cittadini che non si sentono più tali, sopraffatti come sono da un meccanismo di governo comunitario democraticamente incontrollato e incontrollabile, che agisce per algoritmi, seguendo i dettami della finanza e trascurando le necessità e i bisogni delle persone, un meccanismo che è guidato da Troike, Uffici e Commissioni non eletti da nessuno, che dispongono a piacimento dei destini dei popoli e che, aspetto ancora più grave, fanno da copertura all’inanità politica e ai conflitti di interessi dei diversi governi nazionali. Un ultimo esempio: il prolungamento di sei mesi delle “inique sanzioni” nei confronti della Russia, approvato in automatico da un gruppo di alti funzionari, giusto in contemporanea con la visita di Renzi e altri leaders europei a Mosca.

In una delle tante trasmissioni dedicate all’evento dalla BBC, mi ha colpito quello che ha detto un signore un po’ avanti negli anni per giustificare la sua scelta pro leave: “Sono consapevole, ha detto, che soffrirò per alcuni anni le conseguenze della mia decisione, ma l’ho fatto per i miei nipoti, che sicuramente staranno meglio.” Al di là del merito e della fondatezza di questa affermazione, mi pare che essa esprima in parole semplici la volontà di riaffermare il primato della politica sull’economia, di una politica che sappia progettare per le generazioni future e non sia succuba degli zerovirgola, una politica che pensi in grande e che l’Europa ha pur conosciuto ai tempi di de Gaulle, di Adenauer, di Brandt, di Mitterrand, di Kohl. Ora sembra invece che al timone della UE siedano dei nani impauriti, capaci solo di ragionare in termini di Fiscal Compact, drastiche riduzioni della spesa sociale, con conseguente impoverimento di milioni di cittadini in tutto il Continente.

Abbiamo poco tempo a disposizione. Credo che già le elezioni spagnole di oggi risentiranno del voto inglese, anche perché la Spagna è sottoposta a un ennesimo esame da parte di un oscuro organismo comunitario, per verificare se ha fatto bene i compiti nel tagliare il bilancio sociale e forse dovrà pagare una multa di alcuni miliardi per avere sforato il tetto previsto. Tutto ciò in un contesto sociale gravemente compromesso da un tasso di disoccupazione altissimo, da una crisi economica che morde soprattutto in basso e in cui i governanti non hanno certo lesinato, almeno negli ultimi cinque, sei anni, corpose riduzioni al Welfare.

Dopo la Spagna, ci sarà la Francia, dove Marine Le Pen canta già vittoria. E poi?

È urgente abbandonare la vuota e comoda retorica europeistica, che ha contribuito a coprire le malefatte degli (in)decisori politici. È tempo di intraprendere un cammino comune ben tracciato sui grandi temi strategici che ci preoccupano, dal tema del lavoro a quello della ricerca e dell’innovazione tecnologica, dalla sanità alle infrastrutture continentali, al controllo concretamente comune dei flussi migratori, al sistema bancario e al ruolo della BCE. Non è vero che mancano le risorse; in questi ultimi dieci anni si è calcolato che esse si sono al contrario globalmente accresciute, anche se, assieme ad esse,si sono enormemente accresciute  le diseguaglianze sociali. Manca solo un chiaro disegno politico e la volontà di attuarlo.

Speriamo  che l’Europa dei ragionieri alla Schaeuble, che con la sua iattanza ha tanto contribuito alla vittoria del leave,  sia ormai al tramonto.

[pubblicato su http://www.insightweb.it/web/content/]

 

 

Furbetti e populisti


Grandi clamori, visi dell’arme, richieste di pene severissime (non ancora la gogna, ma …) per gli impiegati fedifraghi che timbrano il cartellino anche per i colleghi assenti, secondo una prassi ahinoi diffusa, consolidata e annosa.

Il governo non si è lasciato sfuggire l’occasione, sincrona con gli sgoccioli della campagna elettorale, per esibire ancora una volta i muscoli: nessuna pietà, cacciata immediata per i rei, pacchie finite.

Naturalmente il presidente del consiglio sa bene che la mera soluzione “poliziesca” del problema si dimostrerà inefficace, ma tant’è: l’importante è alzare i toni, far vedere che “noi si tira diritto”.

In buona sostanza si tratta di quello stesso modo di agire populistico che si rimprovera a ogni piè sospinto ai movimenti dell’opposizione e che tende a vedere tutta la realtà in bianco e in nero, a dividere l’umanità in buoni e cattivi, senza dubbi e incertezze.

Nella fattispecie la questione è invece, al di là delle apparenze e per chi voglia ragionarci sopra con meno emotività, assai più complicata della facile icona negativa del “vigile in mutande” di Sanremo.

Investe infatti e innanzi tutto il modello di lavoro all’interno della Pubblica Amministrazione, ancora largamente dominato da logiche otto-novecentesche, direi quasi fordiste, logiche che prevedono un’uniforme linearità dell’impegno lavorativo, una parcellizzazione minuta dei compiti, una diffusa deresponsabilizzazione dei singoli rispetto all’obiettivo generale perseguito dall’ufficio, in analogia con quanto avveniva nelle catene di montaggio. È da questa impostazione che nasce la necessità di un controllo punto per punto, sia dello spazio che del tempo, dei processi produttivi, da qui gli strumenti di sorveglianza tipici dei “Tempi moderni” di chapliniana memoria, dagli odiati “capi” con il cronometro in mano, ai registri delle presenze, alla timbratura dei cartellini, oggi sostituiti dai più tecnologici badge.

Nell’industria privata avanzata tutto ciò è oggi solo un ricordo: il lavoro in team è ormai la regola, come pure il coinvolgimento dei lavoratori rispetto ai risultati da ottenere, con la conseguente, possibile articolazione flessibile dell’impegno, a seconda delle esigenze del momento.

Partiamo dai fatti di cronaca: se in un ufficio con un organico di 17 persone ci vuole la Guardia di Finanza per accorgersi che manca regolarmente all’appello più del 50% del personale, è evidente che, al di là del giudizio morale sul comportamento dei singoli, non possono non sorgere interrogativi sull’organizzazione generale della struttura. Delle due l’una: o il personale è in esubero del 50% rispetto ai compiti affidatigli (cioè a dire, lo stesso lavoro potrebbe essere portato a termine con la metà delle risorse organiche) oppure il lavoro è organizzato in maniera inefficiente, inefficace e quindi diseconomica. Se così non fosse, l’impiegato o l’addetto non potrebbe assentarsi arbitrariamente dal proprio ufficio, non per ragioni etiche, ma perché si troverebbe nell’impossibilità di farlo, avendo assunto compiti e obiettivi ben commisurati a tempi e a scadenze precise.

Ѐ qui il nocciolo del problema. Bisogna porre mano non già a roboanti quanto inutili inasprimenti delle pene per accontentare le numerose e chiassose tricoteuses del nostro Paese, ma a un ripensamento radicale delle forme in cui si opera nella PA.

Qualche anno fa si parlò molto di una dimensione “femminile” dei tempi di lavoro. Mi pare sia stata una delle tante meteore mediatiche, poi scomparsa nelle oscure superficialità della politica italiana. Bisogna invece riprendere la riflessione su quel tema, che va al di là della caratterizzazione di genere che si è voluto darle, per aprire la strada ad una condizione più produttiva del lavoro impiegatizio, sia per gli operatori che, soprattutto, per i fruitori dei servizi.

In particolare, le nuove tecnologie informatiche, se diffuse e sostenute da reti territoriali ampie e moderne (non è purtroppo ancora il caso dell’Italia, uno dei Paesi sviluppati tra i meno attrezzati in questo senso) consentirebbero di adattare meglio le attività alle necessità territoriali e familiari, riducendo gli spostamenti casa-lavoro, flettendo i tempi a seconda delle esigenze degli operatori, senza pregiudicare la qualità del servizio, distinguendo il back office dal front office e utilizzando al massimo il telelavoro, oggi da noi ancora troppo poco diffuso; soprattutto abbandonando l’idea di un lavoro lineare, continuo, uniforme (“alienato”, si sarebbe detto in altri tempi) e introducendo in tutti gli uffici un’operatività per progetto, in cui ciascuna tappa del processo produttivo acquisti un suo senso e disponga degli strumenti necessari al raggiungimento degli obiettivi in un preciso ambito temporale. Ciò consentirebbe al dirigente di essere qualcosa di più di un pastore che deve badare a che il gregge non si disperda, ma gli conferirebbe la piena e verificabile responsabilità dei risultati ottenuti.

Se questa fosse l’impostazione, si potrebbero agevolmente abolire i classici controlli del mero tempo trascorso in ufficio, spesso una sorta di black box all’interno della quale non si sa bene cosa succede e, soprattutto, se tutte le unità lavorative, pur fisicamente presenti, operino utilmente ed efficacemente al servizio della comunità.

Adattando tempi e modi agli scopi da raggiungere di volta in volta, nella massima trasparenza delle procedure e delle risorse impiegate, non ci sarebbe più nulla di male nel fatto che un impiegato non vada tutti i giorni in ufficio alla stessa ora, per poi uscirne alla stessa ora. La riprovazione nascerebbe solo dal mancato raggiungimento dei risultati previsti.

Perché, è bene ricordarlo, si può anche timbrare puntualmente il cartellino in entrata e in uscita e poi trascorrere gran parte del proprio “tempo di lavoro” a fare altro, senza che questo desti un particolare sdegno nell’opinione pubblica. Lo scandalo vero sta proprio qui.

[pubblicato su http://www.eguaglianzaeliberta.it/]

 

TRUMP, PUTIN E LA SEDUZIONE DELL’UOMO FORTE


Traduco qui alcuni brani di un interessante articolo di Gideon Rachman, pubblicato sul “Financial Times” del 17 maggio scorso e segnalatomi dall’amico Antonio Lettieri.

Mi verrebbe da dire, anche in riferimento all’Europa e all’Italia, “de te fabula narratur”.

Certo, modi e proporzioni sono fortunatamente altri e diversi, almeno per ora. Credo tuttavia che non si possa non riconoscere, nell’emergere sempre più diffuso dell’”uomo solo al comando” come modello generalizzabile di governo, che Rachman coglie a livello globale, un tratto caratteristico comune ed evidente anche nelle avanzate democrazie europee, un tratto da cui i nostri media non mettono sufficientemente in guardia l’opinione pubblica.

“L’ascesa di Donald Trump è stata accompagnata da prevedibili commenti del tipo ‘può capitare solo in America’. Tuttavia si comprende meglio il fenomeno Trump se lo si considera come un segmento di una tendenza globale, cioè a dire quella del ritorno dell’Uomo Forte sulla scena politica internazionale.”

Rachman pone nel 2012 l’anno di svolta:

” A maggio Vladimir Putin torna al Cremlino come presidente della Federazione Russa. Pochi mesi più tardi Xi Jinping prende possesso della carica di segretario generale del partito comunista cinese. Sia Putin che Xi sostituiscono dei leaders poco carismatici – Dmitry Medvedev e Hu Jintao – e fanno rapidamente le prime mosse verso un nuovo stile di governo. I media compiacenti sono incoraggiati a costruire un culto della personalità, sottolineando la forza e il patriottismo dell’Uomo Nuovo alla testa del Paese.”

Questa tendenza si diffonde poi dalla Russia e dalla Cina anche in altre aree del globo:

” A luglio del 2013 si verifica un colpo di stato in Egitto, che rovescia il governo dei Fratelli Musulmani e segna l’ascesa al potere di Abdel Fattah al-Sisi, già comandante in capo delle forze armate. L’anno dopo Recep Tayyip Erdohan, che è stato primo ministro per 11 anni, viene eletto presidente della Turchia. Fin da subito si muove per rafforzare l’istituto presidenziale, marginalizzando gli altri leaders e dando un giro di vite alla libertà di stampa.”

Secondo Rachman, il fenomeno Erdohan è particolarmente interessante, perché dimostra:

“Che le democrazie non sono affatto immuni dalla seduzione esercitata dall’Uomo Forte. Erdohan è autoritario per istinto, ma ha conquistato il potere attraverso le elezioni.”

Stesso discorso per Narendra Modi e per altri leaders:

“Eletto primo ministro indiano nel 2014, ha fatto campagna elettorale basandosi sulla sua forza personale e sul suo dinamismo, promettendo di invertire la deriva degli anni del governo moderato e conciliante di Manmoah Singh. In Ungheria Viktor Orban, eletto primo ministro, ha mostrato subito un deciso profilo autoritario. […] La settimana scorsa, le Filippine hanno eletto presidente un populista, Rodrigo Duterte, che sostituisce il cauto tecnocrate Benigno Aquino.”

Parlando del caso Donald Trump, l’A. ritiene che:

“Gli americani potrebbero anche rifiutarsi all’idea che la politica USA abbia qualcosa in comune con quella russa e cinese. Tuttavia, nella realtà dei fatti, Trump, che ormai sembra essersi assicurato la nomination per la candidatura repubblicana alla Casa Bianca, manifesta molte delle caratteristiche riscontrate nei comportamenti degli altri uomini forti al potere, Putin, Xi, Erdohan, al-Sisi, Modi, Orban, Duterte. Tutti costoro hanno promesso di mettersi alla testa di una rinascita dei sentimenti nazionali servendosi della forza delle loro personalità e della esplicita volontà di ignorare le sofisticherie del liberalismo. In molti casi, la promessa di una leadership “decisa a decidere” è sostenuta da una netta intenzione, talvolta implicita, talaltra esplicita, a usare metodi violenti e illegali contro i nemici dello stato.”

Alcuni esempi: “Le tattiche brutali usate da Putin nella seconda guerra cecena sono ben note agli elettori russi. Modi ha avuto probabilmente un ruolo nel bagno di sangue accaduto nel suo stato del Gujarat, tanto che per molti anni gli è stato impedito l’ingresso negli Stati Uniti. Al-Sisi si è garantito il potere con i massacri perpetrati nelle vie del Cairo e persino negli USA, uno stato di diritto, Trump ha promesso di torturare i terroristi e di uccidere i membri delle loro famiglie.”

Importante la sottolineatura che Rachman fa del rapporto critico tra Uomo Forte e libera stampa:

“La leadership dell’Uomo Forte si accompagna solitamente a un’estrema suscettibilità nei confronti delle critiche. Sia Putin che Xi hanno fortemente compresso le libertà di espressione. In Turchia, Erdohan ha citato in giudizio circa 2000 persone per diffamazione. Trump non perde occasione per insultare i media e ha dichiarato che renderà più facile per i politici denunciare i giornalisti.”

Alle radici del potere dell’Uomo Forte vi sono :

“Il senso di insicurezza, di paura e di frustrazione. Così Putin e Erdohan dipingono la Russia e la Turchia come Paesi circondati da nemici; al-Sisi ha promesso di liberare l’Egitto dal terrorismo. Xi e Modi hanno fatto tesoro delle frustrazioni dell’uomo comune nei confronti della corruzione e delle ineguaglianze sociali. La campagna di Trump ha incluso elementi tipici di questi argomenti, con la promessa di arginare il declino nazionale e di farla finita con delinquenti e immigrati.”

Al polo opposto Rachman colloca Barack Obama e Angela Merkel, i quali:

“Si dimostrano entrambi cauti e capaci di prendere decisioni su scala globale, [mentre] il nazionalismo arrischiato di Putin ha fatto proseliti in Cina, nel mondo arabo e altrove. Trump e Putin sembra abbiano configurato una sorta di comunità di mutua ammirazione. Spesso gli uomini forti vanno d’accordo tra loro, almeno agli inizi. Tuttavia, proprio perché le loro relazioni si basano sulla condivisione di un deciso stile ostentatorio piuttosto che su principi fondanti, non è raro che esse si deteriorino clamorosamente. Erdohan ha mantenuto stretti rapporti con Putin e con Assad fino in tempi recenti; poi tali rapporti  si sono trasformati in fiere inimicizie. Andando indietro nella storia, il patto tra Hitler e Stalin del 1939 aprì la strada, due anni più tardi, alla guerra tra la Germania e l’URSS.”

La conclusione è pregnante e non può non inquietare:

“L’allarmante verità è che raramente l’impatto di una leadership dell’Uomo Forte ha effetti limitati all’interno dei confini nazionali. Molto di frequente, il fiume carsico della violenza che essa fa scorrere nella politica interna, emerge anche sul teatro internazionale.”

                                                                                                                                    Gideon Rachman

 

ANTICHI GATTI


 

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UN SUGGERIMENTO DI LETTURA

A chi ama i gatti ed è appassionato di storia antica mi permetto di suggerire la lettura di un mio libro, corredato da numerose illustrazioni, dal titolo

Sul limitare: il gatto al tempo dei Greci e dei Romani

pubblicato on-line e scaricabile gratuitamente sul sito http://www.ebookservice.net/ (categoria “Saggi”).

Nelle 275 pagine che lo compongono si cerca di gettare un fascio di luce sulla presenza altrimenti umbratile del gatto nell’antichità classica, greca e romana, partendo da un’analisi della sua identità e della sua evoluzione e attraverso un esame il più possibile attento ed esteso delle fonti scritte e figurate, nonché dei dati messi a disposizione dall’archeozoologia.

Mi auguro che i lettori vi trovino di che nutrire la propria curiosità riguardo un animale comunemente considerato “domestico”, oggi più diffuso del cane nelle case di tutto il mondo, il quale ha tuttavia intrattenuto e intrattiene una relazione assai speciale con gli umani, di cui tollera la presenza sotto il suo stesso tetto.