Competenze, democrazia ed educazione


Pubblico qui due miei interventi, apparsi sulla rivista “Education 2.0”, http://www.educationduepuntozero.it/ diretta da Luigi Berlinguer, sul tema delle competenze e delle prospettive educative della scuola italiana.

LA QUESTIONE DELLE COMPETENZE

La seguente riflessione è legata alla lettura di un utile e significativo Gallina (http://www.educationduepuntozero.it/studi-e-ricerche/la-scuola-vista-da-dentro-il-rapporto-invalsi-2018-di-vittoria-gallina.shtml) pubblicato sulla Rivista dell’Istruzione n. 4-2018 dal titolo “Le competenze: un nodo non risolto”.

La questione delle competenze, che, come uno spettro – di assai minore entità rispetto all’altro più grande – si aggira ormai da tempo nel mondo della politiche educative, acquista una sua particolare centralità, in quanto è in grado di catalizzare e di portare alla luce un tema che, come ho già accennato in questa stessa rivista nell’articolo di commento a Giunio Luzzatto (“Una breve riflessione su ‘Democrazia e educazione’”), discrimina la/le visione/i che si hanno della scuola.

Prendiamola (apparentemente) alla lontana.

Come è noto, scholè in greco significa “ozio”, “allontanamento dalla vita pratica”, laddove l’ascholia era, all’opposto, l’immersione nelle occupazioni quotidiane, diremmo noi nel lavoro, faccenda questa che, in una società dominata dal modo di produzione schiavistico, era considerata indegna dell’Uomo.

Una scuola dunque in cui il concetto stesso di competenza, sarebbe risuonato come una bestemmia.

In greco il termine “competenza” (significativamente) non ha una traduzione univoca. Forse si potrebbe rendere con una qualche maggiore approssimazione con “ikanotes”, che contiene in sé il concetto “adattamento alla realtà”, “adeguatezza rispetto a un compito pratico”.

In latino esistono i termini “peritia”, “essere adatto a risolvere una situazione pratica” e “competentia”, relativa all’ambito giuridico – dunque “pratico” –  come “ambito di spettanza di un giudice” o “diritti di compenso”. Da aggiungere anche il significato di “competere” come “gareggiare”, “emulare” (abbiamo ben presente, credo, l’invasività del modello competitivo: dal miglior cuoco alle migliori università, ai migliori insegnanti, è tutto un classificare e dare punti e numeri).

Altra cosa è la “scientia”, che è il sapere disinteressato “acquisito attraverso lo studio e la meditazione”, la “sophia” greca (“philosophia”, amore per la conoscenza).

Questa concezione della scuola come “scholè” passa dal mondo greco-romano a quello dei chiostri dell’età di mezzo fino al Rinascimento e oltre, giungendo a noi e segnatamente in Italia, con l’ultima grande riforma pre-moderna del sistema educativo, quella di Giovanni Gentile, un impianto restato ormai unico in Europa, anche se “smangiucchiato” qua e là con mezze riforme, dal profilo sempre incerto e di assai incerta efficacia (ha ragione Vittoria, finora si è persa la grande occasione di cambiamento offertaci dal processo, lasciato incompiuto e senza volto, dell’autonomia scolastica).

Eccoci dunque al punto: cosa deve essere oggi la scuola, la scuola della knowledge, o del knowing (ma perché? …)? Mi si potrebbe rispondere: dell’una e dell’altro, naturalmente! Capisco che non si possa e non si debba essere così tranchant, ma resta pur sempre il fatto che è necessario individuare un baricentro: “De qqua non z’esce, o semo Giacubbini/O credemo alla legge der Zignore”, dice G.G. Belli all’inizio del suo stupendo sonetto, “La morte co la coda”

L’evoluzione dell’istituzione scolastica segue e rispecchia quella dei processi sociali ed economici: nella nascente società borghese, ogni richiamo al “disinteresse aristocratico” è considerato nemico del progresso, a sua volta identificato sostanzialmente con l’espansione delle libertà politiche individuali; l’annesso processo crescente di mercificazione presuppone tuttavia da un lato l’esaltazione della libertà individuale, ma dall’altro una equiparazione del processo formativo a qualsiasi altro processo di produzione, destinato a “produrre” “buoni cittadini”, cioè a dire individui integrati nella nuova società delle libertà democratiche e buoni consumatori, rispettosi delle leggi del mercato e, se possibile, funzionali ad esso.

L’arcaicità della scuola come “scholè”, in cui la libertà non è di per sé una libertà democratica, è sicuramente d’ostacolo ai processi produttivi della moderna società capitalistica, in quanto ne nega in radice l’importanza formativa.

Non è certo un caso che i modelli pedagogici “vincenti” (basti osservare il dominio assoluto della nomenclatura inglese), a partire dalla seconda metà dell’800, provengono dalla società di capitalismo avanzato di oltre Atlantico.

È dunque indispensabile scegliere:

  • La scuola deve essere il luogo di formazione del cittadino, di integrazione nella comunità, capace di fornirgli gli strumenti che lo porteranno al successo (visto sempre come felice integrazione). Se è così, bisognerà evitare la sovrapposizione di modelli eteronomi che generano il Kluftrilevato in Germania dal progetto Cicero, citato da Vittoria e “l’affermazione, talora retorica, delle competenze nella normativa scolastica e nelle produzioni ministeriali, contrapposta alla vita reale della scuola; di qui la stasi dei processi di traslazione dalle politiche alle pratiche”. Si tratta di quel fenomeno “additivo” di cui parla sempre Vittoria e che io ebbi modo di definire “emulsivo”, in cui il vecchio si mescola, senza integrarsi, né formare nuova sostanza, al nuovo;
  • La scuola deve conservarsi come luogo della conoscenza disinteressata, dove si avviano processi consapevolmente “inutili”, di cui non si può e non si deve progettare o misurare il successo o le finalità, essendo queste connesse con l’imponderabile che è dentro di noi e che muta con l’andare del tempo; è la scuola della trasmissione di quel tucidideo “ktema es aiei” (possesso eterno) che è polarmente distante, ad esempio, dalla logica del “portfolio”.

Ho estremizzato, me ne rendo conto, ma sono convinto che, se non ci diciamo con chiarezza a cosa deve servire la scuola, continueremo ad assistere ad un vano agitarsi di questioni, buone solo per alimentare il dibattito accademico.

UNA BREVE RIFLESSIONE SU “DEMOCRAZIA E EDUCAZIONE”

L’articolo di Giunio Luzzatto (http://www.educationduepuntozero.it/politiche-educative/democrazia-e-educazione-di-giunio-luzzatto.shtml) tocca un punto cruciale: la mancanza di una prospettiva educativa chiara nella scuola italiana. In passato lo scontro ideologico è stato acceso e fruttuoso. Oggi sembra si agisca all’ombra di un “pensiero unico”, che ha smarrito il senso della storia, ripiegando su categorie astratte (civismo, cittadinanza, democrazia) e quindi inefficaci.

Il breve, denso e intelligente intervento di Giunio Luzzatto tocca il cuore del problema della scuola italiana: la mancanza di una prospettiva educativa, di una visione dei compiti dell’istituzione. E si sa che, essendo la scuola una costruzione intrinsecamente prospettica, non destinata cioè a cogliere nell’immediato i frutti della semina, la mancanza di un orizzonte la pone in una condizione di quotidiana, potenziale insensatezza.

In passato tali prospettive sono esistite e configgevano fieramente tra loro, confortate da un’elaborazione teorica e critica potente. Luzzatto cita Aldo Visalberghi, il grande uomo di cultura, prima che pedagogista, che ha aperto la scuola italiana alle correnti di pensiero anglosassoni e con ciò la strada “al superamento delle concezioni, idealistiche da un lato e cattoliche dall’altro, all’epoca prevalenti nel dibattito pedagogico italiano”. Forse qui sarebbe stato opportuno citare anche la pedagogia marxista, non poco influente negli anni della ricostruzione del secondo Dopoguerra, anche se oggi totalmente o quasi dimenticata (chi si ricorda ancora del capolavoro di Makarenko, il “Poema Pedagogico”?).

Ma al di là di ciò, proprio attorno all’attuazione della scuola media unica (o unificata) si accese un dibattito anche aspro, che non può essere interpretato “ideologicamente” come lo scontro tra progresso e conservazione, come la raggiunta consapevolezza di una fase di accresciuta “democraticità” della scuola. Peraltro lo stesso PCI votò contro la riforma, adducendo la presenza facoltativa (e perciò discriminante) del latino. In realtà, ci sarebbero stati argomenti più forti da opporre alla costituenda scuola media unificata, la quale, assumendo come modello la vecchia scuola media prodromica al liceo, ha mortificando la pedagogia del lavoro, che era invece al centro della pedagogia marxista (poche ore settimanali, assenza di laboratori attrezzati), formalizzando lo iato tra scuola e lavoro, caro alla piccola borghesia in ascesa, con conseguenze ancora oggi visibili.

Nel 1967 con “Lettera a una professoressa”, lo stesso don Milani, denunciò “il principale difetto della scuola italiana: […] i ragazzi che ancora perde”. E indicò come porvi rimedio, proponendo di dare di più a chi parte con meno nella vita. È la cosiddetta “discriminazione positiva”, che è l’opposto dell’eguaglianza formale perché va alla sostanza delle cose, proprio come dice l’articolo 3 della Costituzione.

Aveva dunque ragione Salvemini, quando affermava che non c’è di peggio che offrire una scuola eguale a chi si trova in condizioni diverse.

Se non si riesce a educare i futuri cittadini, è probabile che la causa debba essere rintracciata nel fatto che siamo tornati a parlare in termini categoriali astratti (cittadinanza, democrazia, civismo) e ci siamo dimenticati della lezione di Marx sulla storicità assoluta delle categorie. Che senso ha parlare di cittadinanza e di democrazia se queste vengono presentate avulse dalla loro effettiva attuazione all’interno della società? La morte della Storia è esperienza di tutti i giorni e la invasività di un pensiero unico dalle caratteristiche “universali” non può celare l’ipocrisia e quindi la falsità dei modelli educativi astrattamente fondati su di esso.

Credo quindi che, per recuperare senso all’azione educativa sia necessario recuperare il senso storico, ritornare allo studio critico e non meramente trasmissivo dei contenuti delle vituperate discipline, perché è solo dalla conoscenza che può derivare la libertà vera, che è quella che ci consente di scegliere liberamente se e come far parte della collettività, in base a convincimenti personali approfonditi.

L’impatto del laureato? Dipenderà dalle condizioni sociali ed economiche in cui opera, e dalla consapevolezza acquisita che quelle condizioni possono essere mutate, non essendo ineluttabile un’azione di adattamento all’ambiente e alla vita collettiva presa così com’è.

Le competenze trasversali? Sono tutte nella capacità di “sospettare” cosa si cela al di sotto della superficie e di comportarsi di conseguenza.

 

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Ideali e miraggi


Roberto Saviano chiude un suo articolo pubblicato su “Repubblica” del 10 luglio scorso a proposito della politica dell’attuale governo sugli sbarchi e più in generale sull’immigrazione con queste parole: “saremo più grandi noi nella nostra sconfitta, che loro in questo barbaro trionfo”.

La frase mi ha colpito, perché, non so se consapevolmente o meno (mi permetto di inclinare per questa seconda ipotesi) è la traduzione quasi letterale di un passo latino di circa duemila anni fa.

Marco Anneo Lucano nacque nella provincia Betica, a Corduba, il 3 novembre del 39 d.C. e morì a Roma il 30 aprile del 65, a soli 26 anni.

Giovane di belle speranze, di buona e ricca famiglia provinciale (il filosofo Seneca era suo zio), si inserì fin da subito nei circoli più influenti della politica romana, in particolare alla corte dell’imperatore Nerone, salito al potere alla morte di Claudio nel 54, a soli diciassette anni.

Lucano e Nerone avevano quasi la stessa età ed è facile ipotizzare l’intesa reciproca che nacque tra i due poco più che adolescenti: lo dimostra il fatto che il nuovo princeps concesse all’amico di iniziare il cursus honorum con la questura prima che avesse raggiunto l’età minima per candidarsi.

Poi qualcosa si ruppe. Probabilmente una rivalità letteraria tra i due, qualche sgarbo intollerabile per l’orgoglio risentito del giovane iberico, condusse Lucano ad allontanarsi dalla corte e poi a partecipare alla congiura antineroniana di Pisone (65 d.C.), a seguito della quale fu costretto al suicidio.

Il poeta cordubano e l’imperatore rappresentano un tipico esempio di rapporto tra intellettuale e politico, oscillante tra l’adulazione e il disprezzo, in cui appare determinante l’offesa arrecata all’ego narcisistico dell’uno o dell’altro.

In ombra resta invece la relazione con il mondo esterno, con la vita e la realtà delle cose. Come si sa, Nerone non ha mai goduto di una buona reputazione: tiranno sanguinario, matricida, folle sperperatore, poeta da strapazzo, tutta la propaganda senatoria (oggi diremo la stampa d’opinione) si schierò contro il giovane imperatore, “reo” di cercare il consenso popolare al di là degli istituti tradizionali del potere, con una politica “democratica nella sostanza”. Fautore di un “deficit spending” ante litteram, Nerone promosse grandiose opere pubbliche (edifici termali a Roma, il completamento del Porto di Claudio, il taglio dell’istmo di Corinto, la costruzione del canale del lago Averno, tra le tante) e una riforma monetaria che mutava il rapporto tra oro e argento, a favore di quest’ultimo metallo e che quindi era destinata ad avvantaggiare gli strati sociali medio-bassi (equites e liberti) e il popolo in generale, che costituivano la sua principale fonte di consenso.

La congiura di Pisone nacque infatti in ambienti reazionari, allo scopo di ripristinare quella “Libertas” repubblicana, sotto il cui usbergo si celavano in realtà gli interessi delle grandi famiglie aristocratiche, che ancora mal digerivano di essere state estromesse dal potere.

Il giovane Lucano non sembra abbia avuto parte attiva nell’azione dei congiurati, anche se probabilmente ne condivise gli intenti e ne patì le conseguenze.

Il suo grande poema epico, il “Bellum Civile” o “Pharsalia” non celebra, come l’Eneide virgiliana, la grandezza del destino di Roma, ma il suo ineluttabile declino, il prevalere al suo interno delle forze e degli istinti peggiori, incarnati nella figura al nero di Cesare, l’ innovatore, che per Lucano è il simbolo stesso del potere cinico e senza scrupoli, cui si oppone Catone, il vinto fuori del tempo, incapace di leggere il presente se non con le lenti di un passato ormai definitivamente scomparso.

Di qui l’esaltazione paradossale degli sconfitti, tali per il destino, ma non per la grandezza dei loro ideali: “Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni” dice Lucano in B.C. I, 128, “la causa dei vincitori piacque agli dei, ma quella dei vinti a Catone”

Eroica cecità di fronte all’avvenire da parte di chi agisce in un mondo che non comprende più e che, infantilmente, vorrebbe si conformasse ai propri desideri.

Esiste peccato più grave che un politico possa commettere di quello di inseguire un délibáb, un miraggio?

 

Antichi populismi e politica attuale


[pubblicato su http://www.insightweb.it/web/ ]

“Quando nell’uomo le singole membra del corpo non erano in reciproca armonia come adesso, ma ognuna di loro aveva la possibilità di parlare e di pensare in proprio, indignatesi tutte per il fatto che le loro fatiche, i loro sforzi e il loro lavoro servissero solo al ventre, che se ne stava tranquillo nel mezzo, godendo solo dei piaceri a lui offerti, organizzarono una congiura e decisero che le mani non dovessero più recare il cibo alla bocca, che la bocca non lo ricevesse e che i denti non lo masticassero. Volevano così domare il ventre per fame, ma anche loro, una dopo l’altra e di seguito l’intero corpo, furono condotte all’estremo limite della consunzione. Ecco quindi che si comprese come anche il ventre svolgesse un compito utile e che, pur nutrito, nutrisse a sua volta, restituendo a tutte le parti del corpo il sangue in virtù del quale viviamo e abbiamo vigore, attraverso le vene e il cibo opportunamente digerito.” Con questo paragone tra la congiura delle membra del corpo e l’ira della plebe nei confronti dei patrizi [Menenio Agrippa] riuscì a convincere le menti degli uomini.[1]

Livio, II, 32.9

Questo celebre apologo segna, nel mito civile di Roma, la nascita di una magistratura tutta nuova e tutta romana, il tribunato della plebe, un organo di governo destinato a riequilibrare i poteri all’interno della Res Publica appena fuoriuscita dalla forma statuale monarchica e ancora profondamente aristocratica. La sua attualità e pregnanza mi paiono ancora oggi – e, direi, soprattutto oggi – particolarmente suggestivi, poiché si ricollegano direttamente a una questione diventata centrale nel dibattito politico degli ultimi dieci anni di crisi economica, cioè a dire quella della nascita e della crescita impetuosa dei cosiddetti populismi.

Le radici del fenomeno sono profonde e diffuse e attingono gli strati ormai desertificati degli antichi partiti di massa, in profonda crisi, se non addirittura del tutto estinti.

Qual era il loro tratto distintivo (penso al PCI e alla DC in Italia)? Proprio quello di avere l’ambizione di rappresentare ventre e membra, un corpo dunque “in armonia con le sue parti”, nelle parole di Menenio in Livio.

La perdita della consapevolezza di cosa significhi essere corpo, societas, nel senso aristotelico per cui, “l’intero è qualcosa di più delle parti” e riguarda “…tutte le cose che hanno molte parti, ma il cui insieme non è come un ammasso” (Metafisica, libro H 1045 a 9-10) ha generato una politica frammentata e sconnessa, che, a sua volta, utilizza il termine “populismo” con un’evidente accezione negativa moralistico-illuminista, laddove presuppone che a reggere le sorti della Res Publica debba essere solo la Vernunft, la Ragione, gli Happy Few della Competenza (singolare il fatto che, nell’apologo, sia la pancia a rappresentare l’organo di governo privilegiato, non il cervello, come ci si sarebbe potuto attendere).

La forza del PCI e della DC stava invece proprio nel saper essere “anche” populisti (“Il Popolo” era il giornale del partito democristiano e non si tratta di un caso o di una scelta dettata dal marketing), nella determinazione di voler comunque coinvolgere anche le masse “irragionevoli” nel governo della cosa pubblica.

Quella stagione sembra essere finita e il partito che ne è l’erede diretto, il PD, si è gradualmente trasformato proprio nel partito della sola Vernunft, nel “partito del ventre” che vuole restare sordo alle richieste delle altre parti del corpo.

Urge invece, vista anche la deriva attuale verso lidi ad alto rischio per la tenuta dell’intero organismo sociale, dar prova di coraggio, ear to the ground, senza boria e senza irridere all’ottusità della mano che non vuole più portare il cibo alla bocca.

Se l’unico partito ancora in piedi della sinistra italiana non vuole trasformarsi definitivamente ed esclusivamente in un partito radicale della Upper middle class, destinato per sua natura a restare minoritario, certo attento ai diritti civili e alle libertà astratte degli individui, ma incapace di dare risposte ai bisogni e alle speranze dei sempre più numerosi esclusi, è necessario che faccia nuovamente sua la nobile dimensione del populismo, che ascolti senza arroganza quanto hanno da dire le membra doloranti di un corpo sempre più debilitato, ricordando peraltro come sia proprio l’animale ferito e spinto all’estremo limite della sopravvivenza a diventare feroce e non più contenibile.

[1] Tempore quo in homine non ut nunc omnia in unum consentiant, sed singulis membris suum cuique consilium, suus sermo fuerit, indignatas reliquas partes sua cura, suo labore ac ministerio ventri omnia quaeri, ventrem in medio quietum nihil aliud quam datis voluptatibus frui; conspirasse inde ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes quae acciperent conficerent. Hac ira, dum ventrem fame domare vellent, ipsa una membra totumque corpus ad extremam tabem venisse. Inde apparuisse ventris quoque haud segne ministerium esse, nec magis ali quam alere eum, reddentem in omnes corporis partes hunc quo vivimus vigemusque, divisum pariter in venas maturum confecto cibo sanguinem. Comparando hinc quam intestina corporis seditio similis esset irae plebis in patres, flexisse mentes hominum.

 

Nichilismo terapeutico e congiuntura economica


Il nichilismo terapeutico configura un atteggiamento tipico della grande scuola medica viennese della seconda metà del XIX secolo ed è contrassegnato da un profondo scetticismo riguardo il valore delle cure, se somministrate a ridosso della patologia e senza il sostegno della “dottrina”.

Del resto, era la stessa medicina ippocratica (V secolo a.C.) a mettere l’accento sulla diagnosi rispetto alla terapia, considerando il decesso del malato un mero accidente sul cammino della scienza, che si stava liberando dalle superstizioni e dalle stregonerie empiriche dei “guaritori”. Fondamentale nella sua visione è il principio della “forza curatrice della Natura”, laddove il corpo umano è visto in possesso di forze sufficienti a riequilibrare da sé e senza interventi esterni le disarmonie causa delle patologie.

Esponente tra i principali del nichilismo terapeutico è Joseph von Skoda, celebre clinico e semeiotico della Seconda Scuola Viennese, il quale sosteneva che la miglior cura di fronte a molte malattie era proprio quella di astenersi da qualsiasi intervento terapeutico, lasciando che l’organismo ritrovi da solo la via della guarigione. Sulla stessa linea l’anatomo-patologo Rokitansky, autore di straordinarie tavole descrittive dell’anatomia umana, precursore dell’analisi morfologica e anch’egli convinto sostenitore della preminenza della diagnosi sulla terapia.

Tra le vittime illustri del nichilismo terapeutico fu Ignaz Semmelweiss, il quale pur avendo scoperto la causa della morte di molte puerpere e neonati nella sepsi dovuta al fatto che i medici passavano dalla sala settoria alla sala parto senza lavarsi le mani e quindi trasmettendo alle puerpere le infezioni contratte dalle autopsie, venne allontanato dall’ospedale perché, con la sua attenzione “senza fondamento” ai pazienti, aveva leso la professionalità scientifica del medico, abbassando la medicina a mera pratica terapeutica.

Questo atteggiamento serpeggiò in tutta la pur luminosa cultura viennese di quegli anni, dalla letteratura, alla linguistica, alla filosofia, all’economia. In quest’ultimo ambito si formò anche Friedrich von Hayek, uno dei principali teorici del non interventismo dello Stato nei meccanismi economici e che ancora oggi ispira le politiche cosiddette dell’austerità nella zona euro.

Cos’altro è, infatti, se non nichilismo terapeutico applicato all’economia l’odierna idolatria per la correttezza scientifica della norma (pareggio di bilancio, conti in ordine e così via seguitando) avulsa da ogni attenzione per le persone? Non rispecchia forse perfettamente quello che, in modo canzonatorio, si dice del chirurgo il quale ha compiuto l’operazione a regola d’arte, ma il cui paziente è morto sotto i ferri?

Nella crisi che stiamo vivendo vedo perfettamente all’opera lo stesso nichilismo terapeutico incubato nella scuola medica viennese, indifferente alle sofferenze delle persone e attento solo a che la Dottrina non venga intaccata nei suoi principi scientifici e nelle sue dimostrazioni matematiche.

Bisognerebbe invece ripensare, anche in politica e in economia, all’esempio di Semmelweiss, martire dell’empiria e medico “affettuoso” nei confronti dei malati, pronto a rinnegare le Leggi Fondamentali della sua disciplina per trovare soluzioni e, soprattutto, portare conforto a chi sta male.

Una lancia spezzata in favore di Michele Serra


 

Bullismo a scuola: quanto se ne parla in questi giorni! È bastato poi l’intervento di Michele Serra, intellettuale molto ascoltato dalla middle class, ed ecco che la bagarre si è ulteriormente infiammata, vigorosa.

Salvo poi, tra qualche giorno, ad essere dimenticata e sostituita, poniamo, con il fidanzamento di Albano e Maria de Filippi. Questa sì, una notizia bomba!

Nessun moralismo, però. È così che vanno le cose nel nostro mondo-merce. Il bullismo scolastico? Lo si può trovare sul secondo scaffale a sinistra, a destra dell’ISIS, sotto la Corea del Nord e poco prima della Coppa dei Campioni, del grande supermarket globale in cui viviamo.

Eppure un antico “filosofo del sospetto” ci aveva insegnato a non fidarci delle apparenze e, soprattutto, a non considerare gli eventi separati dal contesto che li ha generati. Un contesto che va indagato con gli strumenti della scienza, economica e politica e non solo con quelli, spesso tautologici, della sociologia, della pedagogia, della psicologia, “che si limitano a descrivere, non a cambiare” la realtà cui si applicano. Diciamola, la parolaccia, con un’analisi di classe di quanto accade, e non solo a scuola.

È in fondo quello che ha tentato di fare, mal compreso, Michele Serra, il quale ha poi meglio specificato che:

“Lo sdoganamento dell’ignoranza è uno dei più atroci inganni perpetuati ai danni del popolo, e io penso (e lo scrivo da decenni) che faccia perfettamente parte dello sdoganamento dell’ignoranza l’idea che sia “classista” indicare con il dito proprio la luna: ovvero la differenza di classe. È quello che ho cercato di fare in quella famigerata Amaca”.

Proseguiamo su questa falsariga. Si innalzano grandi lai per la decadenza dei “valori”, della perdita di “autorità” della famiglia e delle istituzioni educative: è un caso tutto ciò, è “colpa” dei populisti, siamo in piena e inarrestabile decadenza? Oppure quel che accade è il naturale portato di uno sviluppo economico e politico che ha condotto alla vittoria del modello capitalistico-finanziario più estremo, con l’annichilimento della politica e la conseguente mercificazione degli esseri umani su scala globale?

Chi ha avuto interesse a che si perdessero identità, gerarchie, radicamento? Chi ha voluto che fossimo tutti clienti e non più cittadini? Quando si fanno richiami generici alle virtù perdute, perché ci si scandalizza se si dice, come Serra, che

“Il popolo ‘sta sotto’, che è messo male, che ha meno e che sa di meno, che ieri era carne da cannone e oggi carne da pubblicità, che al popolo cinquant’anni fa si dava in prima serata l’Odissea di Franco Rossi e oggi gli si danno filmacci americani con sparatoria e squartamento …”? Non bisognerebbe andare un poco oltre e approfondire l’analisi?

Tout se tient: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se facciamo la battaglia contro i “sovranismi” e poi agitiamo in sostituzione gli ideali vuoti di un europeismo di maniera, fatto di slogan, se abbiamo voluto e perseguito il trionfo della “doxa” (vedi il peso dei sondaggi e delle classifiche nella nostra vita), perché meravigliarci degli esiti violenti e “barbari” di chi questa condizione patisce, costretto com’è a vedere il mondo dal marciapiede, attraverso le sue vetrine piene di luci?

Abbiamo accettato un modello di sviluppo per cui “globale è comunque e sempre bello”, un modello escludente ed emarginante, che lascia agli ultimi solo cascami e illusioni di senso, riservando esclusivamente a chi ha potere, cultura e libri la possibilità di riconoscere una propria identità, abbiamo precluso scientemente alle istituzioni educative pubbliche, private e di Stato, di fungere da ascensore sociale, trasformandole in meri recinti di contenimento del disagio giovanile, fatti di competizione, di premialità, di “verifiche oggettive”, di “competenze” e adesso ci meravigliamo di certi esiti? Bastava vedere cosa stava già succedendo qualche decennio fa al centro dell’impero, dove la violenza nelle scuole (quelle per i poveri, naturalmente) era endemica e crescente.

Bando dunque ai piagnistei moralistici, alle nostalgie per un mondo che fu, prima lucidamente demolito e poi vanamente e tartufescamente rimpianto.

Accettiamo piuttosto ciò che sta accadendo nelle scuole come “un danno collaterale” di questo tipo di sviluppo, analogo a quello provocato dalle “bombe intelligenti”.

Il nocciolo di verità delle parole di Serra, largamente fraintese, sta nella questione del rapporto tra licei e istituti tecnici e professionali. Qui, se si riuscisse a trovare da qualche parte una testa pensante, si dovrebbe agire e in fretta. Come? Ad esempio:

  1. – generalizzando la creazione di Istituti superiori unici, in cui si attivino filiere liceali, tecniche e professionali. Lo scambio tra docenti e studenti di diversi indirizzi e provenienze sociali “costretti” a convivere e a condividere gli stessi spazi fisici e didattici gioverebbe di sicuro;
  2. – elaborando logiche premiali per i docenti che agiscano in ambienti socio-culturali demuniti e difficili, giungendo a sostanziosi incrementi stipendiali per chi voglia e sappia impegnarsi di più e meglio su quel fronte;
  3. – Smettendo di identificare in automatico la scuola superiore con il liceo. Gli istituti tecnici italiani sono stati e sono ancora tra i migliori d’Europa, sono scuole severe, dove molto spesso si studia di più e meglio che non nei licei. La loro immagine va valorizzata come merita: perché, ad esempio, quando si annunciano le materie delle prove di maturità, il greco o il latino, che riguardano il 5% circa degli studenti, sono sempre le prime ad essere comunicate, mentre quasi mai si parla di quelle tecniche e professionali?

Pannicelli caldi, mi rendo conto, soprattutto perché, al di là delle ipocrisie, non si vuole una scuola davvero autorevole: altrimenti il famoso cliente globalizzato non si accontenterebbe di leggere le etichette sui prodotti, potrebbe non più cadere nelle mille trappole delle seduzioni mercificanti e, chissà, anche attrezzarsi per dare l’assalto alla cittadella.

Giorni e Giornate


 

È un tempo, il nostro, fatto sempre più di giornate che di giorni.

Il calendario (il libro delle Calendae, delle “misurazioni del tempo”), come si sa, ha origini antichissime e nasce dalla necessità delle comunità umane di suddividere – e quindi di controllare – il fluire del tempo in armonia con il ritmo cosmico degli astri e dei pianeti e l’alternarsi delle stagioni e dei cicli di coltivazione e di allevamento.

Ciascun giorno ha un nome su base settimanale (da lunedì a domenica) e una numerazione progressiva su base mensile. Nel calendario tradizionale cristiano, ogni giorno è inoltre dedicato a un evento religioso (il Natale, la Pasqua) o a un santo, una santa o a più di uno.

La funzione di tale dedica ai santi e alle sante è stata per secoli fondamentale, sia nel trasfondere la cultura pagana in quella cristiana, spesso con un’azione di sostituzione di prerogative e iconografia e sia nel farsi riferimento e guida nel trascorrere della vita quotidiana delle persone e delle comunità.

Quanta saggezza popolare e quanti proverbi investono la presenza giornaliera del santo protettore! Solo per fare due esempi, le condizioni meteorologiche del 2 di febbraio, S. Biagio, consentirebbero di predire l’arrivo della primavera e lo scioglimento del sangue di S. Gennaro di prevedere la buona sorte per l’anno a venire –  quantomeno per Napoli. I santi dunque confortano il tempo presente e proiettano la loro protezione verso il futuro, all’interno di un paradigma di certezze e di fede.

Il sensibile declino della dimensione religiosa nella vita e nella coscienza degli individui nella società di massa e dei consumi ha comportato un parallelo, evidente declino nel culto dei santi, spesso derubricato a mera superstizione o a mero folklore. È restata però l’esigenza di rassicurazione nel nostro camminare in un tempo sempre più vettoriale e sempre meno ciclico e con essa di dar conto di tutte le incertezze che tale cammino genera.

Si è così gradualmente venuto a costituire un parallelo calendario laico, senza santi, tutto umano, fatto non più di giorni ma di giornate.

La differenza non è meramente terminologica, ma sostanziale, in quanto essa segna il passaggio dall’invocare, tramite il santo, una protezione celeste per il presente e per il futuro al ripiegarsi nostalgico nel ricordo, verso sicurezze che si sentono ormai perdute o quantomeno sul punto di scomparire (del resto, si ricorda solo quello che non si ha più), nell’impossibilità di leggere il presente e di sperare con chiarezza in un qualche avvenire. È il calendario dell’uomo contemporaneo, privo di sicurezze, colmo di ansie e quindi volto all’indietro, perché “inetto” e spesso impossibilitato a guardare avanti e quindi, se occorre, anche a dimenticare.

È così che viviamo una quotidiana, pervasiva “santificazione del tempo che fu”, dalla cucina, al cinema, alla letteratura, alla musica; i nostri teens ascoltano e apprezzano oggi la musica dei loro nonni (Vasco Rossi) ed è come se, quando ero teen anch’io, alla fine degli anni 60, avessi ascoltato e apprezzato con il medesimo trasporto le canzonettiste degli anni ’20.

In questa temperie, nulla deve andare perduto, dimenticato, tanta è la paura dell’avvenire. Basti pensare al compulsivo bisogno di fotografare (immortalare?) tutto, dal Colosseo al piatto di lasagne mangiato domenica dalla mamma.

A questo preoccupante fenomeno di retroflessione dello sguardo corrisponde, paradossalmente, l’oblio della storia, che non è affatto ricordo, mero sentimento di cose perdute, ma indagine sulle cause del nostro essere nel mondo. Guido Gozzano, come tutti i grandi poeti, è stato anche profeta della modernità europea; egli non aveva tuttavia previsto un “gozzanismo di massa”, privo purtroppo della sua intelligente, amara ironia.

Il fenomeno delle “giornate di … o per …” ha dunque conosciuto un’enorme espansione: dalle poche, tradizionali di un tempo, che investono la società (il 1 Maggio) e la famiglia (mamma, papà, nonni – non le zie e i cugini, però, verrebbe da commentare alla maniera di Achille Campanile), siamo passati a numerosissime altre, alcune delle quali davvero improbabili.

Spigolando sul sito http://www.sparklingcode.net/giornatamondiale/#sthash.gJJwi02m.dpbs si può così scoprire l’esistenza della giornata del back-up, del rene, del sonno, della lentezza, dell’orso polare, del gatto, della nutella, della felicità e molte altre ancora.

Quello che in queste “giornate” si riflette è un mondo frantumato in mille piccoli specchi, che rimandano solo particelle non più ricomponibili dell’intero specchio originario, ormai irrimediabilmente perduto.

Se si invocasse a questo punto un “ritorno ai giorni dei santi” si entrerebbe in contraddizione con quanto detto finora. Resta tuttavia il dovere di mantenere lucida la consapevolezza di fronte a un fenomeno come questo che, sotto un’innocua e persino benevola apparenza, cela inquietudini e senso di smarrimento profondi.

 

 

Meno (di questa) Europa


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Pur augurando alla lista Bonino di raggiungere la soglia del 3% e di evitare con ciò la stortura di un’attribuzione indebita dei suoi voti ad altri partiti (grazie a questa indegna legge elettorale), sento la necessità di mettere un segno “meno” davanti all’Europa.

Innanzitutto ripuliamo il linguaggio. “Uscire dall’Europa” è una brachilogia corriva, tipica del linguaggio giornalistico: non si esce da una storia millenaria, questa sì comune, di rapporti, di conflitti, di culture che si intrecciano indissolubilmente tra loro. Il Regno Unito non è “uscito dall’Europa”, ma da un’Europa che ha assunto connotati politici ritenuti in contrasto con gli interessi nazionali.

Proviamo a giustificare quel segno “meno”.

Qualche pillola di storia: alla conclusione della Seconda Guerra dei Trent’anni (1914 – 1945), l’Europa era ridotta ad un unico cumulo di rovine, materiali, morali e culturali. Questo sia dalla parte dei vinti che da quella dei vincitori, in particolare la Francia, vincitrice sì ma au bout de souffle (di lì a poco ci sarebbe stata Dien Bien Phu, la spedizione del Canale di Suez, l’inizio della guerra in Algeria).

Politici di grande talento come Schumann e Monnet, decisi a rovesciare il senso dei tragici rapporti franco-tedeschi ereditati da una lunga storia, avviarono la costruzione della comunità europea partendo dalla CECA, che consentiva di valorizzare l’acciaio francese con l’utilizzazione del carbone di cui abbondava la Ruhr.

Se gli interessi economici erano evidenti, non era nemmeno più possibile pensare a un’occupazione militare permanente di quei ricchi territori, come la Francia aveva tentato di fare dopo il ’18, stante l’incombere dell’Unione Sovietica, la presenza della Cortina di Ferro e la divisione della Germania.

Dalla CECA (1951), sostanzialmente il germe del duopolio franco-tedesco, “condito” da alcuni stati di contorno, il Benelux e l’Italia, si sviluppò poi una forma politica più articolata, con la creazione di altre istituzioni comunitarie, come l’Euratom e, con i Trattati di Roma del 1957, la CEE.

Spettò poi alla straordinaria intelligenza politica del generale De Gaulle andare oltre la rete degli interessi economici per immaginare un destino politico che prima avrebbe consolidato e poi progressivamente allargato, in un ambizioso disegno storico, la comunità a tutta l’Europa continentale

Qui sta il nocciolo vero dell’Europa Unita, nel coincidere di interessi tra una Francia vittoriosa, politicamente forte (seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, potenza nucleare) ma impoverita e una Germania annichilita politicamente ed economicamente, ma ancora in possesso di risorse in materie prime e in competenze industriali molto avanzate.

La confrontation mondiale tra i due blocchi stese ancora per un quarantennio sull’Europa il suo ombrello protettivo e le consentì di svilupparsi e prosperare (vedi il boom economico dei primi anni ’60): nessun cedimento era possibile di fronte ai carri armati sovietici saldamente attestati nel cuore del Continente.

Caduto il Muro nel 1989 e ormai dimenticate le sciocchezze sulla “Fine della Storia” e sull’inizio di un’epoca luminosa di progresso illimitato, ci si è accorti ben presto che le rovine di quel Muro erano cadute anche sul versante occidentale.

La scomparsa dell’impero sovietico stava aprendo la strada a una globalizzazione senza freni, al trionfo del “libero cittadino-consumatore”. Il prezzo pagato per questo modello di sviluppo è stato elevatissimo: nel trentennio del “migliore dei mondi possibili”, succeduto alla fine del socialismo reale, si sono registrate più vittime e più conflitti di quelli accaduto nel precedente ben più lungo periodo della Guerra Fredda.

Lo scatenamento degli spiriti vitali del capitalismo, lo strapotere della finanza, il saccheggio di interi continenti (vedi l’Africa) non poteva non avere conseguenze anche per l’Europa. Il duopolio Francia-Germania smise di funzionare come in passato. La Germania finalmente unificata e non più costretta alla minorità politica dalla sua tragica storia recente, reclamava un ruolo egemone all’interno dell’asse Parigi – Bonn, che meglio corrispondesse al suo poderoso motore economico. Mitterrand fu costretto a rinegoziare con Kohl per tentare di mettere sotto controllo la rinnovata centralità tedesca nell’Europa continentale e, soprattutto, il potentissimo marco: il patto fu siglato con la rinuncia da parte di Berlino alla propria moneta nazionale e con l’adozione dell’Euro, in cambio della “autorizzazione” alla Wiedervereinigung.[1]

La situazione odierna riflette quel mutato rapporto di forze e il costante declino della Francia (vedi la disastrosa presidenza Hollande), di fronte a una Germania che “da sola” –  con buona pace di coloro i quali ripetono il mantra che “gli stati europei sono troppo piccoli per fare da soli e che ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa” –  è la quarta, se non la terza potenza economica mondiale.

Macron, diventato presidente e autocrate della République, grazie peraltro a una legge elettorale profondamente antidemocratica, cerca di riequilibrare l’antico duopolio. Riuscirà nell’intento? La Germania ha già detto no a un ministro delle finanze europeo e la stessa Francia dirà sempre no a una forza di difesa comune europea, che intralcerebbe la sua autonoma presenza sui diversi teatri politico-militari del globo.

Eccoci dunque di fronte a una possibile, terza edizione dell’asse franco-tedesco. È questa l’unica Europa Unita alle viste. Quando si dice “ci vorrebbe più Europa” si intende un ulteriore perfezionamento del condominio franco-tedesco, con gli altri Stati in posizione subordinata? Ci si è mai chiesti perché gli Stati Uniti d’Europa non sono stati mai realizzati? Per la presenza di alcuni geni del male? Per ignoranza? O forse perché uno stato unico europeo contrasterebbe con la storia, anzi con le storie, di paesi che vogliono mantenere un’identità, non in contrasto con la definizione di comuni interessi economici e politici, ma senza recidere quelle molteplici radici che sono alla base della più grande identità europea.

Veniamo all’Italia: noi non siamo più indispensabili come al tempo della Guerra Fredda, ma siamo pur sempre una nazione di 60 milioni di persone, tecnologicamente avanzata e in diretta concorrenza con gli altri grandi paesi continentali; inoltre diamo fastidio alle rinnovate mire egemoniche della Francia sul Nordafrica. Dunque dobbiamo essere ridotti alla ragione.

Intrappolati in un Euro iniquo (sopravvalutato per noi e sottovalutato per la Germania), oberati da un debito pubblico che cresce, nonostante le misure di austerità (ma si potrebbe ragionevolmente dire anche a causa di queste) e che ci viene minacciosamente sventolato dinnanzi quando tentiamo di rialzare la testa e di scegliere liberamente chi ci dovrà governare (vedi l’uscita di Juncker, che non è stata affatto una gaffe), chiediamo  più Europa  per una sorta di cupio dissolvi, che sanzioni in via definitiva il nostro status di provincia.

La Spagna vi si è già rassegnata: obbedisce senza fiatare a Bruxelles, non riesce a darsi un governo se non di minoranza guidato dal conservatore Rajoy (del resto, in una provincia non è poi tanto necessario averne uno con una normale responsabilità democratica, visto che le direttive arrivano dal centro), sta ricevendo encomi e premi per la sua docilità (vedi la vicenda affatto anomala della nomina del vicepresidente della BCE e l’indulgenza per lo sforamento del fatidico 3%).

Vogliamo anche noi percorrere la stessa strada? È del tutto lecito farlo; solo bisognerebbe dirlo con chiarezza, senza più nascondersi dietro disegni astratti, “ideologici”, come quelli degli Stati Uniti d’Europa.

L’Europa reale esprime un’egemonia politica ed economica che ha sede a Berlino e succursali a Bruxelles, Parigi e Francoforte.

In alternativa dobbiamo sforzarci di declinare l’Europa Unita in forme diverse.

Tornare ad affermare i valori dell’identità nazionale e della sovranità democratica non significa essere nazionalisti e sovranisti. Identità e sovranità democratica sono gli unici baluardi contro una mondializzazione senza volto – peraltro con evidenti segni di crisi -che ci considera astrattamente tutti uguali, tutti liberi e tutti clienti, che conosce forme di rinnovata schiavitù  e che produce immense e crescenti diseguaglianze sociali.

Dalla mancata risoluzione del problema dell’accoglienza dei richiedenti asilo, alla questione Francia-Fincantieri, al raid francese sulla Libia, allo scippo dell’EMA a Milano, alla vicenda Embraco (che non è l’unica), alla nave dell’ENI cacciata dai Turchi nelle acque di Cipro: quanti schiaffi dobbiamo ancora prendere prima di renderci conto che la strada che stiamo seguendo ci condanna a una permanente minorità?

Più che agli Stati Uniti d’Europa, bisognerebbe forse iniziare a lavorare a una Unione Europea di Stati Sovrani, costituita da una rete flessibile di rapporti e di accordi di partenariato, capace di salvaguardare gli  interessi comuni di tutti i partner. Ciò implica un’ambiziosa e insieme realistica visione dell’unità europea ispirata al progresso economico e sociale, in un contesto politico autenticamente democratico.

In altri termini, privilegiando una visione attualizzata di comunità europea di pace e di progresso, corrispondente al disegno fondamentale che ispirò i padri fondatori –  al di fuori delle artificiali e nefaste torsioni, come la moneta unica, che ne hanno irrimediabilmente compromesso i fattori di solidarietà, aprendo la strada a sempre più profonde lacerazioni.

 

[1] Vedi su questo, A.LETTIERI, The Ionesco Euro, in http://www.insightweb.it/web/