Le brecce di Porta Pia


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In quest’anno 2020, per molti versi straordinariamente calamitoso, ma che si spera preluda a una rinascita, si celebra il centocinquantenario della presa di Roma da parte delle truppe italiane.

Il fulcro iconico dell’evento è la Breccia di Porta Pia, aperta il mattino del 20 settembre del 1870 nel segmento delle Mura aureliane tra la Porta Salaria e la Porta Pia. Non si trattò di un episodio militarmente rilevante: pochi furono, fortunatamente, i caduti (meno di 20) da parte italiana, anche perché Pio IX ordinò di cessare ogni ulteriore resistenza, facendo issare fin dalle dieci la bandiera bianca su tutto il perimetro delle mura[1].

L’evento assunse tuttavia un significato simbolico epocale. Innanzi tutto si trattò di una “breccia”, appunto, dell’abbattimento cioè di un tratto della plurisecolare cinta muraria romana e non dello sfondamento di una porta, della forzatura cioè di un passaggio che si può aprire e, volendo, anche richiudere. Quella “rottura” voleva comunicare il senso di una interruzione definitiva, irreversibile con il passato.

Attraverso la Breccia, assieme ai bersaglieri, penetrò nella inerme, sonnacchiosa e millenaria Roma il mondo moderno, il progresso. Almeno nella vulgata, dato che studi recenti hanno dimostrato che lo Stato pontificio, pur con tutti suoi limiti e le sue arretratezze, era meno oscurantista di quello che la propaganda laica e liberale lasciava intendere. Ma questa è un’altra storia.

Tra le impronte che “quel” progresso ha lasciato sul terreno dell’Urbe in questi suoi primi 150 anni si annoverano la distruzione di una cintura verde unica al mondo, quella delle grandi ville romane, all’interno e all’esterno delle mura (villa Boncompagni Ludovisi, villa Peretti, solo per fare due nomi), una speculazione edilizia selvaggia e incontenibile, che fino da allora ha segnato la fisionomia della Capitale italiana, l’assenza o il fallimento di ogni progettualità urbana che non fosse al servizio della rendita.

Così, a quella prima Breccia, altre e ben più gravi ne sono seguite un po’ dappertutto lungo l’anello murario romano, abbattuto e sforacchiato in più punti per aprire nuovi varchi al traffico automobilistico e alla viabilità dei nuovi quartieri intra ed extramuranei. Qualche esempio tra i tanti: l’abbattimento della Porta Salaria (piazza Fiume), la creazione del piazzale di Porta San Paolo e di quello di Porta Maggiore e molti altri ancora.

Ciò nonostante, il disegno della cinta è restato, miracolosamente, “leggibile” fino ai nostri giorni in tutto il suo perimetro, lungo ben 18 chilometri.

Chi può vantare al mondo una tale meraviglia? Eppure, nonostante rappresenti uno straordinario polo storico-architettonico e urbanistico, quella cinta non ha mai recuperato la sua integrità, simbolica e concreta assieme.

La Breccia di Porta Pia è stata richiusa da tempo (chi festeggia più la ricorrenza del “XX Settembre”, come si usava scrivere allora? Il giorno, festa nazionale fino al 1930, l’anno seguente quello della firma dei Patti Lateranensi, è negletto e sconosciuta ai più quella piccola porzione di mura tra la Nomentana e la Salaria, monumentalizzata da una lapide e da una colonna sormontata da una Vittoria alata).  

La colonna della Vittoria davanti alla Breccia di Porta Pia. Inaugurata nel 1895, originariamente era stata innalzata al centro di Corso d’Italia. Poi, per motivi di traffico, venne ricollocata nella sua attuale posizione, più defilata.

Il monumento nella sua odierna collocazione. Da notare che la Vittoria è diretta verso l’esterno e non verso l’interno della Città di Roma, come, ad esempio, la quadriga alla sommità della Porta di Brandeburgo a Berlino.

Risarcire le altre, successive Brecce è ancora possibile. Materialmente e, dove non è dato, simbolicamente.

Da anni si parla di costituire un Parco Comunale Autonomo delle Mura aureliane. È tempo che si passi dalla proposta al progetto e alla sua realizzazione, promuovendo un bando internazionale di valorizzazione e tutela del monumento, che offrirebbe agli studiosi, ai turisti e ai cittadini una “passeggiata” di straordinaria suggestione e ricucirebbe, dopo un secolo e mezzo, antichi strappi nella storia della città.


[1] Due noterelle a margine: 1. Avendo il papa minacciato di scomunica chi avesse ordinato di fare fuoco contro la Città Santa, fu un capitano di artiglieria ebreo, Giacomo Segre, a farlo. La prudenza non è mai troppa … 2. Nonostante la resa incondizionata delle truppe pontificie, Nino Bixio, lo stesso del massacro di Bronte di dieci anni prima, al comando delle truppe italiane sul fronte nord-est, continuò comunque a bombardare la città ancora per mezz’ora.

L’onorevole Calenda e il dottor Liebig


Non si può dire che l’onorevole Carlo Calenda sia un tipo schivo e taciturno.
I suoi interventi sul web e in televisione sono numerosi, sempre appassionati, fino al limite dell’insulto all’avversario. Quando riesco a superare il fastidio del ricco condimento di spocchia pariolina che li accompagna, mi capita spesso di condividerli, perché il Nostro ha sicuramente molte e sode competenze in campo economico e buone idee.
Dunque perché non prendere in considerazione l’ipotesi di votare per “Azione”, il partito da lui fondato e animato, nella prossima tornata elettorale?
E qui torniamo allo strano titolo di questa mia breve riflessione, che può suonare irrispettoso, ma che vuole invece essere una suggestione.
Come si sa, il dottor Justus von Liebig (1803 – 1873) è stato un geniale chimico tedesco e autore di una bizzarra (?) teoria, secondo la quale all’origine del declino delle grandi civiltà ci sarebbero … le cloache e i water closet, che impediscono il rientro in circolo del fosforo contenuto negli alimenti. Ma non è per questo che l’ho citato.
Liebig è ben più popolarmente noto per aver inventato un metodo per produrre l’estratto di carne, concentrandolo in una densa massa scura e gelatinosa che è facilmente conservabile e trasportabile. Sono milioni le persone che hanno avuto la vita salva grazie all’estratto Liebig e tra loro migliaia di soldati in trincea.
L’estratto però, pur dotato di straordinarie virtù salutari, non può essere assunto così com’è, perché è salatissimo e piuttosto disgustoso. Va diluito in acqua calda, va stemperato.
Ecco, la politica presuppone l’uso di acqua calda, la diluizione. Se Calenda avesse continuato a militare in un partito interclassista come il PD, vincendo la sua nevrotica avversione per il M5S, se avesse “sopportato” la presenza al suo fianco di chi non risiede nel Quadrilatero romano dell’alta borghesia (viale Liegi, piazzale delle Muse, Piazza Ungheria, Piazza Euclide), ma che è comunque portatrice di istanze sociali e culturali importanti, il suo “estratto” avrebbe avuto un effetto più vasto e salutare.
Un partitello Liebig, che non si vuole diluire, che non vuole fare i conti con una politica che continua ad essere, secondo le immortali parole di Rino Formica, “sangue e merda”, nonostante le sue indubbie virtù, non servirà all’Italia e finirà per essere solo una mosca cocchiera.

Frugalità


Frugale. “Parco, sobrio, specialmente nel mangiare e nel bere”.
Fatico a identificare una persona frugale in un burroso olandese o in un cremoso danese, entrambi peraltro abitualmente dediti a generose bevute di birra.
Tant’è. La sclerosi del linguaggio giornalistico ci ha ormai abituato non già a parole, ma a suoni e spezzoni di frasi, che si ripetono in continuazione e che, in tal modo, finiscono per perdere il loro senso originario.
Torniamo al tormentone dei paesi “frugali” della UE. Osservo come, in questi ultimi tempi, contrassegnati dalla evidente palinodia della Germania, già capofila con Schaeuble della terribile e fallimentare politica di Austerità, quest’ultimo termine sia scomparso dalla narrazione mediatica, sostituito appunto dalla Frugalità, che suona forse meno aggressivo e imperioso, rammentando esso le mense conventuali, sulle quali compaiono alimenti semplici, essenziali: pane, latte, verdure, minestre.
Ma è proprio questo il caso della UE del nord? Vi pare che in quei paesi domini quella dieta così umile e parca? Se osserviamo il reddito medio dell’Olanda (53.000 $ pro-capite/anno o della Danimarca (61.000 $ pro-capite/anno) e lo confrontiamo con il nostro (34.000 $ pro-capite/anno) o con quello della Spagna (30.000 $ pro-capite/anno), è evidente che siamo di fronte all’opulenza, non già alla frugalità.
Ed è questa opulenza in casa propria (altro che sovranismi!) che quei Paesi vogliono strenuamente difendere.
La scena del premier olandese Rutte che, rispondendo a un operatore ecologico di Amsterdam che chiedeva di non dar soldi a Spagna e a Italia, alza il pollice dicendo “me ne ricorderò” mi è parsa orribile, di cattivo gusto, degna dei peggiori populisti d’Europa.
L’Olanda, che in certi momenti sembra essere più una società per azioni che una nazione vera e propria, a differenza dell’Italia (export 56%, import 59%), ha un bilancio attivo con i Paesi della UE (export 74%, import 46%) e gode di una fiscalità di vantaggio che le consente di “ospitare” schiere di ricchi e per nulla frugali elusori fiscali.
Certo, non si può dire che l’Italia sia un esempio di Buon Governo, per adoperare un eufemismo, ma è pur sempre un grande Paese, con un’economia sviluppata (seppure in maniera diseguale territorialmente), è la seconda industria manifatturiera in Europa e ha 60.000.000 di abitanti (la frugale Danimarca 6.000.000 circa).
E poi, cosa significa il tanto conclamato “Buon Governo” dei Frugali? Quello rappresentato dal propretore di Bruxelles, Mario Monti, che per noi ha significato più di dieci anni di recessione, l’aumento delle diseguaglianze, la drastica riduzione dello stato sociale?
Tanta parte del nostro Pese è già oggi frugale per necessità e su questo piano potremmo dar lezioni a tutta l’Europa del nord.
Ma su questa strada, quella cioè dei veti e degli “scontri di civiltà”, non si va da nessuna parte. Tutti i Paesi d’Europa hanno una loro storia, che non può essere messa tra parentesi. Essa va integrata, non negata, nelle future istituzioni politiche di un’Europa unita, seguendo un cammino difficile di reciproco riconoscimento e sostegno. Non abbiamo bisogno di catechisti, che salgono in cattedra sentendosi rappresentanti del “Modello” per eccellenza (che sarebbe poi quello liberistico, il cui fallimento è davanti agli occhi di tutti). Abbiamo necessità di uomini politici lungimiranti, capaci di guardare oltre le mere regole di un presente denso di incognite, che fa presagire, se si continua su questa strada, il definitivo declino del nostro Continente. I Paesi più grandi e importanti (la Germania, la Francia) sembra lo abbiano capito; altri, abituati a vivere comodamente nel retro delle loro botteghe, non ancora; il tempo però stringe e nulla può essere considerato impossibile, compresa la fine della UE.

Il MES: un’occasione perduta


Si è fatto un gran parlare in questi ultimi mesi del cosiddetto MES – ex (?) Fondo salva-stati, che, in base all’accordo raggiunto l’8 maggio scorso nell’Eurogruppo, dovrebbe poter assicurare un prestito all’Italia fino a circa 37 miliardi, con tassi di interesse molto bassi, vicini allo 0, da restituire in dieci anni. C’è di che esserne lieti, senza però stare a suonare più di tanto pifferi e tamburi; come è noto, “il diavolo si annida nei dettagli”, per cui esploriamo anche i limiti dell’accordo (I grassetti sono miei):
1. – Il credito è attingibile da tutti gli Stati del MES “per sostenere il finanziamento interno di finanziamenti diretti e indiretti dei costi sanitari, di cura e prevenzione dovuti alla crisi del Covid 19.
2. – Le richieste di supporto di una linea di credito del MES da parte degli Stati membri per le spese sanitarie legate al Coronavirus possono essere presentate fino al 31 dicembre 2022.
3. – Il monitoraggio e la sorveglianza dovrebbero essere commisurati alla natura dello shock simmetrico causato dal Covid 19 e proporzionate alle caratteristiche e all’uso del supporto per la crisi pandemica,in linea con il quadro dell’UE e le pertinenti linee-guida del MES.

È dunque evidente che restano condizionalità cogenti, legate all’utilizzo del fondo MES nel solo comparto della sanità e per di più in quello specifico che è stato, è e potrebbe essere investito dalla pandemia Covid 19. I tempi dettati dall’accordo appaiono da questo punto di vista assai ridotti e la sorveglianza UE rafforzata (1). Progettare, programmare, farsi approvare gli interventi in un arco di tempo così breve (poco più di due anni), per un Paese come il nostro e data la complessità dei meccanismi di finanziamento europei è impresa ardua, per non dire impossibile. Con il rischio aggiuntivo che, in caso di inadempienza ai protocolli di spesa, scatti il micidiale meccanismo di una Troika “aggiornata”, ma non cancellata ex lege dal testo del Trattato originario che, lo voglio ricordare, è un Trattato tra Stati, non di competenza giuridica dell’Eurogruppo.

L’accordo raggiunto sull’utilizzo del MES è stato accolto con grande giubilo come un passo importante verso una maggiore condivisione europea del dramma Covid 19. Se paragonato all’intervento della Banca centrale del Giappone (paese con un rapporto debito/PIL ben superiore al nostro), pari a oltre 1000 miliardi di dollari o alla Federal Reserve USA, che di miliardi nel sistema produttivo ne “pomperà” 2.200 e anche alla stessa BCE che pare, pur tra mille distinguo e riserve (vedi la sentenza della Corte Costituzionale tedesca),raggiungerà i 700 miliardi, lo stanziamento dei 37 miliardi del MES appare tuttavia ben poca cosa e per di più di difficile fruizione.

Honny soit qui mal y pense, direbbe Edoardo d’Inghilterra, ma viene da ipotizzare che l’intera operazione sia più fumo che arrosto, destinata cioè a tacitare sia i cosiddetti “antieuropeisti” italiani, sia gli “antitaliani” europei. Insomma, per ricorrere ad una altro motto di spirito “facit ’ammuina”.
Spiace che i negoziatori italiani si siano accontentati di un’offa così poco nutriente. Ci chiediamo:
– Riusciremo a utilizzare quei 37 miliardi “solo” per ovviare ai danni della pandemia Covid 19?
– Gli ospedali del sud, che sono stati i meno toccati dal contagio, potranno usufruire dei finanziamenti MES anche per migliorare le loro strutture in generale e non solo in termini di contenimento delle future pandemie?
– Perché i nostri rappresentanti hanno accettato una interpretazione così riduttiva del concetto di prevenzione? Ad esempio: nuovi, più numerosi e più efficienti mezzi di trasporto pubblici (vagoni, metropolitane, autobus con condizionamento dell’aria a norma) non rappresentano forse degli strumenti efficaci di contrasto del contagio, soprattutto quando – sperabilmente – l’economia tornerà a girare a pieno regime?

Last but not least, perché non far rientrare nell’ambito dell’intervento MES contro la pandemia anche la scuola? A parità di stanziamento, aprire le linee di credito anche in questa direzione avrebbe significato l’attivazione di più ampi e celeri flussi di spesa e consentito nel contempo una futura, maggiore protezione dalle pandemie dei punti di erogazione del servizio scolastico. Le cosiddette “classi-pollaio” restano ahinoi una realtà, che una sciagurata politica di risparmio a tutti i costi ha seguito con pervicacia, in una perversa azione parallela a quella sviluppata nel settore sanitario: qui si è assistito alla chiusura di molti ospedali territoriali medio-piccoli, che, in circostanze come quelle attuali, avrebbero potuto svolgere un’azione di prevenzione e contenimento assai efficaci; nel mondo della scuola abbiamo patito una analoga “concentrazione” delle attività in istituti molto grandi (ben oltre i mille alunni) e in spazi già prima inadatti e “fuorilegge”. Quanti sono infatti gli edifici scolastici che a tutt’oggi non sono a norma?

A settembre bisognerà riaprire le scuole “in presenza” (non penso sia viabile la proposta di Azzolina (metà degli alunni di una classe a scuola, metà a casa, impegnati con la didattica a distanza), con un coefficiente ben più basso dell’attuale (28 alunni/classe iniziale del ciclo) e con la relativa assunzione del personale necessario.

La pandemia ha sì un profilo preminentemente sanitario, ma i suoi esiti sono ricaduti pesantemente anche in altri settori di interesse collettivo. Il dramma delle migliaia di morti che abbiamo dovuto subire è intenso, lacerante, tragico. Ci sono tuttavia altre “morti”, meno immediate ed evidenti, quelle cioè provocate dal collasso del sistema di istruzione e formazione e che, distese nel tempo scandito dalle generazioni, possono provocare il lento, inesorabile declino dell’intero Paese.
_________________
(1) – Rimando in proposito all’acuto e competente intervento di Stefano FASSINA sull’Huffington Post, dove si parla, tra l’altro, di “interventi confinati in un pericolosamente ambiguo torno temporale”: https://www.huffingtonpost.it/entry/la-trappola-nel-mes-m5s-resistete_it_5eb66232c5b69c4b317ab697

Qui si fa l’Europa …


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“Qui si fa l’Europa o si muore”, è il grido che oggi si sente echeggiare sui media. Parafrasi della famosa apostrofe garibaldina a Nino Bixio (attribuita da Abba al generale, durante la battaglia di Calatafimi, combattuta contro le “preponderanti truppe borboniche”, comandate da un generale in carrozza, probabilmente già al soldo degli inglesi e predisposto alla fuga).
Circostanze e contenuto si attagliano perfettamente alla situazione attuale. Come allora la frase “si fa l’Italia” era un mero conato verso un obiettivo indefinito (quale Italia? Di lì a poco Bronte e poi la cosiddetta “lotta al brigantaggio” con l’incendio di interi paesi, stupri e cataste di morti si sarebbero incaricati di dimostrare che tipo di Italia si apprestava a realizzarsi per il Mezzogiorno), oggi la locuzione “si fa l’Europa” ha lo stesso indice di perspicuità politica.
Si parla per frasi fatte e prive di senso: “il Regno Unito è uscito dall’Europa”, “l’Europa è il nostro unico futuro”, ecc. Che noi siamo europei è un dato incontrovertibile e immodificabile, così come nel 1860 eravamo comunque tutti italiani, anche se divisi in formazioni statuali differenti. Tuttavia, conferire a questo dato culturale una valenza “di per sé” politico-istituzionale è un errore clamoroso.
Così come, nel XIX secolo, per la futura Italia politica ci furono diverse opzioni sul tappeto (quella federalista di Cattaneo, quella giobertiana, quella mazziniana, compresa quella cavourriana, che prevedeva, almeno all’inizio, solo un regno del nord), anche per l’Europa politica dovremmo discutere meno genericamente delle sue forme istituzionali, presenti e future.
Oggi la UE ha una congerie di centri di potere e almeno tre capitali. Gli organismi principali sono il Parlamento, la Commissione, l’Eurogruppo e il Consiglio dell’UE. Di questi quattro, gli unici a esercitare un potere effettivo sono gli ultimi due e in particolare l’ultimo, che non è nient’altro che la sede in cui si riuniscono i capi di governo dei diversi paesi membri, la cui sovranità, con buona pace degli anti sovranisti, è restata intatta e detta ancora le regole del gioco in base all’effettivo peso economico e politico della singola nazione.
Questa incoerenza istituzionale non può che generare un surplus di potere amministrativo, che finisce per surrogare un potere politico disfunzionale se non inesistente.
E’ questa “l’Europa” che intendiamo lanciando il grido di dolore dal sapore garibaldino? Quale delega democratica hanno ricevuto gli amministratori brussellesi che determinano la vita e la morte dei singoli paesi della UE? Che forma istituzionale ha oggi la UE? Rappresenta una tappa verso la formazione degli Stati Uniti d’Europa, verso una futura Confederazione Europea, oppure è destinata a rimanere una forma più ampia e sofisticata (e complicata) di EFTA – European Free Trade Association? Quanti conoscono la differenza tra “stato federale”, “stato confederale” e “zona di libero scambio”? Perché obbligarci a votare e a combattere per un mito?
I miti servono, non c’è dubbio, poiché esprimono in una immagine “poetica” la sintesi immediata di una realtà complessa. Tuttavia, accanto a essa, è altrettanto necessaria un’analisi “prosaica” della realtà.
Sul mito dell’Europa ho già qui stesso espresso alcune riflessioni (L’Europa tra Mythos e Historìa, maggio 2019). Dal punto di vista politico, il federalismo europeo, se non si vuole risalire a Kant, è piuttosto recente, non risale oltre la metà del XIX secolo (Proudhon, Cattaneo) e, come concreta proposta istituzionale, è nato agli inizi del XX secolo, all’interno dalla cultura politica “più europeista” del nostro continente, quella austro-ungarica (Popovici, Coudenhove- Kalergi).
Sia Coudenhove- Kalergi che poi Schumann, Monnet e Spinelli hanno agito in epoche immediatamente post-belliche, dinnanzi alle rovine fumanti di un’Europa sconfitta, vittoriosa o vinta che fosse. Se dovessi ritrovare un parallelo nella storia, mi verrebbero in mente le leghe delle città greche (la lega achea, la lega etolica) dopo il ciclone macedone e confrontate ormai all’incipiente dominio di Roma: città-stato ricche per lasciti culturali e patrimonio intellettuale, ma ormai totalmente imbelli. Alla metà del XX secolo, non c’erano più la Macedonia e Roma, ma gli USA e l’URSS, il mondo di Yalta.
Gli inizi dell’Europa politica sono dunque dettati da uno stato di necessità, quella del confronto e dell’arginamento dell’Unione Sovietica sul teatro europeo, arginamento messo in atto militarmente con la NATO (che precede il Patto di Varsavia) e politicamente con il primo embrione della Comunità Europea, il Mercato Comune.
Si è trattato fin dall’inizio di una questione franco-tedesca: la Francia, che solo l’intelligenza politica del generale De Gaulle aveva fatto sedere al tavolo dei vincitori, aveva bisogno della Ruhr e del carbone tedesco, la piccola Germania di Adenauer di un ombrello politico, sotto il quale ricostruire la propria economia. La scelta da parte degli Alleati di rifiutare la proposta di Stalin per una Germania reintegrata nei suoi confini pre-bellici, ma neutralizzata, va in questo senso: la mutilata e impoverita RFT non poteva reggere il confronto con la Francia.
Dunque il nucleo generatore dell’Europa è, potremmo dire, un nucleo “piccolo-carolingio”, per parafrasare un termine noto nella storia dell’unificazione tedesca.
Sotto l’ombrello della NATO e della divisione in blocchi del mondo, il MEC è cresciuto “pacificamente” – non disturbato da spese militari eccessive, quasi tutte accollate alla superpotenza americana – e nella prosperità. Gli ampi finanziamenti a fondo perduto goduti dalla Germania dagli inizi degli anni ’50 (di cui, evidentemente, l’attuale dirigenza politica tedesca ha scarsa memoria) e dall’Italia consentirono una poderosa e straordinaria ripresa continentale (in Europa si parla dei “Trenta gloriosi”). Con il tempo, i legami intereuropei si sono fatti sempre più stretti e ampi, in una parabola che va dal Trattato di Roma del 1957 con i suoi sei Stati fondatori al Trattato di Lisbona, che cinquant’anni dopo coinvolge ben 27 Stati del Continente.
Due gli eventi critici che hanno interrotto l’idillio: lo shock petrolifero della metà degli anni ’70 e, soprattutto, la caduta del Muro di Berlino nel 1989, con la successiva liquefazione del blocco sovietico.
In seguito a quest’ultimo evento epocale e, soprattutto, a causa della frettolosissima e costosissima – si ricorda, la Germania, di chi ha pagato il conto? – “riunificazione” tedesca (più che di Wiedervereinigung si dovrebbe parlare quantomeno di Annektierung, essendo Anschluss ancora oggi impronunciabile), gli equilibri “reali” nel Continente sono stati profondamente modificati, senza tuttavia che le istituzioni europee ne prendessero atto.
Di fronte a una Francia sempre più debole e incapace di fare da contrappeso allo strapotere economico della Grande Germania, di fronte al clamoroso allontanamento del Regno Unito dalla UE, tutto è sembrato immoto, aggrappato ai Regolamenti Europei, la zattera burocratica di chi non può e non vuole decidere politicamente. L’egemonia tedesca (o, per meglio dire, la “prepotenza” tedesca, come l’ha acutamente definita Paolo Soldini su “Critica Marxista”) ha assunto le fattezze di un capo contabile, alle prese con il pareggio di bilancio, quando è ben noto che mal gliene incoglie all’impresa che si affida ai ragionieri! Di qui la tragedia della Grecia (a cui è stato imposto un governo non eletto dai cittadini … e poi si parla di Orban!) e un senso di insopportabile angustia.
Messa sotto tutela anche l’Italia nel 2011 con il governo ipercostituzionale di Monti-Napolitano, le cose sono andate di male in peggio: tagli indiscriminati alla sanità (oltre 30 miliardi), alla scuola (oltre 10 miliardi), attacco al Welfare e alla contrattazione (le famose “riforme di struttura”). Il risultato di questo massacro? Una crescita pressoché nulla nel decennio, un incremento dei disequilibri nella distribuzione del reddito, e … un aumento del debito! Un debito quello italiano che, cifre alla mano, non è affatto più grande di quello tedesco o francese (nel 2017 quello esplicito della Germania è di 2092 miliardi, 2.358,897 quello della Francia, 2.358,537 quello dell’Italia. Senza contare che il nostro debito implicito – quello cioè che è dato dagli impegni futuri dello Stato in materia di previdenza, sanità e assistenza – è molto più basso di quello tedesco (aggregato tra debito esplicito e implicito italiano 57%, tedesco 149%).
La questione delle questioni sta nel PIL italiano, in continua decrescita, stante l’assenza di ogni politica di investimenti pubblici e di una visione economica strategica di ampio respiro.
L’Europa? Sempre più lontana, apatica, terreno di conquista dei paesi del nord (della Germania in primis, ma anche di quella Società per Azioni mascherata da stato che è l’Olanda, vero paradiso fiscale intra moenia, in barba al suo virtuismo calvinista).
La tragedia del Coronavirus sta fungendo da catalizzatore di processi che avrebbero dovuto iniziare molti anni fa (ricordate l’infausta parentesi della Costituzione europea, bocciata nel 2007 a causa dei no della Francia e della solita Olanda? Ricordate gli Eurobond proposti da Tremonti oltre dieci anni fa, che fecero tanto infuriare la Germania e che costarono la testa al ministro del Tesoro, cioè lo stesso Tremonti?). Innanzi tutto bisogna decidere quale Europa futura vogliamo (la sua forma istituzionale) e “se” la vogliamo; la BCE, con Draghi, si è dimostrata l’unico organismo europeo davvero tale, ma non basta più.
I tempi sono molto stretti per rimettere a galla una rinnovata barca europea. Altrimenti è meglio iniziare a pensare a come uscire da quella che, lungi dall’essersi dimostrata una casa comune, si sta rivelando una gabbia, molto angusta per alcuni.

Coronavirus


Dopo diversi mesi di silenzio, riapro in questo momento di grave crisi la mia piccolissima finestra di dialogo in rete.
L’infodemia sul “Coronavirus 19” sta impazzando ancor più della pandemia stessa.
Costretti a vivere in spazi domestici spesso inadeguati e per molti finora destinati a ricovero notturno o poco più, sperimentiamo inquietudini e angosce inusitate. I martellanti inviti a rispettare le norme dettate dal pericolo annegano in un continuo talk-show radio-televisivo, popolato delle medesime facce e dalle medesime parole, spesso contraddittorie, che in taluni casi non fanno che aumentano il nostro malessere.
Per questo desidero anch’io offrire un modesto contributo di chiarezza a chi viaggia attraverso la rete e voglia soffermarsi anche su questo mio blog.
Non ho le competenze necessarie per intervenire nello specifico, ma ho la fortuna di avere cari amici esperti, Giuseppe R. Gristina, già dirigente medico nel reparto di Terapia Intensiva dell’Ospedale San Camillo di Roma e componente del comitato etico della Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI)e Carlo Batini, senior di ateneo, già professore ordinario presso il dipartimento di Informatica, Sistemica e Comunicazione presso l’ università di Milano Bicocca.
A Giuseppe Gristina ho posto alcune domande, mie ma sono certo anche di molti altri, sulla situazione attuale e su una sua possibile proiezione futura.
D. A me sembra si sia adottata da noi una strategia di contrasto alla pandemia che potrei definire “democratica”: chiusure generalizzate, proibizioni, prescrizioni tassative, ecc. Sarebbe stato possibile ed egualmente efficace adottarne un’altra, di stampo, diremmo, “liberale”, cioè a dire basata solo su difese assunte per responsabilità individuale, con la semplice adozione di presidi personali, quali mascherine, guanti e altro ancora, senza prevedere misure indistintamente valide per la generalità (la chiusura forzosa di uffici, scuole, negozi, ecc.)?
R. No. Per una strategia “liberale”, come tu la chiami, si dovrebbe supporre una reazione improntata almeno a 2 fattori entrambi essenziali: 1) la capacità di agire con la consapevolezza che ogni nostro comportamento dovrebbe essere teso alla massimizzazione del bene comune anche a costo di un sacrificio personale; 2) la capacità di comprendere immediatamente la gravità della situazione dando luogo a scelte di comportamento conseguenti secondo il punto 1 – gli psicologi delle catastrofi dicono che un tempo ragionevole per adattare il comportamento alla necessità di una massa pari almeno al 40% degli individui richiede un minimo di 2 mesi dal verificarsi dell’evento.
D. La storia dell’umanità è anche una storia di pandemie, lo sappiamo bene. Per non risalire troppo indietro nel tempo, alla fine degli anni ’50 e agli inizi dei ’60 il mondo conobbe il flagello della cosiddetta “influenza asiatica”. Ero bambino, ma ricordo bene che il contagio fu molto esteso (il mio intero nucleo familiare vi fu coinvolto, con la sole eccezione di mio padre), tanto che il computo finale superò il milione e mezzo di morti nel mondo, ma non ricordo alcuna misura restrittiva generalizzata. Quali le differenze con l’attuale pandemia?
R. Qui credo si possano citare almeno 3 fattori: 1) la II guerra mondiale era terminata appena 20 anni prima con circa 500.000 morti italiani in 4 anni. Ci fu quindi, come nel caso della I, una progressiva assuefazione all’idea della morte come evento da mettere nel conto delle possibilità concrete. Una sorte di “abitudine”. Credo quindi che i morti fossero accettati come un “prezzo” inevitabile; 2) la morte per malattia – sia essa acuta che cronica – non era contrastata tenacemente e efficacemente con un grande supporto alla diagnosi e alla terapia da parte della tecnologia; 3) la società con il progredire dello sviluppo ha costruito un modello umano di riferimento che fa capo ai miti della bellezza e dell’immortalità – in altre parole sappiamo tutti che si muore ma non vogliamo sentircelo dire e, soprattutto, non vogliamo crederci.
D. Si parla di un tasso di mortalità elevato da Coronavirus 19, ma i dati, si sa, non parlano da soli, come molti credono. Essi vanno sempre contestualizzati. Ad esempio, è valida la distinzione tra “morto PER Coronavirus 19” e “morto CON Coronavirus 19”? E ancora: non sarebbe utile disporre di una tabella di comparazione tra i decessi degli ultimi – diciamo – cinque anni per le “normali” epidemie influenzali e questa attuale. Che scarto c’è tra il tasso medio di mortalità negli anni scorsi e per lo stesso periodo e la odierna cifra assoluta di deceduti (1809)?
R. Sono valutazioni che ora non ha molto senso fare. Il fenomeno è cominciato come un’influenza. Poi si è detto non è un’influenza. Prima era una epidemia. Ora è una pandemia … and so on … i conti li faremo alla fine. Soprattutto li faremo quando saranno certi e definitivi i “denominatori” morti su … Infetti totali? Malati? Contagiati? In degenza ordinaria? In Rianimazione? ….
D. Si parla molto della drammatica insufficienza di posti-letto in Terapia Intensiva del nostro SSN, di cui peraltro si tessono giustamente le lodi. Basterà aumentarne in fretta il numero, come si sta tentando di fare oppure sconteremo comunque la grave mancanza di personale competente e capace di farli funzionare a dovere, dovuta alla dissennata politica di tagli degli ultimi dieci-dodici anni (37 mld in meno alla sanità tra ospedali chiusi, blocco del turn-over, riduzione di posti-letto ospedalieri del 30% e altro ancora)?
R. Aumentare i posti-letto (PL) in Terapia Intensiva può essere una risposta quando l’evento è di natura “puntuale” nel tempo (per es. un terremoto). Si calcola il fabbisogno e nel minor tempo possibile si riequilibra la domanda di assistenza con l’offerta di trattamenti appropriati e proporzionati. Il numero di vite salvate aumenta e, di conseguenza, la performance del sistema. In questo caso il metro di valutazione per l’accesso sarà basato su un criterio oneri del trattamento per il malato/benefici. Nel caso di specie stiamo parlando di un fenomeno che invece perdura e per il quale il criterio di supplire alla domanda sempre crescente di PL aggiungendone man mano può funzionare finché non si supera una soglia critica oltre la quale per vari fattori (difficoltà tecnico-organizzative, mancanza di personale dedicato etc), pur aggiungendo PL, il sistema non “fitta” più. In questo caso, come nella medicina delle catastrofi, deve essere adottato un criterio di giustizia distributiva (triage “di guerra”) per cui viene salvato chi ha maggiore speranza di vita. Se ho un PL e due malati, il signor Carlo di 81 anni (= aspettativa di vita italiano medio ISTAT 2019) e la signora Maria di 30 (aspettativa calcolata secondo ISTAT = 51 anni), ammetto in Terapia Intensiva la signora Maria. Provo a sintetizzare con un grafico:

grafico Pino

D. Mi hai segnalato, e te ne ringrazio, un interessante contributo scientifico sulla “sopravvivenza” del virus su diversi materiali (https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.03.09.20033217v2). Ne esiste una versione in italiano, di più facile diffusione?

G. No che io sappia.

Di Carlo Batini riporto qui di seguito un foglio di calcolo da lui elaborato, che ci fornisce dati importanti sulle dinamiche dello sviluppo della pandemia, in Italia e in Cina, da cui emergono, seppur molto timidamente, alcuni elementi di ottimismo.
Grazie a entrambi.

coronavirus

Noterella sul linguaggio della politica


[pubblicato in inglese su http://www.insightweb.it/web/ di novembre 2019]

Sul “Financial Times” di qualche giorno fa, segnalatomi dall’amico Antonio Lettieri, è comparso un articolo intitolato “Latin and Greek are not dead languages in modern France”, a firma di Victor Mallet.

Nel testo, scritto con raffinata e non superficiale arguzia, si segnala come, tra gli uomini politici francesi di oggi, il riferimento alle lingue classiche sia frequente e consapevolmente ricercato, segno di una “reciprocal fascination” tra intellettuali, politici e rappresentanti del mondo degli affari.

Alcuni esempi: la presidenza macroniana viene definita “jupiterienne”; lo stesso Macron vuole essere allo stesso tempo “Cesare e tribuno della plebe”; a proposito poi del discusso e potentissimo capo della Renault-Nissan Carlos Ghosni, arrestato in Giappone, è stato scritto “Ah, la Rupe Tarpea è davvero molto vicina al Campidoglio”.

Del resto anche Boris Johnson ha paragonato la tormentata vicenda della Brexit al supplizio di Prometeo, il cui fegato era lacerato ogni giorno dagli artigli di un’aquila. Ma se, sostiene Mallet, i Brexiter, con il loro ricorso al latino e al greco, vengono tacciati di snobismo dai loro avversari, in Francia il riferimento alla classicità (in merito alla stessa Brexit, ad esempio, si parla di “calende greche”, di una crisi “proteiforme”) è quasi naturale e accettato nella generalità.

Secondo lo scrittore Laurent Gaudé, il mito classico, soprattutto greco, è ancora capace di “spiegare” il mondo di oggi. Così, i feroci islamisti che trascinano i cadaveri dei nemici attaccati ai loro pick-up fanno rivivere gli orrori della guerra di Troia.

In Francia dunque, i politici, gli alti funzionari e gli uomini più in vista del sistema industriale e finanziario non si vergognano di essere anche degli intellettuali con radici profonde nella tradizione culturale europea, tanto da sconcertare talvolta chi a quella cultura è ormai estraneo. Divertente e significativo a tal proposito il fraintendimento di una frase di Macron, il quale, in un recente summit a Bruxelles, avrebbe affermato che l’allargamento della UE ad altri paesi dell’est del Continente è diventato “la teologia dell’Europa”, laddove il presidente francese aveva parlato in realtà di “teleologia”, una parola evidentemente ignota ai giornalisti presenti, che l’hanno prontamente corretta in una a loro più familiare.

E in Italia? Nella culla dell’Umanesimo, che può vantare una licealizzazione diffusa fin quasi alla patologia (oltre il 50% degli studenti italiani frequenta un liceo – o sedicente tale), i riferimenti linguistici e culturali più diffusi tra gli uomini politici e di cultura che scrivono sui giornali o parlano in televisione sono quelli … al mondo del calcio.

Fateci caso: “finire ai calci di rigore”, “il primo ministro è come l’allenatore di una squadra”, “trovarsi in zona Cesarini”, “salvarsi in calcio d’angolo”, “stare in panchina” e così via pallonando.

Il degrado del dibattito pubblico, anche e soprattutto dal punto di vista linguistico e dei paradigmi di riferimento, è sotto gli occhi di tutti: è tutta una rincorsa all’ingiù, alla corrività, al solecismo, al turpiloquio. Per un malinteso volere “andare verso la gente”, considerata evidentemente come una massa inerte di persone capace di nutrirsi solo di omogeneizzati, ci si vanta pubblicamente di “parlare come si mangia”, di “essere come tutti”, negando così la necessità della formazione e della conservazione delle élites alla base di un regime democratico.

La tendenza alla semplificazione del linguaggio, all’impoverimento del lessico, all’appiattimento sloganistico dei concetti è la stessa che promuove e diffonde la presenza pervasiva dei cosiddetti “opinionisti”, capaci di interloquire su tutto senza nulla sapere, che, parafrasando quanto scrive Carl Kraus a proposito dei giornalisti, “parlano perché non hanno niente da dire e hanno qualcosa da dire perché parlano”

Una tendenza questa che, se proseguita con pervicacia, non potrà che condurre alla totale afasia.

 

Ancora in ricordo di Massimo Birindelli


Ricevo dall’arch. Raffaella Inglese e volentieri pubblico qui parte di un saggio da lei scritto e contenuto in un volume collettaneo in onore di Giorgio Pacifici, in cui è ancora viva e operante la lezione culturale e umana di Massimo Birindelli:

“Uno dei temi più interessanti e generali relativi all’analisi dell’architettura è infatti quello che possiamo definire dell’” intorno”. Fu il vero cavallo di battaglia del mio caro professor Massimo Birindelli, che, negli anni ’80, mentre scriveva vari libri tra cui quello citato nella nota 3, approfondiva molto la questione trasmettendo ai suoi allievi una sensibilità speciale che sicuramente li avrà resi dei progettisti consapevoli; in una delle sue dispense di quegli anni intitolata “L’idea borghese di opera d’arte” si sofferma proprio su questo tema a pag. 17: “Esistono, certo costruzioni sostanzialmente indifferenti a quello che hanno attorno, concepite come oggetti isolati. Non bisogna pensare solo alla piccola casa unifamiliare delle periferie urbane degli ultimi centocinquant’anni. Possono anche essere architetture di tutto rispetto. Molti edifici disegnati da Ledoux per Chaux potrebbero liberamente esser cambiati di posto, senza nessun danno apprezzabile, né per la città né per gli edifici. La sede della Wiener Secession di Olbrich ha dei rapporti con l’ambiente urbano circostante assai deboli, forse addirittura inesistenti. Il padiglione di Mies van der Rohe per l’Esposizione universale di Barcellona del 1929 – come quasi sempre per le costruzioni temporanee – è perfettamente svincolato da qualsiasi relazione, anche dimensionale, con le costruzioni vicine. Ma accanto a questi esempi di architetture ben circoscrivibili e concettualmente mobili, è facilissimo elencare una serie infinita di architetture che hanno un senso solo perché hanno una determinata posizione in un determinato punto di una città o di una campagna e che smetterebbero di essere sé stesse se il loro intorno venisse alterato”. E quindi cita Palazzo Farnese a Roma, con il suo importante salto di scala, situato nella omonima piazza, oggi sede dell’Ambasciata francese, progettato da Antonio da Sangallo il Giovane all’inizio del Cinquecento, più avanti completato da Michelangelo. Poi nomina la particolare sistemazione di Giuseppe Valadier, dalla fine del ‘700 al 1834, per Piazza del Popolo a Roma, dove vari elementi formali, di quota, di spazi, di equilibri unici al mondo, concorrono a creare un ambiente davvero irripetibile. Quindi infine cita la casa sulla cascata realizzata nel 1935 sul ruscello Bear Run in Pennsylvania dall’architetto Frank Lloyd Wright con il suo particolare gioco di aggetti che ha un significato molto legato al paesaggio circostante, quindi ad un “intorno” questa volta di tipo naturale.”

 

studi in onore Giorgio Pacifici

Dialoghetto di paese


Un piccolo paese dell’Appennino centrale, verso la fine d’agosto. Sull’unica piazza si affaccia l’unico bar con all’esterno due tavolini di metallo anni ’50 e quattro sedie, anch’esse in metallo. Il cielo è indaco, con qualche cirro. Tutto intorno rilievi arrotondati ricoperti di ceduo, con qualche radura giallastra, campi ormai abbandonati.

Un uomo e una donna sulla quarantina e di medio ceto, di quelli che non vogliono essere considerati turisti, ma “viaggiatori”, che vanno alla ricerca dei luoghi segreti che i quotidiani nazionali di grande tiratura squadernano come esclusivi nelle loro pagine culturali, attraversano la piazza, si siedono a uno dei tavolini e ordinano da bere, “qualcosa di non gasato e naturale, preferibilmente ‘bio’”.

“Bio, bio, bio!”, fa loro eco con un sorriso un vecchio seduto all’altro\ tavolo, poggiando un libro che fino ad allora stava leggendo. I tratti somatici sono quelli di un contadino, ma l’abbigliamento e l’espressione fanno pensare ad anni di emigrazione, che gli hanno fatto perdere l’accento natio e acquistare una certa cultura.

I due, sorpresi, si voltano verso di lui con aria interrogativa.

“Scusate, ma è stato più forte di me. Questa moda del ‘bio’ è davvero insopportabile. Tutta sta’ natura, sto’ verde che ci sta riempiendo le orecchie … e che adesso riempie anche le urne elettorali di qualche Paese europeo! L’ultima invenzione del mercato, ecco cos’è la natura. La natura non esiste, è un prodotto della città in cerca di alibi per continuare a essere quella che è, magari tentando di tenere a bada i sensi di colpa.”

“Mi scusi”, interloquisce la signora, “ma come fa a negare, proprio lei che vive in questo piccolo paradiso di quiete e di aria pura, l’esistenza della Natura. Si vede che non conosce la peste cittadina, il rumore, il traffico, gli odori nauseanti …”

“Oh, quelli li conosco benissimo, ho vissuto più di trent’anni in un sobborgo di Duisburg, si figuri un po’”, risponde ridendo bonariamente il vecchio, “quella è stata la mia natura, me la sono andata a cercare per poter dar da mangiare alla mia famiglia, per farla crescere sana, in una casa con il cesso, mi scusi la parola, senza mosche, con l’ospedale vicino, la scuola vicina, mezzi di trasporto veloci. Dovevo forse restare qui, dove si campa male e poco? Sissignora, si campa poco, perché la natura, come intendete voi ‘cittadini bio’, è cattiva se non la si tiene fuori della porta.”

“Il suo mi sembra un discorso paradossale”, interviene il signore, “nessuno nega che il progresso tecnico in tutti i campi, soprattutto in medicina, abbia avuto effetti benefici per la nostra salute. Solo che si è badato molto poco a conservare il nostro legame con la terra e con l’ambiente. Non mi vorrà negare, spero, che il consumo di un territorio bello come il nostro, di quel paesaggio di cui noi italiani siamo stati gli inventori, sia stato un crimine commesso contro le generazioni future. Non so se ha visto alcuni magnifici tratti di costa completamente cementificati, con quelle orrende villettine quasi sempre non finite, oppure certe periferie delle grandi città. Dunque una riflessione sulla naturalità dell’uomo va fatta, altrimenti ci aspetta, entro relativamente pochi anni, una fine terribile.”

“Quello che dico è che non bisogna fare dell’ideologia, come si legge in qualche testo ormai dimenticato, ma politica. Affermando innanzi tutto che anche la natura è storia, non un valore assoluto, originario, eterno. L’opposizione natura/civiltà è nata con le città. Rifugiarsi nella natura ritraendosi dalla civiltà significa rifiutare la complessità; il progresso è sicuramente faticoso e può apparire insensato … potrei dire alienato, ma questo non autorizza, secondo me, a cercare scappatoie all’indietro. Tutto questo rimpianto per gli alimenti ‘di una volta’, i dolci della nonna, il vino del contadino … Lei sa che se vuole bere del vino pessimo deve andare a prenderlo proprio dal famoso contadino? Se mi dicessero di scegliere tra una forma di caciotta prodotta in una piccola fattoria o una uscita da una grande fabbrica di formaggi, non avrei dubbi, sceglierei la seconda. E lei?”

“Allora lei è convinto che l’attuale modello di sviluppo sia quello giusto, che bisogna continuare così, che tutto va bene solo perché campiamo molto di più di qualche decennio fa…”

“Tutto il contrario! Solo che la critica va fatta in maniera giusta e con gli strumenti giusti e …” interrompe il vecchio.

“Lei sa”, riprende l’altro, “che si dice che il progresso consiste nel farci vivere più a lungo malati? E poi, il cambiamento climatico è davanti agli occhi di tutti, anche ai suoi, spero. Uragani tropicali nelle Marche, caldo torrido nel nord della Germania, innalzamento del livello dei mari, scioglimento dei ghiacci polari …”

“Basta, basta! Lo so bene che la natura fa quello che vuole con noi. “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?”, direbbe il Poeta. Non mi dirà che anche lei, come quella povera bambina svedese, attribuisce all’uomo e al suo essersi allontanato dalla natura cataclismi geologici e scioglimenti di ghiacci. Vuole che le enumeri le glaciazioni e i relativi periodi interglaciali intervenuti quando dell’uomo e delle sue infami tecnologie non vi era ancora traccia? I ghiacciai delle Alpi mi sembra abbiano cominciato a sciogliersi dal 1850 …”

“Ecco, appunto, all’inizio della Rivoluzione Industriale”, si inserisce trionfante la signora.

“Beh, proprio all’inizio non direi, ma comunque cercare un legame di causa-effetto tra fenomeni tanto diversi … E poi al tempo di Riss-Würm, c’erano forse fabbriche e automobili?”

“Non divaghiamo”, riprende il signore, mentre viene servito a entrambi del tè freddo senza zucchero, rigorosamente preparato dalla padrona del bar. Mi pare che lei confonda piani diversi. È vero che sulla Natura si è esercitato e si esercita un marketing forsennato, ma questo fa parte del gioco. Non bisogna mai guardare il dito, ma la Luna e la nostra Luna è la forma da dare al futuro dei nostri figli. Ha letto che qualche giorno fa c’è stato l’Overshoot Day?

“Italiano, per favore, so solo un po’ di tedesco …” interrompe il vecchio.

“Vuol dire che fino a quel giorno abbiamo consumato tutte le risorse a nostra disposizione nell’anno e che da allora viviamo a credito della Terra.”

“Oddio! Ho letto da qualche parte che nella Firenze dei Medici c’erano a un certo punto due partiti, i Palleschi e i Piagnoni. Ecco, mi pare che i Piagnoni oggi abbiano decisamente la meglio”, risponde calmo il vecchio.

“Accidenti! Ne ha letti, lei, di libri”, esclama la signora, ammirata.

“Oh, solo quelli delle biblioteche popolari. Solo qualche nozione qua e là. Sono sempre stato un tipo piuttosto curioso”, rispose il vecchio. “Insomma, viviamo dentro un orizzonte catastrofico, nutriamo i nostri figli di declino, di sciocchezze come la ‘decrescita felice’, di lotta ai consumi … E invece i consumi vanno alimentati, eccome! Perché l’unica risposta possibile è la ripresa della lotta per tenere la natura … fuori della porta, lontano da noi, una risposta cioè che solo la scienza e la tecnologia potranno dare. Il resto è fuffa.”

“Ma lei è un estremista pericoloso!”, si infervora divertita la signora, “ecco, ad esempio, questo tè prodotto in casa e senza zucchero è molto più buono e sano di …”

“Vogliamo sottoporlo a un’indagine batteriologica e poi confrontiamo i dati con quelli di un tè prodotto dall’esecrata industria alimentare? Quale dei due risulterà più sano, secondo lei?”

“Lei continua a divagare, però, e a confondere i piani”, riprende ostentando ragionevolezza il signore, “stavamo parlando della Natura e della sua supposta inesistenza. Personalmente credo che noi siamo quel che siamo perché ci sentiamo ‘dentro’ la Natura, in relazione intima con noi stessi in quanto figli della Natura, che è una dimensione intrinseca alla nostra esistenza e quindi … eterna rispetto alla nostra fragile eternità. Solo recuperando il nostro originario rapporto con la Natura potremo superare il senso di alienazione, di insignificanza, insomma, potremo ritrovare la nostra Unità perduta …”

“Uhm, la sta facendo difficile e su questo terreno non la posso seguire, per mia ignoranza.”, risponde il vecchio, “Quello che volevo dire, al di là delle battute e delle osservazioni di costume, è che bisogna stare attenti a non far diventare la natura una merce come le altre, da spacciarsi con grande profitto sul mercato globalizzato. Piuttosto non andrebbe mai dimenticata la critica al modo di produzione capitalistico nell’epoca della globalizzazione … Lo so, sembrano parole tirate fuori da un passato lontano e definitivamente tramontato. Ma sono troppo vecchio per cambiare occhiali; il mondo lo vedo sempre con le lenti della mia gioventù. Quando è venuto giù il Muro di Berlino voi andavate ancora alle elementari … Insomma, per me di alienato esiste solo il lavoro; un mio limite, sicuramente, ma nelle caselle della mia testa l’idea di natura non trova proprio posto, se non come falsa coscienza … Ancora il secolo passato che riemerge!”, sorride il vecchio.

“Ma no, ma no!”, risponde vivacemente il signore, “starla a sentire è un vero piacere. Sa che ho appreso molto da questa nostra breve conversazione? Lei è sicuro che la sua profondità di pensiero non prenda alimento proprio da questo suo paese così tranquillo, così pulito, dall’aria così pura … dalla Natura, per dirla in sintesi?”

“Allora lei vuole provocarmi!”, ribatte ridendo il vecchio, “io sto qui solo perché la pensione che mi danno non mi consente di vivere altrove; se potessi vivrei tanto volentieri in città, come voi, dove, salvo qualche sciagurata ciotola fiorita, qualche giardinetto e qualche assurdo e costosissimo ‘bosco verticale’ , dove trova alloggio la buona e ricca borghesia ‘progressista’, la natura è tenuta ben lontana, come ha da essere ogni luogo ‘sentimentale’, che piace tanto solo perché si è certi che alla sera, rientrando a casa dall’idillio, si può accendere la luce e fare una bella doccia calda!”

“Adesso però dobbiamo proprio andare”, dice la signora alzandosi e in tono cortese, “vogliamo fare un giro per il paese prima di tornare e fare un pieno di aria buona, di buoni colori, di buoni spazi, di armonia tra uomo e ambiente, di Natura, insomma!”

“Fate bene”, risponde salutando il vecchio, “passeggiando per le nostre viuzze, vedete se trovate traccia di ‘verde urbano’ che non sia qualche vaso di fiori, oppure se ci sono solo pietre e muri, l’unica ‘natura’, quella fabbricata dagli uomini, che i nostri tanto rimpianti antenati conoscevano!”

 

I santini, i controsantini e la valenza dei simboli


Pubblico qui di seguito un intervento interessante, intelligente e sicuramente da meditare di Giuseppe Cappello, professore di filosofia e storia, nonché scrittore e poeta (http://www.giuseppecappello.it/a commento del mio “La Politica dei santini” del 6 luglio scorso.  Si attendono reazioni.

“Caro Preside,
ho letto con molto interesse il suo pezzo su La politica dei santini.
Già dal titolo sapevo a cosa sarei andato incontro. Innanzitutto perché
è proprio di un buon titolo l’inaugurare e anche richiamare il cammino
del lettore verso un approfondimento del testo in questione. Ma anche
perché conosco ormai la sua posizione sulla sinistra e sapevo dove
sarebbe andato a parare. A colpire. Naturalmente, nonostante conoscessi
appunto il tono che avrebbe acquisito la melodia, poiché in quanto lei
scrive ravviso sempre un intendimento, lo svolgimento profondo di un
concetto, mi sono avventurato nel cammino della lettura. Che non ha
tradito le aspettative.

Certamente lei scrive bene lì dove dice che “negli ultimi anni abbiamo
potuto misurare la pochezza della strategie politiche messe in campo da
quell’area che un tempo si definiva di sinistra, in Italia e in tutto
l’Occidente”; dove sottolinea come “il velo ideologico di un
progressismo déraciné disteso su tutto il pianeta ha “nascosto” […] il
potere incontrastato delle grandi multinazionali, ormai più ricche e
potenti di interi Stati nazionali, uniche entità planetarie a fare
politica sul serio e che iniziano, come era prevedibile, persino a
battere moneta (Facebook)”; dove ammonisce come sia “sostanza l’oblio
della lezione gramsciana espressa in Americanismo e fordismo, dove
Gramsci, pur analizzando con grande acume il “frenetico produttivismo”
di quel modello e condannandone gli esiti, ne accetta la sfida e traccia
ben netta la linea di demarcazione con gli atteggiamenti pauperistici e
antimoderni (vedi la decrescita felice).

Tutto giusto.

Anche se vorrei innanzitutto riprendere il filo da quest’ultima
citazione e sottolineare che gli atteggiamenti pauperistici e
antimoderni non sono stati importati in Italia, e diffusi per le vie
della stessa tecnologia più evoluta, da questa sinistra che a sua volta
rischia di assumere, proprio per sua mano, anche lei l’immagine del
contro-santino del male. Mi limito a sottolineare che coloro che hanno
diffuso questa idea della decrescita felice, oltre al giullare genovese,
sono stati economisti che ora si trovano alla guida economica
dell’attuale governo. Governo a cui sono arrivati grazie agli strali
pauperistici e antimoderni contro la sinistra dell’avanguardia
europeista. Strali spesso sottoscritti da chi ha pensato che il
tradimento della sinistra avanguardista potesse essere compensato,
risolto e perfino vendicato semplicemente sostituendo appunto i Quaderni
del carcere con i Post del Blog delle Stelle.

Oltre alla critica alla sinistra, sarebbe più urgente e anche
produttivo, mettere a fuoco una certa autocritica rispetto a quella che
a me è sempre sempre sembrata la più clamorosa delle sviste politiche.
Mi sembra che il prendere coscienza che la sinistra, al di là di ogni
sua stortura, ha finito per diventare appunto proprio un controsantino
(“e allora il PD?!”) su cui scaricare ogni fallimento di ciò che si
annunciava come un vero e proprio cambiamento palingenetico della
società (fino addirittura alla “abolizione della povertà”), sia un
esercizio che non si può più eludere.

Come, io stesso, non voglio eludere il fatto di dirmi fieramente ancora
di sinistra nonostante, come scrive lei, la sinistra si sia risolta in
“partiti irenisti e globalisti, dominati dal politically correct,
sostanzialmente conservatori, ben annidati nelle élites sempre più
esigue ed esangui”; di dirmi di sinistra, senza dover andare a sbattere
il capo, tra formazioni che contrapponendo il polemismo all’irenismo e
ricadendo fra le stesse braccia della destra nel barattare
l’internazionalismo con surrogati dello stesso sovranismo, hanno
ricevuto il consenso dell’1,7% degli elettori alle ultime Europee; di
dirmi di sinistra, e qui veniamo all’origine del discorso, non
nonostante il mio declamato appoggio a quelli che un in spregio vengono
chiamati i santini; di dirmi di sinistra proprio perché vedo una valenza
positiva in quelli che, se vogliamo proprio chiamarli così, sono i nuovi
santini della sinistra.

A D’Alema si chiedeva (giustamente ma anche ingenuamente) di dire
qualcosa di sinistra. Bene, perché dovremmo stare di nuovo a romperci il
capo se, vedendo un uomo, Mimmo Lucano, che fa cose di sinistra nel
costituire un sistema di integrazione fra indigeni e migranti in terra
di ‘ndrangheta, dovremmo censurarci nell’acclamarlo a nostro simbolo?
perché dovremmo censurarci nell’acclamare una giovane donna, in grado di
condurre, a trentuno anni, una nave delle dimensioni della Sea Watch, e
soprattutto di salvare, nel segno della solidarietà e della legge,
quaranta vite “nate sotto un accento sbagliato”? Lei, da fine grecista
qual è, scrive molto bene che a sproposito si è parlato di Antigone. Ed
è vero! Ma si è parlato a sproposito di Antigone perché la Capitana
Carola Rackete non ha opposto un sua legge dell’interiorità alla legge
dello Stato; la Capitana Carola, come hanno decretato i giudici di
Agrigento, ha esattamente interpretato la legge contro chi nello Stato
italiano fa ogni giorno scempio della legge. In nome, peraltro, di
nessuna interiorità! Perché non dovremmo noi a sinistra, e qui lo dico
anche da padre, appoggiare le battaglie di Greta? Che viene anche lei
ricondotta sotto la categoria denigratoria e depotenziante del santino
della sinistra?

Mi sono trovato a vedere il telegiornale con mia figlia e sono stato
lungi dal pensare che il mito potesse allontanare dal logos quando mi
chiedeva di quest’altra bambina e ho potuto attraverso di essa, magari
anche percepita nel mito, spiegarle il logos di ciò che significa oggi
la posizione del genere umano nella natura. Così, come quando ci siamo
trovati di fronte al telegiornale che parlava di Carola, spiegarle il
logos, che grazie al cielo il santino del mito le avvicinava, della
posizione del genere umano nei confronti di se stesso.

Ben vengano dunque, caro preside, i miti! E pure anche, se vogliamo
chiamarli così, i santini! Innanzitutto ben vengano per le nuove
generazioni … il mio ricordo più antico del sentimento della giustizia è
ancestralmente legato alla tenda dei Pellerossa che mi regalarono i miei
genitori per Natale; al ricordo di come mi chiusi fieramente lì dentro!
Così come è legato ai brividi che mi mette il ripensare il cappello di
carta che mio padre mi faceva, simile a quello dei muratori, quando mi
portava a sentire i comizi dell’amato leader sardo a Piazza san
Giovanni. Come spero questa mia lettera possa testimoniarle, e lo stesso
intero nostro carissimo e preziosissimo carteggio, da quei miti pure
qualche logo è venuto fuori; così diamo uno spazio anche a chi, bambino
o adolescente oggi, possa avere il suo mito. Pure il suo santino.

Soprattutto in un tempo in cui tutta la macchina bellica dell’italica
razza non perde occasione di baciare rosari a destra e manca e il
Presidente del Consiglio ci tiene a far sapere a tutto l’italico popolo
che, lui sì, gira con il vero santino di Padre Pio in tasca!